BENEDETTO
XVI AI GIOVANI: SIATE TESTIMONI DELLA NON VIOLENZA E DELLA
PACE. ALL’UDIENZA GENERALE, DEDICATA ALLE FIGURE DI
AQUILA E PRISCILLA, COLLABORATORI DELL’APOSTOLO PAOLO,
IL PAPA METTE IN RISALTO IL RUOLO DEI VALORI CRISTIANI
NELLA FAMIGLIA
|

|
Un
appello ai giovani perché rigettino la violenza e
diventino costruttori di pace. Lo ha levato
Benedetto XVI durante l’udienza generale di
questa mattina, in Aula Paolo VI, iniziata con un
saluto ai pellegrini della Lombardia assiepati
nella Basilica di San Pietro. Davanti a questi
ultimi, il Papa si è soffermato, fra l’altro,
sui “segnali preoccupanti” di disagio
giovanile e i fenomeni di violenza e criminalità
che si registrano sul territorio.
|
Poi,
nella catechesi, il Papa ha messo in risalto i valori
della famiglia fondata sui valori della fede,
simboleggiata da un’antica coppia cristiana: Aquila e
Priscilla. Il servizio di Alessandro De Carolis.
**********
L’attenzione
del Pontefice per i giovani ha in sostanza aperto e chiuso
l’udienza generale di questa mattina, imperniata sulle
figure di Aquila e Priscilla, coniugi cristiani simbolo
della laicità a servizio della Chiesa della primissima
era. Salutando nella Basilica di San Pietro alcune
migliaia di fedeli della Lombardia, i cui vescovi sono in
questi giorni in visita ad
Limina, Benedetto XVI ha riconosciuto le “grandi
risorse ideali e morali” della regione, “ricca – ha
detto - di nobili tradizioni familiari e religiose”,
nota per l’alacrità della sua gente. Ma anche una
regione in cui le istituzioni e le agenzie educative
sembrano attraversare “momenti di difficoltà”, che
dunque sollecitano la Chiesa locale a dare nuovo slancio
alla propria missione:
“Annunciare
e testimoniare il Vangelo in ogni suo ambito, specialmente
dove emergono i tratti negativi di una cultura
consumistica ed edonistica, del secolarismo e
dell’individualismo, dove si registrano antiche e nuove
forme di povertà con segnali preoccupanti del disagio
giovanile e fenomeni di violenza e di criminalità (...)
Vasto è allora il vostro campo d’azione. Si tratta, da
una parte, di difendere e promuovere la cultura della vita
umana e della legalità, dall’altra è necessaria una
sempre più coerente conversione a Cristo personale e
comunitaria”.
Al
termine dell’udienza, il tradizionale saluto ai giovani,
complici recentissime e drammatiche vicende italiane,
finisce per avere un’eco più vasta e stringente:
“Cari
giovani, siate ovunque testimoni di non violenza - questo
è importante proprio oggi (applausi)
– testimoni di non violenza e di pace e con questo
generoso impegno contribuirete a costruire un futuro
migliore per tutti”.
E
ancora, pochi istanti prima, era emersa invece
l’importanza della formazione cristiana per i giovani
attraverso le parole rivolte dal Papa agli assistenti
diocesani dell’Azione Cattolica:
“Cari
amici, di fronte ad una preoccupante ‘emergenza
educativa’, voi siete chiamati a comunicare la fede alle
nuove generazioni favorendo l’incontro con Cristo, di
tanti ragazzi e giovani. Non stancatevi - può essere
difficile ma tanto necessario ed anche bello - non
stancatevi di ricordare loro che solo il Vangelo può
soddisfare pienamente le attese del cuore umano e può
creare un vero umanesimo”.
Tanti
momenti distinti di consapevolezza sulle difficoltà
dell’universo giovanile sorretti però, quasi come un
ponte fra due sponde pericolose, dalla riflessione sulla
insostituibilità dei valori cristiani e sulla famiglia
come centro naturale per la loro irradiazione:
“Ogni
casa può trasformarsi in una piccola chiesa, non soltanto
nel senso che in essa deve regnare il tipico amore
cristiano fatto di altruismo e di reciproca cura ma ancor
più nel senso che tutta la vita familiare, in base alla
fede, è chiamata a ruotare intorno all’unica signoria
di Gesù Cristo”.
All’origine
di questa affermazione, la catechesi odierna dedicata da
Benedetto XVI a “due veri e importanti”, come li ha
definiti il Papa, collaboratori di San Paolo nel suo
apostolato. Ripercorrendo le tappe della vita dei coniugi
Aquila e Priscilla, il Papa ha spiegato alle migliaia di
fedeli che riempivano l’Aula Paolo VI una caratteristica
delle comunità cristiane dei primi decenni: il loro
raccogliersi nelle case di alcune famiglie per ascoltare
la Parola di Dio e celebrare l’Eucaristia. “La Chiesa
– ha affermato Benedetto XVI – nasce nelle case dei
credenti”:
“Una
cosa è certa: insieme alla gratitudine di quelle prime
Chiese di cui parla San Paolo, ci deve essere anche la
nostra, poiché grazie alla fede, all’impegno apostolico
di fedeli laici, di famiglie, di sposi come Priscilla e
Aquila, il cristianesimo è giunto alla nostra
generazione. Poteva crescere non solo grazie agli Apostoli
che lo annunciavano ma, per radicarsi nella terra del
popolo, per svilupparsi vivamente, era necessario
l’impegno di queste famiglie, di questi sposi, di queste
comunità cristiane di fedeli laici che hanno offerto
l’humus alla crescita della fede. E sempre, solo così,
cresce la Chiesa. In particolare, questa coppia dimostra
quanto sia importante l’azione degli sposi cristiani.
Quando essi sono sorretti dalla fede e da una forte
spiritualità, diventa naturale un loro impegno nella
Chiesa”.
**********
BENEDETTO
XVI
ANGELUS
Piazza San
Pietro
Cari
fratelli e sorelle,
proseguendo
il nostro viaggio tra i protagonisti delle origini
cristiane, dedichiamo oggi la nostra attenzione ad alcuni
altri collaboratori di san Paolo. Dobbiamo riconoscere che
l'Apostolo è un esempio eloquente di uomo aperto alla
collaborazione: nella Chiesa egli non vuole fare tutto da
solo, ma si avvale di numerosi e diversificati colleghi.
Non possiamo soffermarci su tutti questi preziosi
aiutanti, perché sono molti. Basti ricordare, tra gli
altri, Èpafra (cfr Col 1,7; 4,12; Fm 23),
Epafrodìto (cfr Fil 2,25; 4,18), Tìchico (cfr At
20,4; Ef 6,21; Col 4,7; 2 Tm 4,12; Tt
3,12), Urbano (cfr Rm 16,9), Gaio e Aristarco (cfr At
19,29; 20,4; 27,2; Col 4,10). E donne come Febe (cfr
Rm 16, 1), Trifèna e Trifòsa (cfr Rm 16, 12), Pèrside,
la madre di Rufo — della quale san Paolo dice: "È
madre anche mia" (cfr Rm 16, 12-13) — per non
dimenticare coniugi come Prisca e Aquila (cfr Rm 16, 3;
1Cor 16, 19; 2Tm 4, 19). Oggi, tra questa grande schiera
di collaboratori e di collaboratrici di san Paolo
rivolgiamo il nostro interessamento a tre di queste
persone, che hanno svolto un ruolo particolarmente
significativo nell’evangelizzazione delle origini:
Barnaba, Silvano e Apollo.
Barnaba significa
«figlio dell'esortazione» (At 4,36) o «figlio
della consolazione» ed è il soprannome di un
giudeo-levita nativo di Cipro. Stabilitosi a Gerusalemme,
egli fu uno dei primi che abbracciarono il cristianesimo,
dopo la risurrezione del Signore. Con grande generosità
vendette un campo di sua proprietà consegnando il
ricavato agli Apostoli per le necessità della Chiesa (cfr
At 4,37). Fu lui a farsi garante della conversione
di Saulo presso la comunità cristiana di Gerusalemme, la
quale ancora diffidava dell’antico persecutore (cfr At
9,27). Inviato ad Antiochia di Siria, andò a riprendere
Paolo a Tarso, dove questi si era ritirato, e con lui
trascorse un anno intero, dedicandosi
all’evangelizzazione di quella importante città, nella
cui Chiesa Barnaba era conosciuto come profeta e dottore (cfr
At 13,1). Così Barnaba, al momento delle prime
conversioni dei pagani, ha capito che quella era l'ora di
Saulo, il quale si era ritirato a Tarso, sua città. Là
è andato a cercarlo. Così, in quel momento importante,
ha quasi restituito Paolo alla Chiesa; le ha donato, in
questo senso, ancora una volta l'Apostolo delle Genti.
Dalla Chiesa antiochena Barnaba fu inviato in missione
insieme a Paolo, compiendo quello che va sotto il nome di
primo viaggio missionario dell’Apostolo. In realtà, si
trattò di un viaggio missionario di Barnaba, essendo lui
il vero responsabile, al quale Paolo si aggregò come
collaboratore, toccando le regioni di Cipro e
dell’Anatolia centro-meridionale, nell'attuale Turchia,
con le città di Attalìa, Perge, Antiochia di Pisidia,
Iconio, Listra e Derbe (cfr At 13-14). Insieme a
Paolo si recò poi al cosiddetto Concilio di Gerusalemme
dove, dopo un approfondito esame della questione, gli
Apostoli con gli Anziani decisero di disgiungere la
pratica della circoncisione dall'identità cristiana (cfr At
15,1-35). Solo così, alla fine, hanno ufficialmente reso
possibile la Chiesa dei pagani, una Chiesa senza
circoncisione: siamo figli di Abramo semplicemente per la
fede in Cristo.
I due,
Paolo e Barnaba, entrarono poi in contrasto, all'inizio
del secondo viaggio missionario, perché Barnaba era
dell’idea di prendere come compagno Giovanni Marco,
mentre Paolo non voleva, essendosi il giovane separato da
loro durante il viaggio precedente (cfr At 13,13;
15,36-40). Quindi anche tra santi ci sono contrasti,
discordie, controversie. E questo a me appare molto
consolante, perché vediamo che i santi non sono
"caduti dal cielo". Sono uomini come noi, con
problemi anche complicati. La santità non consiste nel
non aver mai sbagliato, peccato. La santità cresce nella
capacità di conversione, di pentimento, di disponibilità
a ricominciare, e soprattutto nella capacità di
riconciliazione e di perdono. E così Paolo, che era stato
piuttosto aspro e amaro nei confronti di Marco, alla fine
si ritrova con lui. Nelle ultime Lettere di san Paolo, a
Filèmone e nella seconda a Timoteo, proprio Marco appare
come "il mio collaboratore". Non è quindi il
non aver mai sbagliato, ma la capacità di riconciliazione
e di perdono che ci fa santi. E tutti possiamo imparare
questo cammino di santità. In ogni caso Barnaba, con
Giovanni Marco, ripartì verso Cipro (cfr At 15,39)
intorno all'anno 49. Da quel momento si perdono le sue
tracce. Tertulliano gli attribuisce la Lettera agli
Ebrei, il che non manca di verosimiglianza perché,
essendo della tribù di Levi, Barnaba poteva avere un
interesse per il tema del sacerdozio. E la Lettera agli
Ebrei ci interpreta in modo straordinario il
sacerdozio di Gesù.
Un altro
compagno di Paolo fu Sila, forma grecizzata di un
nome ebraico (forse sheal, «chiedere, invocare»,
che è la stessa radice del nome «Saulo»), di cui
risulta anche la forma latinizzata Silvano. Il nome
Sila è attestato solo nel Libro degli Atti, mentre
il nome Silvano compare solo nelle Lettere paoline.
Egli era un giudeo di Gerusalemme, uno dei primi a farsi
cristiano, e in quella Chiesa godeva di grande stima (cfr At
15,22), essendo considerato profeta (cfr At 15,32).
Fu incaricato di recare «ai fratelli di Antiochia, Siria
e Cilicia» (At 15,23) le decisioni prese al
Concilio di Gerusalemme e di spiegarle. Evidentemente egli
era ritenuto capace di operare una sorta di mediazione tra
Gerusalemme e Antiochia, tra ebreo-cristiani e cristiani
di origine pagana, e così servire l'unità della Chiesa
nella diversità di riti e di origini. Quando Paolo si
separò da Barnaba, assunse proprio Sila come nuovo
compagno di viaggio (cfr At 15,40). Con Paolo egli
raggiunse la Macedonia (con le città di Filippi,
Tessalonica e Berea), dove si fermò, mentre Paolo proseguì
verso Atene e poi Corinto. Sila lo raggiunse a Corinto,
dove cooperò alla predicazione del Vangelo; infatti,
nella seconda Lettera indirizzata da Paolo a quella
Chiesa, si parla di «Gesù Cristo, che abbiamo predicato
tra voi, io, Silvano e Timoteo» (2 Cor 1,19). Si
spiega così come mai egli risulti come co-mittente,
insieme a Paolo e Timoteo, delle due Lettere ai
Tessalonicesi. Anche questo mi sembra importante.
Paolo non agisce da "solista", da puro
individuo, ma insieme con questi collaboratori nel
"noi" della Chiesa. Questo "io" di
Paolo non è un "io" isolato, ma un
"io" nel "noi" della Chiesa, nel
"noi" della fede apostolica. E Silvano alla fine
viene menzionato pure nella Prima Lettera di Pietro, dove
si legge: «Vi ho scritto per mezzo di Silvano, fratello
fedele» (5,12). Così vediamo anche la comunione degli
Apostoli. Silvano serve a Paolo, serve a Pietro, perché
la Chiesa è una e l'annuncio missionario è unico.
Il terzo
compagno di Paolo, di cui vogliamo fare memoria, è
chiamato Apollo, probabile abbreviazione di
Apollonio o Apollodoro. Pur trattandosi di un nome
di stampo pagano, egli era un fervente ebreo di
Alessandria d'Egitto. Luca nel Libro degli Atti lo
definisce «uomo colto, versato nelle Scritture... pieno
di fervore» (18,24-25). L’ingresso di Apollo sulla
scena della prima evangelizzazione avviene nella città di
Efeso: lì si era recato a predicare e lì ebbe la fortuna
di incontrare i coniugi cristiani Priscilla e Aquila (cfr At
18,26), che lo introdussero ad una conoscenza più
completa della "via di Dio" (cfr At
18,26). Da Efeso passò in Acaia raggiungendo la città di
Corinto: qui arrivò con l'appoggio di una lettera dei
cristiani di Efeso, che raccomandavano ai Corinzi di
fargli buona accoglienza (cfr At 18,27). A Corinto,
come scrive Luca, «fu molto utile a quelli che per opera
della grazia erano divenuti credenti; confutava infatti
vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente
attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo» (At
18,27-28), il Messia. Il suo successo in quella città
ebbe però un risvolto problematico, in quanto vi furono
alcuni membri di quella Chiesa che nel suo nome,
affascinati dal suo modo di parlare, si opponevano agli
altri (cfr 1 Cor 1,12; 3,4-6; 4,6). Paolo nella Prima
Lettera ai Corinzi esprime apprezzamento per
l’operato di Apollo, ma rimprovera i Corinzi di lacerare
il Corpo di Cristo suddividendosi in fazioni contrapposte.
Egli trae un importante insegnamento da tutta la vicenda:
sia io che Apollo – egli dice – non siamo altro che diakonoi,
cioè semplici ministri, attraverso i quali siete venuti
alla fede (cfr 1 Cor 3,5). Ognuno ha un compito
differenziato nel campo del Signore: «Io ho piantato,
Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere...
Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo
di Dio, l'edificio di Dio» (1 Cor 3,6-9).
Rientrato a Efeso, Apollo resistette all’invito di Paolo
di tornare subito a Corinto, rimandando il viaggio a una
data successiva da noi ignorata (cfr 1 Cor 16,12).
Non abbiamo altre sue notizie, anche se alcuni studiosi
pensano a lui come a possibile autore della Lettera
agli Ebrei, della quale, secondo Tertulliano, sarebbe
autore Barnaba.
Tutti e
tre questi uomini brillano nel firmamento dei testimoni
del Vangelo per una nota in comune oltre che per
caratteristiche proprie di ciascuno. In comune, oltre
all’origine giudaica, hanno la dedizione a Gesù Cristo
e al Vangelo, insieme al fatto di essere stati tutti e tre
collaboratori dell'apostolo Paolo. In questa originale
missione evangelizzatrice essi hanno trovato il senso
della loro vita, e in quanto tali stanno davanti a noi
come modelli luminosi di disinteresse e di generosità. E
ripensiamo, alla fine, ancora una volta a questa frase di
san Paolo: sia Apollo, sia io siamo tutti ministri di Gesù,
ognuno nel suo modo, perché è Dio che fa crescere.
Questa parola vale anche oggi per tutti, sia per il Papa,
sia per i Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, i laici.
Tutti siamo umili ministri di Gesù. Serviamo il Vangelo
per quanto possiamo, secondo i nostri doni, e preghiamo
Dio perché faccia Lui crescere oggi il suo Vangelo, la
sua Chiesa.