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VEGLIA
PASQUALE (11 APRILE 2009) |
Korazym,
11 aprile 2009
Una lunga
riflessione sui simboli della veglia della notte di
Pasqua, la luce, l’ acqua e il canto nuovo sono state il
tema della omelia di Benedetto XVI. Comprendere il Natale,
ha spiegato, è semplice, ma come capire la resurrezione?
C’è allora la luce, che è Cristo, perché è Verbo e
seguendo la tradizione ebraica, la Torah è luce che
proviene da Dio e Gesù è presente nella Torah. “ La
Parola di Dio è la vera Luce di cui l’uomo ha
bisogno.” Il papa ha spiegato che “Nella Veglia
Pasquale, la Chiesa rappresenta il mistero di luce del
Cristo nel segno del cero pasquale, la cui fiamma è
insieme luce e calore. Il simbolismo della luce è
connesso con quello del fuoco: luminosità e calore,
luminosità ed energia di trasformazione contenuta nel
fuoco – verità e amore vanno insieme”.
E ancora:
“Nel Battesimo Dio dice al battezzando: “Sia la
luce!”. Il battezzando viene introdotto entro la luce di
Cristo. Cristo divide ora la luce dalle tenebre. In Lui
riconosciamo che cosa è vero e che cosa è falso, che
cosa è la luminosità e che cosa il buio. Con Lui sorge
in noi la luce della verità e cominciamo a capire.”
Cristo vede le “pecore senza pastore” del nostro
tempo. Quanta compassione Egli deve sentire anche del
nostro tempo – a causa di tutti i grandi discorsi dietro
i quali si nasconde in realtà un grande disorientamento.
Dove dobbiamo andare? Quali sono i valori, secondo cui
possiamo regolarci? I valori secondo cui possiamo educare
i giovani, senza dare loro delle norme che forse non
resisteranno o esigere delle cose che forse non devono
essere loro imposte? Egli è la Luce. La candela
battesimale è il simbolo dell’illuminazione che nel
Battesimo ci vien donata. Così in quest’ora anche san
Paolo ci parla in modo molto immediato. Nella Lettera ai
Filippesi dice che, in mezzo a una generazione tortuosa e
stravolta, i cristiani dovrebbero risplendere come astri
nel mondo”.
C’ poi il simbolo dell’ acqua. Un simbolo con la
valenza doppia di morte e di vita. Il primo diventa “la
rappresentazione simbolica della morte in croce di Gesù:
Cristo è disceso nel mare, nelle acque della morte come
Israele nel Mar Rosso. Risorto dalla morte, Egli ci dona
la vita. “ C’è l’acqua che esce dalla ferita del
costato di Gesù e c’è la sorgente che tutto rinnova.
“Nel Battesimo il Signore fa di noi non solo persone di
luce, ma anche sorgenti dalle quali scaturisce acqua viva.
Noi tutti conosciamo persone simili che ci lasciano in
qualche modo rinfrescati e rinnovati; persone che sono
come una fonte di fresca acqua sorgiva. Non dobbiamo
necessariamente pensare ai grandi come Agostino, Francesco
d’Assisi, Teresa d’Avila, Madre Teresa di Calcutta e
così via, persone attraverso le quali veramente fiumi di
acqua viva sono entrati nella storia. Grazie a Dio, le
troviamo continuamente anche nel nostro quotidiano:
persone che sono una sorgente. Certo, conosciamo anche il
contrario: persone dalle quali promana un’atmosfera come
da uno stagno con acqua stantia o addirittura avvelenata.
Chiediamo al Signore, che ci ha donato la grazia del
Battesimo, di poter essere sempre sorgenti di acqua pura,
fresca, zampillante dalla fonte della sua verità e del
suo amore!”
Infine il canto dell’ alleluia. “Quando un uomo
sperimenta una grande gioia, non può tenerla per sé.
Deve esprimerla, trasmetterla. Ma che cosa succede quando
l’uomo viene toccato dalla luce della risurrezione e in
questo modo viene a contatto con la Vita stessa, con la
Verità e con l’Amore? Di ciò egli non può
semplicemente parlare soltanto. Il parlare non basta più.
Egli deve cantare.” Dalla salvezza del popolo ebraico
sfuggito agli egiziani si arriva ai discepoli di tutti i
tempi. “Hanno cetre divine e cantano il canto di Mosè,
il servo di Dio, e il canto dell’Agnello…” (Ap 15,
2s). Con questa immagine è descritta la situazione dei
discepoli di Gesù Cristo in tutti i tempi, la situazione
della Chiesa nella storia di questo mondo. Considerata
umanamente, essa è in se stessa contraddittoria. Da una
parte, la comunità si trova nell’Esodo, in mezzo al Mar
Rosso. In un mare che, paradossalmente, è insieme
ghiaccio e fuoco. E non deve forse la Chiesa, per così
dire, camminare sempre sul mare, attraverso il fuoco e il
freddo? Umanamente parlando, essa dovrebbe affondare. Ma,
mentre cammina ancora in mezzo a questo Mar Rosso, essa
canta – intona il canto di lode dei giusti: il canto di
Mosè e dell’Agnello, in cui s’accordano l’Antica e
la Nuova Alleanza. Mentre, tutto sommato, dovrebbe
affondare, la Chiesa canta il canto di ringraziamento dei
salvati.” La situazione degli ebrei è la stessa per la
chiesa di tutti i tempi.
“Tra i
due campi gravitazionali. Ma da quando Cristo è risorto,
la gravitazione dell’amore è più forte di quella
dell’odio; la forza di gravità della vita è più forte
di quella della morte. Non è forse questa veramente la
situazione della Chiesa di tutti i tempi? Sempre c’è
l’impressione che essa debba affondare, e sempre è già
salvata. San Paolo ha illustrato questa situazione con le
parole: “Siamo … come moribondi, e invece viviamo”.
Durante la celebrazione il papa ha impartito battesimo e
cresima a 5 catecumeni di diversi parti del mondo.
Omelia
del Santo Padre per la Veglia Pasquale
Cari
fratelli e sorelle!
San Marco ci racconta nel suo Vangelo che i discepoli,
scendendo dal monte della Trasfigurazione, discutevano tra
di loro su che cosa volesse dire “risorgere dai morti”
(cfr Mc 9, 10). Prima il Signore aveva annunciato loro la
sua passione e la risurrezione dopo tre giorni. Pietro
aveva protestato contro l’annuncio della morte. Ma ora
si domandavano che cosa potesse essere inteso con il
termine “risurrezione”. Non succede forse la stessa
cosa anche a noi? Il Natale, la nascita del Bambino divino
ci è in qualche modo immediatamente comprensibile.
Possiamo amare il Bambino, possiamo immaginare la notte di
Betlemme, la gioia di Maria, la gioia di san Giuseppe e
dei pastori e il giubilo degli angeli. Ma risurrezione –
che cosa è? Non entra nell’ambito delle nostre
esperienze, e così il messaggio spesso rimane, in qualche
misura incompreso, una cosa del passato. La Chiesa cerca
di condurci alla sua comprensione, traducendo questo
avvenimento misterioso nel linguaggio dei simboli nei
quali possiamo in qualche modo contemplare questo evento
sconvolgente. Nella Veglia Pasquale ci indica il
significato di questo giorno soprattutto mediante tre
simboli: la luce, l’acqua e il canto nuovo –
l’alleluia.
C’è innanzitutto la luce. La creazione di Dio – ne
abbiamo appena ascoltato il racconto biblico – comincia
con la parola: “Sia la luce!” (Gen 1, 3). Dove c’è
la luce, nasce la vita, il caos può trasformarsi in
cosmo. Nel messaggio biblico, la luce è l’immagine più
immediata di Dio: Egli è interamente Luminosità, Vita,
Verità, Luce. Nella Veglia Pasquale, la Chiesa legge il
racconto della creazione come profezia. Nella risurrezione
si verifica in modo più sublime ciò che questo testo
descrive come l’inizio di tutte le cose. Dio dice
nuovamente: “Sia la luce!”. La risurrezione di Gesù
è un’eruzione di luce. La morte è superata, il
sepolcro spalancato. Il Risorto stesso è Luce, la Luce
del mondo. Con la risurrezione il giorno di Dio entra
nelle notti della storia. A partire dalla risurrezione, la
luce di Dio si diffonde nel mondo e nella storia. Si fa
giorno. Solo questa Luce – Gesù Cristo – è la luce
vera, più del fenomeno fisico di luce. Egli è la Luce
pura: Dio stesso, che fa nascere una nuova creazione in
mezzo a quella antica, trasforma il caos in cosmo.
Cerchiamo di comprendere questo ancora un po’ meglio.
Perché Cristo è Luce? Nell’Antico Testamento, la Torah
era considerata come la luce proveniente da Dio per il
mondo e per gli uomini. Essa separa nella creazione la
luce dalle tenebre, cioè il bene dal male. Indica
all’uomo la via giusta per vivere veramente. Gli indica
il bene, gli mostra la verità e lo conduce verso
l’amore, che è il suo contenuto più profondo. Essa è
“lampada” per i passi e “luce” sul cammino (cfr
Sal 119, 105). I cristiani, poi, sapevano: in Cristo è
presente la Torah, la Parola di Dio è presente in Lui
come Persona. La Parola di Dio è la vera Luce di cui
l’uomo ha bisogno. Questa Parola è presente in Lui, nel
Figlio. Il Salmo 19 aveva paragonato la Torah al sole che,
sorgendo, manifesta la gloria di Dio visibilmente in tutto
il mondo. I cristiani capiscono: sì, nella risurrezione
il Figlio di Dio è sorto come Luce sul mondo. Cristo è
la grande Luce dalla quale proviene ogni vita. Egli ci fa
riconoscere la gloria di Dio da un confine all’altro
della terra. Egli ci indica la strada. Egli è il giorno
di Dio che ora, crescendo, si diffonde per tutta la terra.
Adesso, vivendo con Lui e per Lui, possiamo vivere nella
luce.
Nella Veglia Pasquale, la Chiesa rappresenta il mistero di
luce del Cristo nel segno del cero pasquale, la cui fiamma
è insieme luce e calore. Il simbolismo della luce è
connesso con quello del fuoco: luminosità e calore,
luminosità ed energia di trasformazione contenuta nel
fuoco – verità e amore vanno insieme. Il cero pasquale
arde e con ciò si consuma: croce e risurrezione sono
inseparabili. Dalla croce, dall’autodonazione del Figlio
nasce la luce, viene la vera luminosità nel mondo. Al
cero pasquale noi tutti accendiamo le nostre candele,
soprattutto quelle dei neobattezzati, ai quali in questo
Sacramento la luce di Cristo viene calata nel profondo del
cuore. La Chiesa antica ha qualificato il Battesimo come
fotismos, come Sacramento dell’illuminazione, come una
comunicazione di luce e l’ha collegato inscindibilmente
con la risurrezione di Cristo. Nel Battesimo Dio dice al
battezzando: “Sia la luce!”. Il battezzando viene
introdotto entro la luce di Cristo. Cristo divide ora la
luce dalle tenebre. In Lui riconosciamo che cosa è vero e
che cosa è falso, che cosa è la luminosità e che cosa
il buio. Con Lui sorge in noi la luce della verità e
cominciamo a capire. Quando una volta Cristo vide la gente
che era convenuta per ascoltarlo e aspettava da Lui un
orientamento, ne sentì compassione, perché erano come
pecore senza pastore (cfr Mc 6, 34). In mezzo alle
correnti contrastanti del loro tempo non sapevano dove
rivolgersi. Quanta compassione Egli deve sentire anche del
nostro tempo – a causa di tutti i grandi discorsi dietro
i quali si nasconde in realtà un grande disorientamento.
Dove dobbiamo andare? Quali sono i valori, secondo cui
possiamo regolarci? I valori secondo cui possiamo educare
i giovani, senza dare loro delle norme che forse non
resisteranno o esigere delle cose che forse non devono
essere loro imposte? Egli è la Luce. La candela
battesimale è il simbolo dell’illuminazione che nel
Battesimo ci vien donata. Così in quest’ora anche san
Paolo ci parla in modo molto immediato. Nella Lettera ai
Filippesi dice che, in mezzo a una generazione tortuosa e
stravolta, i cristiani dovrebbero risplendere come astri
nel mondo (cfr Fil 2, 15). Preghiamo il Signore che il
piccolo lume della candela, che Egli ha acceso in noi, la
luce delicata della sua parola e del suo amore in mezzo
alle confusioni di questo tempo non si spenga in noi, ma
diventi sempre più grande e più luminosa. Affinché
siamo con Lui persone del giorno, astri per il nostro
tempo.
Il secondo simbolo della Veglia Pasquale – la notte del
Battesimo – è l’acqua. Essa appare nella Sacra
Scrittura, e quindi anche nella struttura interiore del
Sacramento del Battesimo, in due significati opposti. C’è
da una parte il mare che appare come il potere antagonista
della vita sulla terra, come la sua continua minaccia,
alla quale Dio, però, ha posto un limite. Per questo
l’Apocalisse dice del mondo nuovo di Dio che lì il mare
non ci sarà più (cfr 21, 1). È l’elemento della
morte. E così diventa la rappresentazione simbolica della
morte in croce di Gesù: Cristo è disceso nel mare, nelle
acque della morte come Israele nel Mar Rosso. Risorto
dalla morte, Egli ci dona la vita. Ciò significa che il
Battesimo non è solo un lavacro, ma una nuova nascita:
con Cristo quasi discendiamo nel mare della morte, per
risalire come creature nuove.
L’altro modo in cui incontriamo l’acqua è come
sorgente fresca, che dona la vita, o anche come il grande
fiume da cui proviene la vita. Secondo l’ordinamento
primitivo della Chiesa, il Battesimo doveva essere
amministrato con acqua sorgiva fresca. Senza acqua non
c’è vita. Colpisce quale importanza abbiano nella Sacra
Scrittura i pozzi. Essi sono luoghi dove scaturisce la
vita. Presso il pozzo di Giacobbe, Cristo annuncia alla
Samaritana il pozzo nuovo, l’acqua della vita vera. Egli
si manifesta a lei come il nuovo Giacobbe, quello
definitivo, che apre all’umanità il pozzo che essa
attende: quell’acqua che dona la vita che non
s’esaurisce mai (cfr Gv 4, 5–15). San Giovanni ci
racconta che un soldato con una lancia colpì il fianco di
Gesù e che dal fianco aperto – dal suo cuore trafitto
– uscì sangue e acqua (cfr Gv 19, 34). La Chiesa antica
ne ha visto un simbolo per il Battesimo e l’Eucaristia
che derivano dal cuore trafitto di Gesù. Nella morte Gesù
è divenuto Egli stesso la sorgente. Il profeta Ezechiele
in una visione aveva visto il Tempio nuovo dal quale
scaturisce una sorgente che diventa un grande fiume che
dona la vita (cfr Ez 47, 1–12) – in una Terra che
sempre soffriva la siccità e la mancanza d’acqua,
questa era una grande visione di speranza. La cristianità
degli inizi capì: in Cristo questa visione si è
realizzata. Egli è il vero, il vivente Tempio di Dio. E
Lui è la sorgente di acqua viva. Da Lui sgorga il grande
fiume che nel Battesimo fruttifica e rinnova il mondo; il
grande fiume di acqua viva, il suo Vangelo che rende
feconda la terra. In un discorso durante la Festa delle
capanne, Gesù ha però profetizzato una cosa ancora più
grande: “Chi crede in me … dal suo grembo sgorgheranno
fiumi di acqua viva” (Gv 7, 38). Nel Battesimo il
Signore fa di noi non solo persone di luce, ma anche
sorgenti dalle quali scaturisce acqua viva. Noi tutti
conosciamo persone simili che ci lasciano in qualche modo
rinfrescati e rinnovati; persone che sono come una fonte
di fresca acqua sorgiva. Non dobbiamo necessariamente
pensare ai grandi come Agostino, Francesco d’Assisi,
Teresa d’Avila, Madre Teresa di Calcutta e così via,
persone attraverso le quali veramente fiumi di acqua viva
sono entrati nella storia. Grazie a Dio, le troviamo
continuamente anche nel nostro quotidiano: persone che
sono una sorgente. Certo, conosciamo anche il contrario:
persone dalle quali promana un’atmosfera come da uno
stagno con acqua stantia o addirittura avvelenata.
Chiediamo al Signore, che ci ha donato la grazia del
Battesimo, di poter essere sempre sorgenti di acqua pura,
fresca, zampillante dalla fonte della sua verità e del
suo amore!
Il terzo grande simbolo della Veglia Pasquale è di natura
tutta particolare; esso coinvolge l’uomo stesso. È il
cantare il canto nuovo – l’alleluia. Quando un uomo
sperimenta una grande gioia, non può tenerla per sé.
Deve esprimerla, trasmetterla. Ma che cosa succede quando
l’uomo viene toccato dalla luce della risurrezione e in
questo modo viene a contatto con la Vita stessa, con la
Verità e con l’Amore? Di ciò egli non può
semplicemente parlare soltanto. Il parlare non basta più.
Egli deve cantare. La prima menzione del cantare nella
Bibbia, la troviamo dopo la traversata del Mar Rosso.
Israele si è sollevato dalla schiavitù. È salito dalle
profondità minacciose del mare. È come rinato. Vive ed
è libero. La Bibbia descrive la reazione del popolo a
questo grande evento del salvamento con la frase: “Il
popolo credette nel Signore e in Mosè suo servo” (cfr
Ex 14, 31). Ne segue poi la seconda reazione che, con una
specie di necessità interiore, emerge dalla prima:
“Allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo canto al
Signore…”. Nella Veglia Pasquale, anno per anno, noi
cristiani intoniamo dopo la terza lettura questo canto, lo
cantiamo come il nostro canto, perché anche noi mediante
la potenza di Dio siamo stati tirati fuori dall’acqua e
liberati alla vita vera.
Per la storia del canto di Mosè dopo la liberazione di
Israele dall’Egitto e dopo la risalita dal Mar Rosso,
c’è un parallelismo sorprendente nell’Apocalisse di
san Giovanni. Prima dell’inizio degli ultimi sette
flagelli imposti alla terra, appare al veggente qualcosa
“come un mare di cristallo misto a fuoco; coloro che
avevano vinto la bestia, la sua immagine e il numero del
suo nome, stavano in piedi sul mare di cristallo. Hanno
cetre divine e cantano il canto di Mosè, il servo di Dio,
e il canto dell’Agnello…” (Ap 15, 2s). Con questa
immagine è descritta la situazione dei discepoli di Gesù
Cristo in tutti i tempi, la situazione della Chiesa nella
storia di questo mondo. Considerata umanamente, essa è in
se stessa contraddittoria. Da una parte, la comunità si
trova nell’Esodo, in mezzo al Mar Rosso. In un mare che,
paradossalmente, è insieme ghiaccio e fuoco. E non deve
forse la Chiesa, per così dire, camminare sempre sul
mare, attraverso il fuoco e il freddo? Umanamente
parlando, essa dovrebbe affondare. Ma, mentre cammina
ancora in mezzo a questo Mar Rosso, essa canta – intona
il canto di lode dei giusti: il canto di Mosè e
dell’Agnello, in cui s’accordano l’Antica e la Nuova
Alleanza. Mentre, tutto sommato, dovrebbe affondare, la
Chiesa canta il canto di ringraziamento dei salvati. Essa
sta sulle acque di morte della storia e tuttavia è già
risorta. Cantando essa si aggrappa alla mano del Signore,
che la tiene al di sopra delle acque. Ed essa sa che con
ciò è sollevata fuori dalla forza di gravità della
morte e del male – una forza dalla quale altrimenti non
ci sarebbe via di scampo – sollevata e attirata dentro
la nuova forza di gravità di Dio, della verità e
dell’amore. Al momento si trova ancora tra i due campi
gravitazionali. Ma da quando Cristo è risorto, la
gravitazione dell’amore è più forte di quella
dell’odio; la forza di gravità della vita è più forte
di quella della morte. Non è forse questa veramente la
situazione della Chiesa di tutti i tempi? Sempre c’è
l’impressione che essa debba affondare, e sempre è già
salvata. San Paolo ha illustrato questa situazione con le
parole: “Siamo … come moribondi, e invece viviamo”,
(2 Cor 6, 9). La mano salvifica del Signore ci sorregge, e
così possiamo cantare già ora il canto dei salvati, il
canto nuovo dei risorti: alleluia! Amen.
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