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VESPRI
A CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA PER
L'UNITA' DEI CRISTIANI |
Radio Vaticana,
26 gennaio 2006005
LA
FEDE E L’AMORE DI DIO SIANO PER I CRISTIANI FONDAMENTO
DI UNITÀ. COSÌ
IL PAPA IERI POMERIGGIO, A ROMA, NELLA BASILICA DI SAN
PAOLO FUORI LE MURA A
CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ
DEI CRISTIANI
L’unità
dei cristiani deve basarsi sulla fede e sull’Amore di
Dio, un amore che non annulla le differenze ma le
armonizza. Queste le parole di Benedetto XVI, ieri
pomeriggio, a conclusione della Settimana di preghiera per
l’unità dei cristiani, in coincidenza con la memoria
della conversione dell’Apostolo delle Genti. L’omelia
del Santo Padre nella celebrazione dei Secondi Vespri,
nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, a Roma. Il
servizio di Tiziana Campisi.
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La
fede della Chiesa trova il suo fondamento in Dio Amore. Su
questa verità Benedetto XVI ha sviluppato la sua omelia
affermando che alla base dell’impegno ecumenico c’è
la conversione del cuore. Ma è la fede che consente di
giungere alla comunione:
“In
particolare, si basa su di essa la paziente ricerca della
piena comunione tra tutti i discepoli di Cristo: fissando
lo sguardo su questa verità, culmine della divina
rivelazione, le divisioni, pur mantenendo la loro dolorosa
gravità, appaiono superabili e non ci scoraggiano. Il
Signore Gesù, che con il sangue della sua Passione ha
abbattuto ‘il muro di separazione’ dell’‘ini-micizia’,
non mancherà di concedere a quanti lo invocano con fede
la forza per rimarginare ogni lacerazione”.
L’unità
dei cristiani è possibile solo nella luce dell’Amore di
Dio che armonizza le diversità, questo il cuore del
messaggio del Santo Padre:
“L’amore
vero non annulla le legittime differenze, ma le armonizza
in una superiore unità, che non viene imposta dall’esterno,
ma che dall’interno
dà forma, per così dire, all’insieme. E’ il mistero
della comunione, che come unisce l’uomo e la donna in
quella comunità d’amore e di vita che è il matrimonio,
così forma la Chiesa quale comunità d’amore,
componendo in unità una multiforme ricchezza di doni, di
tradizioni. Al servizio di tale unità d’amore è posta
la Chiesa di Roma”.
E’
forza che trasforma la carità, ha sottolineato il Papa,
l’amore è principio che unisce i cristiani e fa sì che
la loro preghiera unanime venga esaudita dal Padre celeste
la cui volontà comunque supera la comprensione
dell’uomo e le sue stesse richieste ed attese. Benedetto
XVI ha rivolto anche un pensiero ai delegati delle Chiese
e delle Conferenze episcopali d’Europa, alle diverse
comunità cristiane e agli svariati organismi ecumenici
che hanno preso parte ai Secondi Vespri della Solennità
della conversione di San Paolo. I cristiani siano luce del
mondo, in Europa e tra tutti i popoli, questo l’invito
del Pontefice che ha concluso:
“Voglia
Iddio concederci di raggiungere presto l’auspicata piena
comunione. L’unità è la nostra comune missione; è la
condizione perché la luce di Cristo si diffonda più
efficacemente in ogni angolo del mondo e gli uomini si
convertano e siano salvati. Quanta strada sta dinanzi a
noi! Eppure non perdiamo la fiducia, anzi con più lena
riprendiamo il cammino insieme. Cristo ci precede e ci
accompagna”.
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OMELIA
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Patriarcale
Basilica di San Paolo fuori le Mura
Mercoledì, 25 gennaio 2006
Cari
fratelli e sorelle!
In questo
giorno, nel quale si celebra la conversione
dell’apostolo Paolo, concludiamo, riuniti in fraterna
assemblea liturgica, l’annuale Settimana di preghiera
per l’unità dei cristiani. E’ significativo che la
memoria della conversione dell’Apostolo delle genti
coincida con la giornata finale di questa importante
Settimana, in cui con particolare intensità domandiamo a
Dio il dono prezioso dell’unità tra tutti i cristiani,
facendo nostra l’invocazione che Gesù stesso elevò al
Padre per i suoi discepoli: “perché tutti siano una
sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano
anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda
che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).
L’aspirazione di ogni Comunità cristiana e di ogni
singolo fedele all’unità e la forza per realizzarla
sono un dono dello Spirito Santo e vanno di pari passo con
una sempre più profonda e radicale fedeltà al Vangelo (cfr
Enc. Ut unum sint, 15). Ci rendiamo conto che alla
base dell’impegno ecumenico c’è la conversione del
cuore, come afferma chiaramente il Concilio Vaticano II:
“Ecumenismo vero non c’è senza interiore conversione;
poiché il desiderio dell’unità nasce e matura dal
rinnovamento della mente, dall’abnegazione di se stessi
e dalla liberissima effusione della carità” (Decr. Unitatis
redintegratio, 7).
Deus
caritas est (1 Gv 4,8.16), Dio è
amore. Su questa solida roccia poggia tutta intera la fede
della Chiesa. In particolare, si basa su di essa la
paziente ricerca della piena comunione tra tutti i
discepoli di Cristo: fissando lo sguardo su questa verità,
culmine della divina rivelazione, le divisioni, pur
mantenendo la loro dolorosa gravità, appaiono superabili
e non ci scoraggiano. Il Signore Gesù, che con il sangue
della sua Passione ha abbattuto “il muro di
separazione” dell’“inimicizia” (Ef 2,14),
non mancherà di concedere a quanti lo invocano con fede
la forza per rimarginare ogni lacerazione. Ma occorre
sempre ripartire da qui: Deus caritas est. Al tema
dell’amore ho voluto dedicare la
mia prima Enciclica, che proprio oggi è stata
pubblicata e questa felice coincidenza con la conclusione
della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani
ci invita a considerare questo nostro incontro, ma, ben più
in là, tutto il cammino ecumenico nella luce dell’amore
di Dio, dell’Amore che è Dio. Se già sotto il profilo
umano l’amore si manifesta come una forza invincibile,
che cosa dobbiamo dire noi, che “abbiamo riconosciuto e
creduto all’amore che Dio ha per noi” (1 Gv 4,16)?
L’amore vero non annulla le legittime differenze, ma le
armonizza in una superiore unità, che non viene imposta dall’esterno,
ma che dall’interno dà forma, per così
dire, all’insieme. E’ il mistero della comunione, che
come unisce l’uomo e la donna in quella comunità
d’amore e di vita che è il matrimonio, così forma la
Chiesa quale comunità d’amore, componendo in unità una
multiforme ricchezza di doni, di tradizioni. Al servizio
di tale unità d’amore è posta la Chiesa di Roma che,
secondo l’espressione di sant’Ignazio di Antiochia,
“presiede alla carità” (Ad Rom 1,1).
Davanti a voi, cari fratelli e sorelle, desidero oggi
rinnovare l’affidamento a Dio del mio peculiare
ministero petrino, invocando su di esso la luce e la forza
dello Spirito Santo, affinché favorisca sempre la
fraterna comunione tra tutti i cristiani.
Il tema
dell’amore lega in profondità le due brevi letture
bibliche dell’odierna liturgia vespertina. Nella prima,
la carità divina è la forza che trasforma la vita di
Saulo di Tarso e ne fa l’Apostolo delle genti. Scrivendo
ai cristiani di Corinto, san Paolo confessa che la grazia
di Dio ha operato in lui l’evento straordinario della
conversione: “Per grazia di Dio sono quello che sono, e
la sua grazia in me non è stata vana” (1 Cor
15,10). Da una parte sente il peso di essere stato di
ostacolo alla diffusione del messaggio di Cristo, ma nel
contempo vive nella gioia di avere incontrato il Signore
risorto e di essere stato illuminato e trasformato dalla
sua luce. Egli conserva una costante memoria di quell’evento
che ha cambiato la sua esistenza, evento talmente
importante per la Chiesa intera che negli Atti degli
Apostoli vi si fa riferimento ben tre volte (cfr At
9,3-9; 22,6-11; 26,12-18). Sulla via di Damasco, Saulo
sentì lo sconvolgente interrogativo: “Perché mi
perseguiti?”. Caduto a terra e interiormente turbato,
domandò: “Chi sei, o Signore?”, ottenendo quella
risposta che è alla base della sua conversione: “Io
sono Gesù, che tu perseguiti” (At 9,4-5). Paolo
comprese in un istante ciò che avrebbe espresso poi nei
suoi scritti, che la Chiesa forma un corpo unico di cui
Cristo è il Capo. Così, da persecutore dei cristiani
diventò l’Apostolo delle genti.
Nel brano
evangelico di Matteo, che poc’anzi abbiamo ascoltato,
l’amore opera come principio che unisce i cristiani e fa
sì che la loro preghiera unanime venga esaudita dal Padre
celeste. Dice Gesù: “Se due di voi sopra la terra si
accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio
che è nei cieli ve la concederà” (Mt 18,19). Il
verbo che l’evangelista usa per “si accorderanno” è
synphōnēsōsin: c’è il riferimento
ad una “sinfonia” dei cuori. E’ questo che ha presa
sul cuore di Dio. L’accordo nella preghiera risulta
dunque importante ai fini del suo accoglimento da parte
del Padre celeste. Il chiedere insieme segna già un passo
verso l’unità tra coloro che chiedono. Ciò non
significa certamente che la risposta di Dio venga in
qualche modo determinata dalla nostra domanda. Lo sappiamo
bene: l’auspicato compimento dell’unità dipende in
primo luogo dalla volontà di Dio, il cui disegno e la cui
generosità superano la comprensione dell’uomo e le sue
stesse richieste ed attese. Contando proprio sulla bontà
divina, intensifichiamo la nostra preghiera comune per
l’unità, che è un mezzo necessario e quanto mai
efficace, come ha ricordato Giovanni Paolo II
nell’Enciclica Ut
unum sint: “Sulla via ecumenica verso l’unità,
il primato spetta senz’altro alla preghiera comune,
all’unione orante di coloro che si stringono insieme
attorno a Cristo stesso” (n. 22).
Analizzando
poi più profondamente questi versetti evangelici,
comprendiamo meglio la ragione per cui il Padre risponderà
positivamente alla domanda della comunità cristiana:
“Perché – dice Gesù – dove sono due o tre riuniti
nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. E’ la
presenza di Cristo che rende efficace la preghiera comune
di coloro che sono riuniti nel suo nome. Quando i
cristiani si raccolgono per pregare, Gesù stesso è in
mezzo a loro. Essi sono uno con Colui che è l’unico
mediatore tra Dio e gli uomini. La Costituzione sulla
Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II si riferisce
proprio a questo passo del Vangelo per indicare uno dei
modi della presenza di Cristo: “Quando la Chiesa prega e
canta i Salmi, è presente Lui che ha promesso: «Dove
sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a
loro» (Mt 18,20)” (Sacrosanctum Concilium,
7).
Commentando
questo testo dell’evangelista Matteo, san Giovanni
Crisostomo si chiede: “Ebbene, non ci sono due o tre che
si riuniscono nel suo nome? Ci sono – egli risponde –
ma raramente” (Omelie sul Vangelo di Matteo, 60,
3). Questa sera provo un’immensa gioia nel vedere una
così nutrita ed orante assemblea, che implora in modo
“sinfonico” il dono dell’unità. A tutti e a
ciascuno rivolgo il mio cordiale saluto. Saluto con
particolare affetto i fratelli delle altre Chiese e
Comunità ecclesiali di questa Città, uniti nell’unico
battesimo, che ci fa membra dell’unico Corpo mistico di
Cristo. Sono appena trascorsi 40 anni da quando, proprio
in questa Basilica, il 5 dicembre del 1965, il Servo di
Dio Paolo VI, di felice memoria, celebrò la prima
preghiera comune, a conclusione del Concilio Vaticano II,
con la solenne presenza dei Padri conciliari e la
partecipazione attiva degli Osservatori delle altre Chiese
e Comunità ecclesiali. In seguito, l’amato Giovanni
Paolo II ha continuato con perseveranza la tradizione di
concludere qui la Settimana di preghiera. Sono certo che
questa sera entrambi ci guardano dal Cielo e si uniscono
alla nostra preghiera.
Fra
coloro che prendono parte a questa nostra assemblea vorrei
specialmente salutare e ringraziare il gruppo dei delegati
di Chiese, di Conferenze Episcopali, di Comunità
cristiane e di organismi ecumenici che avviano la
preparazione della Terza Assemblea Ecumenica Europea, in
programma a Sìbiu, in Romania, nel settembre del 2007,
sul tema: “La luce di Cristo illumina tutti. Speranza
di rinnovamento e unità in Europa”. Sì, cari
fratelli e sorelle, noi cristiani abbiamo il compito di
essere, in Europa e tra tutti i popoli, “luce del
mondo” (Mt 5,14). Voglia Iddio concederci di
raggiungere presto l’auspicata piena comunione. La
ricomposizione della nostra unità darà maggiore
efficacia all’evangelizzazione. L’unità è la nostra
comune missione; è la condizione perché la luce di
Cristo si diffonda più efficacemente in ogni angolo del
mondo e gli uomini si convertano e siano salvati. Quanta
strada sta dinanzi a noi! Eppure non perdiamo la fiducia,
anzi con più lena riprendiamo il cammino insieme. Cristo
ci precede e ci accompagna. Noi contiamo sulla sua
indefettibile presenza; da Lui umilmente e
instancabilmente imploriamo il prezioso dono dell’unità
e della pace.
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