PRIMI
VESPRI D'AVVENTO (29 NOVEMBRE 2008)
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il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana 30 novembre 2008
Celebrati
dal Papa, nella Basilica Vaticana, i primi Vespri
d'Avvento, "stagione spirituale della speranza"
“L’Avvento
è per eccellenza la stagione spirituale della
speranza”. Così Benedetto XVI ai Vespri della Prima
Domenica d’Avvento, celebrati ieri pomeriggio nella
Basilica vaticana. Inizia così anche il nuovo Anno
liturgico. “Tutto il popolo di Dio – ha ricordato il
Papa nell’omelia – si rimette in cammino attratto da
questo mistero: che il nostro Dio è ‘il Dio che
viene’ e ci chiama ad andargli incontro”. Il servizio
di Debora Donnini.
(musica)
Speranza. E’ la parola che riassume lo stato in cui
si attende qualcosa che deve manifestarsi ma che al tempo
stesso si intravede. E l’Avvento, ha sottolineato il
Papa nell’omelia, è proprio per eccellenza la stagione
spirituale della speranza, “e in esso la Chiesa è
chiamata a diventare speranza per se stessa e per il
mondo”. Ci si mette dunque in cammino attratti dal
mistero di Dio che viene. E la forma della speranza e
dell’attesa è la preghiera.
“Signore, accorri in mio aiuto. Il grido di una
persona che si sente in grave pericolo è anche il grido
della Chiesa fra le molteplici insidie che la circondano,
che minacciano la sua santità, quell’integrità
irreprensibile di cui parla l’apostolo Paolo, che deve
invece essere conservata per la ventura del Signore. In
questa invocazione risuona anche il grido di tutti i
giusti, di tutti coloro che vogliono resistere al male,
alle seduzioni di un benessere iniquo, di piaceri
offensivi della dignità umana e della condizione dei
poveri”.
L’offerta dell’incenso è simbolo della preghiera.
“Nel grido del Corpo mistico, riconosciamo la voce
stessa del capo: il Figlio di Dio che ha preso su di sé
le nostre prove e le nostre tentazioni per donarci la
grazia della sua vittoria”. Nella sua venuta il Figlio
di Dio ha voluto condividere pienamente la nostra
condizione umana. Pregando il salmo 142, ha ricordato il
Papa, la Chiesa rivive ogni volta la grazia di questa
compassione, di questa venuta del figlio Dio
nell’angoscia umana fino a toccarne il fondo.
“Il grido di speranza dell’Avvento esprime
allora fin dall’inizio e nel modo più forte tutta la
gravità del nostro stato, il nostro estremo bisogno di
salvezza, come dire noi aspettiamo il Signore, non alla
stregua di una bella decorazione sul mondo già salvo, ma
come unica via di liberazione da un pericolo mortale. Noi
sappiamo che Lui stesso, il Liberatore, è dovuto partire
e morire per farci uscire da questa prigione”.
Non fuga dalla realtà, non una speranza falsa
dimentica della drammaticità della nostra esistenza
personale e collettiva è quella di cui parla il Papa ma
una speranza pasquale che guarda a Cristo incarnato
crocifisso risorto e Signore universale. Benedetto XVI
dunque esorta a mettere la nostra mano in quella di Maria
e ad entrare con gioia in questo tempo di grazia che Dio
regala alla sua Chiesa per il bene dell’intera umanità.
(musica)
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica
Vaticana
Sabato, 29 novembre 2008
Cari
fratelli e sorelle!
Con
questa liturgia vespertina, iniziamo l’itinerario di un
nuovo anno liturgico, entrando nel primo dei tempi che lo
compongono: l’Avvento.
Nella lettura biblica che abbiamo appena ascoltato, tratta
dalla Prima Lettera ai Tessalonicesi, l’apostolo
Paolo usa proprio questa parola: "venuta", che
in greco è "parusia" e in latino "adventus"
(1 Ts 5,23). Secondo la comune traduzione di questo
testo, Paolo esorta i cristiani di Tessalonica a
conservarsi irreprensibili "per la
venuta" del Signore. Ma nel testo originale si legge
"nella venuta" (¦< J± B"D@LF\‘),
quasi che l’avvento del Signore fosse, più che un punto
futuro del tempo, un luogo spirituale in cui camminare già
nel presente, durante l’attesa, e dentro il quale
appunto essere custoditi perfettamente in ogni dimensione
personale. In effetti, è proprio questo che noi viviamo
nella liturgia: celebrando i tempi liturgici,
attualizziamo il mistero – in questo caso la venuta del
Signore – in modo tale da potere, per così dire,
"camminare in essa" verso la sua piena
realizzazione, alla fine dei tempi, ma attingendone già
la virtù santificatrice, dal momento che i tempi ultimi
sono già iniziati con la morte e risurrezione di Cristo.
La parola
che riassume questo particolare stato, in cui si attende
qualcosa che deve manifestarsi, ma che al tempo stesso si
intravede e si pregusta, è "speranza".
L’Avvento è per eccellenza la stagione spirituale della
speranza, e in esso la Chiesa intera è chiamata a
diventare speranza, per se stessa e per il mondo. Tutto
l’organismo spirituale del Corpo mistico assume, per così
dire, il "colore" della speranza. Tutto il
popolo di Dio si rimette in cammino attratto da questo
mistero: che il nostro Dio è "il Dio che viene"
e ci chiama ad andargli incontro. In che modo? Anzitutto
in quella forma universale della speranza e dell’attesa
che è la preghiera, che trova la sua espressione eminente
nei Salmi, parole umane in cui Dio stesso ha posto e pone
continuamente sulle labbra e nei cuori dei credenti
l’invocazione della sua venuta. Soffermiamoci perciò
qualche istante sui due Salmi che abbiamo pregato poco fa
e che sono consecutivi anche nel Libro biblico: il 141 e
il 142, secondo la numerazione ebraica.
"Signore,
a te grido, accorri in mio aiuto; / ascolta la mia voce
quando t’invoco. / Come incenso salga a te la mia
preghiera, / le mie mani alzate come sacrificio della
sera" (Sal 141,1-2). Così inizia il primo
salmo dei primi Vespri della prima settimana del Salterio:
parole che all’inizio dell’Avvento acquistano un nuovo
"colore", perché lo Spirito Santo le fa
risuonare in noi sempre nuovamente, nella Chiesa in
cammino tra tempo di Dio e tempi degli uomini.
"Signore … accorri in mio aiuto" (v. 1). E’
il grido di una persona che si sente in grave pericolo, ma
è anche il grido della Chiesa fra le molteplici insidie
che la circondano, che minacciano la sua santità,
quell’integrità irreprensibile di cui parla
l’apostolo Paolo, che deve invece essere conservata per
la venuta del Signore. E in questa invocazione risuona
anche il grido di tutti i giusti, di tutti coloro che
vogliono resistere al male, alle seduzioni di un benessere
iniquo, di piaceri offensivi della dignità umana e della
condizione dei poveri. All’inizio dell’Avvento la
liturgia della Chiesa fa proprio nuovamente questo grido,
e lo innalza a Dio "come incenso" (v. 2).
L’offerta vespertina dell’incenso è infatti simbolo
della preghiera, dell’effusione dei cuori rivolti al
Dio, all’Altissimo, come pure "le mani alzate come
sacrificio della sera" (v. 2). Nella Chiesa non si
offrono più sacrifici materiali, come avveniva anche nel
tempio di Gerusalemme, ma si eleva l’offerta spirituale
della preghiera, in unione a quella di Gesù Cristo, che
è al tempo stesso Sacrificio e Sacerdote della nuova ed
eterna Alleanza. Nel grido del Corpo mistico, riconosciamo
la voce stessa del Capo: il Figlio di Dio che ha preso su
di sé le nostre prove e le nostre tentazioni, per donarci
la grazia della sua vittoria.
Questa
identificazione di Cristo con il Salmista è
particolarmente evidente nel secondo Salmo (142). Qui,
ogni parola, ogni invocazione fa pensare a Gesù nella
passione, in particolare alla sua preghiera al Padre nel
Getsemani. Nella sua prima venuta, con l’incarnazione,
il Figlio di Dio ha voluto condividere pienamente la
nostra condizione umana. Naturalmente non ha condiviso il
peccato, ma per la nostra salvezza ne ha patito tutte le
conseguenze. Pregando il Salmo 142, la Chiesa rivive ogni
volta la grazia di questa com-passione, di questa
"venuta" del Figlio di Dio nell’angoscia umana
fino a toccarne il fondo. Il grido di speranza
dell’Avvento esprime allora, fin dall’inizio e nel
modo più forte, tutta la gravità del nostro stato, il
nostro estremo bisogno di salvezza. Come dire: noi
aspettiamo il Signore non alla stregua di una bella
decorazione su un mondo già salvo, ma come unica via di
liberazione da un pericolo mortale. E noi sappiamo che Lui
stesso, il Liberatore, ha dovuto patire e morire per farci
uscire da questa prigione (cfr v. 8).
Insomma,
questi due Salmi ci mettono al riparo da qualsiasi
tentazione di evasione e di fuga dalla realtà; ci
preservano da una falsa speranza, che forse vorrebbe
entrare nell’Avvento e andare verso il Natale
dimenticando la drammaticità della nostra esistenza
personale e collettiva. In effetti, una speranza
affidabile, non ingannevole, non può che essere una
speranza "pasquale", come ci ricorda ogni sabato
sera il cantico della Lettera ai Filippesi, con il quale
lodiamo Cristo incarnato, crocifisso, risorto e Signore
universale. A Lui volgiamo lo sguardo e il cuore, in
unione spirituale con la Vergine Maria, Nostra Signora
dell’Avvento. Mettiamo la nostra mano nella sua ed
entriamo con gioia in questo nuovo tempo di grazia che Dio
regala alla sua Chiesa, per il bene dell’intera umanità.
Come Maria e con il suo materno aiuto, rendiamoci docili
all’azione dello Spirito Santo, perché il Dio della
pace ci santifichi pienamente, e la Chiesa diventi segno e
strumento di speranza per tutti gli uomini. Amen!
©
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