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 DISCORSO NELL'ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL CARDINALE VAN THUAN

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana 

Fonte, Radio Vaticana, 17 settembre 2007

Un uomo che visse di speranza, testimoniandola con umiltà: Benedetto XVI ha ricordato il cardinale vietnamita, Van Thuân, a cinque anni dalla scomparsa. Presto l'avvio della Causa di beatificazione

Testimone della speranza. Un appellativo divenuto con gli anni quasi un secondo nome. E con queste parole anche Benedetto XVI ha voluto ricordare questa mattina, a Castel Gandolfo, il cardinale vietnamita, Xavier Nguyên Van Thuân, a cinque anni dalla morte. “Un singolare profeta della speranza cristiana”, lo ha definito il Papa, tornando per qualche istante ai drammi fisici e morali che costellarono l’esistenza del porporato, rinchiuso per 13 anni in carcere per ordine delle autorità comuniste del Paese. E presto, verrà avviata anche la Causa di beatificazione, la cui postulatrice è l’avvocato Silvia Monica Correale, prima donna ad essere incaricata dalla Santa Sede per svolgere tale incarico. I particolari, nel servizio di Alessandro De Carolis.

Francois-Xavier Ngueyen Van Thuân era un uomo che “viveva di speranza”. Essa fu per lui “l’energia spirituale” che gli permise di essere più forte della brutalità di chi tentò di piegarlo e ne rimase invece affascinato e convertito. Che lo rese un uomo di luce anche nel buio della cella che lo ospitò per 108 mesi: nove anni in isolamento, senza nessun’altra compagnia che la sua fede riaffermata ogni giorno da Messe clandestine, con tre gocce di vino e una d’acqua consacrate nel palmo di una mano, con una rozza crocetta di legno tenuta al collo da un filo elettrico intrecciato, mai smessa nemmeno da cardinale. “E’ questa la testimonianza di fede che ci ha lasciato questo eroico pastore”, ha affermato con affetto Benedetto XVI, nell’udienza concessa ai membri del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, alla cui guida l’allora presule vietnamita era stato chiamato da Giovanni Paolo II, nel 1998:
 
“Come dimenticare gli spiccati tratti della sua semplice ed immediata cordialità? Come non porre in luce la capacità che egli aveva di dialogare e di farsi prossimo di tutti? Lo ricordiamo con tanta ammirazione, mentre ci tornano in mente le grandi visioni, colme di speranza, che lo animavano e che egli sapeva proporre in modo facile e avvincente”. 
Il nome del cardinale Van Thuân è stato dato all’Osservatorio internazionale, istituito per promuovere la dottrina sociale della Chiesa a livello internazionale. E questa, ha ricordato Benedetto XVI, fu un’attività nella quale il porporato scomparso nel settembre 2002 si adoperò con fervore, avvertendo un particolare “anelito per l’evangelizzazione nel suo Continente, l’Asia”, senza che ciò condizionasse la “capacità che aveva di coordinare le attività di carità e di promozione umana” nei posti “più reconditi della terra”:
 
“Il Cardinale Van Thuân era un uomo di speranza, viveva di speranza e la diffondeva tra tutti coloro che incontrava. Fu grazie a quest’energia spirituale che resistette a tutte le difficoltà fisiche e morali. La speranza lo sostenne come Vescovo isolato per 13 anni dalla sua comunità diocesana; la speranza lo aiutò a intravedere nell’assurdità degli eventi capitatigli - non fu mai processato durante la sua lunga detenzione - un disegno provvidenziale di Dio”.
 
Il Papa ha concluso l’udienza confessando di avere “accolto con intima gioia” la notizia del prossimo avvio della Causa di beatificazione riguardante, ha detto, “questo singolare profeta della speranza cristiana”. “Preghiamo - ha concluso - perché il suo esempio sia per noi di valido insegnamento”.

Nel Duemila, Giovanni Paolo II - che nel Concistoro dell’anno dopo gli consegnerà la berretta cardinalizia - aveva invitato l’allora arcivescovo Van Thuân a predicare gli esercizi spirituali della Quaresima davanti alla Curia Romana. Per una settimana, i fatti salienti della sua dolorosa e straordinaria prigionia diventarono materia di commossa riflessione sul valore della fede sorretta da una incrollabile speranza nell’aiuto di Dio. Valore che traspare anche in questa intervista che il porporato rilasciò a Fabio Colagrande poco tempo dopo gli attentati dell’11 settembre, in vista dell’incontro interreligioso di Assisi, convocato da Papa Wojtyla per il gennaio 2002. Riascoltiamo le parole del cardinale Van Thuân:

R. - Davanti a queste tragedie nazionali ed internazionali, vediamo che ci sono tre punti molto importanti: la giustizia, la responsabilità – soprattutto degli educatori e dei governanti – e terzo, la conversione dei cuori. Perché senza la conversione dei cuori, senza la preghiera non c’è umiltà per ascoltare e quando non percorriamo questa strada, c’è soltanto potere, denaro, armi. Dividere con tutti gli altri la nostra gioia, la gioia della speranza: la nostra speranza è già nel nostro cuore, perché Gesù è venuto con noi. La salvezza è certa: basta andare all’incontro con Gesù!
 
D. - La speranza, quindi, è il messaggio che la Chiesa dà all’uomo in questo momento di oscurità…
 
R. - E’ la grande sfida dell’umanità! Molti perdono la speranza se non vedono un punto di riferimento che è Gesù, che è la nostra vera ed unica speranza!
 
D. - E lei non ha mai perso la speranza nei giorni della prigionia?
 
R. - Io ho avuto momenti veramente difficili, la tentazione della vendetta, la tentazione della disperazione… ma nel momento più critico, nell’abisso della mia miseria, della mia debolezza umana, in quel momento il Signore mi ha teso la mano e la speranza è ritornata, come la luce dopo la pioggia.

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
AGLI OFFICIALI E AI COLLABORATORI
DEL PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE
IN OCCASIONE DEL QUINTO ANNIVERSARIO DELLA MORTE
DEL CARDINALE FRANÇOIS-XAVIER NGUYÊN VAN THUÂN 

Sala del Concistoro, Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
Lunedì, 17 settembre 2007

 

Signor Cardinale,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!

Rivolgo un cordiale benvenuto a tutti di voi, riuniti per far memoria del carissimo Card. François-Xavier Nguyên Van Thuân, che il Signore ha chiamato a sé il 16 settembre di cinque anni fa. Sono trascorsi cinque anni, ma è ancora viva nella mente e nel cuore di quanti l’hanno conosciuto la nobile figura di questo fedele servitore del Signore. Anch’io conservo non pochi personali ricordi degli incontri che ho avuto con lui durante gli anni del suo servizio qui, nella Curia Romana.

Saluto il Signor Cardinale Renato Raffaele Martino e il Vescovo Mons. Giampaolo Crepaldi, rispettivamente Presidente e Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, insieme ai loro collaboratori. Saluto i membri della Fondazione San Matteo istituita in memoria del Cardinale Van Thuân, dell’Osservatorio Internazionale, che porta il suo nome, creato per la diffusione della dottrina sociale della Chiesa, come pure i parenti e gli amici del defunto Cardinale. Al Signor Cardinale Martino esprimo sentimenti di viva gratitudine anche per le parole che ha voluto rivolgermi a nome dei presenti.

Colgo volentieri l’occasione per porre in luce, ancora una volta, la luminosa testimonianza di fede che ci ha lasciato questo eroico Pastore. Il Vescovo Francesco Saverio - così egli amava presentarsi - è stato chiamato alla casa del Padre nell’autunno del 2002, dopo una lungo periodo di sofferta malattia affrontata nel totale abbandono alla volontà di Dio. Qualche tempo prima era stato nominato dal mio venerato predecessore Giovanni Paolo II Vicepresidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace di cui divenne poi Presidente, avviando la pubblicazione del Compendio della dottrina sociale della Chiesa. Come dimenticare gli spiccati tratti della sua semplice ed immediata cordialità? Come non porre in luce la capacità che egli aveva di dialogare e di farsi prossimo di tutti? Lo ricordiamo con tanta ammirazione, mentre ci tornano in mente le grandi visioni, colme di speranza, che lo animavano e che egli sapeva proporre in modo facile e avvincente; il suo fervoroso impegno per la diffusione della dottrina sociale della Chiesa tra i poveri del mondo, l’anelito per l’evangelizzazione nel suo Continente, l’Asia, la capacità che aveva di coordinare le attività di carità e di promozione umana che promuoveva e sosteneva nei posti più reconditi della terra.

Il Cardinale Van Thuân era un uomo di speranza, viveva di speranza e la diffondeva tra tutti coloro che incontrava. Fu grazie a quest’energia spirituale che resistette a tutte le difficoltà fisiche e morali. La speranza lo sostenne come Vescovo isolato per 13 anni dalla sua comunità diocesana; la speranza lo aiutò a intravedere nell’assurdità degli eventi capitatigli – non fu mai processato durante la sua lunga detenzione – un disegno provvidenziale di Dio. La notizia della malattia, il tumore, che lo condusse poi alla morte, gli giunse quasi assieme alla nomina a Cardinale da parte del Papa Giovanni Paolo II, che nutriva nei suoi confronti grande stima ed affetto. Amava ripetere il Cardinale Van Thuân che il cristiano è l’uomo dell’ora, dell’adesso, del momento presente da accogliere e vivere con l’amore di Cristo. In questa capacità di vivere l’ora presente traspare l’intimo suo abbandono nelle mani di Dio e la semplicità evangelica che tutti abbiamo ammirato in lui. E’ forse possibile - si chiedeva - che chi si fida del Padre celeste rifiuti poi di lasciarsi stringere tra le sue braccia?

Cari fratelli e sorelle ho accolto con intima gioia la notizia che prende avvio la Causa di beatificazione di questo singolare profeta della speranza cristiana e, mentre ne affidiamo al Signore l’anima eletta, preghiamo perché il suo esempio sia per noi di valido insegnamento. Con tale auspicio di cuore tutti vi benedico.

 

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