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UDIENZA
ALLA PONTIFICIA ACCADEMIA ECCLESIASTICA (23 MAGGIO 2009) |
I
Vespri a Montecassino. Il Papa prega perché l'Europa
valorizzi l'immensa ricchezza culturale e spirituale del
cristianesimo
“Grazie
all’attività dei monasteri, articolata nel triplice
impegno quotidiano della preghiera, dello studio e del
lavoro, interi popoli del continente europeo hanno
conosciuto un autentico riscatto e un benefico sviluppo
morale, spirituale e culturale, educandosi al senso della
continuità con il passato, all’azione concreta per il
bene comune, all’apertura verso Dio e la dimensione
trascendente. Preghiamo perché l’Europa sappia sempre
valorizzare questo patrimonio di principi e di ideali
cristiani che costituisce un’immensa ricchezza culturale
e spirituale”. È quanto ha detto il Papa durante la
celebrazione dei Vespri nella Basilica dell’Abbazia di
Montecassino. Quindi ha aggiunto: “Non vivere più per
se stessi, ma per Cristo: ecco ciò che dà senso pieno
alla vita di chi si lascia conquistare da Lui. Lo
manifesta chiaramente la vicenda umana e spirituale di san
Benedetto, che, abbandonato tutto, si pose alla fedele
sequela di Gesù… L’essere umano non realizza appieno
sé stesso, non può essere veramente felice senza Dio”.
Ecco il testo integrale dell’omelia del Papa:
Cari fratelli e sorelle della grande Famiglia benedettina!
Quasi a conclusione dell’odierna mia visita, mi è
particolarmente gradito sostare in questo luogo sacro, in
questa Abbazia, quattro volte distrutta e ricostruita,
l’ultima volta dopo i bombardamenti della seconda guerra
mondiale di 65 anni fa. “Succisa virescit”: le parole
del suo nuovo stemma ne indicano bene la storia.
Montecassino, come secolare quercia piantata da san
Benedetto, è stata “sfrondata” dalla violenza della
guerra, ma è risorta più vigorosa. Più di una volta ho
avuto modo anch’io di godere dell’ospitalità dei
monaci, e in questa Abbazia ho trascorso momenti
indimenticabili di quiete e di preghiera. Questa sera vi
siamo entrati cantando le Laudes regiae per celebrare
insieme i Vespri della solennità dell’Ascensione di Gesù.
A ciascuno di voi esprimo la gioia di condividere questo
momento di preghiera, salutandovi tutti con affetto, grato
per l’accoglienza che avete riservato a me e a quanti mi
accompagnano in questo pellegrinaggio apostolico. In
particolare, saluto l’Abate Dom Pietro Vittorelli, che
si è fatto interprete dei vostri comuni sentimenti.
Estendo il mio saluto agli Abati, alle Abbadesse e alle
comunità benedettine qui presenti.
Oggi la liturgia ci invita a contemplare il mistero
dell’Ascensione del Signore. Nella breve lettura, tratta
dalla Prima Lettera di Pietro, siamo stati esortati a
fissare lo sguardo sul nostro Redentore, che è morto
“una volta per sempre per i peccati” per ricondurci a
Dio, alla cui destra si trova “dopo essere salito al
cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i
Principati e le Potenze” (cfr 1 Pt 3, 18.22). “Elevato
in alto” e reso invisibile agli occhi dei suoi
discepoli, Gesù non li ha tuttavia abbandonati: infatti,
“messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito”
(1 Pt 3,18), Egli è ora presente in modo nuovo, interiore
nei credenti, ed in Lui la salvezza è offerta ad ogni
essere umano senza differenza di popolo, lingua e cultura.
La Prima Lettera di Pietro contiene precisi riferimenti
agli eventi cristologici fondamentali della fede
cristiana. La preoccupazione dell’Apostolo è quella di
porre in luce la portata universale della salvezza in
Cristo. Analogo assillo troviamo in san Paolo, del quale
stiamo celebrando il bimillenario della nascita, che alla
comunità di Corinto scrive: “Egli (il Cristo) è morto
per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per
se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro”
(2 Cor 5, 15).
Non vivere più per se stessi, ma per Cristo: ecco ciò
che dà senso pieno alla vita di chi si lascia conquistare
da Lui. Lo manifesta chiaramente la vicenda umana e
spirituale di san Benedetto, che, abbandonato tutto, si
pose alla fedele sequela di Gesù. Incarnando nella
propria esistenza il Vangelo, è diventato iniziatore
d’un vasto movimento di rinascita spirituale e culturale
in Occidente. Vorrei qui fare cenno a un evento
straordinario della sua vita, di cui riferisce il biografo
san Gregorio Magno e a voi certamente ben noto. Si
potrebbe quasi dire che anche il santo Patriarca fu
“elevato in alto” in una indescrivibile esperienza
mistica. La notte del 29 ottobre del 540, – si legge
nella biografia – mentre, affacciato alla finestra,
“con gli occhi fissi su delle stelle s’internava nella
divina contemplazione, il santo sentiva che il cuore gli
si infiammava… Per lui il firmamento stellato era come
la cortina ricamata che svelava il Santo dei Santi. Ad un
certo punto l’anima sua si sentì trasportata
dall’altra parte del velo, per contemplare svelatamente
il volto di Colui che abita entro una luce
inaccessibile” (cfr A.I. Schuster, Storia di san
Benedetto e dei suoi tempi, Ed. Abbazia di Viboldone,
Milano, 1965, p. 11 e ss.). Di certo, analogamente a
quanto avvenne per Paolo dopo il suo rapimento in cielo,
anche per san Benedetto, a seguito proprio di tale
straordinaria esperienza spirituale, dovette iniziare una
vita nuova. Se infatti la visione fu passeggera, gli
effetti rimasero, la stessa sua fisionomia – riferiscono
i biografi – ne risultò modificata, il suo aspetto restò
sempre sereno e il portamento angelico e, pur vivendo
sulla terra, si capiva che con il cuore era già in
Paradiso.
San Benedetto ricevette questo dono divino non certo per
soddisfare la sua curiosità intellettuale, ma piuttosto
perché il carisma di cui Iddio lo aveva dotato avesse la
capacità di riprodurre nel monastero la vita stessa del
cielo e ristabilirvi l’armonia del creato mediante la
contemplazione e il lavoro. Giustamente, pertanto, la
Chiesa lo venera come “eminente maestro di vita
monastica” e “dottore di sapienza spirituale
nell’amore alla preghiera e al lavoro”; “fulgida
guida di popoli alla luce del Vangelo” che “innalzato
al cielo per una strada luminosa” insegna agli uomini di
tutti i tempi a cercare Dio e le ricchezze eterne da Lui
preparate (cfr Prefazio del Santo nel supplemento
monastico al MR, 1980, 153).
Sì, Benedetto fu esempio luminoso di santità e indicò
ai monaci come unico grande ideale Cristo; fu maestro di
civiltà che, proponendo un’equilibrata ed adeguata
visione delle esigenze divine e delle finalità ultime
dell’uomo, tenne sempre ben presenti anche le necessità
e le ragioni del cuore, per insegnare e suscitare una
fraternità autentica e costante, perché nel complesso
dei rapporti sociali non si perdesse di mira un’unità
di spirito capace di costruire ed alimentare sempre la
pace. Non a caso è la parola Pax ad accogliere i
pellegrini e i visitatori alle porte di questa Abbazia,
ricostruita dopo l’immane disastro del secondo conflitto
mondiale; essa si eleva come silenzioso monito a rigettare
ogni forma di violenza per costruire la pace: nelle
famiglie, nelle comunità, tra i popoli e nell’intera
umanità. San Benedetto invita ogni persona che sale su
questo Monte a cercare la pace e a seguirla: “inquire
pacem et sequere eam (Ps. 33,14-15)” (Regola, Prologo,
17).
Alla sua scuola i monasteri sono diventati, nel corso dei
secoli, fervidi centri di dialogo, di incontro e di
benefica fusione tra genti diverse, unificate dalla
cultura evangelica della pace. I monaci hanno saputo
insegnare con la parola e con l’esempio l’arte della
pace attuando in modo concreto i tre “vincoli” che
Benedetto indica come necessari per conservare l’unità
dello Spirito tra gli uomini: la Croce, che è la legge
stessa di Cristo; il libro e cioè la cultura; e
l’aratro, che indica il lavoro, la signoria sulla
materia e sul tempo. Grazie all’attività dei monasteri,
articolata nel triplice impegno quotidiano della
preghiera, dello studio e del lavoro, interi popoli del
continente europeo hanno conosciuto un autentico riscatto
e un benefico sviluppo morale, spirituale e culturale,
educandosi al senso della continuità con il passato,
all’azione concreta per il bene comune, all’apertura
verso Dio e la dimensione trascendente. Preghiamo perché
l’Europa sappia sempre valorizzare questo patrimonio di
principi e di ideali cristiani che costituisce
un’immensa ricchezza culturale e spirituale.
Ciò è possibile però soltanto se si accoglie il
costante insegnamento di san Benedetto, ossia il
“quaerere Deum”, cercare Dio, come fondamentale
impegno dell’uomo. L’essere umano non realizza appieno
sé stesso, non può essere veramente felice senza Dio.
Tocca in particolare a voi, cari monaci, essere esempi
viventi di questa interiore e profonda relazione con Lui,
attuando senza compromessi il programma che il vostro
Fondatore ha sintetizzato nel “nihil amori Christi
praeponere”, “nulla anteporre all’amore di Cristo”
(Regola 4,21). In questo consiste la santità, proposta
valida per ogni cristiano, più che mai nella nostra
epoca, in cui si avverte la necessità di ancorare la vita
e la storia a saldi riferimenti spirituali. Per questo,
cari fratelli e sorelle, è quanto mai attuale la vostra
vocazione ed è indispensabile la vostra missione di
monaci.
Da questo luogo, dove riposano le sue spoglie mortali, il
santo Patrono d’Europa continua ad invitare tutti a
proseguire la sua opera di evangelizzazione e di
promozione umana. Incoraggia in primo luogo voi, cari
monaci, a restare fedeli allo spirito delle origini e ad
essere interpreti autentici del suo programma di rinascita
spirituale e sociale. Vi conceda questo dono il Signore,
per intercessione del vostro Santo Fondatore, della
sorella santa Scolastica e dei Santi e Sante
dell’Ordine. E la celeste Madre del Signore, che oggi
invochiamo quale “Aiuto dei cristiani”, vegli su di
voi e protegga questa Abbazia e tutti i vostri monasteri,
come pure la comunità diocesana che vive attorno a
Montecassino. Amen!
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