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UDIENZA
GENERALE (20 MAGGIO 2009) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana, 20 maggio 2009
Benedetto
XVI ricorda il suo ultimo viaggio: per la pace in Terra
Santa non serve "volontà di dominio", ma
"mutuo rispetto" tra fedi e popoli
Malgrado
i conflitti in Terra Santa e quelli fra i cristiani, la
Chiesa da duemila anni prosegue il cammino verso la piena
unità. Sono le parole conclusive di Benedetto XVI
all’udienza generale di questa mattina in Piazza San
Pietro, interamente dedicata al recente viaggio apostolico
in Terra Santa. Alla fine dell’udienza, il Papa ha
lanciato in inglese un appello in vista della Giornata
mondiale delle comunicazioni di domenica prossima,
invitando ad un uso positivo delle tecnologie digitali e
stimolando soprattutto i giovani a utilizzarle per
diffondere il Vangelo. Il servizio di Alessandro De
Carolis:
Pellegrinaggio “di fede”, pellegrinaggio “di
pace”: le due strade percorse da Benedetto XVI
nell’unica via che lo ha portato per otto giorni lì
dove nacque la prima Chiesa. Dal Monte Nebo in Giordania
al Santo Sepolcro a Gerusalemme: tra edifici e paesaggi
che ricordano, ha detto il Papa, l’indole
“pellegrinante” della Chiesa in terra, compresa tra
l’essere “già” unita a Cristo e il “non ancora”
poter gustare l’eternità da Lui promessa. Un’immagine
che descrive anche l’attuale destino della Terra Santa,
divisa tra l’essere un luogo sacro eppure diviso da odii
e sangue:
“In quella Terra benedetta da Dio sembra a volte
impossibile uscire dalla spirale della violenza. Ma nulla
è impossibile a Dio e a quanti confidano in Lui! Per
questo la fede nell’unico Dio giusto e misericordioso,
che è la più preziosa risorsa di quei popoli, deve poter
sprigionare tutta la sua carica di rispetto, di
riconciliazione e di collaborazione”.
Crocevia di spiritualità e di contrasti lo è, per
eccellenza, Gerusalemme, la “città della pace”, che
“esprime - ha affermato Benedetto XVI - il disegno di
Dio sull’umanità: formare di essa una grande
famiglia”, che Cristo ha realizzato con la sua morte,
con la quale ha “abbattuto” il “muro
dell’inimicizia”:
“Tutti i credenti debbono pertanto lasciare alle
spalle pregiudizi e volontà di dominio, e praticare
concordi il comandamento fondamentale: amare cioè Dio con
tutto il proprio essere e amare il prossimo come noi
stessi. E’ questo che ebrei, cristiani e musulmani sono
chiamati a testimoniare, per onorare con i fatti quel Dio
che pregano con le labbra”.
E’ questa convinzione - cioè che le diverse fedi
debbano contribuire alla concordia tra i popoli - che ha
portato il Papa, anzitutto nella sua veste di
“pellegrino di pace” tra Giordania e Israele, a
sostare al Muro del Pianto o nella Cupola della Roccia, la
più antica moschea della Terra Santa, o ancora nella
penombra dello Yad Vashem, a pregare per la “mai
dimenticata” tragedia della Shoah. E ripensando, poco
prima, alla rispettosa accoglienza riservatagli dai reali
giordani ad Amman e alla possibilità di benedire, in
quella nazione, le prime pietre di due nuove chiese,
Benedetto XVI ha ribadito un concetto caro e sempre
difeso:
“Questo fatto è segno dell’apertura e del
rispetto che vigono nel Regno Ascemita per la libertà
religiosa e per la tradizione cristiana, e ciò merita
grande apprezzamento (...) Quanto è importante che
cristiani e musulmani coabitino pacificamente nel mutuo
rispetto! Grazie a Dio, e all’impegno dei governanti, in
Giordania questo avviene. Ho pregato pertanto affinché
anche altrove sia così, pensando specialmente ai
cristiani che vivono invece realtà difficili nel vicino
Iraq”.
Le Basiliche di Betlemme e Nazareth, oltre quelle di
Gerusalemme, con il corollario di incontri e celebrazioni,
hanno visto invece il Pontefice nella veste di
“pellegrino di fede” e di pastore in visita alle
comunità cattoliche di Terra Santa. Betlemme, ha detto in
particolare Benedetto XVI, è luogo simbolo “della
distanza” che “ancora separa” l’uomo
dall’annuncio di pace che lì risuonò in una grotta,
duemila anni fa. Betlemme che conosce “precarietà” e
“isolamento”, il muro di divisione tra israeliani e
palestinesi, è stato anche il posto in cui il Papa ha
ricordato di aver invitato “tutti a ricercare la pace
con metodi non violenti”:
“Malgrado le vicissitudini che lungo i secoli
hanno segnato i Luoghi santi, malgrado le guerre, le
distruzioni, e purtroppo anche i conflitti tra cristiani,
la Chiesa ha proseguito la sua missione, sospinta dallo
Spirito del Signore risorto. Essa è in cammino verso la
piena unità, perché il mondo creda nell’amore di Dio e
sperimenti la gioia della sua pace”.
Poco prima di terminare l’udienza generale, Benedetto
XVI ha ricordato la prossima Giornata mondiale delle
comunicazioni ed ha lanciato in lingua inglese un appello
perché “tutti coloro che fanno uso delle nuove
tecnologie” mediatiche - ha esortato - le utilizzino in
“modo positivo” per realizzare il “grande potenziale
di questi strumenti” e “per costruire legami di
amicizia e di solidarietà che possono contribuire a un
mondo migliore”:
“I wish to encourage all those who access
cybersapce…
Desidero incoraggiare tutti coloro che hanno accesso
al cyberspazio ad essere attenti a mantenere e a
promuovere una cultura di rispetto, di dialogo e di
amicizia autentica dove i valori della verità, l'armonia
e la comprensione possono prosperare. Giovani, in
particolare, mi appello a voi: testimoniate la vostra fede
attraverso il mondo digitale! Impiegate le nuove
tecnologie per far conoscere il Vangelo, in modo che la
Buona Novella di Dio, l'infinito amore per tutte le
persone, risuonino in modo nuovo nel nostro mondo sempre
più tecnologico”.
L’ultimo pensiero del Papa è stato per l'Ascensione
del Signore, che in Vaticano e in altri Paesi viene
celebrata domani, mentre in Italia domenica prossima.
Questa solennità, ha concluso, “ci invita a guardare a
Gesù, il quale prima di salire al cielo, affida agli
Apostoli il mandato di portare il suo Messaggio di
salvezza fino agli estremi confini della terra”.
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
mi
soffermo quest’oggi a parlare del viaggio
apostolico che ho compiuto dall’8 al 15 maggio in Terra
Santa, e per il quale non cesso di ringraziare il
Signore, perché si è rivelato un grande dono per il
Successore di Pietro e per tutta la Chiesa. Desidero
nuovamente esprimere il mio “grazie” sentito a Sua
Beatitudine il Patriarca Fouad Twal, ai Vescovi dei vari
riti, ai Sacerdoti, ai Francescani della Custodia di Terra
Santa. Ringrazio il Re e la Regina di Giordania, il
Presidente d’Israele e il Presidente dell’Autorità
Nazionale Palestinese, con i rispettivi Governi, tutte le
Autorità e quanti in vario modo hanno collaborato alla
preparazione e al buon esito della visita. Si è trattato
anzitutto di un pellegrinaggio, anzi, del pellegrinaggio
per eccellenza alle sorgenti della fede; e al tempo stesso
di una visita pastorale alla Chiesa che vive in Terra
Santa: una Comunità di singolare importanza, perché
rappresenta una presenza viva là dove essa ha avuto
origine.
La prima
tappa, dall’8 alla mattina dell’11 maggio, è stata in
Giordania, nel cui territorio si trovano due principali
luoghi santi: il Monte Nebo, dal quale Mosè contemplò la
Terra Promessa e dove morì senza esservi entrato; e poi
Betania “al di là del Giordano”, dove, secondo il
quarto Vangelo, san Giovanni inizialmente battezzava. Il Memoriale
di Mosè sul Monte Nebo è un sito di forte valenza
simbolica: esso parla della nostra condizione di
pellegrini tra un “già” e un “non ancora”, tra
una promessa così grande e bella da sostenerci nel
cammino e un compimento che ci supera, e che supera anche
questo mondo. La Chiesa vive in se stessa questa “indole
escatologica” e “pellegrinante”: è già unita a
Cristo suo sposo, ma la festa di nozze è per ora solo
pregustata, in attesa del suo ritorno glorioso alla fine
dei tempi (cfr Conc. Vat. II, Cost. Lumen
gentium, 48-50). A
Betania ho avuto la gioia di benedire le prime pietre di
due chiese da edificare nel sito dove san Giovanni
battezzava. Questo fatto è segno dell’apertura e del
rispetto che vigono nel Regno Ascemita per la libertà
religiosa e per la tradizione cristiana, e ciò merita
grande apprezzamento. Ho avuto modo di manifestare questo
giusto riconoscimento, unito al profondo rispetto per la
comunità musulmana, ai
Capi religiosi, al Corpo Diplomatico ed ai Rettori delle
Università, riuniti presso la Moschea Al-Hussein
bin-Talal, fatta costruire dal Re Abdallah II in
memoria del padre, il celebre Re Hussein, che accolse il Papa
Paolo VI nel suo storico pellegrinaggio del 1964.
Quanto è importante che cristiani e musulmani coabitino
pacificamente nel mutuo rispetto! Grazie a Dio, e
all’impegno dei governanti, in Giordania questo avviene.
Ho pregato pertanto affinché anche altrove sia così,
pensando specialmente ai cristiani che vivono invece realtà
difficili nel vicino Iraq.
In
Giordania vive un’importante comunità cristiana,
incrementata da profughi palestinesi e iracheni. Si tratta
di una presenza significativa e apprezzata nella società,
anche per le sue opere educative e assistenziali, attente
alla persona umana indipendentemente dalla sua
appartenenza etnica o religiosa. Un bell’esempio è il
Centro di riabilitazione Regina Pacis ad Amman, che
accoglie numerose persone segnate da invalidità. Visitandolo,
ho potuto portare una parola di speranza, ma l’ho anche
ricevuta a mia volta, come testimonianza avvalorata dalla
sofferenza e dalla condivisione umana. Quale segno
dell’impegno della Chiesa nell’ambito della cultura, ho
inoltre benedetto la prima pietra dell’Università di
Madaba, del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Ho
provato grande gioia nel dare avvio a questa nuova
istituzione scientifica e culturale, perché essa
manifesta in modo tangibile che la Chiesa promuove la
ricerca della verità e del bene comune, ed offre uno
spazio aperto e qualificato a tutti coloro che vogliono
impegnarsi in tale ricerca, premessa indispensabile per un
vero e fruttuoso dialogo tra civiltà. Sempre ad Amman si
sono svolte due solenni celebrazioni liturgiche: i
Vespri nella Cattedrale greco-melchita di San Giorgio,
e la santa
Messa nello Stadio Internazionale, che ci hanno dato
modo di gustare insieme la bellezza di ritrovarsi come
Popolo di Dio pellegrino, ricco delle sue diverse
tradizioni e unito nell’unica fede.
Lasciata
la Giordania, nella tarda mattinata di lunedì 11, ho
raggiunto Israele dove, fin dall’arrivo, mi sono
presentato come pellegrino di fede nella Terra dove Gesù
è nato, ha vissuto, è morto ed è risorto, e, al tempo
stesso, come pellegrino di pace per implorare da Dio che là
dove Egli ha voluto farsi uomo, tutti gli uomini possano
vivere da suoi figli, cioè da fratelli. Questo secondo
aspetto del mio viaggio è naturalmente emerso negli
incontri con le Autorità civili: nella visita
al Presidente israeliano ed al Presidente
dell’Autorità palestinese. In quella Terra benedetta da
Dio sembra a volte impossibile uscire dalla spirale della
violenza. Ma nulla è impossibile a Dio e a quanti
confidano in Lui! Per questo la fede nell’unico Dio
giusto e misericordioso, che è la più preziosa risorsa
di quei popoli, deve poter sprigionare tutta la sua carica
di rispetto, di riconciliazione e di collaborazione. Tale
auspicio ho voluto esprimere facendo visita
sia al Gran Muftì e ai capi della comunità islamica
di Gerusalemme, sia al
Gran Rabbinato di Israele, come pure nell’incontro
con le Organizzazioni impegnate nel dialogo
inter-religioso e, poi, in quello con i Capi religiosi
della Galilea.
Gerusalemme
è il crocevia delle tre grandi religioni monoteiste, e il
suo stesso nome – “città della pace” – esprime il
disegno di Dio sull’umanità: formare di essa una grande
famiglia. Questo disegno, preannunciato ad Abramo, si è
pienamente realizzato in Gesù Cristo, che san Paolo
chiama “nostra pace”, perché ha abbattuto con la
forza del suo Sacrificio il muro dell’inimicizia (cfr Ef
2,14). Tutti i credenti debbono pertanto lasciare alle
spalle pregiudizi e volontà di dominio, e praticare
concordi il comandamento fondamentale: amare cioè Dio con
tutto il proprio essere e amare il prossimo come noi
stessi. E’ questo che ebrei, cristiani e musulmani sono
chiamati a testimoniare, per onorare con i fatti quel Dio
che pregano con le labbra. Ed è esattamente questo che ho
portato nel cuore, in preghiera, visitando, a Gerusalemme,
il Muro Occidentale – o Muro del Pianto – e la Cupola
della Roccia, luoghi simbolici rispettivamente
dell’Ebraismo e dell’Islam. Un momento di intenso
raccoglimento è stato inoltre la visita
al Mausoleo di Yad Vashem, eretto a Gerusalemme
in onore delle vittime della Shoah. Là abbiamo sostato in
silenzio, pregando e meditando sul mistero del “nome”:
ogni persona umana è sacra, ed il suo nome è scritto nel
cuore del Dio eterno. Mai va dimenticata la tremenda
tragedia della Shoah! Occorre al contrario che sia
sempre nella nostra memoria quale monito universale al
sacro rispetto della vita umana, che riveste sempre un
valore infinito.
Come ho
già accennato, il mio viaggio
aveva come scopo prioritario la visita alle Comunità
cattoliche della Terra Santa, e ciò è avvenuto in
diversi momenti anche a Gerusalemme, a Betlemme e a
Nazaret. Nel
Cenacolo, con la mente rivolta a Cristo che lava i
piedi degli Apostoli e istituisce l’Eucaristia, come
pure al dono dello Spirito Santo alla Chiesa nel giorno di
Pentecoste, ho potuto incontrare, tra gli altri, il
Custode di Terra Santa e meditare insieme sulla nostra
vocazione ad essere una cosa sola, a formare un solo corpo
e un solo spirito, a trasformare il mondo con la mite
potenza dell’amore. Certo, questa chiamata incontra in
Terra Santa particolari difficoltà, perciò, con il cuore
di Cristo, ho ripetuto ai miei fratelli Vescovi le sue
stesse parole: “Non temere, piccolo gregge, perché al
Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc
12,32). Ho poi salutato brevemente le religiose e i
religiosi di vita contemplativa, ringraziandoli per il
servizio che, con la loro preghiera, offrono alla Chiesa e
alla causa della pace.
Momenti
culminanti di comunione con i fedeli cattolici sono state
soprattutto le celebrazioni eucaristiche. Nella
Valle di Giosafat, a Gerusalemme, abbiamo meditato
sulla Risurrezione di Cristo quale forza di speranza e di
pace per quella Città e per il mondo intero. A
Betlemme, nei Territori Palestinesi, la santa Messa è
stata celebrata davanti alla Basilica della Natività
con la partecipazione anche di fedeli provenienti da Gaza,
che ho avuto la gioia di confortare di persona assicurando
loro la mia particolare vicinanza. Betlemme, il luogo nel
quale è risuonato il canto celeste di pace per tutti gli
uomini, è simbolo della distanza che ancora ci separa dal
compimento di quell’annuncio: precarietà, isolamento,
incertezza, povertà. Tutto ciò ha portato tanti
cristiani ad andare lontano. Ma la Chiesa continua il suo
cammino, sorretta dalla forza della fede e testimoniando
l’amore con opere concrete di servizio ai fratelli,
quali, ad esempio, il Caritas
Baby Hospital di Betlemme, sostenuto dalle Diocesi
di Germania e Svizzera, e l’azione umanitaria nei campi
profughi. In quello che ho visitato, ho voluto assicurare
alle famiglie che vi sono ospitate, la vicinanza e
l’incoraggiamento della Chiesa universale, invitando
tutti a ricercare la pace con metodi non violenti,
seguendo l’esempio di san Francesco d’Assisi. La
terza e ultima Messa con il popolo l’ho celebrata giovedì
scorso a Nazaret, città della santa Famiglia. Abbiamo
pregato per tutte le famiglie, affinché siano riscoperti
la bellezza del matrimonio e della vita familiare, il
valore della spiritualità domestica e dell’educazione,
l’attenzione ai bambini, che hanno diritto a crescere in
pace e serenità. Inoltre, nella
Basilica dell’Annunciazione, insieme con tutti i
Pastori, le persone consacrate, i movimenti ecclesiali e i
laici impegnati della Galilea, abbiamo cantato la nostra
fede nella potenza creatrice e trasformante di Dio. Là,
dove il Verbo si è fatto carne nel seno della Vergine
Maria, sgorga una sorgente inesauribile di speranza e di
gioia, che non cessa di animare il cuore della Chiesa,
pellegrina nella storia.
Il mio pellegrinaggio
si è chiuso, venerdì scorso, con la sosta
nel Santo Sepolcro e con due importanti incontri
ecumenici a Gerusalemme: al Patriarcato
Greco-Ortodosso, dove erano riunite tutte le
rappresentanze ecclesiali della Terra Santa, e infine alla
Chiesa
Patriarcale Armena Apostolica. Mi piace ricapitolare
l’intero itinerario che mi è stato dato di effettuare
proprio nel segno della Risurrezione di Cristo: malgrado
le vicissitudini che lungo i secoli hanno segnato i Luoghi
santi, malgrado le guerre, le distruzioni, e purtroppo
anche i conflitti tra cristiani, la Chiesa ha proseguito
la sua missione, sospinta dallo Spirito del Signore
risorto. Essa è in cammino verso la piena unità, perché
il mondo creda nell’amore di Dio e sperimenti la gioia
della sua pace. In ginocchio sul Calvario e nel Sepolcro
di Gesù, ho invocato la forza dell’amore che scaturisce
dal Mistero pasquale, la sola forza che può rinnovare gli
uomini e orientare al suo fine la storia ed il cosmo.
Chiedo anche a voi di pregare per tale scopo, mentre ci
prepariamo alla festa dell’Ascensione che in Vaticano
celebreremo domani. Grazie per la vostra attenzione
©
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