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UDIENZA
GENERALE (8 OTTOBRE 2008) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
8 ottobre 2008
Il
Papa all’udienza generale dedicata a S. Paolo: Gesù non
è una persona del passato, ma vive oggi con noi. Al
termine, incontro di Benedetto XVI con il premier della
Papua Nuova Guinea
Gesù
per il cristiano non è una persona del passato: cosi il
Papa stamane all’udienza generale in Piazza San Pietro,
affollata di pellegrini e turisti – circa 25 mila – di
tutto il mondo, allietati da un’assolata e tiepida
giornata di ottobre. Il servizio di Roberta Gisotti:
San Paolo al centro della catechesi di Benedetto XVI,
che ha parlato del rapporto tra l’Apostolo delle Genti e
Gesù di Nazareth, ovvero il “Gesù terreno”, o
cosiddetto “Gesù storico”. San Paolo distingue due
modi di conoscere Gesù o qualunque altra persona. Un
primo modo “secondo la carne”, come scrive nella prima
Lettera ai Corinzi, ovvero secondo criteri esteriori, ma
non è cosi che sappiamo chi è:
“Solo col cuore si conosce veramente una
persona”.
Ed anche oggi abbiamo due modi di conoscere Gesù, ha
sottolineato il Papa:
"Ci sono persone dotte che conoscono Gesù nei
suoi molti dettagli e persone semplici che non hanno
conoscenza di questi dettagli, ma lo hanno conosciuto
nella sua verità: 'Il cuore parla al cuore'”.
Se Paolo prima d’incontrare il Cristo resuscitato
sulla via di Damasco conosceva Gesù “secondo la
carne”, dopo Damasco “non lo giudica più allo stesso
modo”:
"San Paolo non pensa a Gesù in veste di
storico, come a una persona del passato. Conosce
certamente la grande tradizione sulla vita, le parole, la
morte e la risurrezione di Gesù, ma non tratta tutto ciò
come cosa del passato; lo propone come realtà del Gesù
vivo. Le parole e le azioni di Gesù per Paolo non
appartengono al tempo storico, al passato. Gesù vive
adesso e parla adesso con noi e vive per noi".
Nei saluti finali, il Papa ha chiesto in particolare ai
fedeli di pregare per il Sinodo dei vescovi, in corso in
Vaticano, di recitare ogni giorno in questo mese di
ottobre il Rosario e di seguire l’esempio del sacerdote
Francesco Pianzola, “sapiente predicatore”,
beatificato sabato scorso:
"Siate anche voi, come lui, segni
luminosi della presenza di Cristo, mediante una convinta
fedeltà alla Chiesa".
Subito dopo l’udienza generale, Benedetto XVI ha
ricevuto il primo ministro della Papua Nuova Guinea,
Michael Somare. Un "incontro cordiale", durante
il quale il Pontefice e il premier papuano si sono
soffermati, spiega un comunicato della Sala Stampa
Vaticana, “sull’attuale situazione politica e
sociale” della nazione a nord dell’Australia e “sul
significativo contributo della Chiesa cattolica,
soprattutto nei settori dell’educazione, della
promozione umana e della salute”. C’è stato anche
“uno scambio di opinioni su alcuni temi di interesse
regionale, tra i quali - conclude la nota - i rapporti con
i Paesi vicini e gli effetti del cambiamento climatico”.
UDIENZA
GENERALE
BENEDETTO XVI
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
nelle
ultime catechesi su san Paolo ho parlato del suo incontro
con il Cristo risorto, che ha cambiato profondamente la
sua vita, e poi della sua relazione con i dodici Apostoli
chiamati da Gesù – particolarmente con Giacomo, Cefa e
Giovanni – e della sua relazione con la Chiesa di
Gerusalemme. Rimane adesso la questione su che cosa san
Paolo ha saputo del Gesù terreno, della sua vita, dei
suoi insegnamenti, della sua passione. Prima di entrare in
questa questione, può essere utile tener presente che san
Paolo stesso distingue due modi di conoscere Gesù e più
in generale due modi di conoscere una persona. Scrive
nella Seconda Lettera ai Corinzi: "Cosicché
ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e
anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora
non lo conosciamo più così" (5,16). Conoscere
"secondo la carne", in modo carnale, vuol dire
conoscere in modo solo esteriore, con criteri esteriori:
si può aver visto una persona diverse volte, conoscerne
quindi le fattezze ed i diversi dettagli del
comportamento: come parla, come si muove, ecc. Tuttavia,
pur conoscendo uno in questo modo, non lo si conosce
realmente, non si conosce il nucleo della persona. Solo
col cuore si conosce veramente una persona. Di fatto, i
farisei e i sadducei hanno conosciuto Gesù in modo
esteriore, hanno appreso il suo insegnamento, tanti
dettagli su di lui, ma non lo hanno conosciuto nella sua
verità. C’è una distinzione analoga in una parola di
Gesù. Dopo la Trasfigurazione, egli chiede agli apostoli:
"Che cosa dice la gente che io sia?" e "Chi
dite voi che io sia?". La gente lo conosce, ma
superficialmente; sa diverse cose di lui, ma non lo ha
realmente conosciuto. Invece i Dodici, grazie
all’amicizia che chiama in causa il cuore, hanno almeno
capito nella sostanza e cominciato a conoscere chi è Gesù.
Anche oggi esiste questo diverso modo di conoscenza: ci
sono persone dotte che conoscono Gesù nei suoi molti
dettagli e persone semplici che non hanno conoscenza di
questi dettagli, ma lo hanno conosciuto nella sua verità:
"il cuore parla al cuore". E Paolo vuol dire
essenzialmente di conoscere Gesù così, col cuore, e di
conoscere in questo modo essenzialmente la persona nella
sua verità; e poi, in un secondo momento, di conoscerne i
dettagli.
Detto
questo rimane tuttavia la questione: che cosa ha saputo
san Paolo della vita concreta, delle parole, della
passione, dei miracoli di Gesù? Sembra accertato che non
lo abbia incontrato durante la sua vita terrena. Tramite
gli Apostoli e la Chiesa nascente ha sicuramente
conosciuto anche dettagli sulla vita terrena di Gesù.
Nelle sue Lettere possiamo trovare tre forme di
riferimento al Gesù pre-pasquale. In primo luogo, ci sono
riferimenti espliciti e diretti. Paolo parla della
ascendenza davidica di Gesù (cfr Rm 1,3), conosce
l'esistenza di suoi "fratelli" o consanguinei (1
Cor 9,5; Gal 1,19), conosce lo svolgimento
dell'Ultima Cena (cfr 1 Cor 11,23), conosce altre
parole di Gesù, per esempio circa l'indissolubilità del
matrimonio (cfr 1 Cor 7,10 con Mc 10,11-12),
circa la necessità che chi annuncia il Vangelo sia
mantenuto dalla comunità in quanto l'operaio è degno
della sua mercede (cfr 1 Cor 9,14 con Lc
10,7); Paolo conosce le parole pronunciate da Gesù
nell’Ultima Cena (cfr 1 Cor 11,24-25 con Lc
22,19-20) e conosce anche la croce di Gesù. Questi sono
riferimenti diretti a parole e fatti della vita di Gesù.
In
secondo luogo, possiamo intravedere in alcune frasi delle Lettere
paoline varie allusioni alla tradizione attestata nei
Vangeli sinottici. Per esempio, le parole che leggiamo
nella prima Lettera ai Tessalonicesi, secondo cui
"come un ladro di notte così verrà il giorno del
Signore" (5,2), non si spiegherebbero con un rimando
alle profezie veterotestamentarie, poiché il paragone del
ladro notturno si trova solo nel Vangelo di Matteo e di
Luca, quindi è preso proprio dalla tradizione sinottica.
Così, quando leggiamo che "Dio ha scelto ciò che
nel mondo è stolto..." (1 Cor 1,27-28), si
sente l'eco fedele dell'insegnamento di Gesù sui semplici
e sui poveri (cfr Mt 5,3; 11,25; 19,30). Vi sono
poi le parole pronunciate da Gesù nel giubilo messianico:
"Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della
terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti
e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli".
Paolo sa - è la sua esperienza missionaria – come siano
vere queste parole, che cioè proprio i semplici hanno il
cuore aperto alla conoscenza di Gesù. Anche l'accenno
all'obbedienza di Gesù "fino alla morte", che
si legge in Fil 2,8 non può non richiamare la
totale disponibilità del Gesù terreno a compiere la
volontà del Padre suo (cfr Mc 3,35; Gv
4,34) Paolo dunque conosce la passione di Gesù, la sua
croce, il modo in cui egli ha vissuto i momenti ultimi
della sua vita. La croce di Gesù e la tradizione su
questo evento della croce sta al centro del Kerygma
paolino. Un altro pilastro della vita di Gesù conosciuto
da san Paolo è il Discorso della Montagna, del
quale cita alcuni elementi quasi alla lettera, quando
scrive ai Romani: "Amatevi gli uni gli altri...
Benedite coloro che vi perseguitano... Vivete in pace con
tutti... Vinci il male con il bene...". Quindi nelle
sue Lettere c’è un riflesso fedele del Discorso della
Montagna (cfr Mt 5-7).
Infine,
è possibile riscontrare un terzo modo di presenza delle
parole di Gesù nelle Lettere di Paolo: è quando egli
opera una forma di trasposizione della tradizione
pre-pasquale alla situazione dopo la Pasqua. Un caso
tipico è il tema del Regno di Dio. Esso sta sicuramente
al centro della predicazione del Gesù storico (cfr Mt
3,2; Mc 1,15; Lc 4,43). In Paolo si può
rilevare una trasposizione di questa tematica, perché
dopo la risurrezione è evidente che Gesù in persona, il
Risorto, è il Regno di Dio. Il Regno pertanto arriva
laddove sta arrivando Gesù. E così necessariamente il
tema del Regno di Dio, in cui era anticipato il mistero di
Gesù, si trasforma in cristologia. Tuttavia, le stesse
disposizioni richieste da Gesù per entrare nel Regno di
Dio valgono esattamene per Paolo a proposito della
giustificazione mediante la fede: tanto l’ingresso nel
Regno quanto la giustificazione richiedono un
atteggiamento di grande umiltà e disponibilità, libera
da presunzioni, per accogliere la grazia di Dio. Per
esempio, la parabola del fariseo e del pubblicano (cfr Lc
18,9-14) impartisce un insegnamento che si trova tale e
quale in Paolo, quando insiste sulla doverosa esclusione
di ogni vanto nei confronti di Dio. Anche le frasi di Gesù
sui pubblicani e le prostitute, più disponibili dei
farisei ad accogliere il Vangelo (cfr Mt 21,31; Lc
7,36-50), e le sue scelte di condivisione della mensa con
loro (cfr Mt 9,10-13; Lc 15,1-2) trovano
pieno riscontro nella dottrina di Paolo sull’amore
misericordioso di Dio verso i peccatori (cfr Rm
5,8-10; e anche Ef 2,3-5). Così il tema del Regno
di Dio viene riproposto in forma nuova, ma sempre in piena
fedeltà alla tradizione del Gesù storico.
Un altro
esempio di trasformazione fedele del nucleo dottrinale
inteso da Gesù si trova nei "titoli" a lui
riferiti. Prima di Pasqua egli stesso si qualifica come
Figlio dell'uomo; dopo la Pasqua diventa evidente che il
Figlio dell’uomo è anche il Figlio di Dio. Pertanto il
titolo preferito da Paolo per qualificare Gesù è Kýrios,
"Signore" (cfr Fil 2,9-11), che
indica la divinità di Gesù. Il Signore Gesù, con questo
titolo, appare nella piena luce della risurrezione. Sul
Monte degli Ulivi, nel momento dell’estrema angoscia di
Gesù (cfr Mc 14,36), i discepoli prima di
addormentarsi avevano udito come egli parlava col Padre e
lo chiamava "Abbà – Padre". E’ una
parola molto familiare equivalente al nostro "papà",
usata solo da bambini in comunione col loro padre. Fino a
quel momento era indispensabile che un ebreo usasse una
simile parola per rivolgersi a Dio; ma Gesù, essendo vero
figlio, in questa ora di intimità parla così e dice:
"Abbà, Padre". Nelle Lettere di san Paolo ai
Romani e ai Galati sorprendentemente questa parola "Abbà",
che esprime l’esclusività della figliolanza di Gesù,
appare sulla bocca dei battezzati (cfr Rm 8,15; Gal
4,6), perché hanno ricevuto lo "Spirito del
Figlio" e adesso portano in sé tale Spirito e
possono parlare come Gesù e con Gesù da veri figli al
loro Padre, possono dire "Abbà" perché sono
divenuti figli nel Figlio.
E
finalmente vorrei accennare alla dimensione salvifica
della morte di Gesù, quale noi troviamo nel detto
evangelico secondo cui "il Figlio dell'uomo infatti
non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la
propria vita in riscatto per molti" (Mc 10,45;
Mt 20,28). Il riflesso fedele di questa parola di
Gesù appare nella dottrina paolina sulla morte di Gesù
come riscatto (cfr 1 Cor 6,20), come redenzione (cfr
Rm 3,24), come liberazione (cfr Gal 5,1) e
come riconciliazione (cfr Rm 5,10; 2 Cor
5,18-20). Qui sta il centro della teologia paolina, che si
basa su questa parola di Gesù.
In
conclusione, san Paolo non pensa a Gesù in veste di
storico, come a una persona del passato. Conosce
certamente la grande tradizione sulla vita, le parole, la
morte e la risurrezione di Gesù, ma non tratta tutto ciò
come cosa del passato; lo propone come realtà del Gesù
vivo. Le parole e le azioni di Gesù per Paolo non
appartengono al tempo storico, al passato. Gesù vive
adesso e parla adesso con noi e vive per noi. Questo è il
modo vero di conoscere Gesù e di accogliere la tradizione
su di lui. Dobbiamo anche noi imparare a conoscere Gesù
non secondo la carne, come una persona del passato, ma
come il nostro Signore e Fratello, che è oggi con noi e
ci mostra come vivere e come morire.
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