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il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 17 aprile 2008
L'incontro
con l'Episcopato USA: il Papa riceve il segno della
generosità della Chiesa statunitense e ribadisce la
condanna per lo scandalo della pedofilia
Dopo
la grande festa per il compleanno di Benedetto XVI alla
Casa Bianca, il viaggio apostolico del Pontefice è
entrato nella sua dimensione più propriamente pastorale e
spirituale. Al pranzo con i cardinali statunitensi e il
Praesiadium della Conferenza episcopale del Paese, è
seguito l’incontro di Benedetto XVI con i rappresentanti
di cinque fondazioni caritative americane. Nella
Nunziatura di Washington, sono stati presentati al Papa i
responsabili dei Cavalieri di Colombo, i “Patrons” che
finanziano la tutela dei tesori d’arte custoditi nei
Musei Vaticani, i membri della “Cetesimus Anno Pro
Pontifice”, la fondazione voluta da Papa Wojtyla per la
diffusione della Dottrina sociale della Chiesa. Al
cospetto di Benedetto XVI sono stati portati anche i soci
della “Papal Foundation”, che finanzia opere di carità
a nome del Papa in ogni parte del mondo, e infine gli
appartenenti alla “Franciscan Foundation for the Holy
Land”, una iniziativa francescana a favore della
presenza cristiana in Terra Santa. Quindi, il
trasferimento verso il National Shrine of the Immaculate
Conception, per la celebrazione dei Vespri e l’incontro
con i vescovi statunitensi, sul quale ci rifersice Alessandro
De Carolis:
Un discorso ampio e complesso come i volti
dell’America, i chiaroscuri propri di una “terra di
grande fede” ma anche secolarizzata, generosa ma anche
materialista, dove la Chiesa svolge un importante ruolo
sociale, ma dove c’è urgenza di riscoprire la verità
dei valori cristiani, morali, il cui oscuramento ha
provocato derive come quella, ignominiosa, dell’abuso
sessuale sui minori da parte di sacerdoti, condannata
senza riserve da Benedetto XVI.
(canto)
Il Papa parla ai vescovi, circondato dalle molte effigi
che nel mondo evocano la Vergine, il cui patrocinio sulla
Chiesa e gli Stati Uniti, sotto il segno
dell’Immacolata, è antico di 170 anni. Parla nel
Santuario mariano nazionale, che vanta una lunga storia di
generosità offerta e ricambiata con la Santa Sede, a
sostegno dell’azione umanitaria del Papa. Benedetto XVI
parte da qui, da chi nella Chiesa americana sceglie il
bene e la solidarietà, dalla maggioranza silenziosa che
fa proprio il bisogno di un povero, il sostegno a una
parrocchia, a un ospedale, a una scuola. Ricorda i
contributi elargiti nel dopo-11 settembre e nel
dopo-Katrina, ma anche quelli del dopo-tusnami. Un
Paese capace di cuore e compassione, dunque. Ma non solo:
“America is also a land of great faith…
L’America è anche una terra di grande fede. La
vostra gente è ben conosciuta per il fervore religioso ed
è fiera di appartenere ad una comunità orante. Ha
fiducia in Dio e non esita ad introdurre nei discorsi
pubblici ragioni morali radicate nella fede biblica. Il
rispetto per la libertà di religione è profondamente
radicato nella coscienza americana, un dato di fatto che
ha contribuito a far sì che questo Paese attraesse
generazioni di immigranti alla ricerca di una casa dove
poter liberamente rendere culto a Dio secondo i propri
convincimenti religiosi".
Tuttavia, riflette poco dopo il Papa, dare “valore
alla libertà individuale e all’autonomia” può far
dimenticare “la nostra dipendenza dagli altri”. E
lasciarsi ammaliare dalla quasi onnipotenza della scienza
e della tecnica può indurre l’uomo a relegare Dio nel
dimenticatoio. Errori che Benedetto XVI imputa alla
“sottile influenza” del secolarismo e del
materialismo:
“Is it consistent to profess our beliefs…
È forse coerente professare la nostra fede in
chiesa alla domenica e poi, lungo la settimana, promuovere
pratiche di affari o procedure mediche contrarie a tale
fede? È forse coerente per cattolici praticanti ignorare
o sfruttare i poveri e gli emarginati, promuovere
comportamenti sessuali contrari all’insegnamento morale
cattolico, o adottare posizioni che contraddicono il
diritto alla vita di ogni essere umano dal concepimento
alla morte naturale?”.
Dovere dei cristiani invece - è lo sprone del Papa -
è di “resistere ad ogni tendenza a considerare la
religione come un fatto privato” e ciò è possibile se
la Chiesa statunitense - ben presente nel “pubblico
dibattito” sociale e culturale - fa sì “che il
Vangelo venga udito in modo chiaro”. E ancora più
importante, incalza, è “l’apertura graduale dei cuori
alla più ampia verità morale”. Questo, assicura,
valorizza la famiglia nel suo ruolo di formazione e la
salva dalle forze che vogliono disgregarla, mettendo in
pericolo soprattutto i giovani. E qui, Benedetto XVI torna
a parlare quel segno contrario al Vangelo che in America
“ha causato profonda vergogna”, l’abuso sessuale dei
minori:
“Many of you have spoken to me…
Molti di voi mi hanno parlato dell’enorme dolore
che le vostre comunità hanno sofferto quando uomini di
Chiesa hanno tradito i loro obblighi e compiti sacerdotali
con un simile comportamento gravemente immorale (...)
Giustamente voi date priorità alla manifestazione di
compassione e sostegno alle vittime: è responsabilità
che vi viene da Dio, quali Pastori, quella di fasciare le
ferite causate da ogni violazione della fiducia, di
favorire la guarigione, di promuovere la riconciliazione e
di accostare con amorevole preoccupazione quanti sono
stati così seriamente danneggiati”.
Anche se “la risposta a simile situazione - riconosce
Benedetto XVI - non è stata facile e, come indicato dal
Presidente della vostra Conferenza Episcopale, è stata
‘talvolta gestita in pessimo modo’”, la
“dimensione e la gravità del problema” hanno permesso
di definire “misure di rimedio e disciplinari più
adeguate”. Tuttavia, ha osservato il Papa, “se
vogliamo che raggiungano il loro pieno scopo” occorre
che “le misure e le strategie da voi adottate siano
poste in un contesto più ampio":
“Children deserve to grow up with…
I bambini hanno diritto di crescere con una sana
comprensione della sessualità e il ruolo che le è
proprio nelle relazioni umane. Ad essi dovrebbero essere
risparmiate le manifestazioni degradanti e la volgare
manipolazione della sessualità oggi così prevalente;
essi hanno il diritto di essere educati negli autentici
valori morali radicati nella dignità della persona
umana"
CELEBRAZIONE
DEI VESPRI E
INCONTRO CON I VESCOVI DEGLI STATI UNITI D'AMERICA
DISCORSO
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Santuario
Nazionale dell'Immacolata Concezione di Washington, D.C.
Mercoledì, 16 aprile 2008
Venerati Fratelli nell’Episcopato,
grande è la mia gioia nel salutarvi oggi,
all’inizio della mia visita in questo Paese, e ringrazio
il Cardinale George per le gentili parole rivoltemi a nome
vostro. Desidero ringraziare ognuno di voi, specialmente
gli Officiali della Conferenza Episcopale, per
l’impegnativo lavoro che hanno affrontato nella
preparazione di questo viaggio. Il mio grato apprezzamento
va inoltre allo staff e ai volontari del Santuario
Nazionale, i quali ci hanno qui accolto questa sera. I
cattolici d’America sono noti per la loro leale
devozione alla Sede di Pietro. La mia visita pastorale qui
è un’occasione per rafforzare ulteriormente i vincoli
di comunione che ci uniscono. Abbiamo iniziato con la
celebrazione della Preghiera Serale in questa Basilica
dedicata all’Immacolata Concezione della Beata Vergine
Maria, santuario di speciale significato per i cattolici
americani, proprio nel cuore della vostra Capitale. Uniti
in preghiera con Maria, Madre di Gesù, amorevolmente
affidiamo al nostro Padre celeste il Popolo di Dio in ogni
parte degli Stati Uniti.
Per le comunità cattoliche di Boston, New
York, Filadelfia e Louisville, questo è un anno di
celebrazioni particolari, dato che segna il bicentenario
dell’erezione di queste Chiese locali a Diocesi. Mi
unisco a voi nel rendere grazie per i molti celesti doni
concessi alla Chiesa in tali luoghi nei trascorsi due
secoli. Dato che l’anno corrente segna pure il
bicentenario dell’erezione della sede fondatrice,
Baltimora, ad arcidiocesi, questo mi offre l’opportunità
di ricordare con ammirazione e gratitudine la vita e il
ministero di John Carroll, primo Vescovo di Baltimora e
degno Pastore della comunità cattolica nella vostra
Nazione resasi da poco indipendente. I suoi instancabili
sforzi per diffondere il Vangelo nel vasto territorio
affidato alle sue cure posero le basi della vita
ecclesiale nel vostro Paese e permisero alla Chiesa in
America di crescere verso la maturazione. Oggi la comunità
cattolica che servite è una delle più vaste del mondo ed
una delle più influenti. Quanto importante è dunque far
sì che la vostra luce brilli di fronte ai vostri
concittadini e al mondo “perché vedano le vostre opere
buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”
(Mt 5, 16).
Molte delle persone nei confronti delle
quali John Carroll e i suoi confratelli Vescovi
esercitarono il ministero due secoli orsono erano giunte
da terre lontane. La diversità della loro provenienza è
riflessa nella ricca varietà della vita ecclesiale
dell’odierna America. Cari Fratelli Vescovi, desidero
incoraggiare voi e le vostre comunità a continuare ad
accogliere gli immigranti che si uniscono alle vostre file
oggi, a condividere le loro gioie e speranze, a sostenerli
nelle loro sofferenze e prove, e ad aiutarli a prosperare
nella loro nuova casa. Questo, d’altra parte, è ciò
che fecero i vostri concittadini per generazioni. Sin
dagli inizi, essi hanno aperto le porte agli affaticati,
ai poveri, alle “masse che si accalcavano alla ricerca
di respirare nella libertà” (cfr Sonetto inciso
sulla Statua della Libertà). Queste erano le persone
che l’America ha fatto proprie.
Fra quanti vennero qui per costruirsi una
nuova vita, molti furono capaci di far buon uso delle
risorse e delle opportunità che vi trovarono, e di
raggiungere un alto livello di prosperità. In verità, i
cittadini di questo Paese sono conosciuti per la loro
grande vitalità e creatività. Essi sono pure conosciuti
per la loro generosità. Dopo l’attacco alle Torri
Gemelle, nel settembre del 2001, ed ancora dopo
l’uragano Katrina nel 2005, gli americani hanno mostrato
la loro prontezza a venire in aiuto dei loro fratelli e
sorelle che erano nel bisogno. A livello internazionale,
il contributo offerto dal popolo d’America alle
operazioni di soccorso e di salvataggio dopo lo tsunami
del dicembre del 2004 è un’ulteriore dimostrazione di
tale compassione. Permettetemi di esprimere particolare
apprezzamento per le innumerevoli forme di assistenza
umanitaria offerta dai cattolici americani attraverso le
Caritas cattoliche ed altre agenzie. La loro generosità
ha dato frutti nell’attenzione verso i poveri e i
bisognosi, come pure nell’energia manifestata nella
costruzione della rete nazionale di parrocchie cattoliche,
di ospedali, scuole e università. Tutto ciò offre solido
motivo per rendere grazie.
L’America è anche una terra di grande
fede. La vostra gente è ben conosciuta per il fervore
religioso ed è fiera di appartenere ad una comunità
orante. Ha fiducia in Dio e non esita ad introdurre nei
discorsi pubblici ragioni morali radicate nella fede
biblica. Il rispetto per la libertà di religione è
profondamente radicato nella coscienza americana, un dato
di fatto che ha contribuito a far sì che questo Paese
attraesse generazioni di immigranti alla ricerca di una
casa dove poter liberamente rendere culto a Dio secondo i
propri convincimenti religiosi.
In questo contesto, prendo atto volentieri
della presenza fra di voi di Vescovi da tutte le
venerabili Chiese orientali in comunione con il Successore
di Pietro: li saluto con speciale gioia. Cari Fratelli, vi
chiedo di rassicurare le vostre comunità del mio profondo
affetto e dell’incessante preghiera, sia per loro come
pure per i molti fratelli e sorelle rimasti nella loro
terra d’origine. La vostra presenza in questo Paese è
memoria della coraggiosa testimonianza per Cristo di tanti
membri delle vostre comunità, spesso tra le sofferenze,
nelle rispettive Patrie. Ciò è anche un grande
arricchimento per la vita ecclesiale in America, poiché
offre una vivida espressione della cattolicità della
Chiesa e della varietà delle sue tradizioni liturgiche e
spirituali.
È in questo suolo fertile, nutrito da così
numerose differenti fonti, che voi, venerati Fratelli
nell’Episcopato, siete chiamati oggi a spargere la
semente del Vangelo. Questo mi conduce a domandarmi come,
nel ventunesimo secolo, un Vescovo possa adempiere al
meglio alla chiamata di “fare nuova ogni cosa in Cristo,
nostra speranza”? Come può egli condurre il suo popolo
“all’incontro con il Dio vivente”, sorgente di
quella speranza che trasforma la vita di cui parla il
Vangelo? Forse egli ha bisogno anzitutto di
abbattere alcune barriere che impediscono tale incontro.
Anche se è vero che questo Paese è contrassegnato da un
genuino spirito religioso, la sottile influenza del
secolarismo può tuttavia segnare il modo in cui le
persone permettono che la fede influenzi i propri
comportamenti. È forse coerente professare la nostra fede
in chiesa alla domenica e poi, lungo la settimana,
promuovere pratiche di affari o procedure mediche
contrarie a tale fede? È forse coerente per cattolici
praticanti ignorare o sfruttare i poveri e gli emarginati,
promuovere comportamenti sessuali contrari
all’insegnamento morale cattolico, o adottare posizioni
che contraddicono il diritto alla vita di ogni essere
umano dal concepimento alla morte naturale? Occorre
resistere ad ogni tendenza a considerare la religione come
un fatto privato. Solo quando la fede permea ogni aspetto
della vita, i cristiani diventano davvero aperti alla
potenza trasformatrice del Vangelo.
Per una società ricca, un ulteriore
ostacolo ad un incontro con il Dio vivente sta nella
sottile influenza del materialismo, che può purtroppo
molto facilmente concentrare l’attenzione sul “cento
volte tanto” promesso da Dio in questa vita, a spese
della vita eterna che egli promette per il tempo che verrà
(Mc 10,30). Le persone hanno oggi bisogno di essere
richiamate allo scopo ultimo dell’esistenza. Hanno
bisogno di riconoscere che dentro di loro vi è una
profonda sete di Dio. Hanno bisogno di avere
l’opportunità di attingere al pozzo del suo amore
infinito. È facile essere ammaliati dalle possibilità
quasi illimitate che la scienza e la tecnica ci offrono;
è facile compiere l’errore di pensare di poter ottenere
con i nostri propri sforzi l’adempimento dei bisogni più
profondi. Questa è un’illusione. Senza Dio, il quale ci
dona ciò che da soli non possiamo raggiungere, le nostre vite sono in definitiva
vuote. Le persone hanno bisogno di essere continuamente
richiamate a coltivare una relazione con lui, che è
venuto affinché avessimo la vita in abbondanza (cfr Gv
10,10). Lo scopo di ogni nostra attività pastorale e
catechetica, l’oggetto della nostra predicazione, il
centro stesso del nostro ministero sacramentale deve esser
quello di aiutare le persone a stabilire ed alimentare una
simile relazione vitale con “Cristo Gesù, nostra
speranza” (1 Tm 1,1).
In una società che dà molto valore alla
libertà personale e all’autonomia, è facile perdere di
vista la nostra dipendenza dagli altri, come pure le
responsabilità che noi abbiamo nei loro confronti. Questa
accentuazione dell’individualismo ha influenzato persino
la Chiesa, dando origine ad una forma di pietà
che talvolta sottolinea il nostro rapporto privato con Dio
a scapito della chiamata ad esser membri di una comunità
redenta. Eppure sin dall’inizio, Dio vide che “non è
bene che l’uomo sia solo” (Gn 2,18). Siamo
stati creati come esseri sociali che trovano compimento
soltanto nell’amore verso Dio e verso il prossimo. Se
vogliamo veramente tenere fisso lo sguardo su di lui,
sorgente della nostra gioia, dobbiamo farlo come membri
del Popolo di Dio. Se ciò sembrasse andar contro la
cultura odierna, sarebbe semplicemente un’ulteriore
prova dell’urgente necessità di una rinnovata
evangelizzazione della cultura.
Qui in America siete stati benedetti con
un laicato cattolico di considerevole varietà culturale,
che pone i propri multiformi doni al servizio della Chiesa
e della società in generale. Esso guarda a voi per
ricevere incoraggiamento, guida e indirizzo. In un’epoca
satura di informazioni, l’importanza di offrire una
solida formazione della fede non rischia di essere
sopravalutata. I cattolici americani hanno riservato per
tradizione un alto valore all’educazione religiosa, sia
nelle scuole che nell’insieme dei programmi di
formazione per adulti: occorre mantenere ed espandere. I
numerosi uomini e donne che generosamente si dedicano alle
opere caritative devono essere aiutati a rinnovare il loro
impegno mediante una “formazione del cuore”: un
“incontro con Dio in Cristo che susciti in loro
l’amore ed apra il loro animo agli altri”. In un’epoca in cui i progressi
nelle scienze mediche portano nuova speranza a molti,
possono essere suscitate sfide etiche in antecedenza
inimmaginabili. Ciò rende più importante che mai
assicurare una solida formazione negli insegnamenti morali
della Chiesa a quei cattolici che sono impegnati nella
sfera della salute. Una saggia guida è necessaria in
tutti questi campi di apostolato, perché possano portare
frutti abbondanti. Se essi vogliono veramente promuovere
il bene integrale della persona, devono essi stessi essere
resi nuovi in Cristo nostra speranza.
Quali annunciatori del Vangelo e guide
della comunità cattolica, voi siete chiamati anche a
partecipare allo scambio di idee nella pubblica arena, per
aiutare a modellare atteggiamenti culturali adeguati. In
un contesto in cui la libertà di parola è apprezzata e
un dibattito robusto ed onesto viene incoraggiato, la
vostra è una voce rispettata che molto ha da offrire alla
discussione sulle questioni sociali e morali
dell’attualità. Nel far sì che il Vangelo venga udito
in modo chiaro, voi non soltanto formate le persone della
vostra comunità, ma, nell’ambito della più vasta
platea della comunicazione di massa, aiutate a diffondere
il messaggio della speranza cristiana in tutto il mondo.
L’influenza della Chiesa nel pubblico
dibattito, è chiaro, si effettua a molti livelli diversi.
Negli Stati Uniti, come altrove, vi sono attualmente molte
leggi già in vigore o in discussione che suscitano
preoccupazione dal punto di vista della moralità e la
comunità cattolica, sotto la vostra guida, deve offrire
una testimonianza chiara ed unitaria su tali materie.
Ancor più importante, tuttavia, è l’apertura graduale
delle menti e dei cuori della comunità più ampia alla
verità morale: qui c’è ancora molto da fare. In questo
ambito è cruciale il ruolo dei fedeli laici nell’agire
come “lievito” nella società. Tuttavia, non si deve
dare per scontato che tutti i cittadini cattolici pensino
secondo l’insegnamento della Chiesa circa le questioni
etiche fondamentali di oggi. Ancora una volta è vostro
dovere far sì che la formazione morale offerta ad ogni
livello della vita ecclesiale rifletta l’autentico
insegnamento del Vangelo della vita.
A tale proposito, un argomento di profonda
preoccupazione per noi tutti è la situazione della
famiglia all’interno della società. È vero: il
Cardinale George ha prima ricordato come voi abbiate posto
il rafforzamento del matrimonio e della vita familiare fra
le priorità della vostra attenzione nei prossimi anni.
Nel Messaggio
di quest’anno per la Giornata Mondiale per la Pace,
ho parlato del contributo essenziale che una vita
familiare sana offre alla pace entro e fra le Nazioni.
Nella casa della famiglia sperimentiamo “alcune
componenti fondamentali della pace: la giustizia e
l’amore tra fratelli e sorelle, la funzione
dell’autorità espressa dai genitori, il servizio
amorevole ai membri più deboli perché piccoli o malati o
anziani, l’aiuto vicendevole nelle necessità della
vita, la disponibilità ad accogliere l’altro e, se
necessario, a perdonarlo” (n. 3). La famiglia è inoltre
il luogo primario dell’evangelizzazione, nella
trasmissione della fede, nell’aiutare i giovani ad
apprezzare l’importanza della pratica religiosa e
dell’osservanza della domenica. Come non essere
sconcertati nell’osservare il rapido declino della
famiglia quale elemento basilare della Chiesa e della
società? Il divorzio e l’infedeltà sono in aumento, e
molti giovani uomini e donne scelgono di ritardare il
matrimonio o addirittura di ignorarlo completamente. Per
alcuni giovani cattolici il vincolo sacramentale del
matrimonio appare scarsamente distinguibile da un legame
civile, o è percepito addirittura come un semplice
accordo per vivere con un’altra persona in modo
informale e senza stabilità. In conseguenza si vede un
allarmante decremento di matrimoni cattolici negli Stati
Uniti insieme ad un aumento di coabitazioni, nelle quali
il reciproco donarsi degli sposi al modo di Cristo,
mediante il sigillo di una pubblica promessa di vivere le
esigenze di un impegno indissolubile per l’intera
esistenza, è semplicemente assente. In tali circostanze
viene negato ai figli l’ambiente sicuro di cui hanno
bisogno per crescere come esseri umani, e vengono pure
negati alla società quegli stabili pilastri che sono
necessari, se si vuole mantenere la coesione e il centro
morale della comunità.
Come il mio predecessore, il Papa Giovanni
Paolo II, insegnava, “il primo responsabile della
pastorale familiare nella Diocesi è il Vescovo… egli
deve consacrare interessamento, sollecitudine, tempo,
personale, risorse; soprattutto, però, appoggio personale
alle famiglie ed a quanti… lo aiutano nella pastorale
della famiglia”. È vostro compito proclamare con
forza gli argomenti di fede e ragione che parlano
dell’istituto del matrimonio, compreso come impegno per
la vita fra un uomo e una donna, aperto alla trasmissione
della vita. Tale messaggio dovrebbe risuonare di fronte
alle persone di oggi, poiché è essenzialmente un “sì”
incondizionato e senza riserve alla vita, un “sì”
all’amore e un “sì” alle aspirazioni del cuore
della nostra comune umanità, mentre ci sforziamo di
portare a compimento il nostro profondo desiderio di
intimità con gli altri e con il Signore.
Fra i segni contrari al Vangelo della vita
che si possono trovare in America, ma anche altrove, ve
n’è uno che causa profonda vergogna: l’abuso sessuale
dei minori. Molti di voi mi hanno parlato dell’enorme
dolore che le vostre comunità hanno sofferto quando
uomini di Chiesa hanno tradito i loro obblighi e compiti
sacerdotali con un simile comportamento gravemente
immorale. Mentre cercate di eliminare questo male ovunque
esso capiti, siate sicuri del sostegno orante del Popolo
di Dio in tutto il mondo. Giustamente voi date priorità
alla manifestazione di compassione e sostegno alle
vittime: è responsabilità che vi viene da Dio, quali
Pastori, quella di fasciare le ferite causate da ogni
violazione della fiducia, di favorire la guarigione, di
promuovere la riconciliazione e di accostare con amorevole
preoccupazione quanti sono stati così seriamente
danneggiati.
La risposta a simile situazione non è
stata facile e, come indicato dal Presidente della vostra
Conferenza Episcopale, è stata “talvolta gestita in
pessimo modo”. Ora che la dimensione e la gravità del
problema sono compresi più chiaramente, avete potuto
adottare misure di rimedio e disciplinari più adeguate e
promuovere un ambiente sicuro che offre maggiore
protezione ai giovani. Mentre si deve ricordare che la
stragrande maggioranza dei sacerdoti e dei religiosi in
America svolgono un’eccellente opera nel recare il
messaggio liberante del Vangelo alle persone affidate alle
loro premure pastorali, è di vitale importanza che i
soggetti vulnerabili siano sempre protetti da quanti
potrebbero causare ferite. A tale proposito, i vostri
sforzi per alleviare e proteggere stanno portando grande
frutto non soltanto nei confronti di quanti sono posti
direttamente sotto la vostra cura pastorale, ma anche
dell’intera società.
Se vogliamo che raggiungano il loro pieno
scopo, tuttavia, occorre che le misure e le strategie da
voi adottate siano poste in un contesto più ampio. I
bambini hanno diritto di crescere con una sana
comprensione della sessualità e il ruolo che le è
proprio nelle relazioni umane. Ad essi dovrebbero essere
risparmiate le manifestazioni degradanti e la volgare
manipolazione della sessualità oggi così prevalente;
essi hanno il diritto di essere educati negli autentici
valori morali radicati nella dignità della persona umana.
Ciò ci riporta alla considerazione sulla centralità
della famiglia e sulla necessità di promuovere il Vangelo
della vita. Che cosa significa parlare della protezione
dei bimbi quando la pornografia e la violenza possono
essere guardate in così tante case attraverso i mass
media ampiamente disponibili oggi? Dobbiamo con urgenza
riaffermare i valori che sorreggono la società, così da
offrire a giovani e adulti una solida formazione morale.
Tutti hanno un ruolo da svolgere in tale compito, non solo
i genitori, le guide religiose, gli insegnanti e i
catechisti, ma anche l’informazione e l’industria
dell’intrattenimento. Sì, ogni membro della società può
contribuire a questo rinnovamento morale e trarre
beneficio da esso. Prendersi cura davvero dei giovani e
del futuro della nostra civiltà significa riconoscere la
nostra responsabilità di promuovere e di vivere quegli
autentici valori morali che soli rendono capace la persona
umana di prosperare. È vostro compito di pastori che
hanno come modello Cristo, il Buon Pastore, di proclamare
in modo forte e chiaro tale messaggio e di affrontare
pertanto il peccato d’abuso entro il più vasto contesto
dei comportamenti sessuali. Inoltre, nel riconoscere il
problema e nell’affrontarlo quando accade in un contesto
ecclesiale, voi potete offrire un orientamento agli altri,
dato che questa piaga si trova non solo dentro le vostre
Diocesi, ma in ogni settore della società. Essa esige una
risposta determinata e collettiva.
Pure i sacerdoti hanno bisogno della
vostra guida e della vostra vicinanza durante questo tempo
difficile. Essi hanno sperimentato la vergogna per ciò
che è accaduto e molti di loro percepiscono di avere
perduto parte di quella fiducia che una volta avevano. Non
sono pochi quelli che sperimentano una vicinanza a Cristo
nella sua Passione, mentre si sforzano di affrontare le
conseguenze della crisi presente. Il Vescovo, come padre,
fratello e amico dei suoi sacerdoti, li può aiutare a
trarre frutto spirituale da questa unione con Cristo,
rendendoli consci della consolante presenza del Signore
nel mezzo delle loro sofferenze, ed incoraggiandoli a
camminare con il Signore nel sentiero della speranza. Come osservava il Papa Giovanni Paolo
II sei anni orsono, “dobbiamo aver fiducia che questo
tempo di prova porterà una purificazione dell’intera
comunità cattolica”,che condurrà “ad un sacerdozio
più santo, ad un episcopato più santo e ad una Chiesa più
santa”. Vi sono molti segni che, nel periodo successivo, una
tale purificazione ha davvero avuto luogo. La costante
presenza di Cristo nel mezzo delle nostre sofferenze sta
gradualmente trasformando le nostre tenebre in luce: ogni
cosa viene fatta nuova veramente in Cristo Gesù, nostra
speranza.
In questo momento parte vitale del vostro
compito è di rafforzare i rapporti con i vostri
sacerdoti, specialmente in quei casi in cui è sorta
tensione fra preti e Vescovi in conseguenza della crisi.
È importante che continuiate a dimostrare nei loro
confronti la vostra preoccupazione, il vostro sostegno e
la vostra guida attraverso l’esempio. Così di certo li
aiuterete ad incontrare il Dio vivente e li orienterete
verso quella speranza che trasforma l’esistenza della
quale parla il Vangelo. Se voi stessi vivrete in un modo
che si configura strettamente a Cristo, il Buon Pastore,
che diede la vita per le sue pecore, ispirerete i vostri
fratelli sacerdoti a dedicarsi nuovamente al servizio del
gregge con la generosità che caratterizzò Cristo. In
verità, una concentrazione più chiara sull’imitazione
di Cristo nella santità di vita è ciò che abbisogna, se
vogliamo andare avanti. Dobbiamo riscoprire la gioia di
vivere un’esistenza incentrata su Cristo, coltivando le
virtù ed immergendoci nella preghiera. Quando i fedeli
sanno che il loro pastore è uomo che prega e dedica la
propria vita al loro servizio, rispondono con quel calore
ed affetto che nutre e sostiene la vita dell’intera
comunità.
Il tempo trascorso nella preghiera non è
mai gettato via, per quanto siano importanti i doveri che
ci pressano da ogni dove. L’adorazione di Cristo nostro
Signore nel Santissimo Sacramento prolunga ed intensifica
quell’unione a lui che si costituisce mediante la
Celebrazione eucaristica. La contemplazione dei misteri del
Rosario sprigiona tutta la loro forza salvifica
conformandoci, unendoci e consacrandoci a Gesù Cristo. La fedeltà alla Liturgia
delle Ore assicura che l’intero nostro giorno sia
santificato, ricordandoci continuamente la necessità di
restare concentrati nel compiere l’opera di Dio,
nonostante tutte le urgenze o le distrazioni che possono
sorgere nei confronti degli obblighi da compiere. In tale
maniera, la devozione ci aiuta a parlare e ad agire in
persona Christi, ad insegnare, governare e santificare
i fedeli nel nome di Gesù, recando la sua
riconciliazione, la sua guarigione ed il suo amore a tutti
i suoi amati fratelli e sorelle. Questa radicale
configurazione a Cristo Buon Pastore è al centro del
nostro ministero pastorale e se apriamo noi stessi,
mediante la preghiera, alla potenza dello Spirito, Egli ci
elargirà i doni di cui abbiamo bisogno per compiere il
nostro formidabile dovere, tanto da non dover mai
preoccuparci “di come o di che cosa parlare” (Mt
10,19).
Nel concludere questo mio discorso rivolto
a voi questa sera, affido in maniera tutta particolare la
Chiesa che è nel vostro Paese alla materna sollecitudine
e all’intercessione di Maria Immacolata, Patrona degli
Stati Uniti. Possa lei, che ha portato nel proprio grembo
la speranza di tutte le Nazioni, intercedere per il popolo
di questa Nazione, affinché tutti siano resi nuovi in
Cristo Gesù, il Figlio suo. Cari Fratelli Vescovi,
assicuro a ciascuno di voi qui presente la mia profonda
amicizia e la mia partecipazione alle vostre
preoccupazioni pastorali. A voi tutti, al clero, ai
religiosi ed ai fedeli laici imparto cordialmente la
Benedizione Apostolica, pegno di gioia e di pace in Cristo
Risorto.
INCONTRO
CON I VESCOVI DEGLI STATI UNITI D'AMERICA
RISPOSTE
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
ALLE DOMANDE POSTE DAI VESCOVI AMERICANI
Santuario
Nazionale dell'Immacolata Concezione di Washington, D.C.
Mercoledì, 16 aprile 2008
1. Viene
chiesto al Santo Padre di esprimere la propria valutazione
sulla sfida del secolarismo in aumento nella vita pubblica
e sul relativismo nella vita intellettuale, come pure i
Suoi suggerimenti su come affrontare tali sfide dal punto
di vista pastorale, per poter compiere l’opera di
evangelizzazione più efficacemente.
Ho
affrontato brevemente questo tema nel mio discorso.
Ritengo significativo il fatto che qui in America, a
differenza di molti luoghi in Europa, la mentalità
secolare non si è posta come intrinsecamente opposta alla
religione. All’interno del contesto della separazione
fra Chiesa e Stato, la società americana è sempre stata
segnata da un fondamentale rispetto della religione e del
suo ruolo pubblico e, se si vuol dar credito ai sondaggi,
il popolo americano è profondamente religioso. Ma non è
sufficiente contare su questa religiosità tradizionale e
comportarsi come se tutto fosse normale, mentre i suoi
fondamenti vengono lentamente erosi. Un impegno serio nel
campo dell’evangelizzazione non può prescindere da una
diagnosi profonda delle sfide reali che il Vangelo ha di
fronte nella cultura contemporanea americana.
Naturalmente,
ciò che è essenziale è una corretta comprensione della
giusta autonomia dell’ordine secolare, un’autonomia
che non può essere disgiunta da Dio Creatore e dal suo
piano di salvezza. Forse il tipo di secolarismo
dell’America pone un problema particolare: mentre
permette di credere in Dio e rispetta il ruolo pubblico
della religione e delle Chiese, sottilmente tuttavia
riduce la credenza religiosa al minimo comune
denominatore. La fede diviene accettazione passiva che
certe cose “là fuori” sono vere, ma senza rilevanza
pratica per la vita quotidiana. Il risultato è una
crescente separazione della fede dalla vita: il vivere
“come se Dio non esistesse”. Ciò è aggravato da un
approccio individualistico ed eclettico alla fede e alla
religione: lungi dall’approccio cattolico del “pensare
con la Chiesa”, ogni persona crede di avere un diritto
di individuare e scegliere, mantenendo i vincoli sociali
ma senza una conversione integrale, interiore alla legge
di Cristo. Di conseguenza, piuttosto che essere
trasformati e rinnovati nell’animo, i cristiani sono
facilmente tentati di conformarsi allo spirito del secolo
(cfr Rm 12,3). L’abbiamo constatato in maniera
acuta nello scandalo dato da cattolici che promuovono un
presunto diritto all’aborto.
Ad un
livello più profondo, il secolarismo sfida la Chiesa a
riaffermare e a perseguire ancor più attivamente la sua
missione nel e al mondo. Come è stato reso chiaro dal
Concilio, i laici a questo riguardo hanno una
responsabilità particolare. Sono convinto che ciò di cui
vi è bisogno sia un maggior senso del rapporto intrinseco
fra il Vangelo e la legge naturale da una parte, e il
perseguimento dall’altra dell’autentico bene umano,
come viene incarnato nella legge civile e nelle decisioni
morali personali. In una società che giustamente tiene in
alta considerazione la libertà personale, la Chiesa deve
promuovere ad ogni livello i suoi insegnamenti – nella
catechesi, nella predicazione, nell’istruzione
seminaristica ed universitaria – un’apologetica tesa
ad affermare la verità della rivelazione cristiana,
l’armonia tra fede e ragione, ed una sana comprensione
della libertà, vista in termini positivi come liberazione
sia dalle limitazioni del peccato che per
una vita autentica e piena. In una parola, il Vangelo
dev’esser predicato ed insegnato come un modo di vita
integrale, che offre una risposta attraente e veritiera,
intellettualmente e praticamente, ai problemi umani reali.
La “dittatura del relativismo”, alla fin fine, non è
nient’altro che una minaccia alla libertà umana, la
quale matura soltanto nella generosità e nella fedeltà
alla verità.
Si
potrebbe dire molto di più, naturalmente, su questo
argomento: lasciatemi concludere, tuttavia, dicendo che io
credo che la Chiesa in America, in questo preciso momento
della sua storia, ha di fronte a sé la sfida di ritrovare
la visione cattolica della realtà e di presentarla in
maniera coinvolgente e con fantasia ad una società che
fornisce ogni genere di ricette per l’auto realizzazione
umana. Penso in particolare al nostro bisogno di parlare
al cuore dei giovani, i quali, nonostante la costante
esposizione a messaggi contrari al Vangelo, continuano ad
aver sete di autenticità, di bontà, di verità. Molto
resta ancora da fare a livello della predicazione e della
catechesi nelle parrocchie e nelle scuole, se si vuole che
l’evangelizzazione rechi frutto per il rinnovamento
della vita ecclesiale in America.
Il
Santo Padre viene interrogato riguardo ad “un certo
silenzioso processo” mediante il quale i cattolici
abbandonano la pratica della fede, talvolta mediante una
decisione esplicita, ma più spesso quietamente e
gradualmente allontanandosi dalla partecipazione alla
Messa e dall’identificazione con la Chiesa.
Certamente
molto di tutto ciò dipende dal progressivo ridursi di una
cultura religiosa, talvolta paragonata in modo
dispregiativo ad un “ghetto”, che potrebbe rafforzare
la partecipazione e l’identificazione con la Chiesa.
Come ho appena detto, una delle grandi sfide che stanno di
fronte alla Chiesa in questo Paese è quella di coltivare
un’identità cattolica basata non tanto su elementi
esterni, quanto piuttosto su un modo di pensare e di agire
radicato nel Vangelo ed arricchito in base alla tradizione
vivente della Chiesa.
Il tema
coinvolge chiaramente fattori come l’individualismo
religioso e lo scandalo. Ma andiamo al cuore della
questione: la fede non può sopravvivere se non è
nutrita, se non “opera per mezzo della carità” (Gal
5,6). La gente ha oggi difficoltà ad incontrare Dio nelle
nostre chiese? La nostra predicazione ha forse perso il
proprio sale? Non potrebbe ciò essere dovuto al fatto che
molti hanno dimenticato, o addirittura mai imparato, come
pregare nella e con la Chiesa?
Non parlo
qui di persone che lasciano la Chiesa alla ricerca di
“esperienze” religiose soggettive; questo è un tema
pastorale da affrontare nei termini propri. Penso che
stiamo parlando di persone che sono cadute fuori strada
senza aver coscientemente rigettato la fede in Cristo, ma
che, per una qualche ragione, non hanno ricevuto forza
vitale dalla liturgia, dai Sacramenti, dalla predicazione.
Eppure la fede cristiana, come sappiamo, è essenzialmente
ecclesiale, e senza un vincolo vivo con la comunità, la
fede dell’individuo non crescerà mai sino a maturità.
Per tornare alla questione appena discussa: il risultato
può essere un’apostasia silenziosa.
Lasciatemi
perciò fare due brevi osservazioni sul problema del
“processo di abbandono”, che spero stimoleranno
ulteriori riflessioni.
Per prima
cosa, come sapete, diviene sempre più difficile nelle
società occidentali parlare in maniera sensata di
“salvezza”. Eppure la salvezza – la liberazione
dalla realtà del male e il dono di una vita nuova e
libera in Cristo – è al cuore stesso del Vangelo.
Dobbiamo riscoprire, come ho già detto, modi nuovi e
avvincenti per proclamare questo messaggio e risvegliare
una sete di quella pienezza che soltanto Cristo può dare.
È nella liturgia della Chiesa, e soprattutto nel
sacramento dell’Eucaristia, che queste realtà vengono
manifestate nel modo più potente e vengono vissute
nell’esistenza dei credenti; forse abbiamo ancora molto
da fare per realizzare la visione del Concilio circa la
liturgia, come esercizio del sacerdozio comune e come
slancio per un fruttuoso apostolato nel mondo.
In
secondo luogo, dobbiamo riconoscere con preoccupazione la
quasi completa eclissi di un senso escatologico in molte
delle nostre società tradizionalmente cristiane. Come
sapete, ho sollevato tale problema nell’enciclica Spe
salvi. Basti dire che fede e speranza non sono
limitate a questo mondo: come virtù teologali esse ci
uniscono al Signore e ci portano verso il compimento non
soltanto del nostro destino ma anche di quello di tutta la
creazione. La fede e la speranza sono l’ispirazione e la
base dei nostri sforzi per prepararci alla venuta del
Regno di Dio. Nel cristianesimo non vi può essere posto
per una religione puramente privata: Cristo è il
Salvatore del mondo e, quali membra del suo Corpo e
partecipi dei suoi munera profetico, sacerdotale e
regale, non possiamo separare il nostro amore per Lui
dall’impegno dell’edificazione della Chiesa e
dell’ampliamento del Regno. Nella misura in cui la
religione diventa un affare puramente privato, essa perde
la sua stessa anima.
Lasciatemi
concludere, affermando l’ovvio. I campi sono a tutt’oggi
pronti per la mietitura (cfr Gv 4,35); Dio continua
a far crescere la messe (cfr 1 Cor 3,6). Possiamo e
dobbiamo credere, insieme col defunto Papa Giovanni Paolo
II, che Dio sta preparando una nuova primavera per la
cristianità. Ciò di cui c’è maggior bisogno, in
questo specifico tempo della storia della Chiesa in
America, è il rinnovamento di quello zelo apostolico che
ispiri i suoi pastori in maniera attiva a cercare gli
smarriti, a fasciare quanti sono stati feriti e a
rafforzare i deboli (cfr Ez 34,16). E ciò, come ho
detto, esige nuovi modi di pensare basati su una sana
diagnosi delle sfide odierne ed un impegno per l’unità
nel servizio alla missione della Chiesa verso le
generazioni presenti.
3.
Viene chiesto al Santo Padre di esprimere una sua
valutazione sul declino delle vocazioni, nonostante il
numero crescente della popolazione cattolica, e sulle
ragioni della speranza offerte dalle qualità personali e
dalla sete di santità che caratterizzano i candidati che
decidono di proseguire.
Siamo
sinceri: la capacità di coltivare le vocazioni al
sacerdozio e alla vita religiosa è un segno sicuro della
salute di una Chiesa locale. Non c’è spazio per alcun
compiacimento a questo riguardo. Dio continua a chiamare i
giovani, ma spetta a noi incoraggiare una risposta
generosa e libera a quella chiamata. D’altra parte,
nessuno di noi può prendere tale grazia come scontata.
Nel
Vangelo, Gesù ci dice di pregare perché il Signore della
messe mandi operai; egli ammette pure che gli operai sono
pochi al confronto dell’abbondanza della messe (cfr Mt
9,37-38). Sembrerà strano, ma io spesso penso che la
preghiera – l’unum necessarium – è l’unico
aspetto delle vocazioni che sia efficace e noi tendiamo
spesso a dimenticarlo o a sottovalutarlo!
Non parlo
soltanto di preghiera per le vocazioni. La
preghiera stessa, nata nelle famiglie cattoliche, nutrita
da programmi di formazione cristiana, rafforzata dalla
grazia dei Sacramenti, è il mezzo principale mediante il
quale veniamo a conoscere la volontà di Dio per la nostra
vita. Nella misura in cui insegniamo ai giovani a pregare,
e a pregare bene, noi cooperiamo alla chiamata di Dio. I
programmi, i piani e i progetti hanno il loro posto, ma il
discernimento di una vocazione è anzitutto il frutto di
dialogo intimo fra il Signore e i suoi discepoli. I
giovani, se sanno pregare, possono essere fiduciosi di
sapere che cosa fare della chiamata di Dio.
È stato
notato che vi è una sete crescente di santità in molti
giovani oggi e che, anche se in numero sempre minore,
quanti vanno avanti dimostrano un grande idealismo e
offrono molte promesse. È importante ascoltarli,
comprendere le loro esperienze ed incoraggiarli ad aiutare
i coetanei a vedere il bisogno di sacerdoti e religiosi
impegnati, come pure a vedere la bellezza di una vita di
sacrificio e di servizio al Signore e alla sua Chiesa. A
mio giudizio, molto è richiesto ai direttori e formatori
delle vocazioni: ai candidati, oggi più che mai, bisogna
offrire una sana formazione intellettuale e umana che li
ponga in grado non soltanto di rispondere alle domande
reali e ai bisogni dei contemporanei, ma anche di maturare
nella loro conversione e di perseverare nella vocazione
attraverso un impegno che duri per la vita intera. Quali
Vescovi, siete coscienti del sacrificio che viene
richiesto quando vi domandano di sollevare dagli impegni
uno dei vostri preti migliori per lavorare in seminario.
Vi esorto a rispondere con generosità per il bene della
Chiesa intera.
Da
ultimo, penso che sappiate per esperienza che molti dei
vostri fratelli sacerdoti sono felici nella loro
vocazione. Ciò che dissi nel mio discorso
sull’importanza dell’unità e della collaborazione con
il presbiterio si applica anche in questo campo. Vi è la
necessità per tutti noi di lasciare le sterili divisioni,
i disaccordi e i preconcetti e di ascoltare insieme la
voce dello Spirito che guida la Chiesa verso un futuro di
speranza. Ciascuno di noi sa quanto importante è stata la
fraternità sacerdotale nella propria vita; essa non è
soltanto un possesso prezioso, ma anche una risorsa
immensa per il rinnovamento del sacerdozio e la crescita
di nuove vocazioni. Desidero concludere incoraggiandovi a
creare opportunità di un dialogo ancora maggiore e di
incontri fraterni fra i vostri sacerdoti, specialmente
quelli giovani. Sono convinto che ciò porterà frutto per
il loro arricchimento, per l’aumento del loro amore al
sacerdozio e alla Chiesa, come pure per l’efficacia del
loro apostolato.
Con
queste poche osservazioni, vi incoraggio ancora una volta
nel vostro ministero nei confronti dei fedeli affidati
alle vostre premure pastorali e vi affido all’amorevole
intercessione di Maria Immacolata, Madre della Chiesa.
INCONTRO
CON I VESCOVI DEGLI STATI UNITI D'AMERICA
PRESENTAZIONE
DI UN CALICE
DA PARTE DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
ALL'ARCIVESCOVO DI NEW ORLEANS
Santuario
Nazionale dell'Immacolata Concezione di Washington, D.C.
Mercoledì, 16 aprile 2008
Prima di
andarmene, vorrei soffermarmi per un istante e prendere
atto dell’immensa sofferenza sopportata dal Popolo di
Dio nell’Arcidiocesi di New Orleans per effetto
dell’uragano Katrina, come anche del suo coraggio
nell’affrontare l’opera della ricostruzione. Desidero
fare dono all’Arcivescovo Alfred Hughes di un calice,
nella speranza che esso sia accolto come segno della mia
orante solidarietà verso i fedeli dell’Arcidiocesi e
della mia personale gratitudine per l’infaticabile
operosità che egli e gli Arcivescovi Philip Hannan e
Francis Schulte hanno dimostrato nei riguardi del gregge
affidato alle loro cure.
©
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