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il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 21 aprile 2008
Il
Papa alla Messa conclusiva di New York: la libertà
fondata sulla legge del Vangelo sia il segno distintivo
dell'America di oggi e di domani, più forte delle
avversità e degli scandali
Gli
americani non perdano mai la fiducia, nonostante avversità
e scandali, ma cerchino il Regno di Dio nel quotidiano
della vita, obbedendo alla legge dell’amore. E’ la
consegna che Benedetto XVI ha lasciato alla Chiesa e a
tutti gli Stati Uniti, nell’ultima liturgia eucaristica
presieduta ieri pomeriggio allo Yankee Stadium di New
York, davanti a decine di migliaia di persone entusiaste e
commosse, che festeggiavano con il Papa i 200 anni
dell’elevazione a sede metropolitana dell’arcidiocesi
di Baltimora e della contemporanea nascita delle sedi di
New York, Boston, Filadelfia e Louisville. La cronaca, nel
servizio di Alessandro De Carolis:
“Most Holy Father, welcome…
Caro Santo Padre, benvenuto a New York!” (applausi)
Quando il cardinale Edward Egan, arcivescovo di New
York, saluta il Papa a nome della Chiesa della metropoli,
l’applauso dei sessantamila fedeli esplode nello Yankee
Stadium con lo stessa intensità del tripudio che da oltre
80 anni accompagna, in quello storico catino, le imprese
del baseball newyorkese. Ma non è una patinata star dello
sport quella che si mostra sull’altare allestito nello
stadio, ma l’uomo che poche ore prima ha commosso
l’America inginocchiandosi in silenzio nel cratere
aperto sei anni e mezzo fa nel cuore della metropoli da un
odio folle.
(canto)
Benedetto XVI aveva invitato poco prima a superare
quell’odio. Ora, nella Messa che chiude il suo ottavo
viaggio apostolico, il Papa risponde al cardinale Egan - e
ai cristiani che parlano attraverso la sua voce - con un
nuovo invito alla quella “grande speranza che - dice - dà
significato a tutte le altre speranze” della vita. E lo
fa con la stessa chiarezza con la quale, nei giorni
precedenti, aveva denunciato i mali che hanno sporcato la
faccia della Chiesa statunitense. Chiarezza che, in questa
sede, si traduce in un impegno senza sconti: impegno di
obbedienza alla fede” e all’autorità fondata sugli
Apostoli e sui vescovi:
“Authority”… “obedience”. To be frank,
these are not…
‘Autorità’… ’obbedienza’. Ad essere
franchi, queste non sono parole facili da pronunciare
oggi. Parole come queste rappresentano una ‘pietra
d’inciampo’ per molti nostri contemporanei, specie in
una società che giustamente dà grande valore alla libertà
personale (…) La vera libertà fiorisce quando ci
allontaniamo dal giogo del peccato, che annebbia le nostre
percezioni e indebolisce la nostra determinazione, e vede
la fonte della nostra felicità definitiva in lui, che è
amore infinito, libertà infinita, vita senza fine”.
E’ questo tipo di libertà che, insiste ancora il
Papa, deve innervare un valore pur sentito, centrale e
difeso lungo tutta la storia degli Stati Uniti, che ha
permesso di trasformare l’America in una “terra di
opportunità” per milioni di emigranti. E riconoscendo
l’importanza dei 200 anni di evangelizzazione e di
radicamento ecclesiale festeggiati, durante la Messa,
dalle sedi di New York, Boston, Filadelfia, Louisville e
della sede madre di Baltimora, Benedetto XVI ha aggiunto:
“In this land of religious liberty…
In questa terra di libertà religiosa i cattolici
hanno trovato non soltanto la libertà di praticare la
propria fede ma anche di partecipare pienamente alla vita
civile, recando con sé le proprie convinzioni morali
nella pubblica arena, cooperando con i vicini nel forgiare
una vibrante società democratica. La celebrazione odierna
è più che un’occasione di gratitudine per le grazie
ricevute: è un richiamo a proseguire in avanti con ferma
determinazione ad usare saggiamente delle benedizioni
della libertà, per edificare un futuro di speranza per le
generazioni future”.
Proprio ai “giovani uomini e donne d’America” il
Papa dedica gli ultimi pensieri dell’omelia, invitandoli
- anche in lingua spagnola - a “seguire le orme di
Cristo”. Il modo in cui farlo lo ha delineato poco prima
quando - quasi in contrapposizione al luogo fisico
prodotto dall’odio, Ground Zero - Benedetto XVI
ha incoraggiato gli americani a “creare nuovi luoghi di
speranza”, pregando con le parole del Padre Nostro:
“Venga il tuo Regno”. “Pregare con fervore per la
venuta del Regno", ha affermato:
“It means facing the challenges of present and
future…
Vuol dire affrontare le sfide del presente e del
futuro fiduciosi nella vittoria di Cristo ed impegnandosi
per l’avanzamento del suo Regno. Questo significa non
perdere la fiducia di fronte a resistenze, avversità, e
scandali. Significa superare ogni separazione tra fede e
vita, opponendosi ai falsi vangeli di libertà e di
felicità. Vuol dire inoltre respingere la falsa dicotomia
tra fede e vita politica (…) Ciò vuol dire agire per
arricchire la società e la cultura americane della
bellezza e della verità del Vangelo, mai perdendo di
vista quella grande speranza che dà significato e valore
a tutte le altre speranze che ispirano la nostra vita”.
(canto)
CELEBRAZIONE EUCARISTICA
OMELIA
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Yankee Stadium,
Bronx, New York
V Domenica di Pasqua, 20 aprile 2008
Cari
Fratelli e Sorelle in Cristo,
nel
Vangelo che abbiamo or ora ascoltato, Gesù dice ai suoi
Apostoli di riporre la loro fede in lui, poiché egli è
“la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).
Cristo è la via che conduce al Padre, la verità che dà
significato all’umana esistenza, e la sorgente di quella
vita che è gioia eterna con tutti i Santi nel Regno dei
cieli. Prendiamo il Signore in parola! Rinnoviamo la fede
in lui e mettiamo ogni nostra speranza nelle sue promesse!
Con
questo incoraggiamento a perseverare nella fede di Pietro
(cfr Lc 22,32; Mt 16,17), vi saluto tutti
con grande affetto. Ringrazio il Cardinale Egan per le
cordiali parole di benvenuto pronunciate a vostro nome. In
questa Messa la Chiesa che è negli Stati Uniti celebra il
200° anniversario della creazione delle sedi di New York,
Boston, Filadelfia e Louisville dallo smembramento della
sede madre di Baltimora. La presenza, attorno a questo
altare, del Successore di Pietro, dei suoi confratelli
Vescovi e sacerdoti, dei diaconi, dei consacrati e delle
consacrate, come pure dei fedeli laici provenienti dai 50
Stati dell’Unione, manifesta in maniera eloquente la
nostra comunione nella fede cattolica che ci è giunta
dagli Apostoli.
La
celebrazione odierna è anche un segno della crescita
impressionante che Dio ha concesso alla Chiesa nel vostro
Paese nei trascorsi duecento anni. Da piccolo gregge come
quello descritto nella prima lettura, la Chiesa in America
è stata edificata nella fedeltà ai due comandamenti
dell’amore a Dio e dell’amore al prossimo. In questa
terra di libertà e di opportunità, la Chiesa ha unito
greggi molto diversi nella professione di fede e,
attraverso le sue molte opere educative, caritative e
sociali, ha contribuito in modo significativo anche alla
crescita della società americana nel suo insieme.
Questo
grande risultato non è stato senza sfide. La prima
lettura odierna, dagli Atti degli Apostoli, parla di
tensioni linguistiche e culturali presenti già
all’interno della primitiva comunità ecclesiale. Nello
stesso tempo, essa mostra la potenza della Parola di Dio,
proclamata autorevolmente dagli Apostoli e ricevuta nella
fede, per creare un’unità capace di trascendere le
divisioni provenienti dai limiti e dalle debolezze umane.
Ci viene qui ricordata una verità fondamentale: che
l’unità della Chiesa non ha altro fondamento se non
quello della Parola di Dio, divenuta carne in Cristo Gesù
nostro Signore. Tutti i segni esterni di identità, tutte
le strutture, associazioni o programmi, per quanto validi
o addirittura essenziali possano essere, esistono in
ultima analisi soltanto per sostenere e promuovere la più
profonda unità la quale, in Cristo, è dono indefettibile
di Dio alla sua Chiesa.
La prima
lettura mostra, inoltre, come vediamo nell’imposizione
delle mani sui primi diaconi, che l’unità della Chiesa
è “apostolica”, cioè un’unità visibile fondata
sugli Apostoli, che Cristo ha scelto e costituito come
testimoni della sua risurrezione, ed è nata da ciò che
la Scrittura chiama “l’obbedienza della fede” (Rm
1,5; At 6,7).
“Autorità”…
“obbedienza”. Ad essere franchi, queste non sono
parole facili da pronunciare oggi. Parole come queste
rappresentano una “pietra d’inciampo” per molti
nostri contemporanei, specie in una società che
giustamente dà grande valore alla libertà personale.
Eppure, alla luce della nostra fede in Gesù Cristo –
“la vita, la verità e la vita” – arriviamo a vedere
il senso più pieno, il valore e addirittura la bellezza,
di tali parole. Il Vangelo ci insegna che la vera libertà,
la libertà dei figli di Dio, può essere trovata soltanto
nella perdita di sé che è parte del mistero
dell’amore. Solo perdendo noi stessi, il Signore ci
dice, ritroviamo veramente noi stessi (cfr Lc 17,33). La
vera libertà fiorisce quando ci allontaniamo dal giogo
del peccato, che annebbia le nostre percezioni e
indebolisce la nostra determinazione, e vede la fonte
della nostra felicità definitiva in lui, che è amore
infinito, libertà infinita, vita senza fine. “Nella sua
volontà vi è la nostra pace”.
La vera
libertà perciò è un dono gratuito di Dio, il frutto
della conversione alla sua verità, quella verità che ci
rende liberi (cfr Gv 8,32). E tale libertà nella
verità porta nella sua scia un nuovo e liberante modo di
guardare la realtà. Quando ci poniamo nel “pensiero di
Cristo” (cfr Fil 2,5), ci si aprono nuovi
orizzonti! Alla luce della fede, dentro la comunione della
Chiesa, troviamo anche l’ispirazione e la forza per
diventare lievito del Vangelo in questo mondo. Diveniamo
luce del mondo, sale della terra (cfr Mt 5,13-14),
a cui è affidato l’“apostolato” di conformare le
nostre vite ed il mondo in cui viviamo sempre più
pienamente al piano salvifico di Dio.
La
visione magnifica di un mondo trasformato dalla verità
liberante del Vangelo è riflessa nella descrizione della
Chiesa che troviamo nella seconda lettura di oggi.
L’Apostolo ci dice che Cristo, risorto dai morti, è la
pietra d’angolo di un grande tempio che viene edificato
ancor oggi nello Spirito. E noi, membra del suo corpo,
mediante il Battesimo siamo diventati “pietre vive” di
quel tempio, partecipando per grazia alla vita di Dio,
benedetti con la libertà dei figli di Dio, e resi capaci
di offrire sacrifici spirituali piacevoli a lui (cfr 1
Pt 2,5). Qual è questa offerta che siamo chiamati a
fare, se non quella di rivolgere ogni pensiero, parola o
atto alla verità del Vangelo e porre ogni nostra energia
al servizio del Regno di Dio? Solo così possiamo
costruire con Dio, sul fondamento che è Cristo (cfr 1
Cor 3,11). Solo così possiamo edificare qualcosa che
sia realmente durevole. Solo così la nostra vita trova il
significato ultimo e porta frutti duraturi.
Oggi
ricordiamo i duecento anni di un lavacro nella storia
della Chiesa negli Stati Uniti: il suo primo grande
capitolo della crescita. In questi 200 anni il volto della
comunità cattolica nel vostro Paese è grandemente
cambiato. Pensiamo alle ondate successive di emigranti le
cui tradizioni hanno così grandemente arricchito la
Chiesa in America. Pensiamo alla fede forte che ha
edificato la rete di chiese, di istituzioni educative, di
salute e sociali che da lungo tempo sono il marchio
distintivo della Chiesa in questa terra. Pensiamo anche a
quegli innumerevoli padri e a quelle madri che hanno
trasmesso la fede ai figli, il ministero quotidiano dei
molti sacerdoti che hanno speso la propria vita nella cura
delle anime, il contributo incalcolabile di così numerosi
consacrati e consacrate, i quali non solo hanno insegnato
ai bimbi a leggere e a scrivere, ma hanno anche ispirato
in loro un desiderio di tutta la vita di conoscere Dio, di
amarlo e di servirlo. Quanti “sacrifici spirituali
graditi a Dio” sono stati offerti nei trascorsi due
secoli! In questa terra di libertà religiosa i cattolici
hanno trovato non soltanto la libertà di praticare la
propria fede ma anche di partecipare pienamente alla vita
civile, recando con sé le proprie convinzioni morali
nella pubblica arena, cooperando con i vicini nel forgiare
una vibrante società democratica. La celebrazione odierna
è più che un’occasione di gratitudine per le grazie
ricevute: è un richiamo a proseguire in avanti con ferma
determinazione ad usare saggiamente delle benedizioni
della libertà, per edificare un futuro di speranza per le
generazioni future.
“Voi
siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione
santa, il popolo che Dio si è acquisito perché proclami
le opere meravigliose di lui” (1 Pt 2,9). Queste
parole dell’apostolo Pietro non ci ricordano soltanto la
dignità che ci è propria per grazia di Dio, ma sono
anche una sfida ad una fedeltà sempre più grande alla
gloriosa eredità ricevuta in Cristo (cfr Ef 1,18).
Ci sfidano ad esaminare le nostre coscienze, a purificare
i nostri cuori, a rinnovare l’impegno battesimale a
respingere satana e tutte le sue vuote promesse. Ci
sfidano ad essere un popolo della gioia, araldi della
speranza che non perisce (cfr Rm 5,5) nata dalla
fede nella parola di Dio e dalla fiducia nelle sue
promesse.
Ogni
giorno in questa terra voi e molti dei vostri vicini
pregano il Padre con le parole stesse del Signore:
“Venga il tuo Regno”. Tale preghiera deve forgiare la
mente ed il cuore di ogni cristiano in questa Nazione.
Deve portar frutto nel modo in cui vivete la vostra
esistenza e nella maniera nella quale costruite la vostra
famiglia e la vostra comunità. Deve creare nuovi
“luoghi di speranza” in cui il Regno di Dio si fa
presente in tutta la sua potenza salvifica.
Pregare
con fervore per la venuta del Regno significa inoltre
essere costantemente all’erta per i segni della sua
presenza, operando per la sua crescita in ogni settore
della società. Vuol dire affrontare le sfide del presente
e del futuro fiduciosi nella vittoria di Cristo ed
impegnandosi per l’avanzamento del suo Regno. Questo
significa non perdere la fiducia di fronte a resistenze,
avversità e scandali. Significa superare ogni separazione
tra fede e vita, opponendosi ai falsi vangeli di libertà
e di felicità. Vuol dire inoltre respingere la falsa
dicotomia tra fede e vita politica, poiché come ha
affermato il Concilio Vaticano II, “nessuna attività
umana, neanche nelle cose temporali, può essere sottratta
al dominio di Dio”. Ciò vuol dire agire per arricchire
la società e la cultura americane della bellezza e della
verità del Vangelo, mai perdendo di vista quella grande
speranza che dà significato e valore a tutte le altre
speranze che ispirano la nostra vita.
Questa,
cari amici, è la sfida che pone oggi a voi il Successore
di Pietro. Quale “stirpe eletta, sacerdozio regale,
nazione santa”, seguite con fedeltà le orme di quanti
vi hanno preceduto! Affrettate la venuta del Regno di Dio
in questa terra! Le passate generazioni vi hanno lasciato
un’eredità straordinaria. Anche ai nostri giorni la
comunità cattolica di questa Nazione è stata grande
nella testimonianza profetica in difesa della vita,
nell’educazione dei giovani, nella cura dei poveri, dei
malati e dei forestieri tra voi. Su queste solide basi il
futuro della Chiesa in America deve anche oggi iniziare a
sorgere.
Ieri, non
lontano da qui, sono stato colpito dalla gioia, dalla
speranza e dall’amore generoso per Cristo che ho visto
sul volto di tanti giovani riuniti a Dunwoodie. Essi sono
il futuro della Chiesa e hanno diritto a tutte le
preghiere e ad ogni sostegno che possiamo dar loro. Così
desidero concludere aggiungendo una parola di
incoraggiamento per loro. Cari giovani amici, come i sette
uomini “ripieni di Spirito e di saggezza” ai quali gli
Apostoli affidarono la cura della giovane Chiesa, possiate
anche voi alzarvi e assumervi la responsabilità che la
fede in Cristo vi pone innanzi! Possiate trovare il
coraggio di proclamare Cristo “lo stesso ieri, oggi e
sempre” e le immutabili verità che hanno fondamento in
lui: sono verità che ci rendono liberi! Si tratta delle
sole verità che possono garantire il rispetto della
dignità e dei diritti di ogni uomo, donna e bambino nel
mondo, compresi i più indifesi tra gli esseri umani, i
bimbi non ancora nati nel grembo materno. In un mondo in
cui, come Papa Giovanni Paolo II parlando in questo stesso
luogo ci ricordò, Lazzaro continua a bussare alla nostra
porta, fate in modo che la vostra fede e il vostro amore
portino frutto nel soccorrere i poveri, i bisognosi e i
senza voce. Giovani uomini e donne d’America, io insisto
con voi: aprite i cuori alla chiamata di Dio a seguirlo
nel sacerdozio e nella vita religiosa. Vi può essere un
segno di amore più grande di questo: seguire le orme di
Cristo, che si rese disponibile a dare la propria vita per
i suoi amici (cfr Gv 15,13)?
Nel
Vangelo odierno il Signore promette ai discepoli che
faranno opere ancor più grandi delle sue (cfr Gv
14,12). Cari amici, soltanto Dio nella sua provvidenza sa
che cosa la sua grazia deve ancora compiere nelle vostre
vite e nella vita della Chiesa negli Stati Uniti. Nel
frattempo, la promessa di Cristo ci riempie di sicura
speranza. Uniamo perciò la nostra preghiera alla sua,
quali pietre vive di quel tempio spirituale che è la sua
Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Alziamo gli
occhi a lui, poiché anche adesso sta preparando un posto
per noi nella casa del Padre suo. E rafforzati dallo
Spirito Santo, lavoriamo con rinnovato zelo per la
diffusione del suo Regno.
“Beati
quanti crederanno” (cfr 1 Pt 2,7). Rivolgiamoci a
Gesù! Lui soltanto è la via che conduce all’eterna
felicità, la verità che soddisfa i desideri più
profondi di ogni cuore, e la vita che offre gioia e
speranza sempre nuove a noi e al nostro mondo. Amen.
Cari
fratelli e sorelle nel Signore,
vi saluto
con affetto e mi rallegro di celebrare questa Santa Messa
per ringraziare Dio della ricorrenza bicentenaria del
momento in cui la Chiesa Cattolica cominciò a svilupparsi
in questa Nazione. Guardando al cammino di fede, non privo
di difficoltà, percorso in questi anni, lodiamo il
Signore per i frutti che la sua Parola ha prodotto in
queste terre e gli manifestiamo il nostro desiderio che
Cristo, Via Verità e Vita, sia sempre più conosciuto e
amato.
Qui, in
questo Paese di libertà, voglio proclamare con forza che
la Parola di Cristo non elimina le nostre aspirazioni ad
una vita piena e libera, ma ci rivela la nostra vera
dignità di figli di Dio e ci incoraggia a lottare contro
tutto ciò che ci schiavizza, a cominciare dal nostro
egoismo e dalle nostre passioni. Al tempo stesso, ci anima
a manifestare la nostra fede mediante la nostra vita di
carità e a far sì che le nostre comunità ecclesiali
siano ogni giorno più accoglienti e fraterne.
Soprattutto
ai giovani affido il compito di far propria la grande
sfida che comporta il credere in Cristo, e di impegnarsi
perché tale fede si manifesti in una vicinanza effettiva
ai poveri, come anche in una risposta generosa alle
chiamate che Egli continua a proporre perché si lasci
tutto e si inizi una vita di totale consacrazione a Dio e
alla Chiesa, nello stato sacerdotale o religioso.
Cari
fratelli e sorelle, vi invito a guardare al futuro con
speranza, consentendo a Gesù di entrare nelle vostre
vite. Solo Lui è la Via che conduce alla felicità che
non finisce, la Verità che appaga le più nobili
aspirazioni umane e la Vita colma di gioia per il bene
della Chiesa e del mondo. Che Dio vi benedica!
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