|
Fonte:
Wikipedia
|

|
Maffeo
Barberini era il quinto dei sei figli di un
ricco mercante fiorentino. Come tutti i
rampolli di famiglie doviziose, studiò
presso i Gesuiti
prima, e presso il Collegio Romano poi.
Trasferitosi a Pisa
conseguì la laurea in legge così come era
desiderio della famiglia. |
|
A soli vent'anni entrò, come avvocato, nell'amministrazione
dello Stato
Pontificio ove svolse una lunga e prestigiosa
carriera, coronata anche dall'incarico di Nunzio
apostolico a Parigi.
All'età di 38 anni, ovvero nel 1606,
ricevette la berretta cardinalizia da Papa
Paolo V, che gli fu imposta addirittura dalle mani di Enrico
IV, re di Francia.
Morto lo
zio che, da giovane, lo aveva ospitato a Roma, ne ereditò
il cospicuo patrimonio, con il quale acquistò un
prestigioso palazzo, arredandolo in maniera estremamente
sfarzosa, sullo stile rinascimentale, lussuoso a tal punto
da diventare il personaggio più in vista e importante di
Roma.
Il
Pontificato
Il
pontificato del Barberini si aprì quando la c.d.
"guerra dei trent'anni" era in pieno
svolgimento. Le operazioni belliche erano, infatti, già
iniziate da ben cinque anni e si stava per concludere il
cosiddetto "periodo boemo-palatino" con la
sconfitta dei protestanti, la vittoria degli imperiali e
l'esilio di Federico
V, principe elettore del Palatinato.
Stava per
iniziare il c.d. "periodo danese" che vedeva uno
schieramento di alleanze alquanto diverso da quello che
aveva caratterizzato il precedente periodo. La Francia,
infatti, non era più nelle mani della
"reggente" Maria
de' Medici, ma in quelle del potente Cardinale
Richelieu, primo ministro di Luigi
XIII. Il Richelieu, pur cattolico, non intendeva più
appoggiare il cattolicissimo Impero asburgico, onde
evitare un nuovo accerchiamento come ai tempi
dell'Imperatore Carlo
V. Facendo, quindi, prevalere la ragion di stato, si
schierò dalla parte dell'alleanza tra l'Inghilterra,
l'Olanda
e la Danimarca,
in funzione antiasburgica. La qual cosa significava
l'appoggio della Francia ai principi luterani, con la
conseguenza della fine di ogni possibilità di
restaurazione cattolica in Europa.
Urbano
VIII, ritenendo che la guerra in Europa si combattesse
ancora per fini di religione, si era schierato con la sua
amata Francia ancor prima che il Richelieu decidesse di
schierarsi contro l'Impero. Questo errore di valutazione
politica e strategica ebbe come conseguenza la perdita di
credibilità della figura del Papa come arbitro delle
controversie internazionali.
L'errore
fondamentale del Barberini stava nel fatto che, invece di
proporsi come arbitro delle controversie religiose, egli
tentò di proporsi come arbitro delle controversie
politiche tra gli Stati in lotta, autoproclamandosi, in
tal modo, egli stesso come uno Stato al di sopra degli
Stati. Non si era reso conto che lo Stato Pontificio, con
lo scoppio della guerra dei trent'anni, non contava più
nulla; il suo potere temporale non esisteva più.
Nel 1627
con la costituzione
Debitum istituì la Congregazione
dei Confini per provvedere alla difesa dello Stato
Ecclesiastico, impedendo ogni cessione illegale,
risolvendo ogni vertenza giurisdizionale interna o con gli
stati esteri limitrofi e cercando di riacquisire i
territori ingiustamente perduti.
Una
vicenda alquanto sensazionale lo vide impegnato nella
impresa della riconquista del Ducato di Castro
e Ronciglione,
che in quel momento era nelle mani di Odoardo
Farnese. Il Ducato di Castro, ubicato alle porte di
Roma, era stato assegnato da Papa
Paolo III (Alessandro Farnese) ai nipoti, unitamente a
notevoli privilegi fiscali. Ma Urbano VIII aveva in odio
la famiglia Farnese,
per cui intendeva impadronirsi del Ducato per sostituirsi
ad essa.
Approfittando
che i Farnese in quel momento erano fortemente indebitati
presso alcuni banchieri romani, il Papa confiscò tutti i
loro beni e dichiarò loro guerra. Il Ducato di Castro fu
occupato nel mese di ottobre del 1641;
successivamente Odoardo Farnese fu scomunicato e il
Pontefice lo dichiarò decaduto da tutti i diritti di
proprietà e sovranità, minacciandolo di privarlo anche
del Ducato
di Parma e Piacenza.
Fallito
ogni tentativo di giungere ad un accordo, il Papa dichiarò
che il Ducato di Castro era possedimento della Chiesa e la
famiglia Farnese ne aveva usurpato il titolo.
L'atteggiamento del Papa su questa vicenda, però, indusse
gli altri principi italiani a guardare con sospetto la
posizione del Pontefice. Costui, infatti, se fosse venuto
in possesso anche del Ducato di Parma e Piacenza, avrebbe
costituito una potenziale minaccia all'integrità
territoriale degli Stati dell'Italia
del Nord, soprattutto perché Urbano VIII era appoggiato
dalle armi francesi.
Odoardo
Farnese, presa coscienza di avere l'appoggio di tutte le
Signorie dell'Italia del Nord, e ottenuta l'alleanza di Firenze
e Venezia,
allestì un piccolo esercito, alla testa del quale marciò
verso Roma, dando inizio ad una vera e propria guerra che
andò avanti, con alterna fortuna, per ben quattro anni.
Le operazioni militari ebbero termine soltanto a causa
dell'esaurimento delle finanze da parte di tutti i
belligeranti. Nel 1644
si raggiunse un accordo di pace che vide non solo la
revoca della scomunica da parte del Papa, ma anche la
restituzione del Ducato di Castro al Farnese. Si era
consumato, in tal modo, un altro fallimento della politica
di Urbano VIII. Durante il suo pontificato, il Barberini
attinse a mani basse nelle casse dello Stato, sia per
favorire i suoi familiari cui concesse cospicue donazioni
consentendo arricchimenti scandalosi e illeciti e sia per
realizzare i numerosi interventi edilizi, civili e
militari, che caratterizzarono il suo ventennio sulla
cattedra di Pietro. Ciò comportò un dissanguamento delle
finanze dello Stato che impose il ricorso a numerose ed
elevate tassazioni esclusivamente verso il popolo, facendo
salvi i privilegi della classe nobiliare e del clero.
Durante
il suo pontificato convocò otto Concistori,
nel corso dei quali procedette alla nomina di ben 74
cardinali. Tra essi figuravano Francesco
Barberini e Antonio
Barberini, rispettivamente nipote e fratello del Papa; Giovanni
Battista Pamphili, Patriarca titolare di Antiochia
che sarà eletto Papa il 5
settembre 1644
col nome di Innocenzo
X; Antonio
Barberini, altro nipote del Papa; Ascanio
Filomarino, Arcivescovo di Napoli; Marco
Antonio Bragadin, Vescovo di Vicenza.
Elevò agli onori degli altari molti santi, tra i quali
ricordiamo Francis
Xavier, Filippo
Neri, Aloisio
Gonzaga e Ignazio
di Loyola.
Fin da
giovane si era dilettato a comporre versi, in latino e in
volgare, ridondanti nella forma e miseri nel contenuto;
nel perfetto stile barocco della sua epoca. Anche da Papa
continuò in questa sua attività, tant'è che nel 1637
diede alle stampe una raccolta di sue composizioni
sottoscrivendosì, però, semplicemente come Maphei
Cardinalis Barberini; ma si impegnò, invece, a
divulgarla facendo ricorso al suo potere di capo della
Chiesa.
Si
circondò di poeti con cui era entrato in rapporti di
amicizia (alcuni dei quali dal talento discusso o comunque
di minore notorietà) - come ad esempio Gabriello
Chiabrera (che presso i Gesuiti
a Roma aveva studiato durante l'infanzia, Giovanni
Ciampoli o Francesco
Bracciolini - cui diede il compito di "cristianizzare"
la poesia, in perfetto ossequio ai princìpi della Controriforma.
Ebbe
rapporti particolarmente stretti con due gesuiti
stranieri, Giacomo
Balde, alsaziano e Casimiro
Sarbiewski, polacco, la cui collaborazione nel
rifacimento degli inni del suo Breviario romano,
produsse soltanto un perfezionamento formale con un
notevole impoverimento dei contenuti.
Urbano
VIII non fu l'unico Papa-poeta. Era stato preceduto, anni
addietro, da Leone
X. Come il Medici, anche il Barberini amava
circondarsi di poetastri e menestrelli che allietavano le
giornate del Pontefice soprattutto nel periodo estivo,
allorquando la corte si trasferiva nel palazzo apostolico
di Castel
Gandolfo.
Chiamò a
Roma e diede loro asilo e protezione anche altri artisti,
come Athanasius
Kircher, erudito di multiforme ingegno, Giovanni
Girolamo Kapsberger, musicista e virtuoso della Tiorba,
e i pittori Claude
Lorrain, lorenese e Nicolas
Poussin, francese anch'egli.
Roma
barocca
Probabilmente
il merito maggiore di Urbano VIII è ascrivibile agli
interventi edilizi che caratterizzarono tutto il suo
pontificato e che furono affidati agli artisti più
eccelsi della sua epoca, anche se le opere volute dal Papa
furono realizzate a danno di altre monumentali opere che
erano pervenute a lui, pressoché intatte, sfidando per
secoli l'incuria degli uomini e l'inclemenza del tempo.
Il
baldacchino in bronzo sull'altare maggiore al centro della
crociera della Basilica
di San Pietro, opera del Bernini,
è, forse, la più alta espressione della scultura
barocca. Nei bassorilievi che ornano la scultura,
l'artista volle rappresentare la Mater Ecclesia con un
doppio volto, la sofferenza della partoriente e la gioia
del bimbo che si affaccia alla vita. Nel 1621,
dopo ben 170 anni di lavori, ebbe a consacrare la nuova
Basilica di San Pietro, ancorché incompleta nei suoi
ornamenti interni, così come era stata configurata da Michelangelo.
Oltre a Gian
Lorenzo Bernini, Urbano VIII affidò la realizzazione
di numerose opere anche ad altri prestigiosi artisti,
quali Andrea
Sacchi, Pietro
da Cortona e Carlo
Maderno, al quale ultimo si deve la sistemazione del
palazzo apostolico di Castel
Gandolfo, come lo vediamo ancora oggi.
Fu
costruita la Biblioteca Barberini nella quale furono
raccolti numerosi e preziosissimi manoscritti; il Palazzo
Barberini ai piedi del Quirinale,
il Palazzo
c.d. di Propaganda Fidei, la fontana
del Tritone e numerose Chiese. In campo militare
procedette al potenziamento di Castel Sant'Angelo, fece fortificare l'intera città di
Castelfranco
e trasformò il porto
di Civitavecchia
in un vero e proprio porto militare.
Come
detto, queste opere furono, però, realizzate attingendo i
materiali da altre opere che erano pervenute al Barberini
sfidando i secoli. Tutti i bronzi del Pantheon,
ad esempio, sia quelli delle travi dell'atrio che il
rivestimento interno della cupola, furono rimossi,
nuovamente fusi e riutilizzati per i cannoni di Castel
Sant'Angelo e per il Baldacchino in San
Pietro. Inoltre, tutti i marmi del Colosseo
furono riutilizzati per abbellire i palazzi romani e le
pietre furono utilizzate addirittura per costruire nuovi
palazzi. In altri termini, il Colosseo fu utilizzato come
cava di materiali da costruzione. Questo scempio fece
esclamare a Pasquino:
Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini (Ciò
che non fecero i Barbari, lo fecero i Barberini).
Il
pontificato di Urbano VIII vide compiersi il processo
a Galileo Galilei, quale sostenitore della teoria
copernicana sul moto dei corpi celesti, in opposizione
alla teoria aristotelica-tolemaica sostenuta dalla Chiesa.
La vicenda era nata sotto il pontificato di Camillo
Borghese, Papa
Paolo V (1605-1621).
Nel 1616,
precisamente il 24 del mese di febbraio, il Sant'Uffizio
ebbe a condannare la teoria
copernicana con una duplice motivazione. La prima
condannava l'affermazione che il Sole
era localmente immobile al centro del sistema planetario
ad esso circostante, in quanto contrastante con
l'interpretazione letterale delle Sacre
Scritture. La seconda condannava l'affermazione che la Terra
non è centro del Mondo, ma si muove intorno al Sole, in
quanto contrastante con i principi della Fede. Dopo di che
la Congregazione dell'Indice passò alla condanna del De
revolutionibus orbium celestium di Copernico
e di tutti i testi ad esso collegati.
Galilei,
sul finire dello stesso mese, si recò dal Cardinal Roberto
Bellarmino, capo del Sant'Uffizio e primo sostenitore
della condanna a Giordano
Bruno, dal quale ottenne una lettera di attestazione
nella quale il prelato affermava che lo scienziato non
aveva mai ricevuto alcuna condanna e non aveva mai
abiurato alcunché, ma, al contempo, veniva avvertito che
la dottrina copernicana era contraria alle Sacre Scritture
e, per ciò stesso, non andava né difesa, né divulgata.
La lettera, ancorché concordata nel mese di febbraio, fu
stilata il 26
maggio 1616.
Contemporaneamente,
un nemico personale di Galilei, tal padre Seguri,
si inventò di sana pianta un verbale, nel quale si
testimoniava che lo scienziato era stato, invece, ammonito
dal Bellarmino ad abiurare la teoria copernicana da lui
condivisa, pena il carcere e che, a seguito
dell'ammonimento, vi sarebbe stata la promessa di
obbedienza e abiura. Maffeo Barberini, quando era cardinale,
aveva preso le difese di Galilei allorquando si erano
accese, in Firenze,
le dispute sulle varie ipotesi dei fenomeni di
galleggiamento. Per cui, quando Egli fu eletto Papa,
Galileo fu indotto a sperare in un benevolo atteggiamento
del nuovo pontefice verso la sua persona e i suoi studi
nonché verso la moderna scienza.
Sul
finire del 1623
Galilei diede alle stampe un volume intitolato Il
Saggiatore, con dedica al nuovo Pontefice. In quest'opera
lo scienziato, trattando del moto delle comete
e di altri corpi celesti, confermava indirettamente la
validità della teoria copernicana. Inoltre sosteneva che
la conoscenza progredisce sempre, senza mai assestarsi su
posizioni dogmatiche. In altri termini l'uomo ha il
diritto-dovere di ampliare la conoscenza senza mai aver la
pretesa di pervenire alla verità assoluta. Questa
posizione, secondo lo scienziato, non era per nulla in
contrasto con la Fede.
L'opera
di Galilei fu valutata positivamente da Urbano VIII. Il
Papa ricevette ufficialmente lo scienziato a Roma nel mese
di aprile del 1624
e lo incoraggiò a riprendere i suoi studi sul confronto
tra i massimi sistemi, purché il confronto avvenisse
soltanto su basi matematiche. La qual cosa era da
intendersi nel senso che una certezza matematica, ovvero
astratta, nulla aveva a che vedere con le certezze del
mondo reale. Seppur con questa limitazione, la Chiesa di
Roma sembrava aver ammorbidito la sua posizione circa la
nuova teoria.
Il 21
febbraio del 1632,
fresco di stampa, la comunità scientifica e non, ebbe tra
le mani l'ultima opera di Galilei, Dialogo sopra i due
massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano,
nella quale veniva definitivamente dimostrata la validità
del sistema eliocentrico.
Le
reazioni ostili non si fecero attendere. Nell'estate dello
stesso anno Urbano VIII esternò tutto il suo risentimento
in quanto una sua tesi era stata trattata, secondo lui,
maldestramente ed esposta al ridicolo. Inoltre, nel testo,
vi era più di un riferimento al pontefice quale difensore
delle posizioni più arretrate. Infine, l'opera si
chiudeva con l'affermazione che era possibile dissertare
sulla costituzione del mondo, a patto di non ricercare mai
la verità. Questa conclusione non era altro che un
espediente diplomatico escogitato pur di andare in stampa.
La qual cosa aveva fatto, giustamente, infuriare il
Pontefice.
I nemici
di Galilei intravidero nel Dialogo un attacco
frontale al binomio teologia-filosofia che si riteneva
fosse l'unica strada percorribile per l'accertamento della
verità, considerando la scienza una via del tutto
subordinata, asservita, cioè, alle discipline teoriche.
Forse,
però, l'aspetto che i censori ritenevano più pericoloso
del trattato, era rappresentato dal fatto che il testo era
stato scritto in italiano e non in latino, lingua
tradizionale per le opere destinate agli studiosi. In
altri termini, adoperando la lingua italiana, ovvero
volgare, come si diceva a quei tempi, lo scienziato aveva
palesemente dimostrato l'intenzione di dare la massima
diffusione al contenuto della sua opera, anche e
soprattutto al di fuori del mondo accademico.
Nel mese
di luglio del 1632,
l'Inquisizione
di Firenze diede ordine di ritirare tutte le copie in
commercio del Dialogo. Urbano VIII, spinto dai
gesuiti, nemici acerrimi dello scienziato, diede ordine di
inviare copia del Dialogo al Sant'Uffizio per gli
opportuni esami e di convocare Galilei a Roma presso
l'Inquisizione.
L'accusa
mossa a Galilei era che egli non si era limitato a
trattare la teoria copernicana in termini puramente
matematici, bensì l'aveva fatta propria, completamente.
Il 12
aprile del 1633
Galilei si presentò a Roma e fu arrestato. Comprendendo
che il tribunale dell'Inquisizione era intenzionato a
reprimere, con ogni mezzo, la divulgazione delle idee
esposte nel Dialogo, si offrì di apportare delle
correzioni che tenessero in conto le esigenze della
Dottrina di Santa Romana Chiesa. Ciò non fu bastevole. Il
Papa, benché fosse sempre stato informato, per suo
desiderio, degli interrogatori, si era guardato bene
dall'intervenire. Ciò aveva fatto sperare in un suo
intervento a favore del pisano. La qual cosa non avvenne.
Allo
scienziato fu imposto un pubblico atto di abiura.
Diversamente avrebbe dovuto subire tutte le pene riservate
agli eretici.
Galilei dovette piegarsi. Con l'atto di abiura si
impegnava, altresì, a non divulgare più, in avvenire, le
idee copernicane e a denunciare al Sant'Uffizio chiunque,
in futuro, ne avesse tentato di riprendere la
divulgazione. Ciò accadeva nell'estate del 1633.
Galilei
fu trasferito prima a Pisa
e poi nella sua casa di Arcetri,
ove gli fu concesso di espiare il carcere tra le mura
domestiche in considerazione della sua anzianità. Aveva
già 66 anni. Negli anni a venire sopraggiunse anche la
cecità che non gli impedì di dare alle stampe in Leida
(Olanda)
nel 1638
un'altra opera fondamentale del suo ingegno, Discorsi e
dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze
(si trattava della fisica del moto e della resistenza dei
materiali).
Gli fu
concesso di trasferirsi a Firenze ove si spense nel mese
di gennaio del 1642.
Curiosamente, per una di quelle strane coincidenze della
Storia, nello stesso anno, precisamente nel giorno di Natale,
in Inghilterra,
a Woolsthorpe
nel Lincolnshire,
nasceva Isacco
Newton.
L'epilogo
Maffeo
Barberini si spense il 29
luglio 1644.
Era riuscito a sfuggire a due congiure.
La
Basilica di San Pietro raccoglie le spoglie mortali di
Urbano VIII in un monumento funebre realizzato da Gian
Lorenzo Bernini in bronzo e marmo, commissionato dallo
stesso Papa fin dal 1628
e completato nel 1647.
Webmaster: Amedeo Lomonaco - Sottofondo:
Scapulis suis
|
|