Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
5 marzo 2008
Benedetto
XVI all'udienza generale dedicata a San Leone Magno: il
primato del Papa necessario per servire l'unica Chiesa di
Cristo
“Uno
dei più grandi Pontefici che abbiano onorato la Sede
romana”. Con queste parole, Benedetto XVI ha introdotto
la figura di San Leone Magno, approfondita durante
l’udienza generale di questa mattina. Il Papa ha parlato
a circa 20 mila persone divise tra l’Aula Paolo VI e la
Basilica di San Pietro: qui, nel breve saluto ai fedeli
prima della catechesi, Benedetto XVI ha salutato con
particolare affetto i numerosi gruppi di studenti,
augurando loro di curare con attenzione la propria
“formazione integrale”. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
Dissuase Attila e i suoi Unni dal completare
l’invasione dell’Italia, già duramente provata dalle
loro scorrerie, e presentandosi inerme davanti a Genserico
indusse i suoi Vandali, che saccheggiavano Roma, a
risparmiare le Basiliche di San Pietro e San Paolo,
stipate di gente terrorizzata. Basterebbero questi due
celebri episodi rimasti nella storia a delineare il non
comune coraggio e la statura umana di Leone Magno. Ma in
lui, ha messo in evidenza Benedetto XVI, brillarono nette
anche le doti di pastore e di teologo, così che questa
figura di Papa si staglia nei primi secoli della Chiesa
come una delle più prestigiose in assoluto:
“Egli fu davvero uno dei più grandi Pontefici che
abbiano onorato la Sede romana, contribuendo moltissimo a
rafforzarne l’autorità e il prestigio. Primo Vescovo di
Roma a portare il nome di Leone, adottato in seguito da
altri dodici Sommi Pontefici, è anche il primo Papa di
cui ci sia giunta la predicazione, da lui rivolta al
popolo che gli si stringeva attorno durante le
celebrazioni”.
Un centinaio di sermoni e 150 lettere ci hanno
consegnato di San Leone Magno alcuni tratti di
intramontata attualità: fu - ha affermato Benedetto XVI -
“sollecito” verso i suoi fedeli “ma anche della
comunione tra le diverse Chiese e delle loro necessità”,
e ancora, “fu sostenitore e promotore instancabile del
primato romano, proponendosi come autentico erede
dell’apostolo Pietro”. L’ispirata eloquenza con la
quale difese - con un suo scritto letto durante il
Concilio di Calcedonia del 451 - le nature divina e umana
di Gesù dall’eresia che negava quella umana del Figlio
di Dio provocarono nei padri conciliari, ha ricordato
Benedetto XVI, un’esclamazione rimasta negli annali:
“Pietro ha parlato per bocca di Leone”:
“Soprattutto da questo intervento, e da altri
compiuti durante la controversia cristologica di quegli
anni, risulta con evidenza come il Papa avvertisse con
particolare urgenza le responsabilità del Successore di
Pietro, il cui ruolo è unico nella Chiesa, perché 'a un
solo apostolo è affidato ciò che a tutti gli apostoli è
comunicato', come afferma Leone in uno dei suoi sermoni
per la festa dei santi Pietro e Paolo (…) Mostrava in
questo modo come l’esercizio del primato romano fosse
necessario allora, come lo è oggi, per servire
efficacemente la comunione, caratteristica dell’unica
Chiesa di Cristo”.
San Leone Magno, morto nel 461 dopo 21 anni di
Pontificato, visse in tempi “molto difficili”. Le
scorrerie barbariche avevano messo in crisi l’autorità
civile, sostituita in molti casi da quella religiosa, ed
entrambe furono esercitate con “prudenza e fermezza”
dal Papa del quinto secolo. Fu un uomo di pace, un
animatore della carità tra i profughi, un pastore che
riuscì, nonostante il caos del tempo, ad annunciare il
Vangelo con efficacia, riuscendo a legare - ha notato
Benedetto XVI – la “liturgia alla vita quotidiana dei
cristiani”:
“In particolare Leone Magno insegnò ai suoi
fedeli – e ancora oggi le sue parole valgono per noi –
che la liturgia cristiana non è il ricordo di avvenimenti
passati, ma l’attualizzazione di realtà invisibili che
agiscono nella vita di ognuno (…) Egli fu un grande
portatore di pace e di amore. Ci mostra così la via:
nella fede impariamo la carità. Impariamo quindi con San
Leone Magno a credere in Cristo, vero Dio e vero Uomo, e a
realizzare questa fede ogni giorno nell'azione per la pace
e nell'amore per il prossimo”.
Sceso nella Basilica vaticana prima di inziare la
catechesi in Aula Paolo VI, e accolto con entusiasmo dai
moltissimi studenti delle Scuole gestite dalle Apostole
del Sacro Cuore di Gesù, il Papa aveva avuto per loro
queste parole:
“Auguro a ciascuno di vivere questo tempo della
scuola come occasione propizia per una autentica
formazione integrale. Vi incoraggio a rafforzare la vostra
adesione al Vangelo per essere sempre disponibili e pronti
a compiere la volontà del Signore”.
E oltre al tema dell’istruzione giovanile, Benedetto
XVI si è soffermato anche su quello dell’assistenza
sanitaria. Salutando le religiose infermiere di diverse
Congregazioni, impegnate in questi giorni in un corso di
aggiornamento, il Papa le ha invitate a “vedere sempre
nei malati il volto di Cristo” e a ripartire “da Lui
ogni giorno con umile coraggio per essere testimoni del
suo amore”.
BENEDETTO XVI
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
proseguendo
il nostro cammino tra i Padri della Chiesa, veri astri che
brillano da lontano, nel nostro incontro di oggi ci
accostiamo alla figura di un Papa, che nel 1754 fu
proclamato da Benedetto XIV Dottore della Chiesa: si
tratta di san Leone Magno. Come indica l’appellativo
presto attribuitogli dalla tradizione, egli fu davvero uno
dei più grandi Pontefici che abbiano onorato la Sede
romana, contribuendo moltissimo a rafforzarne l’autorità
e il prestigio. Primo Vescovo di Roma a portare il nome di
Leone, adottato in seguito da altri dodici Sommi
Pontefici, è anche il primo Papa di cui ci sia giunta la
predicazione, da lui rivolta al popolo che gli si
stringeva attorno durante le celebrazioni. E’ spontaneo
pensare a lui anche nel contesto delle attuali udienze
generali del mercoledì, appuntamenti che negli ultimi
decenni sono divenuti per il Vescovo di Roma una forma
consueta di incontro con i fedeli e con tanti visitatori
provenienti da ogni parte del mondo.
Leone era
originario della Tuscia. Divenne diacono della Chiesa di
Roma intorno all’anno 430, e col tempo acquistò in essa
una posizione di grande rilievo. Questo ruolo di spicco
indusse nel 440 Galla Placidia, che in quel momento
reggeva l’Impero d’Occidente, a inviarlo in Gallia per
sanare una difficile situazione. Ma nell’estate di
quell’anno il Papa Sisto III – il cui nome è legato
ai magnifici mosaici di Santa Maria Maggiore – morì, e
a succedergli fu eletto proprio Leone, che ne ricevette la
notizia mentre stava appunto svolgendo la sua missione di
pace in Gallia. Rientrato a Roma, il nuovo Papa fu
consacrato il 29 settembre del 440. Iniziava così il suo
pontificato, che durò oltre ventun anni, e che è stato
senza dubbio uno dei più importanti nella storia della
Chiesa. Alla sua morte, il 10 novembre del 461, il Papa fu
sepolto presso la tomba di san Pietro. Le sue reliquie
sono custodite anche oggi in uno degli altari della
Basilica vaticana.
Quelli in
cui visse Papa Leone erano tempi molto difficili: il
ripetersi delle invasioni barbariche, il progressivo
indebolirsi in Occidente dell’autorità imperiale e una
lunga crisi sociale avevano imposto al Vescovo di Roma –
come sarebbe accaduto con evidenza ancora maggiore un
secolo e mezzo più tardi, durante il pontificato di
Gregorio Magno – di assumere un ruolo rilevante anche
nelle vicende civili e politiche. Ciò non mancò,
ovviamente, di accrescere l’importanza e il prestigio
della Sede romana. Celebre è rimasto soprattutto un
episodio della vita di Leone. Esso risale al 452, quando
il Papa a Mantova, insieme a una delegazione romana,
incontrò Attila, capo degli Unni, e lo dissuase dal
proseguire la guerra d’invasione con la quale già aveva
devastato le regioni nordorientali dell’Italia. E così
salvò il resto della Penisola. Questo importante
avvenimento divenne presto memorabile, e rimane come un
segno emblematico dell’azione di pace svolta dal
Pontefice. Non altrettanto positivo fu purtroppo, tre anni
dopo, l’esito di un’altra iniziativa papale, segno
comunque di un coraggio che ancora ci stupisce: nella
primavera del 455 Leone non riuscì infatti a impedire che
i Vandali di Genserico, giunti alle porte di Roma,
invadessero la città indifesa, che fu saccheggiata per
due settimane. Tuttavia il gesto del Papa – che, inerme
e circondato dal suo clero, andò incontro all’invasore
per scongiurarlo di fermarsi – impedì almeno che Roma
fosse incendiata e ottenne che dal terribile sacco fossero
risparmiate le Basiliche di San Pietro, di San Paolo e di
San Giovanni, nelle quali si rifugiò parte della
popolazione terrorizzata.
Conosciamo
bene l’azione di Papa Leone, grazie ai suoi bellissimi
sermoni – ne sono conservati quasi cento in uno
splendido e chiaro latino – e grazie alle sue lettere,
circa centocinquanta. In questi testi il Pontefice appare
in tutta la sua grandezza, rivolto al servizio della verità
nella carità, attraverso un esercizio assiduo della
parola, che lo mostra nello stesso tempo teologo e
pastore. Leone Magno, costantemente sollecito dei suoi
fedeli e del popolo di Roma, ma anche della comunione tra
le diverse Chiese e delle loro necessità, fu sostenitore
e promotore instancabile del primato romano, proponendosi
come autentico erede dell’apostolo Pietro: di questo si
mostrarono ben consapevoli i numerosi Vescovi, in gran
parte orientali, riuniti nel Concilio di Calcedonia.
Tenutosi
nell’anno 451, con i trecentocinquanta Vescovi che vi
parteciparono, questo Concilio fu la più importante
assemblea fino ad allora celebrata nella storia della
Chiesa. Calcedonia rappresenta il traguardo sicuro della
cristologia dei tre Concili ecumenici precedenti: quello
di Nicea del 325, quello di Costantinopoli del 381 e
quello di Efeso del 431. Già nel VI secolo questi quattro
Concili, che riassumono la fede della Chiesa antica,
vennero infatti paragonati ai quattro Vangeli: è quanto
afferma Gregorio Magno in una famosa lettera (I,24), in
cui dichiara "di accogliere e venerare, come i
quattro libri del santo Vangelo, i quattro Concili",
perché su di essi - spiega ancora Gregorio - "come
su una pietra quadrata si leva la struttura della santa
fede". Il Concilio di Calcedonia – nel respingere
l’eresia di Eutiche, che negava la vera natura umana del
Figlio di Dio – affermò l’unione nella sua unica
Persona, senza confusione e senza separazione, delle due
nature umana e divina.
Questa
fede in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo veniva affermata
dal Papa in un importante testo dottrinale indirizzato al
Vescovo di Costantinopoli, il cosiddetto Tomo a
Flaviano, che, letto a Calcedonia, fu accolto dai
Vescovi presenti con un’eloquente acclamazione, della
quale è conservata notizia negli atti del Concilio:
"Pietro ha parlato per bocca di Leone",
proruppero a una voce sola i Padri conciliari. Soprattutto
da questo intervento, e da altri compiuti durante la
controversia cristologica di quegli anni, risulta con
evidenza come il Papa avvertisse con particolare urgenza
le responsabilità del Successore di Pietro, il cui ruolo
è unico nella Chiesa, perché "a un solo apostolo è
affidato ciò che a tutti gli apostoli è
comunicato", come afferma Leone in uno dei suoi
sermoni per la festa dei santi Pietro e Paolo (83,2). E
queste responsabilità il Pontefice seppe esercitare, in
Occidente come in Oriente, intervenendo in diverse
circostanze con prudenza, fermezza e lucidità attraverso
i suoi scritti e mediante i suoi legati. Mostrava in
questo modo come l’esercizio del primato romano fosse
necessario allora, come lo è oggi, per servire
efficacemente la comunione, caratteristica dell’unica
Chiesa di Cristo.
Consapevole
del momento storico in cui viveva e del passaggio che
stava avvenendo – in un periodo di profonda crisi –
dalla Roma pagana a quella cristiana, Leone Magno seppe
essere vicino al popolo e ai fedeli con l’azione
pastorale e la predicazione. Animò la carità in una Roma
provata dalle carestie, dall’afflusso dei profughi,
dalle ingiustizie e dalla povertà. Contrastò le
superstizioni pagane e l’azione dei gruppi manichei. Legò
la liturgia alla vita quotidiana dei cristiani: per
esempio, unendo la pratica del digiuno alla carità e
all’elemosina soprattutto in occasione delle Quattro
tempora, che segnano nel corso dell’anno il
cambiamento delle stagioni. In particolare Leone Magno
insegnò ai suoi fedeli – e ancora oggi le sue parole
valgono per noi – che la liturgia cristiana non è il
ricordo di avvenimenti passati, ma l’attualizzazione di
realtà invisibili che agiscono nella vita di ognuno. E’
quanto egli sottolinea in un sermone (64,1-2) a proposito
della Pasqua, da celebrare in ogni tempo dell’anno
"non tanto come qualcosa di passato, quanto piuttosto
come un evento del presente". Tutto questo rientra in
un progetto preciso, insiste il santo Pontefice: come
infatti il Creatore ha animato con il soffio della vita
razionale l’uomo plasmato dal fango della terra, così,
dopo il peccato d’origine, ha inviato il suo Figlio nel
mondo per restituire all’uomo la dignità perduta e
distruggere il dominio del diavolo mediante la vita nuova
della grazia.
È questo
il mistero cristologico al quale san Leone Magno, con la
sua lettera al Concilio di Efeso, ha dato un contributo
efficace ed essenziale, confermando per tutti i tempi —
tramite tale Concilio — quanto disse san Pietro a
Cesarea di Filippo. Con Pietro e come Pietro confessò: «Tu
sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E perciò Dio
e Uomo insieme, "non estraneo al genere umano, ma
alieno dal peccato" (cfr Serm. 64). Nella
forza di questa fede cristologica egli fu un grande
portatore di pace e di amore. Ci mostra così la via:
nella fede impariamo la carità. Impariamo quindi con san
Leone Magno a credere in Cristo, vero Dio e vero Uomo, e a
realizzare questa fede ogni giorno nell'azione per la pace
e nell'amore per il prossimo.
©
Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana