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il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 19 aprile 2008
Storico
discorso di Benedetto XVI all'ONU: pace e giustizia nel
mondo se i diritti umani non sono indeboliti dal
relativismo ma sono validi per tutti i tempi e tutti i
popoli
L’Organizzazione
delle Nazioni Unite come “centro morale, in cui tutte le
nazioni del mondo si sentano a casa loro, sviluppando la
comune coscienza di essere una famiglia di nazioni”.
Cosi Benedetto XVI si è rivolto ieri all’Assemblea
generale dell’ONU, dove è stato ricevuto dal segretario
generale Ban Ki-moon e dal presidente dell’Assemblea
generale, Kerim Srgjan, insieme ai rappresentanti delle
192 nazioni che ne fanno parte. La visita del Papa è
durata in tutto circa tre ore ed ha avuto come altri
momenti significativi un caloroso incontro con lo staff ed
il personale dell’ONU, ed una breve visita nella Stanza
della Meditazione. Un luogo, come ha ricordato il
segretario generale Ban Ki-moon nel suo saluto al Papa,
che pur non essendo una cappella perché l’ONU non ha
una religione ufficiale, vuole essere un riconoscimento a
Dio che gli uomini pregano con nomi diversi. Il servizio
del nostro inviato, Pietro Cocco:
Il desiderio della pace, la ricerca della giustizia, il
rispetto della dignità della persona, la cooperazione
umanitaria e l’assistenza esprimono le giuste
aspirazioni dello spirito umano. Per questo la Chiesa e la
Santa Sede vedono nelle Nazioni Unite il luogo nel quale
orientare la politica delle singole nazioni verso questi
ideali. Benedetto XVI ha esordito così, ieri, nel suo
discorso alle Nazioni Unite, con il quale ha elogiato
anche il ruolo dell’ONU nel favorire una comune
regolamentazione nei rapporti tra gli Stati secondo regole
internazionali vincolanti.
Viviamo un tempo di crisi a livello mondiale, ha
osservato il Papa, perché al posto di un consenso
multilaterale nel cercare la soluzione ai problemi,
prevale la decisione di pochi. Al contrario, questioni
come la sicurezza, lo sviluppo, la riduzione delle
ineguaglianze, la protezione dell’ambiente, delle
risorse e del clima richiederebbero una capacità di
azione congiunta e tempestiva.
Un problema al quale ha fatto riferimento anche il
segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, nel
suo saluto introduttivo, sottolineando come ci sia una
comunanza di vedute con la Santa Sede su questi problemi.
Anzi, pur non essendoci una religione ufficiale all’ONU,
ha aggiunto Ban Ki-moon, noi che vi lavoriamo spesso
abbiamo un linguaggio di fede e sentiamo il nostro lavoro
come una missione. E rivolto al Papa ha detto: la nostra
missione comune ci unisce.
Un pensiero condiviso anche dal presidente
dell’Assemblea generale, Kerim Srgjan, che ha ricordato
l’appoggio del Papa al dialogo tra le culture, le
nazioni e i popoli. E nel ringraziarlo per la sua visita
all’ONU, che ricorda a ciascuno la missione nobile di
cui è investito, ha formulato a nome di tutti gli auguri
di buon compleanno a Benedetto XVI, ricordando anche la
sua elezione al Soglio pontificio avvenuta il 19 aprile di
tre anni fa.
Il discorso del Papa, molto articolato, si è quindi
soffermato sui fondamenti necessari a garantire un
effettivo rispetto dei diritti umani e della dignità
della persona umana, a partire dalla Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo, che festeggia quest’anno
il 60.mo anniversario.
Gli effetti della mancanza di rispetto delle regole e
della solidarietà, ha osservato il Papa, si vedono
soprattutto nelle regioni più deboli del pianeta, dove si
sperimentano gli effetti negativi della globalizzazione
come nel caso di quei Paesi dell’Africa e di altre
regioni del mondo che rimangono ai margini di uno sviluppo
integrale.
Ma l’altro elemento tipico dell’azione dell’ONU,
sottolineato dal Papa, è la necessità del rispetto delle
regole, che deve essere sentito da tutti non come una
limitazione della libertà, ma come un aiuto alla
realizzazione del bene comune. La libertà infatti
coinvolge il legame tra diritti e doveri. Penso, ha detto
Benedetto XVI, al modo in cui i risultati delle scoperte
della ricerca scientifica e tecnologica sono stati
talvolta applicati:
“Tout en reconnaissant les immenses bénéfices
que l’Humanité peut…
”Nonostante gli enormi benefici che l’umanità
può trarne, alcuni aspetti di tale applicazione
rappresentano una chiara violazione dell’ordine della
creazione, sino al punto in cui non soltanto viene
contraddetto il carattere sacro della vita, ma la stessa
persona umana e la famiglia vengono derubate della loro
identità naturale”.
Altro fondamento che costituisce la base dei diritti umani
è il riconoscimento dell’unità della famiglia umana e
l’attenzione alla dignità di ogni uomo e donna, quello
che il Papa ha chiamato oggi il “principio di
responsabilità”. Significa che se gli Stati non sono in
grado di garantire la protezione della popolazione da
violazioni gravi dei diritti umani, la comunità
internazionale deve intervenire con i mezzi giuridici
previsti dalla Carta delle Nazioni Unite e da altri
strumenti internazionali, senza che questo significhi
limitarne la sovranità. Al contrario, è l’indifferenza
o la mancanza di intervento che recano un danno reale ai
popoli.
Al tempo stesso il Papa ha esortato a cercare nuove vie
per prevenire e controllare i conflitti, in grado di
esplorare ogni possibile via diplomatica. E soprattutto di
prestare attenzione ed incoraggiamento anche ai più
flebili segni di dialogo o di desiderio di
riconciliazione.
Terzo punto richiamato da Benedetto XVI, è il riferimento
al significato della trascendenza e della ragione
naturale, perché il rispetto dei diritti umani non
rimanga una vuota enunciazione di legalità. Non basta
infatti un approccio pragmatico, un terreno comune
minimale per garantire la dignità dell’uomo e i suoi
diritti:
“Détacher les droits de l'homme de ce contexte
signifierait restreindre…
Tali diritti sono basati sulla legge naturale
iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse
culture e civiltà. Rimuovere i diritti umani da questo
contesto significherebbe restringere il loro ambito e
cedere ad una concezione relativistica, secondo la quale
il significato e l’interpretazione dei diritti
potrebbero variare e la loro universalità verrebbe negata
in nome di contesti culturali, politici, sociali e persino
religiosi differenti”.
Alla base della Dichiarazione universale, frutto di una
convergenza di tradizioni religiose e culturali diverse,
c’è la convinzione della “universalità,
indivisibilità e interdipendenza dei diritti umani”. La
loro promozione, ha osservato il Papa, è la strategia più
efficace per eliminare le disuguaglianze sociali, come
pure per aumentare la sicurezza. Contro le pressioni di
chi vorrebbe re-interpretare i fondamenti della
Dichiarazione per soddisfare semplici interessi
utilitaristici, il Papa ha messo in guardia dal
considerare i diritti come semplici parti staccate tra
loro, perché il soggetto è la persona umana.
Frammentarla, relativizzarla, significa indebolire la
protezione dei suoi diritti.
“This intuition was expressed as early as the
fifth century by …
“Questa intuizione fu espressa sin dal quinto
secolo da Agostino di Ippona, uno dei maestri della nostra
eredità intellettuale, il quale ebbe a dire riguardo al
'Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a
te' che tale massima 'non può in alcun modo variare a
seconda delle diverse comprensioni presenti nel mondo'”
(De doctrina christiana, III, 14).
E’ vero invece che il dialogo dovrebbe essere
riconosciuto sempre più come il mezzo mediante il quale
esprimere il proprio punto di vista e costruire il
consenso intorno alla verità riguardante valori e
obiettivi particolari. E’ proprio della natura delle
religioni, ha insistito Benedetto XVI, che esse possano
condurre un dialogo di pensiero e di vita che porta grandi
benefici agli individui e alle comunità. Certo va tenuta
distinta la dimensione del cittadino da quella di
credente, ma ovviamente i diritti umani debbono includere
il diritto di libertà religiosa:
“It is inconceivable, then, that beliervers should
have to suppress…
“È perciò inconcepibile che dei credenti debbano
sopprimere una parte di se stessi – la loro fede – per
essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere
necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri
diritti”.
Non si tratta semplicemente di garantire libertà di
culto, ha specificato ancora il Papa, ma di considerare la
dimensione pubblica della religione e di dare la
possibilità ai credenti di fare la loro parte nella
costruzione dell’ordine sociale.
In definitiva, i diritti sono basati e modellati sulla sua
natura trascendente, e riconoscere questa dimensione
significa sostenere la speranza dell’umanità in un
mondo migliore. (Dagli Stati Uniti, Pietro Cocco, Radio
Vaticana)
INCONTRO
CON I MEMBRI DELL'ASSEMBLEA GENERALE
DELL'ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
DISCORSO
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
New York
Venerdì, 18 aprile 2008
Signor
Presidente
Signore e Signori,
nel dare
inizio al mio discorso a questa Assemblea, desidero
anzitutto esprimere a Lei, Signor Presidente, la mia
sincera gratitudine per le gentili parole a me dirette.
Uguale sentimento va anche al Segretario Generale, il
Signor Ban Ki-moon, per avermi invitato a visitare gli
uffici centrali dell’Organizzazione e per il benvenuto
che mi ha rivolto. Saluto gli Ambasciatori e i Diplomatici
degli Stati Membri e quanti sono presenti: attraverso di
voi, saluto i popoli che qui rappresentate. Essi attendono
da questa Istituzione che porti avanti l’ispirazione che
ne ha guidato la fondazione, quella di un “centro per
l’armonizzazione degli atti delle Nazioni nel
perseguimento dei fini comuni”, la pace e lo sviluppo (cfr
Carta delle Nazioni Unite, art. 1.2-1.4). Come il
Papa Giovanni Paolo II disse nel 1995, l’Organizzazione
dovrebbe essere “centro morale, in cui tutte le nazioni
del mondo si sentano a casa loro, sviluppando la comune
coscienza di essere, per così dire, una ‘famiglia di
nazioni’” (Messaggio all’Assemblea Generale delle
Nazioni Unite, nel 50° anniversario della fondazione,
New York, 5 ottobre 1995, 14).
Mediante
le Nazioni Unite, gli Stati hanno dato vita a obiettivi
universali che, pur non coincidendo con il bene comune
totale dell’umana famiglia, senza dubbio rappresentano
una parte fondamentale di quel bene stesso. I principi
fondativi dell’Organizzazione - il desiderio della pace,
la ricerca della giustizia, il rispetto della dignità
della persona, la cooperazione umanitaria e l’assistenza
- esprimono le giuste aspirazioni dello spirito umano e
costituiscono gli ideali che dovrebbero sottostare alle
relazioni internazionali. Come i miei predecessori Paolo
VI e Giovanni Paolo II hanno osservato da questo medesimo
podio, si tratta di argomenti che la Chiesa Cattolica e la
Santa Sede seguono con attenzione e con interesse, poiché
vedono nella vostra attività come problemi e conflitti
riguardanti la comunità mondiale possano essere soggetti
ad una comune regolamentazione. Le Nazioni Unite incarnano
l’aspirazione ad “un grado superiore di orientamento
internazionale”, ispirato e governato dal
principio di sussidiarietà, e pertanto capace di
rispondere alle domande dell’umana famiglia mediante
regole internazionali vincolanti ed attraverso strutture
in grado di armonizzare il quotidiano svolgersi della vita
dei popoli. Ciò è ancor più necessario in un tempo in
cui sperimentiamo l’ovvio paradosso di un consenso
multilaterale che continua ad essere in crisi a causa
della sua subordinazione alle decisioni di pochi, mentre i
problemi del mondo esigono interventi nella forma di
azione collettiva da parte della comunità internazionale.
Certo,
questioni di sicurezza, obiettivi di sviluppo, riduzione
delle ineguaglianze locali e globali, protezione
dell’ambiente, delle risorse e del clima, richiedono che
tutti i responsabili internazionali agiscano
congiuntamente e dimostrino una prontezza ad operare in
buona fede, nel rispetto della legge e nella promozione
della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli
del pianeta. Penso in particolar modo a quei Paesi
dell’Africa e di altre parti del mondo che rimangono ai
margini di un autentico sviluppo integrale, e sono perciò
a rischio di sperimentare solo gli effetti negativi della
globalizzazione. Nel contesto delle relazioni
internazionali, è necessario riconoscere il superiore
ruolo che giocano le regole e le strutture intrinsecamente
ordinate a promuovere il bene comune, e pertanto a
difendere la libertà umana. Tali regole non limitano la
libertà; al contrario, la promuovono, quando proibiscono
comportamenti e atti che operano contro il bene comune, ne
ostacolano l’effettivo esercizio e perciò compromettono
la dignità di ogni persona umana. Nel nome della libertà
deve esserci una correlazione fra diritti e doveri, con
cui ogni persona è chiamata ad assumersi la responsabilità
delle proprie scelte, fatte in conseguenza dell’entrata
in rapporto con gli altri. Qui il nostro pensiero si
rivolge al modo in cui i risultati delle scoperte della
ricerca scientifica e tecnologica sono stati talvolta
applicati. Nonostante gli enormi benefici che l’umanità
può trarne, alcuni aspetti di tale applicazione
rappresentano una chiara violazione dell’ordine della
creazione, sino al punto in cui non soltanto viene
contraddetto il carattere sacro della vita, ma la stessa
persona umana e la famiglia vengono derubate della loro
identità naturale. Allo stesso modo, l’azione
internazionale volta a preservare l’ambiente e a
proteggere le varie forme di vita sulla terra non deve
garantire soltanto un uso razionale della tecnologia e
della scienza, ma deve anche riscoprire l’autentica
immagine della creazione. Questo non richiede mai una
scelta da farsi tra scienza ed etica: piuttosto si tratta
di adottare un metodo scientifico che sia veramente
rispettoso degli imperativi etici.
Il
riconoscimento dell’unità della famiglia umana e
l’attenzione per l’innata dignità di ogni uomo e
donna trovano oggi una rinnovata accentuazione nel
principio della responsabilità di proteggere. Solo di
recente questo principio è stato definito, ma era già
implicitamente presente alle origini delle Nazioni Unite
ed è ora divenuto sempre più caratteristica
dell’attività dell’Organizzazione. Ogni Stato ha il
dovere primario di proteggere la propria popolazione da
violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure
dalle conseguenze delle crisi umanitarie, provocate sia
dalla natura che dall’uomo. Se gli Stati non sono in
grado di garantire simile protezione, la comunità
internazionale deve intervenire con i mezzi giuridici
previsti dalla Carta delle Nazioni Unite e da altri
strumenti internazionali. L’azione della comunità
internazionale e delle sue istituzioni, supposto il
rispetto dei principi che sono alla base dell’ordine
internazionale, non deve mai essere interpretata come
un’imposizione indesiderata e una limitazione di
sovranità. Al contrario, è l’indifferenza o la
mancanza di intervento che recano danno reale. Ciò di cui
vi è bisogno e una ricerca più profonda di modi di
prevenire e controllare i conflitti, esplorando ogni
possibile via diplomatica e prestando attenzione ed
incoraggiamento anche ai più flebili segni di dialogo o
di desiderio di riconciliazione.
Il
principio della “responsabilità di proteggere” era
considerato dall’antico ius gentium quale
fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei
confronti dei governati: nel tempo in cui il concetto di
Stati nazionali sovrani si stava sviluppando, il frate
domenicano Francisco de Vitoria, a ragione considerato
precursore dell’idea delle Nazioni Unite, aveva
descritto tale responsabilità come un aspetto della
ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il
risultato di un ordine internazionale il cui compito era
di regolare i rapporti fra i popoli. Ora, come allora,
tale principio deve invocare l’idea della persona quale
immagine del Creatore, il desiderio di una assoluta ed
essenziale libertà. La fondazione delle Nazioni Unite,
come sappiamo, coincise con il profondo sdegno
sperimentato dall’umanità quando fu abbandonato il
riferimento al significato della trascendenza e della
ragione naturale, e conseguentemente furono gravemente
violate la libertà e la dignità dell’uomo. Quando ciò
accade, sono minacciati i fondamenti oggettivi dei valori
che ispirano e governano l’ordine internazionale e sono
minati alla base quei principi cogenti ed inviolabili
formulati e consolidati dalle Nazioni Unite. Quando si è
di fronte a nuove ed insistenti sfide, è un errore
ritornare indietro ad un approccio pragmatico, limitato a
determinare “un terreno comune”, minimale nei
contenuti e debole nei suoi effetti.
Il
riferimento all’umana dignità, che è il fondamento e
l’obiettivo della responsabilità di proteggere, ci
porta al tema sul quale siamo invitati a concentrarci
quest’anno, che segna il 60° anniversario della Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo. Il documento fu il
risultato di una convergenza di tradizioni religiose e
culturali, tutte motivate dal comune desiderio di porre la
persona umana al cuore delle istituzioni, leggi e
interventi della società, e di considerare la persona
umana essenziale per il mondo della cultura, della
religione e della scienza. I diritti umani sono sempre più
presentati come linguaggio comune e sostrato etico delle
relazioni internazionali. Allo stesso tempo,
l’universalità, l’indivisibilità e
l’interdipendenza dei diritti umani servono tutte quali
garanzie per la salvaguardia della dignità umana. È
evidente, tuttavia, che i diritti riconosciuti e delineati
nella Dichiarazione si applicano ad ognuno in virtù
della comune origine della persona, la quale rimane il
punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e
per la storia. Tali diritti sono basati sulla legge
naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle
diverse culture e civiltà. Rimuovere i diritti umani da
questo contesto significherebbe restringere il loro ambito
e cedere ad una concezione relativistica, secondo la quale
il significato e l’interpretazione dei diritti
potrebbero variare e la loro universalità verrebbe negata
in nome di contesti culturali, politici, sociali e persino
religiosi differenti. Non si deve tuttavia permettere che
tale ampia varietà di punti di vista oscuri il fatto che
non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la
persona umana, soggetto di questi diritti.
La vita
della comunità, a livello sia interno che internazionale,
mostra chiaramente come il rispetto dei diritti e le
garanzie che ne conseguono siano misure del bene comune
che servono a valutare il rapporto fra giustizia ed
ingiustizia, sviluppo e povertà, sicurezza e conflitto.
La promozione dei diritti umani rimane la strategia più
efficace per eliminare le disuguaglianze fra Paesi e
gruppi sociali, come pure per un aumento della sicurezza.
Certo, le vittime degli stenti e della disperazione, la
cui dignità umana viene violata impunemente, divengono
facile preda del richiamo alla violenza e possono
diventare in prima persona violatrici della pace. Tuttavia
il bene comune che i diritti umani aiutano a raggiungere
non si può realizzare semplicemente con l’applicazione
di procedure corrette e neppure mediante un semplice
equilibrio fra diritti contrastanti. Il merito della Dichiarazione
Universale è di aver permesso a differenti culture,
espressioni giuridiche e modelli istituzionali di
convergere attorno ad un nucleo fondamentale di valori e,
quindi, di diritti. Oggi però occorre raddoppiare gli
sforzi di fronte alle pressioni per reinterpretare i
fondamenti della Dichiarazione e di comprometterne
l’intima unità, così da facilitare un allontanamento
dalla protezione della dignità umana per soddisfare
semplici interessi, spesso interessi particolari. La Dichiarazione
fu adottata come “comune concezione da perseguire” (preambolo)
e non può essere applicata per parti staccate, secondo
tendenze o scelte selettive che corrono semplicemente il
rischio di contraddire l’unità della persona umana e
perciò l’indivisibilità dei diritti umani.
L’esperienza
ci insegna che spesso la legalità prevale sulla giustizia
quando l’insistenza sui diritti umani li fa apparire
come l’esclusivo risultato di provvedimenti legislativi
o di decisioni normative prese dalle varie agenzie di
coloro che sono al potere. Quando vengono presentati
semplicemente in termini di legalità, i diritti rischiano
di diventare deboli proposizioni staccate dalla dimensione
etica e razionale, che è il loro fondamento e scopo. Al
contrario, la Dichiarazione Universale ha
rafforzato la convinzione che il rispetto dei diritti
umani è radicato principalmente nella giustizia che non
cambia, sulla quale si basa anche la forza vincolante
delle proclamazioni internazionali. Tale aspetto viene
spesso disatteso quando si tenta di privare i diritti
della loro vera funzione in nome di una gretta prospettiva
utilitaristica. Dato che i diritti e i conseguenti doveri
seguono naturalmente dall’interazione umana, è facile
dimenticare che essi sono il frutto di un comune senso
della giustizia, basato primariamente sulla solidarietà
fra i membri della società e perciò validi per tutti i
tempi e per tutti i popoli. Questa intuizione fu espressa
sin dal quinto secolo da Agostino di Ippona, uno dei
maestri della nostra eredità intellettuale, il quale ebbe
a dire riguardo al Non fare agli altri ciò che non
vorresti fosse fatto a teche tale massima “non può
in alcun modo variare a seconda delle diverse comprensioni
presenti nel mondo” (De doctrina christiana, III,
14). Perciò, i diritti umani debbono esser rispettati
quali espressione di giustizia e non semplicemente perché
possono essere fatti rispettare mediante la volontà dei
legislatori.
Signore e
Signori, mentre la storia procede, sorgono nuove
situazioni e si tenta di collegarle a nuovi diritti. Il
discernimento, cioè la capacità di distinguere il bene
dal male, diviene ancor più essenziale nel contesto di
esigenze che riguardano le vite stesse e i comportamenti
delle persone, delle comunità e dei popoli. Affrontando
il tema dei diritti, dato che vi sono coinvolte situazioni
importanti e realtà profonde, il discernimento è al
tempo stesso una virtù indispensabile e fruttuosa.
Il
discernimento, dunque, mostra come l’affidare in maniera
esclusiva ai singoli Stati, con le loro leggi ed
istituzioni, la responsabilità ultima di venire incontro
alle aspirazioni di persone, comunità e popoli interi può
talvolta avere delle conseguenze che escludono la
possibilità di un ordine sociale rispettoso della dignità
e dei diritti della persona. D’altra parte, una visione
della vita saldamente ancorata alla dimensione religiosa
può aiutare a conseguire tali fini, dato che il
riconoscimento del valore trascendente di ogni uomo e ogni
donna favorisce la conversione del cuore, che poi porta ad
un impegno di resistere alla violenza, al terrorismo ed
alla guerra e di promuovere la giustizia e la pace. Ciò
fornisce inoltre il contesto proprio per quel dialogo
interreligioso che le Nazioni Unite sono chiamate a
sostenere, allo stesso modo in cui sostengono il dialogo
in altri campi dell’attività umana. Il dialogo dovrebbe
essere riconosciuto quale mezzo mediante il quale le varie
componenti della società possono articolare il proprio
punto di vista e costruire il consenso attorno alla verità
riguardante valori od obiettivi particolari. È proprio
della natura delle religioni, liberamente praticate, il
fatto che possano autonomamente condurre un dialogo di
pensiero e di vita. Se anche a tale livello la sfera
religiosa è tenuta separata dall’azione politica,
grandi benefici ne provengono per gli individui e per le
comunità. D’altro canto, le Nazioni Unite possono
contare sui risultati del dialogo fra religioni e trarre
frutto dalla disponibilità dei credenti a porre le propri
esperienze a servizio del bene comune. Loro compito è
quello di proporre una visione della fede non in termini
di intolleranza, di discriminazione e di conflitto, ma in
termini di rispetto totale della verità, della
coesistenza, dei diritti e della riconciliazione.
Ovviamente
i diritti umani debbono includere il diritto di libertà
religiosa, compreso come espressione di una dimensione che
è al tempo stesso individuale e comunitaria, una visione
che manifesta l’unità della persona, pur distinguendo
chiaramente fra la dimensione di cittadino e quella di
credente. L’attività delle Nazioni Unite negli anni
recenti ha assicurato che il dibattito pubblico offra
spazio a punti di vista ispirati ad una visione religiosa
in tutte le sue dimensioni, inclusa quella rituale, di
culto, di educazione, di diffusione di informazioni, come
pure la libertà di professare o di scegliere una
religione. È perciò inconcepibile che dei credenti
debbano sopprimere una parte di se stessi – la loro fede
– per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere
necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri
diritti. I diritti collegati con la religione sono quanto
mai bisognosi di essere protetti se vengono considerati in
conflitto con l’ideologia secolare prevalente o con
posizioni di una maggioranza religiosa di natura
esclusiva. Non si può limitare la piena garanzia della
libertà religiosa al libero esercizio del culto; al
contrario, deve esser tenuta in giusta considerazione la
dimensione pubblica della religione e quindi la possibilità
dei credenti di fare la loro parte nella costruzione
dell’ordine sociale. In verità, già lo stanno facendo,
ad esempio, attraverso il loro coinvolgimento influente e
generoso in una vasta rete di iniziative, che vanno dalle
università, alle istituzioni scientifiche, alle scuole,
alle agenzie di cure mediche e ad organizzazioni
caritative al servizio dei più poveri e dei più
marginalizzati. Il rifiuto di riconoscere il contributo
alla società che è radicato nella dimensione religiosa e
nella ricerca dell’Assoluto – per sua stessa natura,
espressione della comunione fra persone – privilegerebbe
indubbiamente un approccio individualistico e
frammenterebbe l’unità della persona.
La mia
presenza in questa Assemblea è un segno di stima per le
Nazioni Unite ed è intesa quale espressione della
speranza che l’Organizzazione possa servire sempre più
come segno di unità fra Stati e quale strumento di
servizio per tutta l’umana famiglia. Essa mostra pure la
volontà della Chiesa Cattolica di offrire il contributo
che le è proprio alla costruzione di relazioni
internazionali in un modo che permetta ad ogni persona e
ad ogni popolo di percepire di poter fare la differenza.
La Chiesa opera inoltre per la realizzazione di tali
obiettivi attraverso l’attività internazionale della
Santa Sede, in modo coerente con il proprio contributo
nella sfera etica e morale e con la libera attività dei
propri fedeli. Indubbiamente la Santa Sede ha sempre avuto
un posto nelle assemblee delle Nazioni, manifestando così
il proprio carattere specifico quale soggetto
nell’ambito internazionale. Come hanno recentemente
confermato le Nazioni Unite, la Santa Sede offre così il
proprio contributo secondo le disposizioni della legge
internazionale, aiuta a definirla e ad essa fa
riferimento.
Le
Nazioni Unite rimangono un luogo privilegiato nel quale la
Chiesa è impegnata a portare la propria esperienza “in
umanità”, sviluppata lungo i secoli fra popoli di ogni
razza e cultura, e a metterla a disposizione di tutti i
membri della comunità internazionale. Questa esperienza
ed attività, dirette ad ottenere la libertà per ogni
credente, cercano inoltre di aumentare la protezione
offerta ai diritti della persona. Tali diritti sono basati
e modellati sulla natura trascendente della persona, che
permette a uomini e donne di percorrere il loro cammino di
fede e la loro ricerca di Dio in questo mondo. Il
riconoscimento di questa dimensione va rafforzato se
vogliamo sostenere la speranza dell’umanità in un mondo
migliore, e se vogliamo creare le condizioni per la pace,
lo sviluppo, la cooperazione e la garanzia dei diritti
delle generazioni future.
Nella mia
recente Enciclica Spe
salvi, ho sottolineato “che la sempre nuova
faticosa ricerca di retti ordinamenti per le cose umane è
compito di ogni generazione” (n. 25). Per i cristiani
tale compito è motivato dalla speranza che scaturisce
dall’opera salvifica di Gesù Cristo. Ecco perché la
Chiesa è lieta di essere associata all’attività di
questa illustre Organizzazione, alla quale è affidata la
responsabilità di promuovere la pace e la buona volontà
in tutto il mondo. Cari amici, vi ringrazio per
l’odierna opportunità di rivolgermi a voi e prometto il
sostegno delle mie preghiere per il proseguimento del
vostro nobile compito.
Prima di
congedarmi da questa illustre Assemblea, vorrei rivolgere
il mio augurio, nelle lingue ufficiali, a tutte le Nazioni
che vi sono rappresentate:
Peace
and Prosperity with God’s help!
Paix
et prospérité, avec l’aide de Dieu!
Paz
y prosperidad con la ayuda de Dios!
سَلامٌ
وَإزْدِهَارٌ
بعَوْن ِ
الله ِ!
因著天主的幫助願大家
得享平安和繁榮 !
Мира
и
благоденствия
с помощью
Боҗией!
Grazie
molte!
INCONTRO
CON IL PERSONALE
DELL'ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
DISCORSO
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
New York
Venerdì, 18 aprile 2008
Signore
e Signori,
qui, in
un piccolo spazio in mezzo alla città indaffarata di New
York, è collocata un’Organizzazione con una missione
vasta come il mondo di promuovere la pace e la giustizia.
Mi viene in mente un contrasto analogo quanto all’ordine
di grandezza tra lo Stato della Città del Vaticano e il
mondo, in cui la Chiesa esercita la sua missione
universale e il suo apostolato. Gli artisti del XVI secolo
che dipinsero le carte geografiche sulle pareti del
Palazzo Apostolico ricordarono ai Papi la vasta estensione
del mondo conosciuto. In quegli affreschi veniva offerto
ai Successori di Pietro un segno tangibile dell’immenso
raggio d’azione della missione della Chiesa in un tempo
in cui la scoperta del Mondo Nuovo stava aprendo orizzonti
imprevisti. Qui, in questo Palazzo di Vetro, l’arte in
esposizione ha il suo modo proprio di richiamare alla
nostra memoria le responsabilità dell’Organizzazione
delle Nazioni Unite. Vediamo immagini degli effetti della
guerra e della povertà, ci viene ricordato il dovere di
impegnarci per un mondo migliore e proviamo gioia per la
genuina molteplicità ed esuberanza della cultura umana,
manifestata in questa vasta gamma di popoli e nazioni
raccolti sotto la protezione della Comunità
Internazionale.
Nell’occasione
della mia visita, desidero rendere omaggio al
contributo incalcolabile dato dal personale amministrativo
e dai tanti impiegati delle Nazione Unite, che svolgono i
loro compiti ogni giorno con così grande dedizione e
professionalità – qui a New York, in altri centri
dell’ONU e in missioni particolari in tutto il mondo. A
voi e a chi vi ha preceduto vorrei esprimere il mio
apprezzamento personale e quello di tutta la Chiesa
Cattolica. Ricordiamo specialmente i tanti civili e
custodi della pace che hanno sacrificato la loro vita sul
campo per il bene dei popoli che servono – quarantadue
di loro soltanto nel 2007. Ricordiamo anche la grande
moltitudine di quanti dedicano la loro vita a lavori mai
sufficientemente riconosciuti, svolti non di rado in
condizioni difficili. A tutti voi – traduttori,
segretari, personale amministrativo di ogni genere,
squadre di manutenzione e di sicurezza, operatori per lo
sviluppo, custodi della pace e tanti altri – il mio più
sincero ringraziamento. Il lavoro da voi svolto mette
l’Organizzazione in grado di una continua ricerca di
nuove vie per raggiungere gli scopi per i quali è stata
fondata.
Delle
Nazione Unite si parla spesso come della “famiglia delle
nazioni”. Ugualmente, si potrebbe descrivere la sede
centrale qui a New York come un focolare domestico, un
luogo di benvenuto e di sollecitudine per il bene dei
membri della famiglia dappertutto. È un luogo eccellente,
in cui promuovere la crescita della comprensione reciproca
e della collaborazione tra i popoli. Con buona ragione, lo
staff delle Nazioni Unite viene scelto entro una vasta
gamma di culture e nazionalità. Il personale qui
costituisce un microcosmo del mondo intero, in cui ogni
singola persona reca un contributo indispensabile dal
punto di vista del suo particolare patrimonio culturale e
religioso. Gli ideali che hanno ispirato i fondatori di
questa istituzione devono esprimersi, qui e in ognuna
delle missioni dell’Organizzazione, nel rispetto e
nell’accettazione vicendevoli, che sono i contrassegni
di una famiglia prosperosa.
Nei
dibattiti interni delle Nazioni Unite viene data una
crescente importanza alla “responsabilità di
proteggere”. Di fatto, questa comincia ad essere
riconosciuta come la base morale per il diritto di un
governo ad esercitare l’autorità. È anche una
caratteristica che per natura appartiene alla famiglia,
dove i membri più forti si prendono cura di quelli più
deboli. Questa Organizzazione, sorvegliando in quale
misura i governi corrispondano alla loro responsabilità
di proteggere i loro cittadini, esercita un servizio
importante in nome della comunità internazionale. Al
livello del giorno dopo giorno, siete voi che, mediante la
considerazione che dimostrate gli uni per gli altri sul
posto di lavoro e mediante la vostra sollecitudine per i
molti popoli alle cui necessità e aspirazioni servite con
tutto ciò che fate, ponete i fondamenti sui quali si
costruisce questo lavoro.
La Chiesa
Cattolica, per mezzo dell’attività internazionale della
Santa Sede e mediante le innumerevoli iniziative di
cattolici laici, Chiese locali e comunità religiose, vi
garantisce il suo sostegno per il vostro lavoro. Vi
assicuro uno speciale ricordo per voi e per i vostri
familiari nelle mie preghiere. Voglia Dio onnipotente
benedirvi sempre e confortarvi con la sua grazia e la sua
pace, affinché, mediante l’attenzione che offrite
all’intera famiglia umana, possiate continuare a servire
a Lui.
Grazie.
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