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VENERAZIONE
DELLA SANTA SINDONE (2 MAGGIO 2010) |
Radio
Vaticana, 3 maggio 2010
Meditazione
del Papa nel Duomo di Torino: la Sindone, un'Icona scritta
col sangue che parla di amore e di vita
◊ E' stata una
visita pastorale molto intensa quella del Papa ieri a
Torino, caratterizzata da grande accoglienza e affetto e
da un profondo clima di preghiera. Uno dei momenti
centrali è stata la meditazione di Benedetto XVI
nell'atto di venerazione della Sacra Sindone. Ce ne parla
il nostro inviato Massimiliano Menichetti
Benedetto XVI si è fatto pellegrino tra i pellegrini
ed ha pregato insieme ad altri due milioni di fedeli che
hanno reso omaggio alla Sindone, nel Duomo di Torino,
durante questa Ostensione, che terminerà il 23 maggio
prossimo:
“Si può dire che la Sindone sia l’Icona di
questo mistero, l’Icona del Sabato Santo. Infatti essa
è un telo sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo
crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci
dicono di Gesù”.
“La Sindone di Torino – ha ribadito Benedetto XVI -
ci offre l’immagine di com’era il corpo di Gesù
disteso nella tomba durante quel tempo, che fu breve
cronologicamente (circa un giorno e mezzo), ma fu immenso,
infinito nel suo valore e nel suo significato”. E
riferendosi al Sabato Santo quale giorno del
“silenzio” e della “solitudine”, ha tracciato un
parallelo con il cuore dell’uomo di oggi:
“Il nascondimento di Dio fa parte della
spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera
esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che
è andato allargandosi sempre di più”.
Citando le due guerre mondiali, i lager e i gulag,
Hiroshima e Nagasaki, Benedetto XVI ha detto che “la
nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un
Sabato Santo”, dove “l’oscurità di questo giorno
interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita” e
“in modo particolare” i “credenti”:
“Tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di
Nazaret ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte
di consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al
fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento
'fotografico', dotato di un 'positivo' e di un 'negativo'.
E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro
della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di
una speranza che non ha confini”.
Quindi ha spiegato che la Sindone testimonia
“quell’intervallo unico e irripetibile nella storia
dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù
Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche
il nostro rimanere nella morte:
“Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di
entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo,
dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna
l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: 'gli
inferi'. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha
oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per
guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui”.
Il Papa ha evidenziato che Cristo ha penetrato con il
suo amore la morte, portando la speranza nuova della
Risurrezione. “Mi sembra che guardando questo sacro Telo
con gli occhi della fede – ha aggiunto - si percepisca
qualcosa di questa luce". “Penso – ha proseguito
- che se migliaia e migliaia di persone vengono” a
venerare la Sindone è perché in essa vedono la vittoria
della vita sulla morte, dell’amore sull’odio. Poi ha
detto: “Questo è il potere della Sindone”:
“Dal volto di questo ‘Uomo dei dolori’, che
porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di
ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre
sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati –
‘Passio Christi. Passio hominis’ - promana una solenne
maestà, una signoria paradossale”.
Questo volto, queste mani e questi piedi, questo
costato, tutto questo corpo parla: è esso stesso una
parola che possiamo ascoltare nel silenzio:
“Parla con il sangue, e il sangue è la vita! La
Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un
uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al
costato destro. L’immagine impressa sulla Sindone è
quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita.
Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita”.
E riferendosi alla ferita sul costato “procurata da
un colpo di lancia romana” ha sottolineato che “quel
sangue e quell’acqua” che fuoriuscirono “parlano di
vita”. “E’ come una sorgente – ha concluso - che
mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo
ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo.
VENERAZIONE
DELLA SANTA SINDONE
MEDITAZIONE
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Domenica, 2
maggio 2010
Cari
amici,
questo è
per me un momento molto atteso. In diverse altre occasioni
mi sono trovato davanti alla sacra Sindone, ma questa
volta vivo questo pellegrinaggio e questa sosta con
particolare intensità: forse perché il passare degli
anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa
straordinaria Icona; forse, e direi soprattutto, perché
sono qui come Successore di Pietro, e porto nel mio cuore
tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità. Ringrazio Dio
per il dono di questo pellegrinaggio, e anche per
l’opportunità di condividere con voi una breve
meditazione, che mi è stata suggerita dal sottotitolo di
questa solenne Ostensione: “Il mistero del Sabato
Santo”.
Si può
dire che la Sindone sia l’Icona di questo mistero,
l’Icona del Sabato Santo. Infatti essa è un telo
sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso
in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di
Gesù, il quale, crocifisso verso mezzogiorno, spirò
verso le tre del pomeriggio. Venuta la sera, poiché era
la Parasceve, cioè la vigilia del sabato solenne di
Pasqua, Giuseppe d’Arimatea, un ricco e autorevole
membro del Sinedrio, chiese coraggiosamente a Ponzio
Pilato di poter seppellire Gesù nel suo sepolcro nuovo,
che si era fatto scavare nella roccia a poca distanza dal
Golgota. Ottenuto il permesso, comprò un lenzuolo e,
deposto il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolse con quel
lenzuolo e lo mise in quella tomba (cfr Mc
15,42-46). Così riferisce il Vangelo di san Marco, e con
lui concordano gli altri Evangelisti. Da quel momento, Gesù
rimase nel sepolcro fino all’alba del giorno dopo il
sabato, e la Sindone di Torino ci offre l’immagine di
com’era il suo corpo disteso nella tomba durante quel
tempo, che fu breve cronologicamente (circa un giorno e
mezzo), ma fu immenso, infinito nel suo valore e nel suo
significato.
Il Sabato
Santo è il giorno del nascondimento di Dio, come si legge
in un’antica Omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla
terra c’è grande silenzio, grande silenzio e
solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è
morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli
inferi” (Omelia sul Sabato Santo, PG 43,
439). Nel Credo, noi professiamo che Gesù Cristo
“fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto,
discese agli inferi, e il terzo giorno risuscitò da
morte”.
Cari
fratelli e sorelle, nel nostro tempo, specialmente dopo
aver attraversato il secolo scorso, l’umanità è
diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato
Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità
dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi
inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato
allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento,
Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo
ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è
presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana,
spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza
renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due
guerre mondiali, i lager e i gulag,
Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in
misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di
questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano
sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti.
Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.
E
tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret
ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di
consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al
fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento
“fotografico”, dotato di un “positivo” e di un
“negativo”. E in effetti è proprio così: il mistero
più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più
luminoso di una speranza che non ha confini. Il Sabato
Santo è la “terra di nessuno” tra la morte e la
risurrezione, ma in questa “terra di nessuno” è
entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i
segni della sua Passione per l’uomo: “Passio
Christi. Passio hominis”. E la Sindone ci parla
esattamente di quel momento, sta a testimoniare
precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella
storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in
Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma
anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più
radicale.
In quel
“tempo-oltre-il-tempo” Gesù Cristo è “disceso agli
inferi”. Che cosa significa questa espressione? Vuole
dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di
entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo,
dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna
l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto:
“gli inferi”. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha
oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per
guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui. Tutti abbiamo
sentito qualche volta una sensazione spaventosa di
abbandono, e ciò che della morte ci fa più paura è
proprio questo, come da bambini abbiamo paura di stare da
soli nel buio e solo la presenza di una persona che ci ama
ci può rassicurare. Ecco, proprio questo è accaduto nel
Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce
di Dio. E’ successo l’impensabile: che cioè l’Amore
è penetrato “negli inferi”: anche nel buio estremo
della solitudine umana più assoluta noi possiamo
ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci
prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il
fatto che è amato e può amare; e se anche nello spazio
della morte è penetrato l’amore, allora anche là è
arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non
saremo mai soli: “Passio Christi. Passio hominis”.
Questo è
il mistero del Sabato Santo! Proprio di là, dal buio
della morte del Figlio di Dio, è spuntata la luce di una
speranza nuova: la luce della Risurrezione. Ed ecco, mi
sembra che guardando questo sacro Telo con gli occhi della
fede si percepisca qualcosa di questa luce. In effetti, la
Sindone è stata immersa in quel buio profondo, ma è al
tempo stesso luminosa; e io penso che se migliaia e
migliaia di persone vengono a venerarla – senza contare
quanti la contemplano mediante le immagini – è perché
in essa non vedono solo il buio, ma anche la luce; non
tanto la sconfitta della vita e dell’amore, ma piuttosto
la vittoria, la vittoria della vita sulla morte,
dell’amore sull’odio; vedono sì la morte di Gesù, ma
intravedono la sua Risurrezione; in seno alla morte pulsa
ora la vita, in quanto vi inabita l’amore. Questo è il
potere della Sindone: dal volto di questo “Uomo dei
dolori”, che porta su di sé la passione dell’uomo di
ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le
nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati
- “Passio Christi. Passio hominis” -, da questo
volto promana una solenne maestà, una signoria
paradossale. Questo volto, queste mani e questi piedi,
questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso
una parola che possiamo ascoltare nel silenzio. Come parla
la Sindone? Parla con il sangue, e il sangue è la vita!
La Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un
uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al
costato destro. L’immagine impressa sulla Sindone è
quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita.
Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita.
Specialmente quella macchia abbondante vicina al costato,
fatta di sangue ed acqua usciti copiosamente da una grande
ferita procurata da un colpo di lancia romana, quel sangue
e quell’acqua parlano di vita. E’ come una sorgente
che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla,
possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo.
Cari
amici, lodiamo sempre il Signore per il suo amore fedele e
misericordioso. Partendo da questo luogo santo, portiamo
negli occhi l’immagine della Sindone, portiamo nel cuore
questa parola d’amore, e lodiamo Dio con una vita piena
di fede, di speranza e di carità. Grazie.
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