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VESPRI
NELLA CATTEDRALE DI AOSTA (24 LUGLIO 2009) |
Radio
Vaticana 25 luglio 2009
Il
Papa ai Vespri nella Cattedrale di Aosta : il perdono è
il vero potere di Dio. Senza di Lui manca la bussola
Se
Dio manca, manca la bussola, non si sa dove andare. Così
il Papa ieri pomeriggio durante la celebrazione dei Vespri
nella Cattedrale di Aosta. Il Potere di Dio - ha aggiunto
- non è nell’economia, o nella forza militare, ma nel
perdono. Nell’Anno Sacerdotale, rivolto alle circa 400
persone riunite per la celebrazione, Benedetto XVI ha
esortato a “portare Dio nella realtà contemporanea. La
vita di ogni sacerdote – ha detto - parli di Dio”.
Calorosissima l’accoglienza riservata al Santo Padre
giunto a bordo di un'automobile scoperta e salutato con
affetto e commozione dal vescovo di Aosta mons. Giuseppe
Anfossi. Al termine della celebrazione il saluto sul
sagrato della Basilica; poi, prima del rientro nello
chalet di Les Combes, la visita agli ospiti della Casa di
riposo di Introd. Il servizio è di Paolo Ondarza:
Il mistero di Dio al centro dell’omelia del Papa per
i Vespri celebrati nella Cattedrale di Aosta. Dio è la
priorità, ha spiegato Benedetto XVI: se manca, se da Lui
si prescinde, manca la bussola, non si sa dove andare. Se
la relazione con Dio non è viva, tutte le altre relazioni
non possono trovare la loro giusta forma. Il Santo Padre
ha quindi indicato come prioritario un compito per ogni
fedele e soprattutto per ogni sacerdote:
“Dobbiamo
di nuovo portare in questo nostro mondo la realtà di Dio,
farlo conoscere e farlo presente. Preghiamo il Signore
perché ci aiuti ad essere sacerdoti in questo senso, che
la nostra vita parli di Dio”.
Ma come conoscere Dio? Molti credono nella sua
esistenza – ha constatato il Papa – ma spesso Dio
sembra assente, non interessato alla nostra quotidianità,
sembra che si nasconda e non riveli il suo volto. Ecco
l’importanza dell’evangelizzazione, attraverso la
quale il Dio lontano si avvicina, il velo che lo tiene
nascosto scompare e rivela la sua onnipotenza. Talvolta
l’uomo teme che Dio possa minacciare la sua libertà –
ha proseguito Benedetto XVI - Ma Dio, che è Bene, Verità
e Amore, è invece il custode della nostra libertà:
“Questo occhio che ci vede non è un occhio
cattivo che ci sorveglia, ma è la presenza di un Amore
che non ci abbandona mai”.
Confonde il mondo la potenza di Dio perché basata sul
perdono, non sull’economia o sul potere militare. Dio
che ha conosciuto la sofferenza, soffre con noi, non ci
lascia soli e questo – ha aggiunto il Papa – è
l’apice del suo potere: contrappone all’oceano del
male, dell’ingiustizia, dell’odio e della violenza un
fiume infinito e travolgente di bene, la Croce,
rispondendo così al grido dei sofferenti e degli
oppressi:
“Perdonare non é ignorare ma trasformare: cioè
Dio deve entrare in questo mondo e opporre all’oceano
dell’ingiustizia un oceano più grande del bene e
dell’amore”.
Dio – ha infine detto il Papa citando il
Salmista – sazia la fame di ogni vivente:
“Quanta fame esiste nella terra, fame di pane in
tante parti del mondo, fame di giustizia, fame di amore.
Preghiamo Dio: apri la tua mano e sazia realmente la fame
di ogni vivente”.
Al termine della celebrazione il Papa, rivolto alla
folla che lo attendeva sul sagrato della Cattedrale, ha
ringraziato per l’accoglienza; poi guardando il suo
polso ingessato, ha aggiunto sorridendo:
“Auguro a tutti voi buone vacanze ... senza
incidenti per voi! Grazie e auguri a tutti voi!”
CELEBRAZIONE DEI
VESPRI
NELLA CATTEDRALE DI AOSTA
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Venerdì,
24 luglio 2009
Eccellenza,
cari fratelli e sorelle.
Vorrei
innanzitutto dire «grazie» a lei, Eccellenza, per le sue
buone parole, con le quali mi ha introdotto nella grande
storia di questa Chiesa Cattedrale e così mi ha fatto
sentire che preghiamo qui, non solo in questo momento, ma
possiamo pregare con i secoli in questa bella chiesa.
E grazie
a tutti voi che siete venuti per pregare con me e per
rendere visibile così questa rete di preghiera che ci
collega tutti e sempre.
In questa
breve omelia vorrei dire qualche parola sull'orazione, con
la quale si concludono questi Vespri, perché mi sembra
che in questa orazione, il brano della Lettera ai Romani
ora letto sia interpretato e trasformato in preghiera.
L'orazione
si compone di due parti: un indirizzo — un'intestazione,
per così dire — e poi la preghiera composta da due
domande.
Cominciamo
con l'indirizzo che ha, anche da parte sua, due parti: va
qui un po' concretizzato il «tu» al quale parliamo, per
poter bussare con maggior forza al cuore di Dio.
Nel testo
italiano, leggiamo semplicemente: «Padre misericordioso».
Il testo originale latino è un po' più ampio; dice «Dio
onnipotente, misericordioso». Nella
mia recente Enciclica, ho tentato di mostrare la
priorità di Dio sia nella vita personale, sia nella vita
della storia, della società, del mondo.
Certamente
la relazione con Dio è una cosa profondamente personale e
la persona è un essere in relazione, e se la relazione
fondamentale — la relazione con Dio — non è viva, non
è vissuta, anche tutte le altre relazioni non possono
trovare la loro forma giusta. Ma questo vale anche per la
società, per l'umanità come tale. Anche qui, se Dio
manca, se si prescinde da Dio, se Dio è assente, manca la
bussola per mostrare l'insieme di tutte le relazioni per
trovare la strada, l'orientamento dove andare.
Dio!
Dobbiamo di nuovo portare in questo nostro mondo la realtà
di Dio, farlo conoscere e farlo presente. Ma Dio, come
conoscerlo? Nelle visite «ad limina» parlo sempre con i
Vescovi, soprattutto africani, ma anche quelli dell'Asia,
dell'America Latina, dove ci sono ancora le religioni
tradizionali, proprio di queste religioni. Ci sono molti
dettagli, abbastanza diversi naturalmente, ma ci sono
anche elementi comuni. Tutti sanno che c'è Dio, un solo
Dio, che Dio è una parola al singolare, che gli dei non
sono Dio, che c'è Dio, il Dio. Ma nello stesso tempo
questo Dio sembra assente, molto lontano, non sembra
entrare nella nostra vita quotidiana, si nasconde, non
conosciamo il suo volto. E così la religione in gran
parte si occupa delle cose, dei poteri più vicini, gli
spiriti, gli antenati ecc., poiché Dio stesso è troppo
lontano e così ci si deve arrangiare con questi poteri
vicini. E l'atto della evangelizzazione consiste proprio
nel fatto che il Dio lontano si avvicina, che il Dio non
è più lontano, ma è vicino, che questo «conosciuto-sconosciuto»
adesso si fa conoscere realmente, mostra il suo volto, si
rivela: il velo sul volto scompare, e mostra realmente il
suo volto. E perciò, poiché Dio stesso adesso è vicino,
lo conosciamo, ci mostra il suo volto, entra nel nostro
mondo. Non c'è più bisogno di arrangiarsi con questi
altri poteri, perché Lui è il potere vero, è
l'Onnipotente.
Non so
perché abbiano omesso nel testo italiano la parola «onnipotente»,
ma vero è che ci sentiamo un po' quasi minacciati
dall'onnipotenza: sembra limitare la nostra libertà,
sembra un peso troppo forte. Ma dobbiamo imparare che
l'onnipotenza di Dio non è un potere arbitrario, perché
Dio è il Bene, è la Verità, e perciò Dio può tutto,
ma non può agire contro il bene, non può agire contro la
verità, non può agire contro l'amore e contro la libertà,
perché Egli stesso è il bene, è l'amore, e la vera
libertà. E perciò tutto quanto egli fa non può mai
essere in contrasto con verità, amore e libertà. E' vero
il contrario. Egli, Dio, è il custode della nostra libertà,
dell'amore della verità. Questo occhio che ci vede non è
un occhio cattivo che ci sorveglia, ma è la presenza di
un amore che non ci abbandona mai e ci dona la certezza
che il bene è essere, il bene è vivere: è l'occhio
dell'amore che ci dà l'aria per vivere.
Dio
onnipotente e misericordioso. Un'orazione romana,
collegata con il testo del libro della Sapienza, dice: «Tu,
Dio, mostri la tua onnipotenza nel perdono e nella
misericordia». Il vertice della potenza di Dio è la
misericordia, è il perdono. Nel nostro odierno concetto
mondiale di potere, pensiamo a uno che ha grandi proprietà,
che in economia ha qualcosa da dire, dispone di capitali,
per influire nel mondo del mercato. Pensiamo a uno che
dispone del potere militare, che può minacciare. La
domanda di Stalin: «Quante divisioni ha il Papa?» ancora
caratterizza l'idea media del potere. Ha potere chi può
essere pericoloso, chi può minacciare, chi può
distruggere, chi ha in mano tante cose del mondo. Ma la
Rivelazione ci dice: «Non è così»; il vero potere è
il potere di grazia, e di misericordia. Nella
misericordia, Dio dimostra il vero potere.
E così
la seconda parte di questo indirizzo dice: «Hai redento
il mondo, con la passione, con il soffrire del tuo Figlio».
Dio ha sofferto e nel Figlio soffre con noi. E questo è
l'estremo apice del suo potere che è capace di soffrire
con noi. Così dimostra il vero potere divino: voleva
soffrire con noi, e per noi. Nelle nostre sofferenze non
siamo mai lasciati soli. Dio, nel suo Figlio, prima ha
sofferto ed è vicino a noi nelle nostre sofferenze.
Tuttavia
rimane la questione difficile che adesso non posso
interpretare ampiamente: perché era necessario soffrire
per salvare il mondo? Era necessario perché nel mondo
esiste un oceano di male, di ingiustizia, di odio, di
violenza, e le tante vittime dell'odio e dell'ingiustizia
hanno il diritto che sia fatta giustizia. Dio non può
ignorare questo grido dei sofferenti che sono oppressi
dall'ingiustizia. Perdonare non è ignorare, ma
trasformare, cioè Dio deve entrare in questo mondo e
opporre all'oceano dell'ingiustizia un oceano più grande
del bene e dell'amore. E questo è l'avvenimento della
Croce: da quel momento, contro l'oceano del male, esiste
un fiume infinito e perciò sempre più grande di tutte le
ingiustizie del mondo, un fiume di bontà, di verità, di
amore. Così Dio perdona trasformando il mondo ed entrando
nel nostro mondo perché ci sia realmente una forza, un
fiume di bene più grande di tutto il male che può mai
esistere.
Così
l'indirizzo a Dio diventa un indirizzo a noi: cioè questo
Dio ci invita a metterci dalla sua parte, ad uscire
dall'oceano del male, dell'odio, della violenza,
dell'egoismo e di identificarci, di entrare nel fiume del
suo amore.
Proprio
questo è il contenuto della prima parte della preghiera
che segue: «Fa' che la tua Chiesa si offra a te come
sacrificio vivo e santo». Questa domanda, diretta a Dio,
va anche a noi stessi. E' un accenno a due testi della
Lettera ai Romani; nel primo san Paolo dice che noi
dobbiamo divenire un sacrificio vivo (cfr. 12,16). Noi
stessi, con tutto il nostro essere, dobbiamo essere
adorazione, sacrificio, restituire il nostro mondo a Dio e
trasformare così il mondo. E nel secondo, dove Paolo
descrive l'apostolato come sacerdozio (cfr. 15,16), la
funzione del sacerdozio è consacrare il mondo perché
diventi ostia vivente, perché il mondo diventi liturgia:
che la liturgia non sia una cosa accanto alla realtà del
mondo, ma che il mondo stesso diventi ostia vivente,
diventi liturgia. E' la grande visione che poi ha avuto
anche Teilhard de Chardin: alla fine avremo una vera
liturgia cosmica, dove il cosmo diventi ostia vivente. E
preghiamo il Signore perché ci aiuti a essere sacerdoti
in questo senso, per aiutare nella trasformazione del
mondo, in adorazione di Dio, cominciando con noi stessi.
Che la nostra vita parli di Dio, che la nostra vita sia
realmente liturgia, annuncio di Dio, porta nella quale il
Dio lontano diventa il Dio vicino, e realmente dono di noi
stessi a Dio.
Poi la
seconda domanda. Preghiamo «Fa' che il tuo popolo
sperimenti sempre la pienezza del tuo amore». Nel testo
latino va detto «Saziaci con il tuo amore». Così il
testo accenna al salmo che abbiamo cantato, dove si dice:
«Apri la tua mano e sazi la fame di ogni vivente. Quanta
fame esiste nella terra, fame di pane in tante parti del
mondo: Sua Eccellenza ha parlato anche delle sofferenze
delle famiglie qui: fame di giustizia, fame di amore. E
con questa preghiera, preghiamo Dio: «Apri la tua mano e
sazi realmente la fame di ogni vivente. Sazi la fame
nostra della verità, del tuo amore».
Così
sia. Amen
©
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