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VISITA
PASTORALE A VELLETRI (23 SETTEMBRE 2007)
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Servizio trasmesso da Radio
Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 23 settembre 2007
Il
Papa a Velletri: la vita è una scelta tra egoismo e
altruismo, tra logica del profitto e logica della
solidarietà. La ricchezza fruttifica solo se condivisa
con i poveri
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La
logica del profitto, se prevalente, incrementa la
sproporzione tra poveri e ricchi, la logica della
solidarietà porta invece ad uno sviluppo equo, per
il bene comune di tutti. Benedetto XVI lo ha
sottolineato oggi nell’omelia pronunciata a
Velletri, dove si è recato in visita pastorale. |
Il
Papa ha presieduto la Messa nella piazza antistante la
Cattedrale; prima della celebrazione ha benedetto una
statua di Giovanni Paolo II, e alla diocesi di
Velletri-Segni - di cui è stato vescovo titolare dal
‘93 al 2002 - ha regalato una gemella della colonna di
bronzo donatagli a Marktl amm Inn, in occasione del
viaggio apostolico dello scorso anno in Germania. Il
servizio di Tiziana Campisi:
La parabola del fattore infedele che l’odierno
Vangelo di Luca ricorda, pone l’uomo di fronte alla
scelta “tra onestà e disonestà, tra fedeltà e
infedeltà, tra egoismo e altruismo, tra bene e male”;
offre “diversi spunti di riflessione circa i pericoli di
un attaccamento eccessivo al denaro, ai beni materiali e a
tutto ciò che ci impedisce di vivere in pienezza la
nostra vocazione ad amare Dio e i fratelli”. E’
questo, ha sottolineato Benedetto XVI, il significato
delle parole di Gesù: “Non potete servire a Dio e
mammona”, ossia non si può fare della ricchezza un
idolo cui sacrificare tutto pur di raggiungere il proprio
successo economico, così che questo diventi un dio. Il
termine ‘mammona’ di origine fenicia usato da Gesù,
evoca appunto “sicurezza economica e successo negli
affari”; dunque l’invito di Cristo è a “scegliere
tra la logica del profitto come criterio ultimo nel nostro
agire e la logica della condivisione e della solidarietà”.
Le conseguenze sono ben diverse, ha detto il Papa:
“La logica del profitto, se prevalente, incrementa
la sproporzione tra poveri e ricchi, come pure un rovinoso
sfruttamento del pianeta. Quando invece prevale la logica
della condivisione e della solidarietà, è possibile
correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo,
per il bene comune di tutti. In fondo si tratta della
decisione tra l’egoismo e l’amore, tra la giustizia e
la disonestà, in definitiva tra Dio e Satana”.
Benedetto XVI ha richiamato dunque i fedeli a
riflettere sulla scelta di essere cristiani: “se amare
Cristo e i fratelli non va considerato come qualcosa di
accessorio e di superficiale, ma piuttosto lo scopo vero
ed ultimo di tutta la nostra esistenza – ha precisato
– occorre saper operare scelte di fondo, essere disposti
a radicali rinunce, se necessario sino al martirio”:
“Oggi, come ieri, la vita del cristiano esige il
coraggio di andare contro corrente, di amare come Gesù,
che è giunto sino al sacrificio di sé sulla croce.
Potremmo allora dire, parafrasando una considerazione di
Sant’Agostino, che per mezzo delle ricchezze terrene
dobbiamo procurarci quelle vere ed eterne: se infatti si
trova gente pronta ad ogni tipo di disonestà pur di
assicurarsi un benessere materiale sempre aleatorio,
quanto più noi cristiani dovremmo preoccuparci di
provvedere alla nostra eterna felicità con i beni di
questa terra”.
Il cristiano, dunque, è chiamato a far fruttificare le
proprie doti e capacità personali, come pure le ricchezze
che possiede, condividerle con i fratelli, mostrandosi
buon amministratore di quanto Dio gli affida. Così, è da
respingere quello stile di vita – ricordato dal profeta
Amos – “tipico di chi si lascia assorbire da
un’egoistica ricerca del profitto in tutti i modi
possibili e che si traduce in una sete di guadagno, in un
disprezzo dei poveri e in uno sfruttamento della loro
situazione a proprio vantaggio”. Il cristiano deve
aprire invece il proprio cuore “a sentimenti di
autentica generosità”, ad “un amore sincero per
tutti” che “si manifesta in primo luogo nella
preghiera”:
“Grande gesto di carità è pregare per gli altri
... Non venga pertanto mai meno la nostra preghiera,
apporto spirituale all’edificazione di una Comunità
ecclesiale fedele a Cristo e alla costruzione d’una
società più giusta e solidale”.
Il Papa ha inoltre esortato i fedeli a focalizzarsi
sulla verità essenziale dell’amore di Dio che ha
definito...
“...capace di imprimere all’esistenza umana un
orientamento e un valore assolutamente nuovi. L’amore è
l’essenza del Cristianesimo, che rende il credente e la
comunità cristiana fermento di speranza e di pace in ogni
ambiente, attenti specialmente alle necessità dei poveri
e dei bisognosi. Ed è questa la nostra missione comune:
essere fermento di speranza e di pace perché crediamo
nell’amore. L’amore fa vivere la Chiesa, e perché
l’amore è eterno la fa vivere sempre”.
Benedetto XVI ha anche espresso più volte la sua gioia
per essere tornato nella diocesi di Velletri-Segni, di cui
per anni è stato vescovo titolare, e proprio per
dimostrare il loro affetto i fedeli hanno voluto donargli
una riproduzione in scala della Croce veliterna, come
segno di quell’Amore che fa dei cristiani un solo corpo
e un solo spirito in Cristo.
CELEBRAZIONE
EUCARISTICA SUL SAGRATO
DELLA CATTEDRALE DI VELLETRI
OMELIA
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Piazza San
Clemente
Domenica, 23 settembre 2007
Cari
fratelli e sorelle!
Sono
tornato volentieri in mezzo a voi per presiedere questa
solenne celebrazione eucaristica, rispondendo ad un vostro
reiterato invito. Sono tornato con gioia per incontrare la
vostra comunità diocesana, che per diversi anni è stata
in modo singolare anche la mia e che mi resta sempre cara.
Vi saluto tutti con affetto. Saluto, in primo luogo, il
Signor Cardinale Francis Arinze, che mi è succeduto come
Cardinale titolare di questa Diocesi; saluto il vostro
Pastore, il caro Mons. Vincenzo Apicella, che ringrazio
per le belle parole di benvenuto con cui ha voluto
accogliermi a nome vostro. Saluto gli altri Vescovi, i
sacerdoti, i religiosi e le religiose, gli operatori
pastorali, i giovani e quanti sono attivamente impegnati
nelle parrocchie, nei movimenti, nelle associazioni e
nelle varie attività diocesane. Saluto il Commissario
Prefettizio di Velletri, i Sindaci dei Comuni della
Diocesi di Velletri-Segni e le altre Autorità civili e
militari, che ci onorano della loro presenza. Saluto
quanti sono venuti da altre parti, in particolare dalla
Germania, dalla Baviera, per unirsi a noi in questo giorno
di festa. Vincoli di amicizia legano la mia terra natale
alla vostra: ne è testimone la colonna di bronzo donatami
a Marktl am Inn nel settembre dello scorso anno, in
occasione del viaggio apostolico in Germania. Recentemente
mi è stata donata, come già detto, da cento comuni della
Baviera, quasi una gemella di questa colonna che sarà
posta qui a Velletri, come ulteriore segno del mio affetto
e della mia benevolenza. Essa sarà il segno della mia
spirituale presenza tra di voi. In proposito desidero
ringraziare i donatori, lo scultore e i sindaci che vedo
qui presenti con tanti amici. Grazie a tutti voi!
Cari
fratelli e sorelle, so che vi siete preparati
all’odierna mia visita attraverso un intenso cammino
spirituale, adottando come motto un versetto assai
significativo della Prima Lettera di Giovanni: “Noi
abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per
noi” (4,16). Deus caritas est, Dio è amore: con
queste parole inizia la mia prima Enciclica,
che concerne il centro della nostra fede: l’immagine
cristiana di Dio e la conseguente immagine dell’uomo e
del suo cammino. Mi rallegro che voi abbiate scelto come
guida dell’itinerario spirituale e pastorale della
Diocesi proprio questa espressione: “Noi abbiamo
riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo
creduto”. Abbiamo creduto all’amore: questa è
l’essenza del cristianesimo. L’odierna nostra
assemblea liturgica non può pertanto non focalizzarsi su
questa verità essenziale, sull’amore di Dio, capace di
imprimere all’esistenza umana un orientamento e un
valore assolutamente nuovi. L’amore è l’essenza del
Cristianesimo, che rende il credente e la comunità
cristiana fermento di speranza e di pace in ogni ambiente,
attenti specialmente alle necessità dei poveri e dei
bisognosi. Ed è questa la nostra missione comune: essere
fermento di speranza e di pace perché crediamo
nell’amore. L’amore fa vivere la Chiesa, e poiché
esso è eterno, la fa vivere sempre fino alla fine dei
tempi.
Nelle
passate domeniche, san Luca, l’evangelista che più
degli altri si preoccupa di mostrare l’amore che Gesù
ha per i poveri, ci ha offerto diversi spunti di
riflessione circa i pericoli di un attaccamento eccessivo
al denaro, ai beni materiali e a tutto ciò che ci
impedisce di vivere in pienezza la nostra vocazione ad
amare Dio e i fratelli. Anche quest’oggi, attraverso una
parabola che provoca in noi una certa meraviglia perché
si parla di un amministratore disonesto che viene lodato (cfr
Lc 16,1-13), a ben vedere il Signore ci riserva un
serio e quanto mai salutare insegnamento. Come sempre il
Signore trae spunto da fatti di cronaca quotidiana: narra
di un amministratore che sta sul punto di essere
licenziato per disonesta gestione degli affari del suo
padrone e, per assicurarsi il futuro, cerca con furbizia
di accordarsi con i debitori. E’ certamente un
disonesto, ma astuto: il Vangelo non ce lo presenta come
modello da seguire nella sua disonestà, ma come esempio
da imitare per la sua previdente scaltrezza. La breve
parabola si conclude infatti con queste parole: “Il
padrone lodò quell’amministratore disonesto perché
aveva agito con scaltrezza” (Lc 16,8).
Ma che
cosa vuole dirci Gesù con questa parabola? Con questa
conclusione sorprendente? Alla parabola del fattore
infedele, l’evangelista fa seguire una breve serie di
detti e di ammonimenti circa il rapporto che dobbiamo
avere con il denaro e i beni di questa terra. Sono piccole
frasi che invitano ad una scelta che presuppone una
decisione radicale, una costante tensione interiore. La
vita è in verità sempre una scelta: tra onestà e
disonestà, tra fedeltà e infedeltà, tra egoismo e
altruismo, tra bene e male. Incisiva e perentoria la
conclusione del brano evangelico: “Nessun servo può
servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà
l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà
l’altro”. In definitiva, dice Gesù, occorre
decidersi: “Non potete servire a Dio e a mammona” (Lc
16,13). Mammona è un termine di origine
fenicia che evoca sicurezza economica e successo negli
affari; potremmo dire che nella ricchezza viene indicato
l’idolo a cui si sacrifica tutto pur di raggiungere il
proprio successo materiale e così questo successo
economico diventa il vero dio di una persona. È
necessaria quindi una decisione fondamentale tra Dio e
mammona, è necessaria la scelta tra la logica del
profitto come criterio ultimo nel nostro agire e la logica
della condivisione e della solidarietà. La logica del
profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra
poveri e ricchi, come pure un rovinoso sfruttamento del
pianeta. Quando invece prevale la logica della
condivisione e della solidarietà, è possibile correggere
la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo, per il bene
comune di tutti. In fondo si tratta della decisione tra
l’egoismo e l’amore, tra la giustizia e la disonestà,
in definitiva tra Dio e Satana. Se amare Cristo e i
fratelli non va considerato come qualcosa di accessorio e
di superficiale, ma piuttosto lo scopo vero ed ultimo di
tutta la nostra esistenza, occorre saper operare scelte di
fondo, essere disposti a radicali rinunce, se necessario
sino al martirio. Oggi, come ieri, la vita del cristiano
esige il coraggio di andare contro corrente, di amare come
Gesù, che è giunto sino al sacrificio di sé sulla
croce.
Potremmo
allora dire, parafrasando una considerazione di sant’Agostino,
che per mezzo delle ricchezze terrene dobbiamo procurarci
quelle vere ed eterne: se infatti si trova gente pronta ad
ogni tipo di disonestà pur di assicurarsi un benessere
materiale sempre aleatorio, quanto più noi cristiani
dovremmo preoccuparci di provvedere alla nostra eterna
felicità con i beni di questa terra (cfr Discorsi
359,10). Ora, l’unica maniera di far fruttificare per
l’eternità le nostre doti e capacità personali come
pure le ricchezze che possediamo è di condividerle con i
fratelli, mostrandoci in tal modo buoni amministratori di
quanto Iddio ci affida. Dice Gesù: “Chi è fedele nel
poco, è fedele nel molto; e chi è disonesto nel poco, è
disonesto anche nel molto” (Lc 16,10-11).
Della
stessa scelta fondamentale da compiere giorno per giorno
parla oggi nella prima lettura il profeta Amos. Con parole
forti, egli stigmatizza uno stile di vita tipico di chi si
lascia assorbire da un’egoistica ricerca del profitto in
tutti i modi possibili e che si traduce in una sete di
guadagno, in un disprezzo dei poveri e in uno sfruttamento
della loro situazione a proprio vantaggio (cfr Am
4,5). Il cristiano deve respingere con energia tutto
questo, aprendo il cuore, al contrario, a sentimenti di
autentica generosità. Una generosità che, come esorta
l’apostolo Paolo nella seconda Lettura, si esprime in un
amore sincero per tutti e si manifesta nella preghiera. In
realtà, grande gesto di carità è pregare per gli altri.
L’Apostolo invita in primo luogo a pregare per quelli
che rivestono compiti di responsabilità nella comunità
civile, perché - egli spiega - dalle loro decisioni, se
tese a realizzare il bene, derivano conseguenze positive,
assicurando la pace e “una vita calma e tranquilla con
tutta pietà e dignità” per tutti (1 Tm 2,2).
Non venga pertanto mai meno la nostra preghiera, apporto
spirituale all’edificazione di una Comunità ecclesiale
fedele a Cristo e alla costruzione d’una società più
giusta e solidale.
Cari
fratelli e sorelle, preghiamo, in particolare, perché la
vostra comunità diocesana, che sta subendo una serie di
trasformazioni, dovute al trasferimento di molte famiglie
giovani provenienti da Roma, allo sviluppo del
“terziario” e all’insediamento nei centri storici di
molti immigrati, conduca un’azione pastorale sempre più
organica e condivisa, seguendo le indicazioni che il
vostro Vescovo va offrendo con spiccata sensibilità
pastorale. A questo riguardo, quanto mai opportuna si è
rivelata la sua Lettera Pastorale del dicembre scorso con
l’invito a mettersi in ascolto attento e perseverante
della Parola di Dio, degli insegnamenti del Concilio
Vaticano II e del Magistero della Chiesa. Deponiamo nelle
mani della Madonna delle Grazie, la cui immagine è
custodita e venerata in questa vostra bella Cattedrale,
ogni vostro proposito e progetto pastorale. La materna
protezione di Maria accompagni il cammino di voi qui
presenti e di quanti non hanno potuto partecipare
all’odierna nostra Celebrazione eucaristica. In special
modo, vegli la Vergine Santa sugli ammalati, sugli
anziani, sui bambini, su chiunque si sente solo e
abbandonato o versa in particolari necessità. Ci liberi
Maria dalla cupidigia delle ricchezze, e faccia sì che
alzando al cielo mani libere e pure, rendiamo gloria a Dio
con tutta la nostra vita (cfr Colletta). Amen!
©
Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana
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