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UDIENZA
GENERALE (24 GIUGNO 2009) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
All'udienza
generale, il Papa parla dell'Anno Sacerdotale e lancia un
appello: liberate Eugenio Vagni e tutti i rapiti in zone
di guerra
Appello
di Benedetto XVI per il rilascio di Eugenio Vagni e di
tutte le persone sequestrate in zone di guerra.
All’udienza generale, nell’odierna festa della natività
di San Giovanni Battista, il Papa ha spiegato le ragioni
dell’Anno Sacerdotale appena inaugurato. Prima del
commiato, ha poi ricordato il 150.mo anniversario
dell’idea che ha portato alla nascita della Croce Rossa
Internazionale ed ha espresso la sua vicinanza a tutti i
bambini vittime di violenza nel mondo. Il servizio di Roberta
Gisotti:
“Che la persona umana, nella sua dignità e nella sua
interezza sia sempre al centro dell’impegno
umanitario”: così il Papa rievocando l’idea “di una
grande mobilitazione per l’assistenza delle vittime
della guerra”, maturata dallo svizzero Henry Dunant,
durante la sanguinosa battaglia di Solferino, il 24 giugno
del 1859, che poi diede vita alla Croce Rossa
Internazionale. Da qui, l’incoraggiamento specie ai
giovani “ad impegnarsi concretamente verso questa
benemerita istituzione”. Quindi l’appello:
“Approfitto di questa circostanza per chiedere il
rilascio di tutte le persone sequestrate in zone di
confitto e nuovamente la liberazione di Eugenio Vagni,
operatore della Croce Rossa nelle Filippine”.
Benedetto XVI, rivolto poi alla delegazione ONU,
guidata da Radhika Coomaraswamy sottosegretario e
rappresentante speciale per i bambini in situazioni di
conflitto armato, presente in Piazza San Pietro, ha
ricordato tutti i bambini sofferenti, “esposti alla
paura, all’abbandono, alla fame, alla malattia, alla
morte”:
“Il Papa è vicino a tutte queste piccole vittime
e li ricorda sempre nella preghiera”.
Nella catechesi, il Santo Padre ha spiegato le ragioni
dell’Anno Sacerdotale, inaugurato il 19 giugno scorso,
nel ricordo di San Giovanni Maria Vianney, il Curato
d’Ars, morto 150 anni fa, “un povero contadino
diventato umile parroco” in un piccolo villaggio, e che
“apparentemente non ha compiuto nulla di
straordinario”, ma come San Paolo, in modo totale, ha
saputo identificarsi con il proprio ministero e vivere la
comunione con Cristo. Un’aspirazione alla perfezione
spirituale - ha sottolineato Benedetto XVI - che deve
accomunare anche tutti i sacerdoti nel mondo
contemporaneo, perché siano “servi” piuttosto che
“padroni” della Parola evangelica:
“In un mondo in cui la visione comune della vita
comprende sempre meno il sacro, al posto del quale, la
'funzionalità' diviene l’unica decisiva categoria, la
concezione cattolica del sacerdozio potrebbe rischiare di
perdere la sua naturale considerazione, talora anche
all’interno della coscienza ecclesiale”.
Ha spiegato il Papa che negli ambienti teologici, come
pure nella prassi pastorale, “si confrontano, e talora
si oppongono due differenti concezioni del sacerdozio”:
quella sociale-funzionale imperniata sul concetto di
servizio alla comunità e quella sacramentale-ontologica,
che ancora il servizio all’essere del ministro, quale
dono concesso da Dio mediante la Chiesa. Non sono dunque
concezioni contrapposte, ha chiarito Benedetto XVI,
laddove “la tensione che pur esiste tra di esse va
risolta all’interno”:
“Il Santo Curato d’Ars ripeteva spesso con le
lacrime agli occhi: ‘Come è spaventoso essere
prete!’. Ed aggiungeva: ‘Come è da compiangere un
prete quando celebra la Messa come un fatto ordinario!
Com’è sventurato un prete senza vita interiore!’.”
Possa
“l’Anno sacerdotale - ha concluso Benedetto XVI -
condurre tutti i sacerdoti ad immedesimarsi totalmente con
Gesù crocifisso e risorto”.
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
venerdì
scorso 19 giugno, Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù
e Giornata tradizionalmente dedicata alla preghiera per la
santificazione dei sacerdoti, ho avuto la gioia
d’inaugurare l’Anno Sacerdotale, indetto in occasione
del centocinquantesimo anniversario della "nascita al
Cielo" del Curato d’Ars, san Giovanni Battista
Maria Vianney. Ed entrando nella Basilica Vaticana per la
celebrazione dei Vespri, quasi come primo gesto simbolico,
mi sono fermato nella Cappella del Coro per venerare la
reliquia di questo santo Pastore d’anime: il suo cuore.
Perché un Anno Sacerdotale? Perché proprio nel ricordo
del santo Curato d’Ars, che apparentemente non ha
compiuto nulla di straordinario?
La
Provvidenza divina ha fatto sì che la sua figura venisse
accostata a quella di san Paolo. Mentre infatti si va
concludendo l’Anno Paolino, dedicato all’Apostolo
delle genti, modello di straordinario evangelizzatore che
ha compiuto diversi viaggi missionari per diffondere il
Vangelo, questo nuovo anno giubilare ci invita a guardare
ad un povero contadino diventato umile parroco, che ha
consumato il suo servizio pastorale in un piccolo
villaggio. Se i due Santi differiscono molto per i
percorsi di vita che li hanno caratterizzati – l’uno
è passato di regione in regione per annunciare il
Vangelo, l’altro ha accolto migliaia e migliaia di
fedeli sempre restando nella sua piccola parrocchia -,
c’è però qualcosa di fondamentale che li accomuna: ed
è la loro identificazione totale col proprio ministero,
la loro comunione con Cristo che faceva dire a san Paolo:
"Sono stato crocifisso con Cristo. Non sono più io
che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20). E
san Giovanni Maria Vianney amava ripetere: "Se
avessimo fede, vedremmo Dio nascosto nel sacerdote come
una luce dietro il vetro, come il vino mescolato
all’acqua". Scopo di questo Anno Sacerdotale come
ho scritto nella lettera inviata ai sacerdoti per tale
occasione - è pertanto favorire la tensione di ogni
presbitero "verso la perfezione spirituale dalla
quale soprattutto dipende l’efficacia del suo
ministero", e aiutare innanzitutto i sacerdoti, e con
essi l’intero Popolo di Dio, a riscoprire e rinvigorire
la coscienza dello straordinario ed indispensabile dono di
Grazia che il ministero ordinato rappresenta per chi lo ha
ricevuto, per la Chiesa intera e per il mondo, che senza
la presenza reale di Cristo sarebbe perduto.
Indubbiamente
sono mutate le condizioni storiche e sociali nelle quali
ebbe a trovarsi il Curato d’Ars ed è giusto domandarsi
come possano i sacerdoti imitarlo nella immedesimazione
col proprio ministero nelle attuali società globalizzate.
In un mondo in cui la visione comune della vita comprende
sempre meno il sacro, al posto del quale, la
"funzionalità" diviene l’unica decisiva
categoria, la concezione cattolica del sacerdozio potrebbe
rischiare di perdere la sua naturale considerazione,
talora anche all’interno della coscienza ecclesiale. Non
di rado, sia negli ambienti teologici, come pure nella
concreta prassi pastorale e di formazione del clero, si
confrontano, e talora si oppongono, due differenti
concezioni del sacerdozio. Rilevavo in proposito alcuni
anni or sono che esistono "da una parte una
concezione sociale-funzionale che definisce l’essenza
del sacerdozio con il concetto di ‘servizio’: il
servizio alla comunità, nell’espletamento di una
funzione… Dall’altra parte, vi è la concezione
sacramentale-ontologica, che naturalmente non nega il
carattere di servizio del sacerdozio, lo vede però
ancorato all’essere del ministro e ritiene che questo
essere è determinato da un dono concesso dal Signore
attraverso la mediazione della Chiesa, il cui nome è
sacramento" (J. Ratzinger, Ministero e vita del
Sacerdote, in Elementi di Teologia fondamentale.
Saggio su fede e ministero, Brescia 2005, p.165).
Anche lo slittamento terminologico dalla parola
"sacerdozio" a quelle di "servizio,
ministero, incarico", è segno di tale differente
concezione. Alla prima, poi, quella
ontologico-sacramentale, è legato il primato
dell’Eucaristia, nel binomio
"sacerdozio-sacrificio", mentre alla seconda
corrisponderebbe il primato della parola e del servizio
dell’annuncio.
A ben
vedere, non si tratta di due concezioni contrapposte, e la
tensione che pur esiste tra di esse va risolta
dall’interno. Così il Decreto Presbyterorum ordinis
del Concilio Vaticano II afferma: "È proprio per
mezzo dell'annuncio apostolico del Vangelo che il popolo
di Dio viene convocato e adunato, in modo che tutti…
possano offrire se stessi come «ostia viva, santa,
accettabile da Dio» (Rm 12,1), ed è proprio
attraverso il ministero dei presbiteri che il sacrificio
spirituale dei fedeli viene reso perfetto nell'unione al
sacrificio di Cristo, unico mediatore. Questo sacrificio,
infatti, per mano dei presbiteri e in nome di tutta la
Chiesa, viene offerto nell'Eucaristia in modo incruento e
sacramentale, fino al giorno della venuta del
Signore" (n. 2).
Ci
chiediamo allora: "Che cosa significa propriamente,
per i sacerdoti, evangelizzare? In che consiste il
cosiddetto primato dell’annuncio"?. Gesù parla
dell’annuncio del Regno di Dio come del vero scopo della
sua venuta nel mondo e il suo annuncio non è solo un
"discorso". Include, nel medesimo tempo, il suo
stesso agire: i segni e i miracoli che compie indicano che
il Regno viene nel mondo come realtà presente, che
coincide ultimamente con la sua stessa persona. In questo
senso, è doveroso ricordare che, anche nel primato
dell’annuncio, parola e segno sono indivisibili. La
predicazione cristiana non proclama "parole", ma
la Parola, e l’annuncio coincide con la persona stessa
di Cristo, ontologicamente aperta alla relazione con il
Padre ed obbediente alla sua volontà. Quindi, un
autentico servizio alla Parola richiede da parte del
sacerdote che tenda ad una approfondita abnegazione di sé,
sino a dire con l’Apostolo: "non sono più io che
vivo, ma Cristo vive in me". Il presbitero non può
considerarsi "padrone" della parola, ma servo.
Egli non è la parola, ma, come proclamava Giovanni il
Battista, del quale celebriamo proprio oggi la Natività,
è "voce" della Parola: "Voce di uno che
grida nel deserto: preparate la strada del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri" (Mc 1,3).
Ora,
essere "voce" della Parola, non costituisce per
il sacerdote un mero aspetto funzionale. Al contrario
presuppone un sostanziale "perdersi" in Cristo,
partecipando al suo mistero di morte e di risurrezione con
tutto il proprio io: intelligenza, libertà, volontà e
offerta dei propri corpi, come sacrificio vivente (cfr Rm
12,1-2). Solo la partecipazione al sacrificio di
Cristo, alla sua chènosi, rende autentico
l’annuncio! E questo è il cammino che deve percorrere
con Cristo per giungere a dire al Padre insieme con Lui:
si compia "non ciò che io voglio, ma ciò che tu
vuoi" (Mc 14,36). L’annuncio, allora,
comporta sempre anche il sacrificio di sé, condizione
perché l’annuncio sia autentico ed efficace.
Alter
Christus, il
sacerdote è profondamente unito al Verbo del Padre, che
incarnandosi ha preso la forma di servo, è divenuto servo
(cfr Fil 2,5-11). Il sacerdote é servo di Cristo,
nel senso che la sua esistenza, configurata a Cristo
ontologicamente, assume un carattere essenzialmente
relazionale: egli è in Cristo, per Cristo e
con Cristo al servizio degli uomini. Proprio perché
appartiene a Cristo, il presbitero è radicalmente al
servizio degli uomini: è ministro della loro salvezza,
della loro felicità, della loro autentica liberazione,
maturando, in questa progressiva assunzione della volontà
del Cristo, nella preghiera, nello "stare cuore a
cuore" con Lui. È questa allora la condizione
imprescindibile di ogni annuncio, che comporta la
partecipazione all’offerta sacramentale
dell’Eucaristia e la docile obbedienza alla Chiesa.
Il santo
Curato d’Ars ripeteva spesso con le lacrime agli occhi:
"Come è spaventoso essere prete!". Ed
aggiungeva: "Come è da compiangere un prete quando
celebra la Messa come un fatto ordinario! Com’è
sventurato un prete senza vita interiore!". Possa
l’Anno sacerdotale condurre tutti i sacerdoti ad
immedesimarsi totalmente con Gesù crocifisso e risorto,
perché, ad imitazione di san Giovanni Battista, siano
pronti a "diminuire" perché Lui cresca; perché,
seguendo l’esempio del Curato d’Ars, avvertano in
maniera costante e profonda la responsabilità della loro
missione, che è segno e presenza dell’infinita
misericordia di Dio. Affidiamo alla Madonna, Madre della
Chiesa, l’Anno Sacerdotale appena iniziato e tutti i
sacerdoti del mondo.
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Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana
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