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AI
VESCOVI DI RECENTE NOMINA (13 settembre 2010) |
Il Papa ai
nuovi vescovi: non siate burocrati ma padri, fratelli e
amici
◊ La
missione del vescovo non può essere intesa con la
mentalità dell’efficienza e dell’efficacia. Il
vescovo non è un mero governante, o un burocrate. Egli è
chiamato ad essere “forte e deciso, giusto e sereno”
ma anche “padre, fratello e amico” nel cammino
cristiano e umano. È l’esortazione del Papa
nell’incontro questa mattina con i vescovi di recente
nomina, riuniti a Roma per l’annuale Convegno promosso
dalla Congregazione per i Vescovi. Il Pontefice ha inoltre
ringraziato il cardinale Marc Ouellet porgendogli uno
speciale augurio all’inizio del suo servizio come
prefetto del dicastero. Linda Giannattasio.
Non un burocrate, ma un padre, un fratello e un amico.
Di fronte ai vescovi di recente nomina, Benedetto XVI
tratteggia così il ruolo che i presuli sono chiamati a
svolgere. A tale proposito, ha ricordato il Papa,
illuminanti sono alcune espressioni di san Tommaso
d’Aquino:
"Commentando l’espressione di Gesù nel
Vangelo di Giovanni: 'Il Buon Pastore offre la vita per le
sue pecore', san Tommaso osserva: 'Egli consacra a loro la
sua persona nell’esercizio dell’autorità e della
carità. Si esigono tutte e due le cose: che gli
ubbidiscano e che le ami. Infatti la prima senza la
seconda non è sufficiente'” .
Il Papa ha dunque richiamato la Regola Pastorale di
Papa san Gregorio Magno, che precisa come la potestà di
governo pastorale “la regge bene chi sa con essa
erigersi contro le colpe e domina sui vizi piuttosto che
sui fratelli”. Ha poi ricordato le parole del rito della
consegna dell’anello nella liturgia dell’Ordinazione
episcopale: “Ricevi l’anello, segno di fedeltà,
e nell’integrità della fede e nella purezza della vita
custodisci la Santa Chiesa, sposa di Cristo”:
"La Chiesa è 'sposa di Cristo' e il Vescovo è
il ‘custode’ (episkopos) di questo mistero. L’anello
è dunque un segno di fedeltà: si tratta della fedeltà
alla Chiesa e alla purezza della fede di lei. Al Vescovo,
quindi, viene affidata un’alleanza nuziale: quella della
Chiesa con Cristo".
Ha messo poi l’accento sulle grandi responsabilità
di un vescovo per il bene della diocesi ma anche della
società. La sua missione, ha detto, “non può essere
intesa con la mentalità dell’efficienza e
dell’efficacia”:
"Si tratta di una profonda prospettiva di fede
e non semplicemente umana, amministrativa o di stampo
sociologico quella in cui si colloca il ministero del
Vescovo, il quale non è un mero governante, o un
burocrate, o un semplice moderatore e organizzatore della
vita diocesana. Sono la paternità e la fraternità in
Cristo che danno al Superiore la capacità di creare un
clima di fiducia, di accoglienza, di affetto, ma anche di
franchezza e di giustizia".
Il Papa si è soffermato infine su un’antica
preghiera di sant’Aelredo di Rievaulx, Abate: “Tu,
dolce Signore, sono le parole della preghiera, hai posto
uno come me a capo della tua famiglia (…) perché
potesse essere manifestata la tua misericordia (…) così
che si vedesse la sublimità della tua forza, non quella
dell’uomo”.
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI VESCOVI DI RECENTE NOMINA
PARTECIPANTI ALL'INCONTRO PROMOSSO
DALLA CONGREGAZIONE PER I VESCOVI
Sala degli Svizzeri del Palazzo
Apostolico di Castel Gandolfo
Lunedì, 13 settembre 2010
Carissimi
Fratelli nell’Episcopato!
Sono
molto lieto di incontrami con voi, Vescovi di recente
nomina, provenienti da vari Paesi del mondo e riuniti a
Roma per l’annuale convegno promosso dalla Congregazione
per i Vescovi. Ringrazio il Cardinale Marc Ouellet per le
cortesi parole che, anche a nome di tutti voi, mi ha
rivolto; e a lui desidero porgere uno speciale augurio
all’inizio del suo servizio come Prefetto di questo
Dicastero: sono lieto, venerato Fratello, che Lei
incominci con questa bella esperienza di comunione
ecclesiale tra i nuovi Pastori di varie Chiese
particolari. Saluto cordialmente anche il Cardinale
Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le
Chiese Orientali, ed esprimo la mia riconoscenza a quanti
collaborano all’organizzazione di questo incontro.
Secondo
una consuetudine molto significativa, avete compiuto
innanzitutto un pellegrinaggio sulla tomba dell’Apostolo
Pietro, il quale si è conformato a Cristo Maestro e
Pastore, fino alla morte e alla morte di croce. A questo
proposito, illuminanti sono alcune espressioni di san
Tommaso d’Aquino, che possono costituire un vero e
proprio programma di vita per ogni Vescovo. Commentando
l’espressione di Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Il
Buon Pastore offre la vita per le sue pecore”, san
Tommaso osserva: “Egli consacra a loro la sua persona
nell’esercizio dell’autorità e della carità. Si
esigono tutte e due le cose: che gli ubbidiscano e che le
ami. Infatti la prima senza la seconda non è
sufficiente” (Esp. su Giovanni, 10, 3). La
Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen
gentium, specifica: “Il Vescovo, mandato dal
Padre di famiglia a governare la sua famiglia, tenga
innanzi agli occhi l’esempio del Buon Pastore, che è
venuto non per essere servito ma per servire (cfr Mt
20,28; Mc 10,45) e dare la sua vita per le pecore
(cfr Gv 10,11). Preso di mezzo agli uomini e
soggetto a debolezze, egli può compatire quelli che sono
nell’ignoranza o nell’errore (cfr Eb 5,1-2).
Non rifugga dall’ascoltare i sudditi che cura come veri
figli suoi e che esorta a cooperare alacremente con lui.
Dovendo rendere conto a Dio delle loro anime (cfr Eb
13,17), con la preghiera, la predicazione e ogni opera di
carità, abbia cura di loro, e anche di quelli che non
sono ancora dell’unico gregge, che deve considerare come
affidati a sé nel Signore. Poiché egli, come
l’Apostolo Paolo, è debitore a tutti” (n. 27).
La
missione del Vescovo non può essere intesa con la
mentalità dell’efficienza e dell’efficacia, per cui
si pone l’attenzione primariamente su ciò che c’è da
fare, ma occorre sempre tenere in conto la dimensione
ontologica, che è alla base di quella funzionale.
Infatti, il Vescovo, per l’autorità di Cristo di cui è
rivestito, quando siede sulla sua Cattedra è posto
‘sopra’ e ‘di fronte’ alla comunità, in quanto
egli è ‘per’ la comunità verso la quale dirige la
sua sollecitudine pastorale (Giovanni Paolo II, Esort. ap.
post-sinodale Pastores
gregis, n. 29). La Regola Pastorale di Papa
san Gregorio Magno, che potrebbe essere considerata il
primo ‘direttorio’ per i Vescovi della storia della
Chiesa, definisce il governo pastorale come “l'arte
delle arti” (I, 1.4), e precisa che la potestà
di governo “la regge bene chi sa con essa erigersi
contro le colpe e con essa sa essere uguale agli altri ...
e domina sui vizi piuttosto che sui fratelli” (II, 6).
Fanno
riflettere le parole esplicative del rito della consegna
dell’anello nella liturgia dell’Ordinazione
episcopale: “Ricevi l’anello, segno di fedeltà, e
nell’integrità della fede e nella purezza della vita
custodisci la Santa Chiesa, sposa di Cristo”. La Chiesa
è “sposa di Cristo” e il Vescovo è il ‘custode’
(episkopos) di questo mistero. L’anello è dunque
un segno di fedeltà: si tratta della fedeltà alla Chiesa
e alla purezza della fede di lei. Al Vescovo, quindi,
viene affidata un’alleanza nuziale: quella della Chiesa
con Cristo. Significative le parole che leggiamo nel
Vangelo di Giovanni: “Lo sposo è colui al quale
appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è
presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello
sposo” (3,29). Il concetto del “custodire” non vuol
dire soltanto conservare ciò che già è stato stabilito
- benché questo elemento non debba mai mancare -, ma
include, nella sua essenza, anche l’aspetto dinamico,
cioè una perpetua e concreta tendenza al perfezionamento,
in piena armonia e continuo adeguamento alle esigenze
nuove sorte dallo sviluppo e dal progresso di
quell’organismo vivente che è la comunità.
Grandi
sono le responsabilità di un Vescovo per il bene della
diocesi, ma anche della società. Egli è chiamato ad
essere “forte e deciso, giusto e sereno”
(Congregazione per i Vescovi, Direttorio
per il ministero pastorale dei Vescovi “Apostolorum
successores”, n. 44), per un discernimento
sapienziale delle persone, della realtà e degli
avvenimenti, richiesto dal suo compito di essere “padre,
fratello e amico” (Ibid., nn. 76-77) nel cammino
cristiano ed umano. Si tratta di una profonda prospettiva
di fede e non semplicemente umana, amministrativa o di
stampo sociologico quella in cui si colloca il ministero
del Vescovo, il quale non è un mero governante, o un
burocrate, o un semplice moderatore e organizzatore della
vita diocesana. Sono la paternità e la fraternità in
Cristo che danno al Superiore la capacità di creare un
clima di fiducia, di accoglienza, di affetto, ma anche di
franchezza e di giustizia. Particolarmente illuminanti
sono, al riguardo, le parole di un’antica preghiera di
sant’Aelredo di Rievaulx, Abate: “Tu, dolce Signore,
hai posto uno come me a capo della tua famiglia, delle
pecore del tuo pascolo (...) perché potesse essere
manifestata la tua misericordia e rivelata la tua
sapienza. È piaciuto alla tua benevolenza governare bene
la tua famiglia mediante un tale uomo, così che si
vedesse la sublimità della tua forza, non quella
dell’uomo, così che non abbia a gloriarsi il sapiente
nella sua sapienza, né il giusto nella sua giustizia, né
il forte nella sua forza: poiché quando questi governano
bene il tuo popolo, sei tu che lo reggi, e non loro. E
dunque non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà
gloria” (Speculum caritatis, PL CXCV).
Affidandovi,
cari Fratelli, queste brevi riflessioni, invoco la materna
protezione di Maria Santissima, Regina Apostolorum,
e imparto di cuore a ciascuno di voi, ai vostri sacerdoti,
ai religiosi e alle religiose, ai seminaristi e ai fedeli
delle vostre Diocesi una speciale Benedizione Apostolica.
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