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UDIENZA
GENERALE (2 SETTEMBRE 2009) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana, 2 settembre 2009
Benedetto
XVI all'udienza generale: la bontà di Dio salva il mondo
dai suoi mali. Il ricordo della II Guerra Mondiale:
insegni all'uomo lo spirito della pace
In
un’epoca di grandi fragilità, è la bontà del cuore di
Dio a trasformare il mondo e a renderlo impermeabile ai
suoi vizi. L’insegnamento che fu di un monaco medievale
francese, Sant’Oddone, è stato riproposto da Benedetto
XVI come pienamente valido per la realtà contemporanea.
Il Papa ha parlato dell’abate Oddone all’udienza
generale di questa mattina - presieduta in Aula Paolo VI
davanti a circa ottomila persone - durante la quale ha
ripreso dopo la pausa estiva le catechesi sui grandi
scrittori della Chiesa antica. E ricordando
“l’assurdità” della Seconda Guerra Mondiale, il
Pontefice - che al termine dell’udienza ha fatto poi
ritorno a Castel Gandolfo - ha pregato perché lo spirito
di perdono e di pace “pervada il cuore degli uomini”.
Il servizio di Alessandro De Carolis:
Un uomo interiormente buono ed esteriormente austero,
la cui sobrietà si propose e si oppose come un argine ai
“vizi” della società del suo tempo, quella medievale
tra l’Otto e il Novecento dopo Cristo. Fu questo Sant’Oddone,
abate di Cluny, che Benedetto XVI ha presentato - della
Chiesa di quell’epoca - come “figura luminosa”:
“Essa si colloca in quel medioevo monastico che
vide il sorprendente diffondersi in Europa della vita e
della spiritualità ispirate alla Regola di san Benedetto.
Vi fu in quei secoli un prodigioso sorgere e moltiplicarsi
di chiostri che, ramificandosi nel continente, vi
diffusero largamente lo spirito e la sensibilità
cristiana”.
Illustrandone la biografia, il Papa ha spiegato che
oltre al fascino dell’esperienza benedettina dal quale
si lasciò catturare, in Sant’Oddone fu anche la
percezione della vicinanza della Vergine nella sua vita -
avvertita e pregata fin dall’adolescenza come “Madre
di Misericordia” - a spingerlo sulla strada del
monastero. Cresciuto all’ombra di un altro futuro Santo,
Martino di Tours, Oddone approda a Cluny dove diventa
abate nel 927. La sua personalità, ha affermato Benedetto
XVI, eserciterà un “vasto influsso” sui monasteri
europei, grazie soprattutto alle grandi virtù mostrate
dell’abate: pazienza, disprezzo del mondo, attenzione ai
poveri, cura dei giovani, rispetto degli anziani. Il Papa
ha menzionato in particolare la devozione coltivata
dell’abate verso il Corpo e al Sangue di Cristo in
contrapposizione alla “trascuratezza” che si
registrava nel suo tempo:
“Purtroppo, annota il nostro abate, questo
‘sacrosanto mistero del Corpo del Signore, nel quale
consiste tutta la salvezza del mondo’, è
negligentemente celebrato. Solo chi è unito
spiritualmente a Cristo può partecipare degnamente al suo
Corpo eucaristico: in caso contrario, mangiare la sua
carne e bere il suo sangue non sarebbe di giovamento, ma
di condanna. Tutto questo ci invita a credere con nuova
forza e profondità la verità della presenza del Signore
(…) che si consegna nelle nostre mani e ci trasforma
come trasforma il pane e il vino, trasforma così il
mondo”.
L’abate Oddone dunque, ha considerato in definitiva
Benedetto XVI, spicca come un “riformatore” che, di
fronte alla vastità dei vizi diffusi nella società”,
proponeva “il rimedio” di “un radicale cambiamento
di vita fondato sull’umiltà”, sul “distacco dalle
cose effimere e l’adesione a quelle eterne”. Ma il
velo di tale severità nascondeva, ha messo in risalto il
Papa, una sostanziale qualità di Oddone:
“Era austero, ma soprattutto era buono, un uomo di
una grande bontà, una bontà che proviene dal contatto
con la bontà divina (…) In questo modo il vigoroso ed
insieme amabile abate medioevale, appassionato di riforma,
con azione incisiva alimentava nei monaci, come anche nei
fedeli laici del suo tempo, il proposito di progredire con
passo solerte sulla via della perfezione cristiana.
Vogliamo sperare che la sua bontà, la gioia che proviene
dalla fede, unite all’austerità e all’opposizione ai
vizi del mondo, tocchino anche il nostro cuore, affinché
anche noi possiamo trovare la fonte della gioia che
scaturisce dalla bontà di Dio”.
Dopo la sintesi delle catchesi nelle altre lingue, al
momento dei saluti in polacco, Benedetto XVI ha parlato
del 70.mo anniversario dell’inizio della Seconda Guerra
Mondiale, ricordato ieri:
“W pamięci narodów pozostaje...
Nella memoria dei popoli - ha detto - rimangono le
umane tragedie e l’assurdità della guerra. Chiediamo a
Dio che lo spirito del perdono, della pace e della
riconciliazione pervada i cuori degli uomini. L’Europa e
il mondo di oggi hanno bisogno di uno spirito di
comunione. Costruiamola su Cristo e sul suo Vangelo, sul
fondamento della carità e della verità”.
Infine, Benedetto XVI ha rivolto un saluto anche ai
partecipanti al Simposio Intercristiano promosso dalla
Pontificia Università Antonianum e dall’Università
Aristoteles di Tessalonica. “Auspico - ha concluso - che
la riflessione comune tra cattolici e ortodossi sulla
figura di Sant’Agostino possa rafforzare il cammino
verso la piena comunione”.
UDIENZA
GENERALE
Mercoledì, 2
SETTEMBRE 2009
UDIENZA
GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 2 settembre 2009
Sant’Oddone
di Cluny
Cari
fratelli e sorelle,
Dopo una
lunga pausa, vorrei riprendere la presentazione dei grandi
Scrittori della Chiesa di Oriente e di Occidente del tempo
medioevale, perché, come in uno specchio, nelle loro vite
e nei loro scritti vediamo che cosa vuol dire essere
cristiani. Oggi vi propongo la figura luminosa di sant’Oddone,
abate di Cluny: essa si colloca in quel medioevo monastico
che vide il sorprendente diffondersi in Europa della vita
e della spiritualità ispirate alla Regola di san
Benedetto. Vi fu in quei secoli un prodigioso sorgere
e moltiplicarsi di chiostri che, ramificandosi nel
continente, vi diffusero largamente lo spirito e la
sensibilità cristiana. Sant’Oddone ci riconduce, in
particolare, ad un monastero, Cluny, che nel
medioevo fu tra i più illustri e celebrati ed ancora oggi
rivela attraverso le sue maestose rovine i segni di un
passato glorioso per l’intensa dedizione all’ascesi,
allo studio e, in special modo, al culto divino, avvolto
di decoro e di bellezza.
Di Cluny
Oddone fu il secondo abate. Era nato verso l’880, ai
confini tra il Maine e la Touraine, in Francia. Dal padre
fu consacrato al santo Vescovo Martino di Tours, alla cui
ombra benefica e nella cui memoria Oddone passò poi
l’intera vita, concludendola alla fine vicino alla sua
tomba. La scelta della consacrazione religiosa fu in lui
preceduta dall’esperienza di uno speciale momento di
grazia, di cui parlò egli stesso ad un altro monaco,
Giovanni l’Italiano, che fu poi suo biografo. Oddone era
ancora adolescente, sui sedici anni, quando, durante una
veglia natalizia, si sentì salire spontaneamente alle
labbra questa preghiera alla Vergine: “Mia Signora,
Madre di misericordia, che in questa notte hai dato alla
luce il Salvatore, prega per me. Il tuo parto glorioso e
singolare sia, o Piissima, il mio rifugio” (Vita
sancti Odonis, I,9: PL 133,747).
L’appellativo “Madre di misericordia”, con cui il
giovane Oddone invocò allora la Vergine, sarà quello col
quale egli amerà poi sempre rivolgersi a Maria,
chiamandola anche «unica speranza del mondo, … grazie
alla quale ci sono state aperte le porte del paradiso» (In
veneratione S. Mariae Magdalenae: PL 133,721).
Gli avvenne in quel tempo di imbattersi nella Regola di
san Benedetto e di iniziarne alcune osservanze,
«portando, non ancora monaco, il giogo leggero dei monaci»
(ibid., I,14: PL 133,50). In un suo sermone
Oddone celebrerà Benedetto come “lucerna che brilla nel
tenebroso stadio di questa vita” (De sancto Benedicto
abbate: PL 133,725), e lo qualificherà
“maestro di disciplina spirituale” (ibid.: PL
133,727). Con affetto rileverà che la pietà cristiana
“con più viva dolcezza fa memoria” di lui, nella
consapevolezza che Dio lo ha innalzato “tra i sommi ed
eletti Padri della santa Chiesa” (ibid.: PL 133,722).
Affascinato
dall’ideale benedettino, Oddone lasciò Tours ed entrò
come monaco nell’abbazia benedettina di Baume, per poi
passare in quella di Cluny, di cui nel 927 divenne abate.
Da quel centro di vita spirituale poté esercitare un
vasto influsso sui monasteri del continente. Della sua
guida e della sua riforma si giovarono anche in Italia
diversi cenobi, tra i quali quello di San
Paolo fuori le Mura. Oddone visitò più d’una volta
Roma, raggiungendo anche Subiaco, Montecassino e Salerno.
Fu proprio a Roma che, nell’estate del 942, cadde
malato. Sentendosi prossimo alla fine, con ogni sforzo
volle tornare presso il suo san Martino a Tours, ove morì
nell’ottavario del Santo, il 18 novembre 942. Il
biografo, nel sottolineare in Oddone la “virtù della
pazienza”, offre un lungo elenco di altre sue virtù,
quali il disprezzo del mondo, lo zelo per le anime,
l’impegno per la pace delle Chiese. Grandi aspirazioni
dell’abate Oddone erano la concordia tra i re e i
principi, l’osservanza dei comandamenti, l’attenzione
ai poveri, l’emendamento dei giovani, il rispetto per i
vecchi (cfr Vita sancti Odonis, I,17: PL
133,49). Amava la celletta dove risiedeva, «sottratto
agli occhi di tutti, sollecito di piacere solo a Dio» (ibid.,
I,14: PL 133,49). Non mancava, però, di
esercitare pure, come “fonte sovrabbondante”, il
ministero della parola e dell’esempio, “piangendo come
immensamente misero questo mondo” (ibid., I,17: PL
133,51). In un solo monaco, commenta il suo biografo,
si trovavano raccolte le diverse virtù esistenti in stato
sparso negli altri monasteri: “Gesù nella sua bontà,
attingendo ai vari giardini dei monaci, formava in un
piccolo luogo un paradiso, per irrigare dalla sua fonte i
cuori dei fedeli” (ibid., I,14: PL 133,49).
In un
passo di un sermone in onore di Maria di Magdala l’abate
di Cluny ci rivela come egli concepiva la vita monastica:
“Maria che, seduta ai piedi del Signore, con spirito
attento ascoltava la sua parola, è il simbolo della
dolcezza della vita contemplativa, il cui sapore, quanto
più è gustato, tanto maggiormente induce l’animo a
distaccarsi dalle cose visibili e dai tumulti delle
preoccupazioni del mondo” (In ven. S. Mariae Magd.,
PL 133,717). E’ una concezione che Oddone
conferma e sviluppa negli altri suoi scritti, dai quali
traspaiono l’amore all’interiorità, una visione del
mondo come di realtà fragile e precaria da cui
sradicarsi, una costante inclinazione al distacco dalle
cose avvertite come fonti di inquietudine, un’acuta
sensibilità per la presenza del male nelle varie
categorie di uomini, un’intima aspirazione escatologica.
Questa visione del mondo può apparire abbastanza lontana
dalla nostra, tuttavia quella di Oddone è una concezione
che, vedendo la fragilità del mondo, valorizza la vita
interiore aperta all’altro, all’amore del prossimo, e
proprio così trasforma l’esistenza e apre il mondo alla
luce di Dio.
Merita
particolare menzione la “devozione” al Corpo e al
Sangue di Cristo che Oddone, di fronte a una estesa
trascuratezza da lui vivacemente deplorata, coltivò
sempre con convinzione. Era infatti fermamente convinto
della presenza reale, sotto le specie eucaristiche, del
Corpo e del Sangue del Signore, in virtù della
conversione “sostanziale” del pane e del vino.
Scriveva: “Dio, il Creatore di tutto, ha preso il pane,
dicendo che era il suo Corpo e che lo avrebbe offerto per
il mondo e ha distribuito il vino, chiamandolo suo
Sangue”; ora, “è legge di natura che avvenga il
mutamento secondo il comando del Creatore”, ed ecco,
pertanto, che “subito la natura muta la sua condizione
solita: senza indugio il pane diventa carne, e il vino
diventa sangue”; all’ordine del Signore “la sostanza
si muta” (Odonis Abb. Cluniac. occupatio, ed. A.
Swoboda, Lipsia 1900, p.121). Purtroppo, annota il nostro
abate, questo “sacrosanto mistero del Corpo del Signore,
nel quale consiste tutta la salvezza del mondo” (Collationes,
XXVIII: PL 133,572), è negligentemente
celebrato. “I sacerdoti, egli avverte, che accedono
all’altare indegnamente, macchiano il pane, cioè il
Corpo di Cristo” (ibid., PL 133,572-573).
Solo chi è unito spiritualmente a Cristo può partecipare
degnamente al suo Corpo eucaristico: in caso contrario,
mangiare la sua carne e bere il suo sangue non sarebbe di
giovamento, ma di condanna (cfr ibid., XXX, PL
133,575). Tutto questo ci invita a credere con nuova forza
e profondità la verità della presenza del Signore. La
presenza del Creatore tra noi, che si consegna nelle
nostre mani e ci trasforma come trasforma il pane e il
vino, trasforma così il mondo.
Sant’Oddone
è stato una vera guida spirituale sia per i monaci che
per i fedeli del suo tempo. Di fronte alla “vastità dei
vizi” diffusi nella società, il rimedio che egli
proponeva con decisione era quello di un radicale
cambiamento di vita, fondato sull’umiltà, l’austerità,
il distacco dalle cose effimere e l’adesione a quelle
eterne (cfr Collationes, XXX, PL 133, 613). Nonostante
il realismo della sua diagnosi circa la situazione del suo
tempo, Oddone non indulge al pessimismo: “Non diciamo
questo – egli precisa – per precipitare nella
disperazione quelli che vorranno convertirsi. La
misericordia divina è sempre disponibile; essa aspetta
l’ora della nostra conversione” (ibid.: PL
133, 563). Ed esclama: “O ineffabili viscere della pietà
divina! Dio persegue le colpe e tuttavia protegge i
peccatori” (ibid.: PL 133,592). Sostenuto
da questa convinzione, l’abate di Cluny amava sostare
nella contemplazione della misericordia di Cristo, il
Salvatore che egli qualificava suggestivamente come
“amante degli uomini”: “amator hominum Christus”
(ibid., LIII: PL 133,637). Gesù ha
preso su di sé i flagelli che sarebbero spettati a noi
– osserva - per salvare così la creatura che è opera
sua e che ama (cfr ibid.: PL 133, 638).
Appare
qui un tratto del santo abate a prima vista quasi nascosto
sotto il rigore della sua austerità di riformatore: la
profonda bontà del suo animo. Era austero, ma soprattutto
era buono, un uomo di una grande bontà, una bontà che
proviene dal contatto con la bontà divina. Oddone, così
ci dicono i suoi coetanei, effondeva intorno a sé la
gioia di cui era ricolmo. Il suo biografo attesta di non
aver sentito mai uscire da bocca d’uomo “tanta
dolcezza di parola” (ibid., I,17: PL
133,31). Era solito, ricorda il biografo, invitare
al canto i fanciulli che incontrava lungo la strada per
poi far loro qualche piccolo dono, e aggiunge: “Le sue
parole erano ricolme di esultanza…, la sua ilarità
infondeva nel nostro cuore un’intima gioia” (ibid.,
II, 5: PL 133,63). In questo modo il vigoroso ed
insieme amabile abate medioevale, appassionato di riforma,
con azione incisiva alimentava nei monaci, come anche nei
fedeli laici del suo tempo, il proposito di progredire con
passo solerte sulla via della perfezione cristiana.
Vogliamo
sperare che la sua bontà, la gioia che proviene dalla
fede, unite all’austerità e all’opposizione ai vizi
del mondo, tocchino anche il nostro cuore, affinché anche
noi possiamo trovare la fonte della gioia che scaturisce
dalla bontà di Dio.
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