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VEGLIA
PASQUALE (7 APRILE 2007) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
8 aprile 2007
L’amore
di Dio, che ha vinto la morte, è più forte anche
dell’odio e può
illuminare gli “inferi di questo nostro tempo
moderno”. Così, ieri sera, il Papa alla Veglia Pasquale
L’amore
di Dio è più forte della morte. Con la Risurrezione di
Cristo l’uomo può giungere a Dio, aggrappato a Gesù,
con la certezza di trovarsi tra le mani buone del Padre.
Questo il cuore dell’omelia pronunciata da Benedetto XVI,
ieri sera, durante la Veglia Pasquale nella Basilica
Vaticana. Nel corso della celebrazione, il Papa ha
battezzato 2 bambini e 6 donne: due cinesi, due
giapponesi, una cubana e una camerunense.
Toccante la preghiera del Santo Padre rivolta a Dio al
termine dell’omelia: “Signore, dimostra anche oggi che
l’amore è più forte dell’odio”, ha detto il Papa,
discendi “negli inferi di questo nostro tempo
moderno”. Il servizio di Tiziana Campisi:
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“Discendendo
nella notte della morte”, Gesù ha portato “a
compimento il cammino dell’incarnazione”, “la mano
del Padre lo ha sorretto”, “e così Egli ha potuto
rialzarsi, risorgere”, conducendo l’uomo al Padre. La
Pasqua è questo, ha spiegato Benedetto XVI: “Il viaggio
di Cristo fin nelle profondità estreme della terra” per
portare la luce:
“Sono
risorto e ora sono sempre con te’,
dice a ciascuno di noi. La mia mano ti sorregge. Ovunque
tu possa cadere, cadrai nelle mie mani. Sono presente
perfino alla porta della morte. Dove nessuno può più
accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là ti
aspetto io e trasformo per te le tenebre in luce”.
La
Risurrezione di Cristo non è altro che aprirsi alla
fiducia in Dio, ha aggiunto il Papa ricordandoci che Dio
“non ci lascia mai cadere dalle sue mani” che “sono
mani buone”. Con Cristo viviamo un “nuovo inizio”,
ha sottolineato poi il Santo Padre, così come nel
Battesimo nasciamo a vita nuova:
“Nel
Battesimo abbandoniamo noi stessi, deponiamo la nostra
vita nelle sue mani, così da poter dire con san Paolo:
‘Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me’.
Se in questo modo ci doniamo, accettando una specie di
morte del nostro io, allora ciò significa anche che il
confine tra morte e vita diventa permeabile. Al di qua
come al di là della morte siamo con Cristo e per questo,
da quel momento in avanti, la morte non è più un vero
confine. Paolo ce lo dice in
modo molto chiaro nella sua Lettera ai Filippesi:
‘Per me il vivere è Cristo!’”.
“Nel
Battesimo – ha spiegato – insieme
con Cristo, abbiamo già fatto il viaggio cosmico
fin nelle profondità della morte”, “accolti da Lui
nel suo amore, siamo liberi dalla paura”. Quindi, il
Papa si è soffermato sul modo in cui Cristo ha vinto la
morte:
“La
porta della morte è chiusa, nessuno può tornare indietro
da lì. Non c’è una chiave per questa porta ferrea.
Cristo, però, ne possiede la chiave. La sua Croce
spalanca le porte della morte, le porte irrevocabili. Esse
ora non sono più invalicabili. La sua Croce, la radicalità
del suo amore è la chiave che apre questa porta.
L’amore di Colui che, essendo Dio, si è fatto uomo per
poter morire – questo amore ha la forza per aprire la
porta. Questo amore è più forte della morte”.
E
amore che vince la morte sono anche le “ferite” di Gesù,
ha proseguito il Santo Padre. Entrando “nel mondo dei
morti”, Cristo “porta le stimmate”,
ma “i suoi patimenti sono diventati potenza”.
“L’atto estremo dell’amore” di Gesù è “il suo
morire” e il prendere “per mano Adamo, tutti gli
uomini in attesa”, e il
portarli alla luce, verso Dio:
“Solo
il Cristo risorto può portarci su fino all’unione con
Dio, fin dove le nostre forze non possono arrivare. Egli
prende davvero la pecora smarrita sulle sue spalle e la
porta a casa. Aggrappati al suo Corpo noi viviamo, e in
comunione con il suo Corpo giungiamo fino al cuore di Dio.
E solo così è vinta la morte, siamo liberi e la nostra
vita è speranza. È questo il giubilo della Veglia
Pasquale: noi siamo liberi”.
E
nel concludere la sua omelia, Benedetto XVI ha voluto
pregare perché l’amore di Dio, forte più della morte,
possa vincere anche l’oscurità dei giorni nostri:
“Signore,
dimostra anche oggi che l’amore è più forte
dell’odio. Che è più forte della morte. Discendi anche
nelle notti e negli inferi di questo nostro tempo moderno
e prendi per mano coloro che aspettano. Portali alla luce!
Sii anche nelle mie notti oscure con me e conducimi fuori!
Aiutami, aiutaci a scendere con te nel buio di coloro che
sono in attesa, che gridano dal
profondo verso di te! Aiutaci a portarvi la tua luce!
Aiutaci ad arrivare al ‘sì’
dell’amore, che ci fa discendere e proprio così salire
insieme con te!”.
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VEGLIA
PASQUALE
Cari
fratelli e sorelle!
Dai tempi
più antichi la liturgia del giorno di Pasqua comincia con
le parole: Resurrexi et adhuc tecum sum – sono
risorto e sono sempre con te; tu hai posto su di me la tua
mano. La liturgia vi vede la prima parola del Figlio
rivolta al Padre dopo la risurrezione, dopo il ritorno
dalla notte della morte nel mondo dei viventi. La mano del
Padre lo ha sorretto anche in questa notte, e così Egli
ha potuto rialzarsi, risorgere.
La parola
è tratta dal Salmo 138 e lì ha inizialmente un
significato diverso. Questo Salmo è un canto di
meraviglia per l’onnipotenza e l’onnipresenza di Dio,
un canto di fiducia in quel Dio che non ci lascia mai
cadere dalle sue mani. E le sue mani sono mani buone.
L’orante immagina un viaggio attraverso tutte le
dimensioni dell’universo – che cosa gli accadrà?
“Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi,
eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare
all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità
mi copra…», nemmeno le tenebre per te sono oscure …
per te le tenebre sono come luce” (Sal 138
[139],8-12).
Nel
giorno di Pasqua la Chiesa ci dice: Gesù Cristo ha
compiuto per noi questo viaggio attraverso le dimensioni
dell’universo. Nella Lettera agli Efesini
leggiamo che Egli è disceso nelle regioni più basse
della terra e che Colui che è disceso è il medesimo che
è anche asceso al di sopra di tutti i cieli per riempire
l’universo (cfr 4,9s). Così la visione del Salmo è
diventata realtà. Nell’oscurità impenetrabile della
morte Egli è entrato come luce – la notte divenne
luminosa come il giorno, e le tenebre divennero luce.
Perciò la Chiesa giustamente può considerare la
parola di ringraziamento e di fiducia come parola del
Risorto rivolta al Padre: “Sì, ho fatto il viaggio fin
nelle profondità estreme della terra, nell’abisso della
morte e ho portato la luce; e ora sono risorto e sono per
sempre afferrato dalle tue mani”. Ma questa parola del
Risorto al Padre è diventata anche una parola che il
Signore rivolge a noi: “Sono risorto e ora sono sempre
con te”, dice a ciascuno di noi. La mia mano ti
sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani.
Sono presente perfino alla porta della morte. Dove nessuno
può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente,
là ti aspetto io e trasformo per te le tenebre in luce.
Questa
parola del Salmo, letta come colloquio del Risorto con
noi, è allo stesso tempo una spiegazione di ciò che
succede nel Battesimo. Il Battesimo, infatti, è più di
un lavacro, di una purificazione. È più
dell’assunzione in una comunità. È una nuova nascita.
Un nuovo inizio della vita. Il passo della Lettera ai
Romani, che abbiamo appena ascoltato, dice con parole
misteriose che nel Battesimo siamo stati “innestati”
nella somiglianza con la morte di Cristo. Nel Battesimo ci
doniamo a Cristo – Egli ci assume in sé, affinché poi
non viviamo più per noi stessi, ma grazie a Lui, con Lui
e in Lui; affinché viviamo con Lui e così per gli altri.
Nel Battesimo abbandoniamo noi stessi, deponiamo la nostra
vita nelle sue mani, così da poter dire con san Paolo:
“Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Se
in questo modo ci doniamo, accettando una specie di morte
del nostro io, allora ciò significa anche che il confine
tra morte e vita diventa permeabile. Al di qua come al di
là della morte siamo con Cristo e per questo, da quel
momento in avanti, la morte non è più un vero confine.
Paolo ce lo dice in modo molto chiaro nella sua Lettera
ai Filippesi: “Per me il vivere è Cristo. Se posso
essere presso di Lui (cioè se muoio) è un guadagno. Ma
se rimango in questa vita, posso ancora portare frutto.
Così sono messo alle strette tra queste due cose: essere
sciolto – cioè essere giustiziato – ed essere con
Cristo, sarebbe assai meglio; ma rimanere in questa vita
è più necessario per voi” (cfr 1,21ss). Di qua e di là
del confine della morte egli è con Cristo – non esiste
più una vera differenza. Sì, è vero: “Alle spalle e
di fronte tu mi circondi. Sempre sono nelle tue mani”.
Ai Romani Paolo ha scritto: “Nessuno … vive per se
stesso e nessuno muore per se stesso … sia che viviamo,
sia che moriamo, siamo … del Signore” (Rm
14,7s).
Cari
battezzandi, è questa la novità del Battesimo: la nostra
vita appartiene a Cristo, non più a noi stessi. Ma
proprio per questo non siamo soli neppure nella morte, ma
siamo con Lui che vive sempre. Nel Battesimo, insieme con
Cristo, abbiamo già fatto il viaggio cosmico fin nelle
profondità della morte. Accompagnati da Lui, anzi,
accolti da Lui nel suo amore, siamo liberi dalla paura.
Egli ci avvolge e ci porta, ovunque andiamo – Egli che
è la Vita stessa.
Ritorniamo
ancora alla notte del Sabato Santo. Nel Credo
professiamo circa il cammino di Cristo: “Discese agli
inferi”. Che cosa accadde allora? Poiché non conosciamo
il mondo della morte, possiamo figurarci questo processo
del superamento della morte solo mediante immagini che
rimangono sempre poco adatte. Con tutta la loro
insufficienza, tuttavia, esse ci aiutano a capire qualcosa
del mistero. La liturgia applica alla discesa di Gesù
nella notte della morte la parola del Salmo 23
[24]: “Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi,
porte antiche!” La porta della morte è chiusa, nessuno
può tornare indietro da lì. Non c’è una chiave per
questa porta ferrea. Cristo, però, ne possiede la chiave.
La sua Croce spalanca le porte della morte, le porte
irrevocabili. Esse ora non sono più invalicabili. La sua
Croce, la radicalità del suo amore è la chiave che apre
questa porta. L’amore di Colui che, essendo Dio, si è
fatto uomo per poter morire – questo amore ha la forza
per aprire la porta. Questo amore è più forte della
morte. Le icone pasquali della Chiesa orientale mostrano
come Cristo entra nel mondo dei morti. Il suo vestito è
luce, perché Dio è luce. “La notte è chiara come il
giorno, le tenebre sono come luce” (cfr Sal 138
[139],12). Gesù che entra nel mondo dei morti porta le
stimmate: le sue ferite, i suoi patimenti sono diventati
potenza, sono amore che vince la morte. Egli incontra
Adamo e tutti gli uomini che aspettano nella notte della
morte. Alla loro vista si crede addirittura di udire la
preghiera di Giona: “Dal profondo degli inferi ho
gridato, e tu hai ascoltato la mia voce” (Gio
2,3). Il Figlio di Dio nell’incarnazione si è fatto una
cosa sola con l’essere umano – con Adamo. Ma solo in
quel momento, in cui compie l’atto estremo dell’amore
discendendo nella notte della morte, Egli porta a
compimento il cammino dell’incarnazione. Mediante il suo
morire Egli prende per mano Adamo, tutti gli uomini in
attesa e li porta alla luce.
Ora,
tuttavia, si può domandare: Ma che cosa significa questa
immagine? Quale novità è lì realmente accaduta per
mezzo di Cristo? L’anima dell’uomo, appunto, è di per
sé immortale fin dalla creazione – che cosa di nuovo ha
portato Cristo? Sì, l’anima è immortale, perché
l’uomo in modo singolare sta nella memoria e
nell’amore di Dio, anche dopo la sua caduta. Ma la sua
forza non basta per elevarsi verso Dio. Non abbiamo ali
che potrebbero portarci fino a tale altezza. E tuttavia,
nient’altro può appagare l’uomo eternamente, se non
l’essere con Dio. Un’eternità senza questa unione con
Dio sarebbe una condanna. L’uomo non riesce a giungere
in alto, ma anela verso l’alto: “Dal profondo grido a
te…” Solo il Cristo risorto può portarci su fino
all’unione con Dio, fin dove le nostre forze non possono
arrivare. Egli prende davvero la pecora smarrita sulle sue
spalle e la porta a casa. Aggrappati al suo Corpo noi
viviamo, e in comunione con il suo Corpo giungiamo fino al
cuore di Dio. E solo così è vinta la morte, siamo liberi
e la nostra vita è speranza.
È questo
il giubilo della Veglia Pasquale: noi siamo liberi.
Mediante la risurrezione di Gesù l’amore si è rivelato
più forte della morte, più forte del male. L’amore Lo
ha fatto discendere ed è al contempo la forza nella quale
Egli ascende. La forza per mezzo della quale ci porta con
sé. Uniti col suo amore, portati sulle ali dell’amore,
come persone che amano scendiamo insieme con Lui nelle
tenebre del mondo, sapendo che proprio così saliamo anche
con Lui. Preghiamo quindi in questa notte: Signore,
dimostra anche oggi che l’amore è più forte
dell’odio. Che è più forte della morte. Discendi anche
nelle notti e negli inferi di questo nostro tempo moderno
e prendi per mano coloro che aspettano. Portali alla luce!
Sii anche nelle mie notti oscure con me e conducimi fuori!
Aiutami, aiutaci a scendere con te nel buio di coloro che
sono in attesa, che gridano dal profondo verso di te!
Aiutaci a portarvi la tua luce! Aiutaci ad arrivare al
“sì” dell’amore, che ci fa discendere e proprio così
salire insieme con te! Amen.
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