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DISCORSO
AI VESCOVI SVIZZERI (11 NOVEMBRE 2006)
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(11
novembre 2006 - Radio Vaticana) Dobbiamo impegnarci a
far apparire il Cristianesimo non “come semplice
moralismo, ma come dono nel quale ci è dato l’amore che
ci sostiene e ci fornisce la forza necessaria per saper
perdere la vita”. E’ la viva esortazione di Benedetto
XVI ai presuli svizzeri, contenuta nel discorso – a
braccio – che il Papa ha rivolto loro a conclusione
della visita ad Limina, nel pomeriggio del 9 novembre e
pubblicato oggi dalla Sala stampa vaticana. Nel suo
discorso, dunque, il Pontefice ha offerto un’articolata
riflessione sulle sfide che i cristiani devono affrontare
in una società come quella contemporanea la quale,
piuttosto che essere priva di una morale, rivendica
un’altra morale. Il servizio di Alessandro Gisotti:
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Benedetto XVI si è rivolto con affetto paterno ai presuli
svizzeri. Il suo è un intervento a braccio, non scritto.
Il Santo Padre si scusa dunque con parole di grande umiltà.
“In questo momento – ha detto – mi presento con
questa povertà; ma forse essere povero in tutti i sensi
conviene anche ad un Papa in questo momento della storia
della Chiesa”. ha innanzitutto affrontato “il tema
Dio”. La nostra fede, ha avvertito, non dovrebbe essere
“resa vana dalle troppe discussioni su molteplici
particolari meno importanti, ma aver invece sempre sotto
gli occhi in primo luogo la sua grandezza”. Il Papa è
tornato con la memoria agli anni ottanta e novanta.
All’epoca, ha ricordato, quando si recava in Germania,
sapeva sempre già in anticipo le domande delle
interviste. “Si trattava – ha spiegato –
dell'ordinazione delle donne, della contraccezione,
dell'aborto e di altri problemi come questi che ritornano
in continuazione”. “Se noi ci lasciamo tirare dentro
queste discussioni – ha constatato – allora si
identifica la Chiesa con alcuni comandamenti o divieti”
e “facciamo la figura di moralisti con alcune
convinzioni un po' fuori moda, e la vera grandezza della
fede non appare minimamente”.
Ha così rivolto il pensiero all’importanza del
“rapporto personale con Dio”. Il Papa ha ricordato che
Sant’Agostino ha più volte mostrato “i due lati del
concetto cristiano di Dio”: Logos e Amore, “fino al
punto di farsi totalmente piccolo da assumere un corpo
umano e alla fine di darsi come pane nelle nostre mani”.
Per questo, ha proseguito, “la nostra fede è una cosa
che ha da fare con la ragione, può essere trasmessa
mediante la ragione e non deve nascondersi davanti alla
ragione, neanche a quella del nostro tempo”. Tuttavia,
è stato il suo richiamo, “questa ragione eterna ed
incommensurabile”, “non è soltanto una matematica
dell'universo e ancora meno qualche prima causa che, dopo
aver provocato il Big Bang, si è ritirata”. Questa
ragione, ha affermato, ha invece un cuore, “tanto da
poter rinunciare alla propria immensità e farsi carne”.
E qui il Papa ha messo l’accento sull’essenza del
messaggio cristiano, affermando che “Dio non è
un'ipotesi filosofica, non è qualcosa che forse esiste,
ma noi Lo conosciamo ed Egli conosce noi. E possiamo
conoscerLo sempre meglio, se rimaniamo in colloquio con
Lui”. Ecco allora l’importanza per la pastorale di
“insegnare a pregare ed impararlo personalmente sempre
di più”.
Di fronte a quanti cercano la meditazione altrove, perché
non trovano la dimensione spirituale nel Cristianesimo, il
Papa ha esortato i presuli a “mostrare loro di nuovo che
questa dimensione non solo esiste, ma che è la fonte di
tutto”. Proprio tale “intimo essere con Dio e quindi
l'esperienza della presenza di Dio”, ha sottolineato,
“è ciò che sempre di nuovo ci fa, per così dire,
sperimentare la grandezza del cristianesimo e ci aiuta poi
anche ad attraversare tutte le piccolezze, tra le quali,
certamente, esso deve poi essere vissuto e – giorno per
giorno, soffrendo ed amando, nella gioia e nella tristezza
– essere realizzato”. In questa prospettiva, ha
aggiunto, si vede il significato della Liturgia come
scuola di preghiera. Una preghiera che può essere
“semplice ed umile” ma anche “festa della fede”.
Una fede vissuta come festa, che il Papa ha detto di aver
particolarmente sperimentato nelle sue visite pastorali in
Germania, Polonia e Spagna. Ha così voluto smentire un
certo pregiudizio nei confronti del Cristianesimo.
“Nietzsche – ha ricordato – addirittura ha detto:
Solo se Dio non esiste possiamo far festa”.
“Un'assurdità”, è la risposta del Santo Padre che ha
affermato: “Solo se Dio c'è ed Egli ci tocca, può
esserci una vera festa. E sappiamo come queste feste della
fede spalancano i cuori della gente e producono
impressioni che aiutano per il futuro”.
E’ stata, dunque, la volta del grande tema della morale,
a cui il Papa ha dedicato una parte cospicua del suo
intervento. La Chiesa, ha rilevato, viene percepita come
“grande portatrice di esperienza spirituale”, quello
che “risulta invece molto difficile alla gente è la
morale che la Chiesa proclama”. Il Papa ha confidato ai
vescovi elvetici che questo tema è oggetto delle sue
riflessioni già da molto tempo. “Nella nostra epoca –
ha detto – la morale si è come divisa in due parti”.
La società moderna, ha aggiunto, “non è semplicemente
senza morale, ma ha, per così dire, scoperto e rivendica
un'altra parte della morale che, nell'annuncio della
Chiesa negli ultimi decenni e anche di più, forse non è
stata abbastanza proposta”. Il Pontefice ha enumerato
alcuni grandi temi: pace, non violenza, giustizia per
tutti, sollecitudine per i poveri e rispetto della
creazione. “Questo – ha proseguito - è diventato un
insieme etico che, proprio come forza politica, ha un
grande potere e costituisce per molti la sostituzione o la
successione della religione”. Quest’ultima viene
infatti “vista come metafisica e cosa dell'al di là,
forse anche come cosa individualistica” e al suo posto
“entrano i grandi temi morali come l'essenziale che poi
conferisce all'uomo dignità e lo impegna”. Sono grandi
temi morali, che affascinano i giovani e che
“appartengono del resto anche alla tradizione della
Chiesa”.
L’altra parte della morale, ha continuato, riguarda
“l’impegno per la vita, dalla concezione fino alla
morte”. Spesso, ha constatato, interventi come aborto ed
eutanasia vengono giustificati “con gli scopi
apparentemente grandi di poter con ciò essere utili alle
generazioni future”. Appare così “addirittura come
cosa morale – ha affermato con amarezza – anche il
prendere nelle proprie mani la vita stessa dell’uomo e
manipolarla”. Tuttavia, ha aggiunto, “esiste anche la
consapevolezza che la vita umana è un dono che richiede
il nostro rispetto e il nostro amore dal primo fino
all'ultimo momento, anche per i sofferenti, gli
handicappati e i deboli”. Benedetto XVI ha infine
rivolto la sua attenzione alla “morale del matrimonio e
della famiglia”.
Ha citato il caso di alcuni Paesi “dove è stata fatta
una modifica legislativa, secondo la quale il matrimonio
adesso non è più definito come legame tra uomo e donna,
ma come un legame tra persone”. Con ciò, ha avvertito,
viene “distrutta l'idea di fondo e la società, a
partire dalle sue radici, diventa una cosa totalmente
diversa”. In tale contesto, “la consapevolezza che
sessualità, eros e matrimonio come unione tra uomo e
donna vanno insieme” “s'attenua sempre di più”.
Secondo questa concepimento, “ogni genere di legame
sembra assolutamente normale – il tutto presentato come
una specie di moralità della non-discriminazione e un
modo di libertà dovuta all'uomo”. E’ così che
“l'indissolubilità del matrimonio è diventata un'idea
quasi utopica che, proprio anche in molte persone della
vita pubblica, appare smentita”. Riflettendo poi sulla
“diminuzione impressionante del tasso di natalità”,
il Papa ha riconosciuto che “esistono molteplici
spiegazioni, ma sicuramente ha in ciò un ruolo decisivo
anche il fatto che si vuole avere la vita per se stessi,
che ci si fida poco del futuro e che, appunto, si ritiene
quasi non più realizzabile la famiglia come comunità
durevole, nella quale può poi crescere la generazione
futura”.
L’annuncio cristiano, ha sottolineato, “si scontra con
una consapevolezza contraria della società, per cosi
dire, con una specie di antimoralità che si appoggia su
di una concezione della libertà vista come facoltà di
scegliere autonomamente senza orientamenti predefiniti”.
Un’antimoralità che si presenta “come
non-discriminazione, quindi come approvazione di ogni tipo
di possibilità, ponendosi così in modo autonomo come
eticamente corretto”. Ma, è l’incoraggiamento del
Papa, “l'altra consapevolezza non è scomparsa. Essa
esiste”. Ha così chiamato tutti i fedeli ad impegnarsi
“per ricollegare queste due parti della moralità e
rendere evidente che esse vanno inseparabilmente unite tra
loro”. “Solo se si rispetta la vita umana dalla
concezione fino alla morte – ha ribadito - è possibile
e credibile anche l'etica della pace; solo allora la non
violenza può esprimersi in ogni direzione, solo allora
accogliamo veramente la creazione e solo allora si può
giungere alla vera giustizia”. Il Papa ha, così,
indicato il “grande compito” che i cristiani hanno
davanti a loro: “Da una parte, non far apparire il
cristianesimo come semplice moralismo, ma come dono nel
quale ci è dato l'amore che ci sostiene e ci fornisce poi
la forza necessaria per saper perdere la propria vita”.
Dall'altra, “in questo contesto di amore donato,
progredire anche verso le concretizzazioni, per le quali
il fondamento ci è sempre offerto dal Decalogo che, con
Cristo e con la Chiesa, dobbiamo leggere in questo tempo
in modo progressivo e nuovo”.
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