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VIAGGIO
APOSTOLICO IN BAVIERA: UNIVERSITA' DI REGENSBURG (12 SETTEMBRE 2006)
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LE
TAPPE DEL VIAGGIO IN GERMANIA (9-14 SETTEMBRE 2006)
INCONTRO
ALL'UNIVERSITA' DI REGENSBURG (12 settembre 2006)
LE
PAROLE DEL SANTO PADRE
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FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
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Illustri
Signori, gentili Signore!
È per me un momento emozionante stare ancora una
volta sulla cattedra dell'università e una volta ancora
poter tenere una lezione. I miei pensieri,
contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo
un bel periodo presso l'Istituto superiore di Freising,
iniziai la mia attività di insegnante accademico
all’università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il
tempo della vecchia università dei professori ordinari.
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Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né
dattilografi, ma in compenso c'era un contatto molto
diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i
professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle
stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i
filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due
facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni
semestre c'era un cosiddetto dies academicus, in cui
professori di tutte le facoltà si presentavano davanti
agli studenti dell'intera università, rendendo così
possibile una vera esperienza di universitas: il
fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a
volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi,
formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione
con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche
nella comune responsabilità per il retto uso della
ragione – questo fatto diventava esperienza viva.
L'università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due
facoltà teologiche. Era chiaro che anch'esse,
interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono
un lavoro che necessariamente fa parte del
"tutto" dell'universitas scientiarum, anche se
non tutti potevano condividere la fede, per la cui
correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi.
Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non
venne disturbata neanche quando una volta trapelò la
notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra
università c'era una stranezza: due facoltà che si
occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che
anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti
necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo
della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della
tradizione della fede cristiana: questo, nell'insie¬me
dell'università, era una convinzione indiscussa.
Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente
lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster)
del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II
Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391
presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo
e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi probabilmente
l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di
Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si
spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati
in modo molto più dettagliato che non le risposte
dell'erudito persiano. Il dialogo si estende su tutto
l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia
e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di
Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo
sulla relazione tra le "tre Leggi": Antico
Testamento – Nuovo Testamento – Corano. Vorrei toccare
in questa lezione solo un argomento – piuttosto
marginale nella struttura del dialogo – che, nel
contesto del tema "fede e ragione", mi ha
affascinato e che mi servirà come punto di partenza per
le mie riflessioni su questo tema.
Nel settimo colloquio (διάλεξις
– controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperato¬re
tocca il tema della jihād (guerra santa). Sicuramente
l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge:
"Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una
delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era
ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente,
l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate
successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra
santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la
differenza di trattamento tra coloro che possiedono il
"Libro" e gli "increduli", egli, in
modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo
interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul
rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo:
"Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo,
e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come
la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la
fede che egli predicava". L'imperatore spiega poi
minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede
mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è
in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima.
"Dio non si compiace del sangue; non agire secondo
ragione (σὺν λόγω) è
contrario alla natura di Dio. La fede è frutto
dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre
qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare
bene e di ragionare correttamente, non invece della
violenza e della minaccia… Per convincere un'ani¬ma
ragionevole non è necessario disporre né del proprio
braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque
altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di
morte…".
L'affermazione decisiva in questa argomentazione
contro la conversione mediante la violenza è: non agire
secondo ragione è contrario alla natura di Dio.
L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore,
come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione
è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è
assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata
a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della
ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un'opera
del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva
che Ibn Hazn si spinge fino a dichiarare che Dio non
sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che
niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se
fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche
l'idolatria.
Qui si apre, nella comprensione di Dio e quindi
nella realizzazione concreta della religione, un dilemma
che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione
che agire contro la ragione sia in contraddizione con la
natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre
e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti
la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso
migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della
Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della
Genesi, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo
con le parole: "In principio era il
λόγος". È questa proprio la
stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce con logos.
Logos significa insieme ragione e parola – una ragione
che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come
ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola
conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui
tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica
raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In
principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice
l'evangelista. L'incontro tra il messaggio biblico e il
pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san
Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell'Asia e
che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica:
"Passa in Macedonia e aiutaci!" (cfr At 16,6-10)
– questa visione può essere interpretata come una
"condensazione" della necessità intrinseca di
un avvicinamento tra la fede biblica e l'interrogar¬si
greco.
In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato
da molto tempo. Già il nome misterioso di Dio dal roveto
ardente, che distacca questo Dio dall'insieme delle
divinità con molteplici nomi affermando soltanto il suo
essere, è, nei confronti del mito, una contestazione con
la quale sta in intima analogia il tentativo di Socrate di
vincere e superare il mito stesso. Il processo iniziato
presso il roveto raggiunge, all'interno dell'Anti¬co
Testamento, una nuova maturità durante l'esilio, dove il
Dio d'Israele, ora privo della Terra e del culto, si
annuncia come il Dio del cielo e della terra,
presentandosi con una semplice formula che prolunga la
parola del roveto: "Io sono". Con questa nuova
conoscenza di Dio va di pari passo una specie di
illuminismo, che si esprime in modo drastico nella
derisione delle divinità che sono soltanto opera delle
mani dell'uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la
durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che
volevano ottenere con la forza l'adeguamen¬to allo stile
di vita greco e al loro culto idolatrico, la fede biblica,
durante l'epoca ellenistica, andava interiormente incontro
alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un
contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente
nella tarda letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che
la traduzione greca dell'Antico Testamento, realizzata in
Alessandria – la "Settanta" –, è più di
una semplice (da valutare forse in modo poco positivo)
traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza
testuale a se stante e uno specifico importante passo
della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato
questo incontro in un modo che per la nascita del
cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un
significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta
dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico
illuminismo e religione. Partendo veramente dall'inti¬ma
natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura
del pensiero ellenistico fuso ormai con la fede, Manuele
II poteva dire: Non agire "con il logos" è
contrario alla natura di Dio.
Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel
tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze
che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito
cristiano. In contrasto con il cosiddetto intellettualismo
agostiniano e tomista iniziò con Duns Scoto una
impostazione volontaristica, la quale alla fine portò
all'affermazione che noi di Dio conosceremmo soltanto la
voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà
di Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e
fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente
ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che,
senz'altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazn e
potrebbero portare fino all'immagi¬ne di un Dio-Arbitrio,
che non è legato neanche alla verità e al bene. La
trascendenza e la diversità di Dio vengono accentuate in
modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il
nostro senso del vero e del bene non sono più un vero
specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono
per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le
sue decisioni effettive. In contrasto con ciò, la fede
della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che
tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la
nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui
certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi
delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire
l'analogia e il suo linguaggio (cfr Lat IV). Dio non
diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano
da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio
veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos
e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro
favore. Certo, l'amore "sorpassa" la conoscenza
ed è per questo capace di percepire più del semplice
pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l'amore del
Dio-logos, per cui il culto cristiano è
λογικὴ
λατρεία – un culto
che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr
Rm 12,1).
Il qui accennato vicendevole avvicinamento
interiore, che si è avuto tra la fede biblica e
l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è
un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista
della storia delle religioni, ma anche da quello della
storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi.
Considerato questo incontro, non è sorprendente che il
cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo
sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la
sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo
esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale
si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma,
ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che, con
ragione, si può chiamare Europa.
Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente
purificato, sia una parte integrante della fede cristiana,
si oppone la richiesta della dis-ellenizzazione del
cristianesimo – una richiesta che dall'inizio dell'età
moderna domina in modo crescente la ricerca teologica.
Visto più da vicino, si possono osservare tre onde nel
programma della dis-ellenizzazione: pur collegate tra di
loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro
obiettivi sono chiaramente distinte l'una dall'altra.
La dis-ellenizzazione emerge dapprima in connessione
con i postulati fondamentali della Riforma del XVI secolo.
Considerando la tradizione delle scuole teologiche, i
riformatori si vedevano di fronte ad una sistematizzazione
della fede condizionata totalmente dalla filosofia, di
fronte cioè ad una determinazione della fede dall'esterno
in forza di un modo di pensare che non derivava da essa.
Così la fede non appariva più come vivente parola
storica, ma come elemento inserito nella struttura di un
sistema filosofico. Il sola Scriptura invece cerca la pura
forma primordiale della fede, come essa è presente
originariamente nella Parola biblica. La metafisica appare
come un presupposto derivante da altra fonte, da cui
occorre liberare la fede per farla tornare ad essere
totalmente se stessa. Con la sua affermazione di aver
dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede,
Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità
imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato
la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole
l'accesso al tutto della realtà.
La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò
una seconda onda nel programma della dis-ellenizzazione:
di essa rappresentante eminente è Adolf von Harnack.
Durante il tempo dei miei studi, come nei primi anni della
mia attività accademica, questo programma era fortemente
operante anche nella teologia cattolica. Come punto di
partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il
Dio dei filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe.
Nella mia prolusione a Bonn, nel 1959, ho cercato di
affrontare questo argomento. Non intendo riprendere qui
tutto il discorso. Vorrei però tentare di mettere in luce
almeno brevemente la novità che caratterizzava questa
seconda onda di dis-ellenizzazione rispetto alla prima.
Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno al
semplice uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che
verrebbe prima di tutte le teologizzazioni e, appunto,
anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo messaggio
semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo
religioso dell'umanità. Gesù avrebbe dato un addio al
culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene
rappresentato come padre di un messaggio morale
umanitario. Lo scopo di ciò è in fondo di riportare il
cristianesimo in armonia con la ragione moderna,
liberandolo, appunto, da elementi apparentemente
filosofici e teologici, come per esempio la fede nella
divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In questo
senso, l'esegesi storico-critica del Nuovo Testamento
sistema nuovamente la teologia nel cosmo dell'universi¬tà:
teologia, per Harnack, è qualcosa di essenzialmente
storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che
essa indaga su Gesù mediante la critica è, per così
dire, espressione della ragione pratica e di conseguenza
anche sostenibile nell'insieme dell'università. Nel
sottofondo c'è l'autolimitazione moderna della ragione,
espressa in modo classico nelle "critiche" di
Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal
pensiero delle scienze naturali. Questo concetto moderno
della ragione si basa, per dirla in breve, su una sintesi
tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il
successo tecnico ha confermato. Da una parte si presuppone
la struttura matematica della materia, la sua per così
dire razionalità intrinseca, che rende possibile
comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa:
questo presupposto di fondo è, per così dire, l'elemento
platonico nel concetto moderno della natura. Dall'altra
parte, si tratta della utilizzabilità funzionale della
natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di
controllare verità o falsità mediante l'esperimento
fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli può,
a seconda delle circostanze, stare più dall'una o più
dall'altra parte. Un pensatore così strettamente
positivista come J. Monod si è dichiarato convinto
platonico o cartesiano.
Questo comporta due orientamenti fondamentali
decisivi per la nostra questione. Soltanto il tipo di
certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria
ci permette di parlare di scientificità. Ciò che
pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo
criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose
umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la
filosofia, cercano di avvicinarsi a questo canone della
scientificità. Importante per le nostre riflessioni,
comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale
esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema
ascientifico o pre-scientifico. Con questo, però, ci
troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e
ragione che è doveroso mettere in questione.
Torneremo ancora su questo argomento. Per il momento
basta tener presente che, in un tentativo alla luce di
questa prospettiva di conservare alla teologia il
carattere di disciplina "scientifica", del
cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma
dobbiamo dire di più: è l'uomo stesso che con ciò
subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi
propriamente umani, cioè quelli del "da dove" e
del "verso dove", gli interrogativi della
religione e dell'ethos, non possono trovare posto nello
spazio della comune ragione descritta dalla
"scienza" e devono essere spostati nell'ambito
del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue
esperienze, che cosa gli appare religiosamente
sostenibile, e la "coscienza" soggettiva diventa
in definitiva l'unica istanza etica. In questo modo, però,
l'ethos e la religione perdono la loro forza di creare una
comunità e scadono nell'ambito della discrezionalità
personale. È questa una condizione pericolosa per
l'umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della
religione e della ragione – patologie che
necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene
ridotta a tal punto che le questioni della religione e
dell'ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei
tentativi di costruire un'etica partendo dalle regole
dell'evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia,
semplicemente insufficiente.
Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira
tutto questo ragionamento, devo accennare ancora
brevemente alla terza onda della dis-ellenizzazione che si
diffonde attualmente. In considerazione dell’incontro
con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la
sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica,
sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe
vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il
diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva
quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio
del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro
rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente
sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo
Testamento, infatti, e stato scritto in lingua greca e
porta in se stesso il contatto con lo spirito greco – un
contatto che era maturato nello sviluppo precedente
dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel
processo formativo della Chiesa antica che non devono
essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di
fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con
la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo
fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi,
conformi alla sua natura.
Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo,
fatto solo a grandi linee, di critica della ragione
moderna dal suo interno, non include assolutamente
l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima
dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età
moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito
è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo
grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto
all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono
stati donati. L’ethos della scientificità, del resto,
è volontà di obbedienza alla verità e quindi
espressione di un atteggiamento che fa parte della
decisione di fondo dello spirito cristiano. Non ritiro,
non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta
invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e
dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte
alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che
emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come
possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si
ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la
limitazione autodecretata della ragione a ciò che è
verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa
nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la
teologia, non soltanto come disciplina storica e
umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè
come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il
suo posto nell'università e nel vasto dialogo delle
scienze.
Solo così diventiamo anche capaci di un vero
dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di
cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo
occidentale domina largamente l'opinione, che soltanto la
ragione positivista e le forme di filosofia da essa
derivanti siano universali. Ma le culture profondamente
religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione
del divino dall'universalità della ragione un attacco
alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di
fronte al divino è sorda e respinge la religione
nell'ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi
nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione
propria delle scienze naturali, con l'intrinse¬co suo
elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di
dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con
le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve
semplicemente accettare la struttura razionale della
materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le
strutture razionali operanti nella natura come un dato di
fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la
domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve
essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e
modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per
la filosofia e, in modo diverso, per la teologia,
l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle
tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella
della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza;
rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione
inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi
viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei
colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni
filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice:
"Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo
dell'irritazione per tante cose sbagliate, per il resto
della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull'essere
e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità
dell'essere e subirebbe un grande danno". L'occiden¬te,
da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro
gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così
può subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi
all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua
grandezza – è questo il programma con cui una teologia
impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra
nella disputa del tempo presente. "Non agire secondo
ragione (con il logos) è contrario alla natura di
Dio", ha detto Manuele II, partendo dalla sua
immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano. È
a questo grande logos, a questa vastità della ragione,
che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri
interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è
il grande compito dell'università.
Nota: Di questo testo il Santo Padre si riserva di
offrire, in un secondo momento, una redazione fornita di
note. L’attuale stesura deve quindi considerarsi
provvisoria.
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