|
VEGLIA
DI PASQUA (3 APRILE 2010) |
Radio
Vaticana, 3.04.2010
Il
Papa nella Veglia di Pasqua: la medicina contro la morte
esiste: è Cristo! Testo integrale dell’omelia
La
medicina contro la morte esiste: è Cristo! E’ quanto ha
detto il Papa nella Messa da lui presieduta nella Basilica
Vaticana per la Veglia Pasquale. Gli uomini – ha
spiegato – cercano di prolungare e migliore la vita. Ma
– ha aggiunto – “come sarebbe veramente, se si
riuscisse, magari non ad escludere totalmente la morte, ma
a rimandarla indefinitamente, a raggiungere un’età di
parecchie centinaia di anni? Sarebbe questa una cosa
buona? L’umanità invecchierebbe in misura
straordinaria, per la gioventù non ci sarebbe più posto.
Si spegnerebbe la capacità dell’innovazione e una vita
interminabile sarebbe non un paradiso, ma piuttosto una
condanna”. Cristo invece trasforma “la nostra vita dal
di dentro”, crea “in noi una vita nuova, veramente
capace di eternità” trasformandoci in modo tale da non
finire con la morte, ma da iniziare solo con essa in
pienezza”. Nel Battesimo – ha proseguito il Papa –
ci viene donata la medicina contro la morte. Ha quindi
spiegato il rito battesimale: “Nella Chiesa antica, il
battezzando si volgeva verso occidente, simbolo delle
tenebre, del tramonto del sole, della morte e quindi del
dominio del peccato. Il battezzando si volgeva in quella
direzione e pronunciava un triplice ‘no’: al diavolo,
alle sue pompe e al peccato. Con la strana parola
‘pompe’, cioè lo sfarzo del diavolo, si indicava lo
splendore dell’antico culto degli dèi e dell’antico
teatro, in cui si provava gusto vedendo persone vive
sbranate da bestie feroci. Così questo era il rifiuto di
un tipo di cultura che incatenava l’uomo
all’adorazione del potere, al mondo della cupidigia,
alla menzogna, alla crudeltà … Poi il battezzando nella
Chiesa antica si volgeva verso oriente – simbolo della
luce, simbolo del nuovo sole della storia, nuovo sole che
sorge, simbolo di Cristo. Il battezzando determina la
nuova direzione della sua vita: la fede nel Dio trinitario
al quale egli si consegna. Così Dio stesso ci veste
dell’abito di luce, dell’abito della vita. Paolo
chiama queste nuove ‘vesti’ ‘frutto dello Spirito’
e le descrive con le seguenti parole: ‘amore, gioia,
pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà,
mitezza, dominio di sé’ (Gal 5,22)”. Quindi ha
concluso: “La gioia non la si può comandare. La si può
solo donare. Il Signore risorto ci dona la gioia: la vera
vita. Noi siamo ormai per sempre custoditi nell’amore di
Colui al quale è stato dato ogni potere in cielo e sulla
terra (cfr Mt 28,18)”. Ecco il testo integrale
dell’omelia del Papa:
Cari fratelli e sorelle,
un’antica leggenda giudaica tratta dal libro
apocrifo “La vita di Adamo ed Eva“ racconta che Adamo,
nella sua ultima malattia, avrebbe mandato il figlio Set
insieme con Eva nella regione del Paradiso a prendere
l’olio della misericordia, per essere unto con questo e
così guarito. Dopo tutto il pregare e il piangere dei due
in cerca dell’albero della vita, appare l’Arcangelo
Michele per dire loro che non avrebbero ottenuto l’olio
dell’albero della misericordia e che Adamo sarebbe
dovuto morire. In seguito, lettori cristiani hanno
aggiunto a questa comunicazione dell’Arcangelo una
parola di consolazione. L’Arcangelo avrebbe detto che
dopo 5.500 anni sarebbe venuto l’amorevole Re Cristo, il
Figlio di Dio, e avrebbe unto con l’olio della sua
misericordia tutti coloro che avrebbero creduto in Lui.
“L’olio della misericordia di eternità in eternità
sarà dato a quanti dovranno rinascere dall’acqua e
dallo Spirito Santo. Allora il Figlio di Dio ricco
d’amore, Cristo, discenderà nelle profondità della
terra e condurrà tuo padre nel Paradiso, presso
l’albero della misericordia”. In questa leggenda
diventa visibile tutta l’afflizione dell’uomo di
fronte al destino di malattia, dolore e morte che ci è
stato imposto. Si rende evidente la resistenza che
l’uomo oppone alla morte: da qualche parte – hanno
ripetutamente pensato gli uomini – dovrebbe pur esserci
l’erba medicinale contro la morte. Prima o poi dovrebbe
essere possibile trovare il farmaco non soltanto contro
questa o quella malattia, ma contro la vera fatalità –
contro la morte. Dovrebbe, insomma, esistere la medicina
dell’immortalità. Anche oggi gli uomini sono alla
ricerca di tale sostanza curativa. Pure la scienza medica
attuale cerca, anche se non proprio di escludere la morte,
di eliminare tuttavia il maggior numero possibile delle
sue cause, di rimandarla sempre di più; di procurare una
vita sempre migliore e più lunga. Ma riflettiamo ancora
un momento: come sarebbe veramente, se si riuscisse,
magari non ad escludere totalmente la morte, ma a
rimandarla indefinitamente, a raggiungere un’età di
parecchie centinaia di anni? Sarebbe questa una cosa
buona? L’umanità invecchierebbe in misura
straordinaria, per la gioventù non ci sarebbe più posto.
Si spegnerebbe la capacità dell’innovazione e una vita
interminabile sarebbe non un paradiso, ma piuttosto una
condanna. La vera erba medicinale contro la morte dovrebbe
essere diversa. Non dovrebbe portare semplicemente un
prolungamento indefinito di questa vita attuale. Dovrebbe
trasformare la nostra vita dal di dentro. Dovrebbe creare
in noi una vita nuova, veramente capace di eternità:
dovrebbe trasformarci in modo tale da non finire con la
morte, ma da iniziare solo con essa in pienezza. Ciò che
è nuovo ed emozionante del messaggio cristiano, del
Vangelo di Gesù Cristo, era ed è tuttora questo, che ci
viene detto: sì, quest’erba medicinale contro la morte,
questo vero farmaco dell’immortalità esiste. È stato
trovato. È accessibile. Nel Battesimo questa medicina ci
viene donata. Una vita nuova inizia in noi, una vita nuova
che matura nella fede e non viene cancellata dalla morte
della vecchia vita, ma che solo allora viene portata
pienamente alla luce.
A questo alcuni, forse molti risponderanno: il
messaggio, certo, lo sento, però mi manca la fede. E
anche chi vuole credere chiederà: ma è davvero così?
Come dobbiamo immaginarcelo? Come si svolge questa
trasformazione della vecchia vita, così che si formi in
essa la vita nuova che non conosce la morte? Ancora una
volta un antico scritto giudaico può aiutarci ad avere
un’idea di quel processo misterioso che inizia in noi
col Battesimo. Lì si racconta come il progenitore Enoch
venne rapito fino al trono di Dio. Ma egli si spaventò di
fronte alle gloriose potestà angeliche e, nella sua
debolezza umana, non poté contemplare il Volto di Dio.
“Allora Dio disse a Michele – così prosegue il libro
di Enoch –: ‘Prendi Enoch e togligli le vesti terrene.
Ungilo con olio soave e rivestilo con abiti di gloria!’
E Michele mi tolse le mie vesti, mi unse di olio soave, e
quest’olio era più di una luce radiosa… Il suo
splendore era simile ai raggi del sole. Quando mi guardai,
ecco che ero come uno degli esseri gloriosi” (Ph. Rech,
Inbild des Kosmos, II 524).
Precisamente questo – l’essere rivestiti col
nuovo abito di Dio – avviene nel Battesimo; così ci
dice la fede cristiana. Certo, questo cambio delle vesti
è un percorso che dura tutta la vita. Ciò che avviene
nel Battesimo è l’inizio di un processo che abbraccia
tutta la nostra vita – ci rende capaci di eternità, così
che nell’abito di luce di Gesù Cristo possiamo apparire
al cospetto di Dio e vivere con Lui per sempre.
Nel rito del Battesimo ci sono due elementi in cui
questo evento si esprime e diventa visibile anche come
esigenza per la nostra ulteriore vita. C’è anzitutto il
rito delle rinunce e delle promesse. Nella Chiesa antica,
il battezzando si volgeva verso occidente, simbolo delle
tenebre, del tramonto del sole, della morte e quindi del
dominio del peccato. Il battezzando si volgeva in quella
direzione e pronunciava un triplice “no”: al diavolo,
alle sue pompe e al peccato. Con la strana parola
“pompe”, cioè lo sfarzo del diavolo, si indicava lo
splendore dell’antico culto degli dèi e dell’antico
teatro, in cui si provava gusto vedendo persone vive
sbranate da bestie feroci. Così questo "no" era
il rifiuto di un tipo di cultura che incatenava l’uomo
all’adorazione del potere, al mondo della cupidigia,
alla menzogna, alla crudeltà. Era un atto di liberazione
dall’imposizione di una forma di vita, che si offriva
come piacere e, tuttavia, spingeva verso la distruzione di
ciò che nell’uomo sono le sue qualità migliori. Questa
rinuncia – con un procedimento meno drammatico –
costituisce anche oggi una parte essenziale del Battesimo.
In esso leviamo le “vesti vecchie” con le quali non si
può stare davanti a Dio. Detto meglio: cominciamo a
deporle. Questa rinuncia è, infatti, una promessa in cui
diamo la mano a Cristo, affinché Egli ci guidi e ci
rivesta. Quali siano le “vesti” che deponiamo, quale
sia la promessa che pronunciamo, si rende evidente quando
leggiamo, nel quinto capitolo della Lettera ai Galati, che
cosa Paolo chiami “opere della carne” – termine che
significa precisamente le vesti vecchie da deporre. Paolo
le designa così: “fornicazione, impurità,
dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie,
discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie,
ubriachezze, orge e cose del genere” (Gal 5,19ss). Sono
queste le vesti che deponiamo; sono vesti della morte.
Poi il battezzando nella Chiesa antica si volgeva
verso oriente – simbolo della luce, simbolo del nuovo
sole della storia, nuovo sole che sorge, simbolo di
Cristo. Il battezzando determina la nuova direzione della
sua vita: la fede nel Dio trinitario al quale egli si
consegna. Così Dio stesso ci veste dell’abito di luce,
dell’abito della vita. Paolo chiama queste nuove
“vesti” “frutto dello Spirito” e le descrive con
le seguenti parole: “amore, gioia, pace, magnanimità,
benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”
(Gal 5,22).
Nella Chiesa antica, il battezzando veniva poi
veramente spogliato delle sue vesti. Egli scendeva nel
fonte battesimale e veniva immerso tre volte – un
simbolo della morte che esprime tutta la radicalità di
tale spogliazione e di tale cambio di veste. Questa vita,
che comunque è votata alla morte, il battezzando la
consegna alla morte, insieme con Cristo, e da Lui si
lascia trascinare e tirare su nella vita nuova che lo
trasforma per l’eternità. Poi, risalendo dalle acque
battesimali, i neofiti venivano rivestiti con la veste
bianca, la veste di luce di Dio, e ricevevano la candela
accesa come segno della nuova vita nella luce che Dio
stesso aveva accesa in essi. Lo sapevano: avevano ottenuto
il farmaco dell’immortalità, che ora, nel momento di
ricevere la Santa Comunione, prendeva pienamente forma. In
essa riceviamo il Corpo del Signore risorto e veniamo, noi
stessi, attirati in questo Corpo, così che siamo già
custoditi in Colui che ha vinto la morte e ci porta
attraverso la morte.
Nel corso dei secoli, i simboli sono diventati più
scarsi, ma l’avvenimento essenziale del Battesimo è
tuttavia rimasto lo stesso. Esso non è solo un lavacro,
ancor meno un’accoglienza un po’ complicata in una
nuova associazione. È morte e risurrezione, rinascita
alla vita nuova.
Sì,
l’erba medicinale contro la morte esiste. Cristo è
l’albero della vita reso nuovamente accessibile. Se ci
atteniamo a Lui, allora siamo nella vita. Per questo
canteremo in questa notte della risurrezione, con tutto il
cuore, l’alleluia, il canto della gioia che non ha
bisogno di parole. Per questo Paolo può dire ai
Filippesi: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo
ripeto: siate lieti!” (Fil 4,4). La gioia non la si può
comandare. La si può solo donare. Il Signore risorto ci
dona la gioia: la vera vita. Noi siamo ormai per sempre
custoditi nell’amore di Colui al quale è stato dato
ogni potere in cielo e sulla terra (cfr Mt 28,18). Così
chiediamo, certi di essere esauditi, con la preghiera
sulle offerte che la Chiesa eleva in questa notte:
Accogli, Signore, le preghiere del tuo popolo insieme con
le offerte sacrificali, perché ciò che con i misteri
pasquali ha avuto inizio ci giovi, per opera tua, come
medicina per l’eternità. Amen.
©
Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
|
|