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UDIENZA AI VESCOVI DELLA CEI (18 MAGGIO 2006)

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

Radio Vaticana, 18 maggio 2006

AI VESCOVI ITALIANI RICEVUTI IN VATICANO IN OCCASIONE DELL’ASSEMBLEA GENERALE DELLA CEI, IL PAPA HA RIBADITO CHE LA TRADIZIONE CRISTIANA E’ LA PRINCIPALE RICCHEZZA DELL’ITALIA  

Nel richiamare i principi etici, fondamento dell’essenza stessa dell’uomo, la Chiesa non commette alcuna violazione del principio di laicità: è quanto sottolineato da Benedetto XVI nel discorso ai presuli della Conferenza Episcopale Italiana, riunita nell’Assemblea generale e già proiettata verso il convegno ecclesiale di Verona dell’ottobre prossimo. Il Papa si è soffermato sul concetto di “sana laicità” e sulle radici cristiane dell’Italia, ma ha anche esortato i vescovi ad essere sempre vicini ai propri sacerdoti. Dal canto suo, il cardinale vicario Camillo Ruini, presidente della CEI, ha ringraziato il Papa per le sue parole sempre chiare e coraggiose sull’insegnamento della Chiesa. Il servizio di Alessandro Gisotti:  

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La Chiesa è ben consapevole che “alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio”, cioè tra lo Stato e la Chiesa: è quanto ribadito da Benedetto XVI che, riecheggiando la sua Enciclica Deus Caritas est, ha sottolineato come tale “distinzione e autonomia la Chiesa non solo riconosce e rispetta, ma di essa si rallegra, come di un grande progresso dell’umanità e di una condizione fondamentale per la sua stessa libertà e l’adempimento della sua universale missione di salvezza”. Tuttavia, è stato il suo richiamo, la Chiesa non può venir meno alla propria missione:  

In pari tempo e proprio in virtù della medesima missione di salvezza, la Chiesa non può venir meno al compito di purificare la ragione, mediante la proposta della propria dottrina sociale, argomentata a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano e di risvegliare le forze morali e spirituali, aprendo la volontà alle autentiche esigenze del bene”.  

 Quindi, ha tenuto a sottolineare che “una sana laicità dello Stato comporta senza dubbio che le realtà temporali si reggano secondo norme loro proprie, alle quali appartengono però anche quelle istanze etiche che trovano il loro fondamento nell’essenza stessa dell’uomo e pertanto rinviano in ultima analisi al Creatore”. Parole, queste, corredate da una profonda riflessione:  

“Nelle circostanze attuali, richiamando il valore che hanno per la vita non solo privata ma anche pubblica alcuni fondamentali principi etici, radicati nella grande eredità cristiana dell’Europa e in particolare dell’Italia, non commettiamo dunque alcuna violazione della laicità dello Stato, ma contribuiamo piuttosto a garantire e promuovere la dignità della persona e il bene comune della società”.  

D’altro canto, ricordando l’ormai prossimo appuntamento del Convegno ecclesiale nazionale di Verona, cui il Papa prenderà parte, ha invitato i presuli a viverlo come “un grande momento di comunione per tutte le componenti della Chiesa in Italia”.  

“Sarà possibile fare il punto sul cammino percorso negli ultimi anni e soprattutto guardare in avanti, per affrontare insieme il compito fondamentale di mantenere sempre viva la grande tradizione cristiana che è la principale ricchezza dell’Italia”.  

Rivolgendo il pensiero ai giovani, ha così auspicato che il convegno di Verona possa essere un’occasione per “comprendere sempre meglio che la Chiesa è la grande famiglia nella quale, vivendo l’amicizia di Cristo, si diventa davvero liberi”. Il Papa non ha mancato di dedicare una parte cospicua del suo discorso alla vita e al ministero dei sacerdoti, oggetto principale dell’Assemblea generale della CEI. “Per noi vescovi – ha avvertito – è un compito essenziale essere costantemente vicini ai nostri sacerdoti”. Occorre, ha ribadito, curare innanzitutto “un’attenta selezione dei candidati al sacerdozio, verificandone le predisposizioni personali ad assumere gli impegni connessi con il futuro ministero”. Bisogna poi coltivare la formazione, “non solo negli anni del seminario ma anche nelle successive fasi della loro vita”; “avere a cuore il loro benessere materiale e spirituale; esercitare la nostra paternità verso di loro con animo fraterno”. Parole di grande calore umano quelle del Papa per i sacerdoti:  

“Non lasciarli mai soli nelle fatiche del ministero, nella malattia e nella vecchiaia, come nelle inevitabili prove della vita”.   

“Al centro del nostro rapporto con i sacerdoti come della stessa vita nostra e loro – ha detto il Pontefice - sta con tutta evidenza la relazione a Cristo, l’unione intima con Lui, la partecipazione alla missione che Egli ha ricevuto dal Padre”. Il Signore, ha proseguito, “ci vuole partecipi del suo potere di salvezza”. Ma ciò, ha avvertito, richiede che noi siamo “davvero amici del Signore”.  

“L’orizzonte dell’amicizia in cui Gesù ci introduce  è  poi  l’umanità intera: Egli infatti vuol essere per tutti il buon Pastore che dona la propria vita. Perciò anche la nostra sollecitudine pastorale non può che essere universale”.  

“Certamente – ha proseguito – dobbiamo preoccuparci anzitutto di coloro che, come noi, credono e vivono con la Chiesa, e tuttavia non dobbiamo stancarci di uscire, come ci chiede il Signore, “per le strade e lungo le siepi” (Lc 14,13), per invitare al banchetto che Dio ha preparato anche coloro che finora non lo hanno conosciuto, o forse hanno preferito ignorarlo”. Alla fine del discorso, Benedetto XVI ha rivolto parole piene d’affetto al popolo italiano impartendo la Benedizione apostolica “ad ogni famiglia italiana, specialmente a chi più soffre e sente più forte il bisogno dell’aiuto di Dio”.  

Dal canto suo, nell’indirizzo d’omaggio, il cardinale Camillo Ruini ha sottolineato come il popolo italiano percepisca quanto sia preziosa la guida del Papa per rafforzare la fede in Gesù Cristo, per vivere l’amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo”. Il porporato si è poi riferito a quei “principi non negoziabili che toccano in particolare la promozione e la tutela della vita umana, della famiglia fondata sul matrimonio e non di altre forme di unione, del diritto dei genitori ad educare i propri figli”. Proprio su questi temi fondamentali, ha rilevato, il Magistero di Benedetto XVI è accolto dal popolo italiano “come un punto di riferimento illuminante e indispensabile, in un tempo nel quale vengono messe in discussione le verità fondamentali inscritte nel nostro essere”.  

 “Le reazioni e le polemiche contro l’insegnamento della Chiesa, che talvolta assumono forme particolarmente inappropriate – ha costatato il cardinal Ruini - rendono in realtà ancora più evidente la necessità di una parola chiara e coraggiosa”. Per questo, ha concluso il presidente della CEI rivolgendosi al Papa, “le siamo ancora più grati”.

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DISCORSO DEL PAPA

- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -

Cari Fratelli Vescovi italiani,

sono davvero lieto di incontrarvi tutti questa mattina, riuniti nella vostra Assemblea Generale. Saluto il vostro Presidente, Cardinale Camillo Ruini, e lo ringrazio per le parole cordiali che mi ha rivolto interpretando i comuni sentimenti. Saluto i tre Vicepresidenti, il Segretario Generale e ciascuno di voi, esprimendovi a mia volta l’affetto del mio cuore e la gioia della nostra reciproca comunione.

L’oggetto principale di questa vostra Assemblea verte sulla vita e il ministero dei sacerdoti, nell’ottica di una Chiesa che intende essere sempre più protesa alla sua fondamentale missione evangelizzatrice. Voi continuate così l’opera iniziata nell’Assemblea del novembre scorso ad Assisi, nella quale avete concentrato la vostra attenzione sui seminari e sulla formazione al ministero presbiterale. In realtà, per noi Vescovi è un compito essenziale essere costantemente vicini ai nostri sacerdoti che attraverso il Sacramento dell’Ordine partecipano al ministero apostolico che il Signore ci ha affidato. Occorre innanzitutto curare un’attenta selezione dei candidati al sacerdozio, verificandone le predisposizioni personali ad assumere gli impegni connessi con il futuro ministero; coltivare poi la formazione, non solo negli anni del seminario ma anche nelle successive fasi della loro vita; avere a cuore il loro benessere materiale e spirituale; esercitare la nostra paternità verso di loro con animo fraterno; non lasciarli mai soli nelle fatiche del ministero, nella malattia e nella vecchiaia, come nelle inevitabili prove della vita. Cari fratelli Vescovi, quanto più saremo vicini ai nostri sacerdoti, tanto più essi a loro volta avranno verso di noi affetto e fiducia, scuseranno i nostri limiti personali, accoglieranno la nostra parola e si sentiranno solidali con noi nelle gioie e nelle difficoltà del ministero.

Al centro del nostro rapporto con i sacerdoti, come della stessa vita nostra e loro, sta con tutta evidenza la relazione a Cristo, l’unione intima con Lui, la partecipazione alla missione che Egli ha ricevuto dal Padre. Il mistero del nostro sacerdozio consiste in quella identificazione con Lui in virtù della quale noi, deboli e poveri essere umani, per il Sacramento dell’Ordine possiamo parlare e agire in persona Christi capitis. L’intero percorso della nostra vita di sacerdoti non può puntare che a questo traguardo: configurarci nella realtà dell’esistenza e nei comportamenti quotidiani al dono e al mistero che abbiamo ricevuto. Devono guidarci e confortarci in questo cammino le parole di Gesù: "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi" (Gv 15,15). Il Signore si mette nelle nostre mani, ci trasmette il suo mistero più profondo e personale, ci vuole partecipi del suo potere di salvezza. Ma ciò richiede evidentemente che noi a nostra volta siamo davvero amici del Signore, che i nostri sentimenti si conformino ai suoi sentimenti, il nostro volere al suo volere (cfr Fil 2,5), e questo è il cammino di ogni giorno.

L’orizzonte dell’amicizia in cui Gesù ci introduce è poi l’umanità intera: Egli infatti vuol essere per tutti il buon Pastore che dona la propria vita (cfr Gv 10,11) e lo sottolinea fortemente nel discorso del Buon Pastore che è venuto per riunire tutti, non solo il popolo eletto ma tutti i figli di Dio dispersi. Perciò anche la nostra sollecitudine pastorale non può che essere universale. Certamente dobbiamo preoccuparci anzitutto di coloro che, come noi, credono e vivono con la Chiesa - è molto importante, pur in questa dimensione di universalità, che vediamo anzitutto quei fedeli che vivono ogni giorno il loro essere Chiesa con umiltà e amore - e tuttavia non dobbiamo stancarci di uscire, come ci chiede il Signore, "per le strade e lungo le siepi" (Lc 14,13), per invitare al banchetto che Dio ha preparato anche coloro che finora non lo hanno conosciuto, o forse hanno preferito ignorarlo. Cari fratelli Vescovi italiani, mi unisco a voi nel dire un grande grazie ai nostri sacerdoti per la loro continua e spesso nascosta dedizione e nel chiedere loro, con animo fraterno, di fidarsi sempre del Signore e di camminare con generosità e coraggio sulla via che conduce alla santità, confortando e sostenendo anche noi Vescovi nel medesimo cammino.

In questa Assemblea vi siete occupati anche dell’ormai prossimo Convegno ecclesiale nazionale che si svolgerà a Verona e al quale avrò anch’io, se Dio vuole, la gioia di intervenire. Avendo per tema "Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo", il Convegno sarà un grande momento di comunione per tutte le componenti della Chiesa in Italia. Sarà possibile fare il punto sul cammino percorso negli ultimi anni e soprattutto guardare in avanti, per affrontare insieme il compito fondamentale di mantenere sempre viva la grande tradizione cristiana che è la principale ricchezza dell’Italia. A tale scopo è particolarmente felice la scelta di mettere al centro del Convegno Gesù risorto, fonte di speranza per tutti: a partire da Cristo, infatti, e soltanto a partire da Lui, dalla sua vittoria sul peccato e sulla morte, è possibile rispondere al bisogno fondamentale dell’uomo, che è bisogno di Dio, non di un Dio lontano e generico ma del Dio che in Gesù Cristo si è manifestato come l’amore che salva. Ed è anche possibile proiettare una luce nuova e liberatrice sulle grandi problematiche del tempo presente. Ma questa priorità di Dio - innanzitutto noi abbiamo bisogno di Dio - è di grande importanza.

A Verona occorrerà dunque concentrarsi anzitutto su Cristo, perché in Cristo Dio è concreto, è presente, si mostra, e pertanto concentrarsi sulla missione prioritaria della Chiesa di vivere alla sua presenza e di rendere il più possibile visibile a tutti questa medesima presenza. Su queste basi prenderete giustamente in esame i vari ambiti dell’esistenza quotidiana, all’interno dei quali la testimonianza dei credenti deve rendere operante la speranza che viene da Cristo risorto: in concreto la vita affettiva e la famiglia, il lavoro e la festa, la malattia e le varie forme di povertà, l’educazione, la cultura e le comunicazioni sociali, le responsabilità civili e politiche. Non vi è infatti alcuna dimensione dell’uomo che sia estranea a Cristo. La vostra attenzione, cari fratelli Vescovi, anche nell’attuale Assemblea è rivolta in modo particolare ai giovani. Mi è grato ricordare con voi l’esperienza dell’agosto scorso a Colonia, quando i giovani italiani, accompagnati da tanti di voi e dei vostri sacerdoti, parteciparono in grandissimo numero e intensamente alla Giornata Mondiale della Gioventù. Si tratta ora di avviare l’itinerario che condurrà all’appuntamento del 2008 a Sydney, dando spazio all’entusiasmo e alla voglia di partecipazione dei giovani. Così essi potranno comprendere sempre meglio che la Chiesa è la grande famiglia nella quale, vivendo l’amicizia di Cristo, si diventa davvero liberi e amici tra di noi, superando le divisioni e le barriere che spengono la speranza.

Desidero infine condividere con voi la sollecitudine che vi anima nei riguardi del bene dell’Italia. Come ho avuto modo di rilevare nell’Enciclica Deus caritas est (nn. 28-29), la Chiesa è ben consapevole che "alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio" (cfr Mt 22,21), cioè tra lo Stato e la Chiesa, ossia l’autonomia delle realtà temporali, come ha sottolineato il Concilio Vaticano II nella "Gaudium et spes". Questa distinzione e autonomia la Chiesa non solo riconosce e rispetta, ma di essa si rallegra, come di un grande progresso dell’umanità e di una condizione fondamentale per la sua stessa libertà e l’adempimento della sua universale missione di salvezza tra tutti i popoli. In pari tempo, e proprio in virtù della medesima missione di salvezza, la Chiesa non può venir meno al compito di purificare la ragione, mediante la proposta della propria dottrina sociale, argomentata "a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano", e di risvegliare le forze morali e spirituali, aprendo la volontà alle autentiche esigenze del bene. A sua volta, una sana laicità dello Stato comporta senza dubbio che le realtà temporali si reggano secondo norme loro proprie, alle quali appartengono però anche quelle istanze etiche che trovano il loro fondamento nell’essenza stessa dell’uomo e pertanto rinviano in ultima analisi al Creatore. Nelle circostanze attuali, richiamando il valore che hanno per la vita non solo privata ma anche soprattutto pubblica alcuni fondamentali principi etici, radicati nella grande eredità cristiana dell’Europa e in particolare dell’Italia, non commettiamo dunque alcuna violazione della laicità dello Stato, ma contribuiamo piuttosto a garantire e promuovere la dignità della persona e il bene comune della società.

Carissimi Vescovi italiani, su questi valori siamo debitori di una chiara testimonianza a tutti i nostri fratelli in umanità: con essa non imponiamo loro inutili pesi ma li aiutiamo ad avanzare sulla via della vita e dell’autentica libertà. Vi assicuro la mia quotidiana preghiera per voi, per le vostre Chiese e per tutta la diletta Nazione italiana e imparto con grande affetto la Benedizione apostolica a ciascuno di voi, ai vostri sacerdoti, ad ogni famiglia italiana, specialmente a chi più soffre e sente più forte il bisogno dell’aiuto di Dio.

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