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UDIENZA AI VESCOVI DELLA PAPUA NUOVA GUINEA (20 GIUGNO 2005)
 

Radio Vaticana, 20.06.2005

INIZIATA IN VATICANO LA VISITA AD LIMINA DEI VESCOVI DELLA PAPUA NUOVA GUINEA.

- Servizio di Alessandro De Carolis -        

Benedetto XVI ha iniziato questa mattina le udienze ad un primo gruppo di nove presuli della Papua Nuova Guinea in visita ad Limina. Il Paese, retto da una monarchia costituzionale, presenta una situazione interna non semplice: la missione della Chiesa è impegnata sul fronte dell’inculturazione del Vangelo e sul progresso sociale dei residenti, in gran parte popolazione rurale. Per un quadro della Papua Nuova Guinea, ascoltiamo la scheda di Alessandro De Carolis:  

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Settecento lingue e dialetti per appena cinque milioni e mezzo di abitanti, disseminati su un pugno di terre del Pacifico settentrionale. La Papua Nuova Guinea è una terra dai contrasti forti, in cui la Chiesa ha iniziato a mettere radici a metà dell’Ottocento. Un inizio tragico, costato la vita a mons. Epalle, primo ad avviare una missione nelle Isole Salomone nel 1845 ma ucciso l’anno dopo. Al sangue di quel martire si saldarono, nei decenni che seguirono, i risultati pastorali scaturiti dallo spirito d’iniziativa dei Missionari del S. Cuore d’Issodun, poi dei Padri Maristi e quindi dei religiosi delle Missioni Estere di Milano. Finché, nel 1889, il primo Vicariato apostolico viene eretto nella Nuova Guinea Britannica e da quella prima struttura la giovane Chiesa sarà in grado di ordinare nel 1953 i primi due sacerdoti indigeni. Il resto è storia attuale che lambisce la cronaca, con le due visite del pellegrino di pace Giovanni Paolo II nell’84 e nel ’95, quest’ultima sublimata dalla Beatificazione del Servo di Dio To Rot. 

Oggi, il milione e 300 mila cattolici circa che vive in Papua Nuova Guinea (il 22% della popolazione totale) rappresenta, con le sue 342 chiese e gli oltre mille tra sacerdoti e religiose, un gruppo religioso maggioritario, con percentuali animiste, rispetto agli altri gruppi di protestanti e di seguaci di religioni panteistiche. Del resto, la frammentazione religiosa è lo specchio di quella razziale che vede convivere 300 gruppi etnici tra melanesiani, papuani, negritos, polinesiani e micronesiani, in un Paese dal sottosuolo ricco di giacimenti di rame, oro, argento, e dotato di una terra fertile per molti tipi di coltivazioni. Proprio dallo sfruttamento intensivo di un giacimento di rame, sull’isola di Bougainville, esplose nel 1989 un violento conflitto armato di stampo secessionista: i locali, esclusi dai benefici economici dello sfruttamento e colpiti dai pesanti danni ambientali derivanti dall’estrazione del rame, si coagularono in un movimento che dichiarò l’indipendenza dell’isola nel 1990, andando incontro ad una violenta repressione che attirò l’attenzione di Amnesty international per le gravi violazioni dei diritti umani provocate dallo scontro. Nel 2001, la contesa è stata composta e Bougainville, che ha già ottenuto un’ampia autonomia, avrà la facoltà di indire un referendum sull’indipendenza entro il 2015. 

In questo quadro politico, con l’economia che dipende sostanzialmente dalla coltivazione che impegna l’80% della popolazione attiva, ma è controllata da industrie straniere, l’impegno evangelizzatore della Chiesa locale deve confrontarsi con una fisionomia sociale di tipo rurale, in cui modernizzazione e aspetti primitivi si fondono senza soluzione di continuità e in cui l’aspetto dell’inculturazione diventa prioritario. Nel luglio 2004, l’Assemblea generale della Chiesa locale ha prodotto un documento in cui la vita familiare, giovani, istruzione e lotta all’AIDS sono tra le priorità. Il presente e il futuro corrono, dunque, su questi binari che già Papa Wojtyla aveva evidenziato nel 2001 con l’Esortazione apostolica Ecclesia in Oceania, la prima ad essere stata spedita da un Pontefice ai destinatari via Internet. Giovanni Paolo II esortava con particolare sollecitudine i vescovi al reperimento delle risorse necessarie alla formazione del clero: sostegno economico - notava - che oggi costituisce “un pesante fardello per molte Diocesi”. E aggiungeva: “Il futuro della Chiesa in Oceania dipende in larga parte proprio da questo, poiché la Chiesa non può funzionare senza sacerdozio sacramentale e non può agire senza buoni sacerdoti”.

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