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DISCORSO
AI VESCOVI BRASILIANI |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana 7 settembre
Il
Papa ai vescovi brasiliani: l’umanità confusa ha
bisogno di vedere nei cristiani ciò che non si vede
altrove: la gioia e la speranza dello stare con Cristo
I
giovani di oggi che desiderano diventare sacerdoti, ma che
sono cresciuti in un clima di secolarizzazione che ha
contagiato anche qualche ambiente ecclesiale, hanno
bisogno di trovare formatori che siano “veri uomini di
Dio”. Con un discorso incisivo, Benedetto XVI si è
rivolto questa mattina, a Castel Gandolfo, a una
quindicina di presuli dell’Ovest del Brasile in visita
ad Limina, primo dei 13 gruppi della grande nazione
latinoamericana ad essere ricevuti in Vaticano dal Papa e
dalla Curia Romana, da qui fino al settembre 2010. Il
servizio di Alessandro De Carolis:
In uno Stato grande come l’Europa, dalle
“impressionanti distanze” popolate da 200 milioni di
persone, con una miriade di etnie e relativi problemi di
convivenza, integrazione e sviluppo socioeconomico, molte
possono essere le angolazioni da cui partire per un esame
della realtà. Benedetto XVI ha preso spunto dai giovani
del Brasile - in particolare da quelli che andranno a
rinnovare in un futuro più o meno prossimo l’ossatura
della Chiesa del Paese - per riflettere sulle urgenze
pastorali dell’episcopato brasiliano, ma anche e
soprattutto su alcune derive che, minando l’impalcatura
etica della società, finiscono per condizionare e
confondere chi si prepara ad entrare nel mondo degli
adulti. Il Papa ha riconosciuto con schiettezza: “Ai
nostri giorni, e in particolare in Brasile, gli operai
nella messe del Signore continuano ad essere pochi per un
raccolto che invece è grande”. Uno scenario umano
caratterizzato da picchi di desolazione e di ricerca di
senso:
“Há tantos que parecem querce consumir a vida…
Ci sono tanti che sembrano consumare una vita intera
in un minuto, altri che vagano nella noia e nell'inerzia,
o si abbandonano a violenze di ogni genere. In fondo,
quelle non sono altro che vite disperate in cerca di
speranza, come evidenziato da un diffuso bisogno, a volte
confuso con un’esigenza di spiritualità, di una
rinnovata ricerca di punti di riferimento per riprendere
la strada della vita”.
Del Brasile che oggi celebra, come ogni 7 settembre, la
Giornata nazionale dell’indipendenza dal Portogallo, il
Papa ha ricordato con i vescovi i giorni del maggio 2007,
le manifestazioni di fede e di affetto della gente durante
il suo viaggio apostolico. Ma ha stigmatizzato pure quella
tendenza, sorta all’indomani del Vaticano II, che ha
visto “alcuni” interpretare “l'apertura al mondo non
come un’esigenza di ardore missionario del cuore di
Cristo, bensì - ha osservato - come un passaggio per la
secolarizzazione”, disposti a “fare concessioni” e a
“trovare aree di cooperazione” su “alcuni valori di
grande densità cristiana”, come l’uguaglianza, la
libertà, la solidarietà. Ciò tuttavia, ha soggiunto
criticamente Benedetto XVI, “ha comportato l'intervento
di alcuni esponenti della Chiesa nei dibattiti etici, che
hanno soddisfatto le aspettative dell’opinione
pubblica”, ma nei quali “non si è parlato di alcune
verità fondamentali della fede come il peccato, la
grazia, la vita teologale”, la morte e il giudizio, il
paradiso e l’inferno:
“Insensivelmente caiu-se na auto-secularização…
Inconsciamente si è caduti in una
auto-secolarizzazione di molte comunità cristiane: esse,
sperando di soddisfare coloro che non c’erano, hanno
visto andar via, ingannati e delusi, molti di coloro che
avevano: i nostri contemporanei, quando vengono da noi,
vogliono vedere ciò che non si vede da nessuna parte,
ovvero la gioia e la speranza che nascono dal fatto che
noi siamo con il Signore risorto”.
Attualmente, ha proseguito il Papa con lucidità, “vi
è una nuova generazione già nata in questo ambiente
ecclesiale secolarizzato che, invece di registrare
l'apertura e il consenso, vede nella società un divario
fatto di differenze e controversie in seno al Magistero
della Chiesa, soprattutto in campo etico, che si allarga
ancora di più”. Ed è qui, in quello che il Pontefice
chiama “deserto di Dio”, che la nuova generazione -
dice - “sente una grande sete di trascendenza”. “In
questo spirito - ha indicato il Papa ai vescovi -
dovrebbero essere sviluppate idee su tale argomento”, in
vista della vostra plenaria del mese di aprile. Poiché,
ha concluso, i “giovani di questa nuova generazione che
oggi bussano alla porta del seminario”:
“Hanno bisogno di trovare allenatori che siano
veri uomini di Dio, sacerdoti interamente dedicati alla
formazione, a testimoniare il dono di sé alla Chiesa
attraverso il celibato e la vita austera, secondo il
modello di Cristo Buon Pastore. Così questi giovani
imparano a essere sensibili all’incontro con il Signore
nella partecipazione quotidiana all'Eucaristia, ad amare
il silenzio e la preghiera, cercando, in primo luogo,
gloria di Dio e la salvezza delle anime”.
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DEL BRASILE (OVEST
1-2)
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»
Palazzo
Apostolico di Castel Gandolfo
Lunedì, 7
settembre 2009
Cari
Fratelli nell'Episcopato,
Con
sentimenti d'intima gioia e di amicizia, accolgo e saluto
tutti e ognuno di voi, amati Pastori dei Regionais
Oeste 1 e 2, nell'ambito della Conferenza
Nazionale dei Vescovi del Brasile. Con il vostro gruppo,
si apre il lungo pellegrinaggio dei membri di questa
Conferenza Episcopale in visita ad limina Apostolorum,
che mi darà l'occasione di conoscere meglio la realtà
delle vostre rispettive comunità diocesane. Saranno
giornate di condivisione fraterna per riflettere insieme
sulle questioni che vi preoccupano. Un momento
profondamente atteso da quelle indimenticabili giornate
di maggio del 2007, in cui, durante la mia visita nel
vostro paese, ho potuto constatare tutto l'affetto del
popolo brasiliano per il Successore di Pietro e, in modo
particolare, quando ho avuto l'opportunità di abbracciare
con lo sguardo l'intero episcopato di questa grande
nazione nell'incontro
nella Catedral da Sé di San Paolo.
In
effetti, solo il cuore grande di Dio può conoscere,
custodire e guidare la moltitudine di figli e figlie che
Egli stesso ha generato nella vastità immensa del
Brasile. Nel corso dei nostri colloqui di questi giorni,
sono emersi alcuni problemi e sfide che dovete affrontare,
come l'Arcivescovo di Campo Grande ha riferito all'inizio
di questo incontro. Impressionano le distanze che voi
stessi, insieme ai vostri sacerdoti e agli altri agenti
missionari, dovete percorrere per servire e animare
pastoralmente i vostri rispettivi fedeli, molti dei quali
convivono con i problemi propri di una urbanizzazione
relativamente recente, in cui lo Stato non sempre riesce a
essere uno strumento di promozione della giustizia e del
bene comune. Non vi scoraggiate! Ricordatevi che
l'annuncio del Vangelo e l'adesione ai valori cristiani,
come ho affermato di recente nell'Enciclica Caritas
in veritate, "è elemento non solo utile, ma
indispensabile per la costruzione di una buona società e
di un vero sviluppo umano integrale" (n.
4). La ringrazio, monsignor Vitório Pavanello, per le
cordiali parole e i devoti sentimenti che mi ha rivolto a
nome di tutti e che sono lieto di contraccambiare con voti
di pace e di prosperità per il popolo brasiliano in
questo significativo giorno della sua Festa Nazionale.
Come
Successore di Pietro e Pastore Universale, vi posso
assicurare che il mio cuore vive ogni giorno le vostre
preoccupazioni e fatiche apostoliche, non smettendo di
ricordare presso Dio le sfide che affrontate nella
crescita delle vostre comunità diocesane. In questi
giorni, e concretamente in Brasile, gli operai nella messe
del Signore continuano a essere pochi per la raccolta, che
è grande (cfr. Mt 36-37). Nonostante tale carenza,
resta veramente essenziale un'adeguata formazione di
quanti sono chiamati a servire il Popolo di Dio. Per
questo motivo, nell'ambito dell'Anno
Sacerdotale in corso, permettetemi di soffermarmi oggi
a riflettere con voi, amati Vescovi dell'Ovest brasiliano,
sulla sollecitudine propria del vostro ministero
episcopale che è quella di generare nuovi pastori.
Sebbene
sia Dio l'unico capace di seminare nel cuore umano la
chiamata al servizio pastorale del suo popolo, tutti i
membri della Chiesa dovrebbero interrogarsi sull'urgenza
intima e sull'impegno reale con cui sentono e vivono
questa causa. Un giorno, ad alcuni discepoli che
temporeggiavano osservando che mancavano "ancora
quattro mesi" alla mietitura, Gesù rispose:
"Ecco io vi dico: alzate i vostri occhi e
guardate i campi che già biondeggiano per la
mietitura" (Gv 4, 35). Dio non vede come
l'uomo!
L'urgenza
del buon Dio è dettata dal suo desiderio che "tutti
gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della
verità" (1 Tm 2, 4). Ci sono tante persone
che sembrano voler consumare l'intera vita in un minuto,
altri che vagano nel tedio e nell'inerzia, o si
abbandonano a violenze di ogni genere. In fondo, non sono
altro che vite disperate alla ricerca della speranza, come
dimostra una diffusa, sebbene a volte confusa, esigenza di
spiritualità, una rinnovata ricerca di punti di
riferimento per riprendere il cammino della vita.
Amati
Fratelli, nei decenni successivi al Concilio
Vaticano II, alcuni hanno interpretato l'apertura al
mondo non come un'esigenza dell'ardore missionario del
Cuore di Cristo, ma come un passaggio alla
secolarizzazione, scorgendo in essa alcuni valori di
grande spessore cristiano, come l'uguaglianza, la libertà
e la solidarietà, e mostrandosi disponibili a fare
concessioni e a scoprire campi di cooperazione. Si è così
assistito a interventi di alcuni responsabili ecclesiali
in dibattiti etici, in risposta alle aspettative
dell'opinione pubblica, ma si è smesso di parlare di
certe verità fondamentali della fede, come il peccato, la
grazia, la vita teologale e i novissimi. Inconsciamente si
è caduti nell'autosecolarizzazione di molte comunità
ecclesiali; queste, sperando di compiacere quanti erano
lontani, hanno visto andare via, defraudati e disillusi,
coloro che già vi partecipavano: i nostri
contemporanei, quando s'incontrano con noi, vogliono
vedere quello che non vedono in nessun'altra parte, ossia
la gioia e la speranza che nascono dal fatto di stare con
il Signore risorto.
Attualmente
c'è una nuova generazione nata in questo ambiente
ecclesiale secolarizzato che, invece di registrare
apertura e consensi, vede allargarsi sempre più nella
società il baratro delle differenze e delle
contrapposizioni al Magistero della Chiesa, soprattutto in
campo etico. In questo deserto di Dio, la nuova
generazione prova una grande sete di trascendenza.
Sono i
giovani di questa nuova generazione a bussare oggi alla
porta del seminario e ad aver bisogno di trovarvi
formatori che siano veri uomini di Dio, sacerdoti
totalmente dediti alla formazione, che testimonino il dono
di sé alla Chiesa, attraverso il celibato e una vita
austera, secondo il modello di Cristo Buon Pastore. Così
questi giovani impareranno a essere sensibili all'incontro
con il Signore, nella partecipazione quotidiana
all'Eucaristia, amando il silenzio e la preghiera e
cercando, in primo luogo, la gloria di Dio e la salvezza
delle anime.
Amati
Fratelli, come sapete, è compito del Vescovo stabilire i
criteri fondamentali per la formazione dei seminaristi e
dei presbiteri nella fedeltà alle norme universali della
Chiesa: è in questo spirito che si devono
sviluppare le riflessioni sul tema, oggetto dell'Assemblea
Plenaria della vostra Conferenza Episcopale, svoltasi lo
scorso aprile.
Certo di
poter contare sul vostro zelo per quel che concerne la
formazione sacerdotale, invito tutti i Vescovi, i loro
sacerdoti e i seminaristi a riprodurre nella propria vita
la carità di Cristo Sacerdote e Buon Pastore, come fece
il santo Curato d'Ars. E, come lui, prendano come modello
e protezione della propria vocazione la Vergine Madre, la
quale rispose in modo unico alla chiamata di Dio,
concependo nel suo cuore e nella sua carne il Verbo fatto
uomo per donarlo all'umanità. Alle vostre diocesi, con un
cordiale saluto e la certezza della mia preghiera, portate
una paterna Benedizione Apostolica.
©
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