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VESPRI CON GLI
UNIVERSITARI (15 DICEMBRE 2011) |
Radio
Vaticana, 16 dicembre 2011
Benedetto
XVI agli universitari: chi vuole costruire il mondo senza
Dio distrugge l'uomo
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“Non siamo soli a costruire la storia, Dio non è
lontano dall’uomo ma si è chinato su di lui e si è
fatto carne”. Così il Papa ieri sera, durante i Vespri
in San Pietro con gli oltre 10 mila studenti degli Atenei
romani. Benedetto XVI ha ricordato il dramma delle
ideologie, di quanti hanno tentato di costruire il mondo
senza Dio, finendo per distruggere l'uomo. L’incontro è
giunto al culmine delle cerimonie per il ventennale della
Pastorale Universitaria, istituita da Giovanni Paolo II.
Per l’occasione anche la consegna dell’Icona di Maria
Sedes Sapientiae, dagli universitari spagnoli a quelli
romani dell’Università La Sapienza. Il servizio di Cecilia
Seppia:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
In un mondo che corre veloce, distratto, impaziente,
utilizzando sempre di più e in ogni ambito della vita i
binari immediati delle nuove tecnologie, il Papa con le
parole dell’Apostolo Giacomo invita i tanti universitari
riuniti in San Pietro, “ad imitare il comportamento
dell’agricoltore” che dopo aver preparato il terreno,
“aspetta con costanza il prezioso frutto della terra”;
li esorta, in questo tempo di attesa a fermarsi, a
riflettere per poi predisporre il cuore alla venuta del
Redentore in quella grotta di Betlemme, ancora “mistero
ineffabile di luce, di amore di grazia”:
"Proprio nella pazienza, nella fedeltà e nella
costanza della ricerca di Dio, dell’apertura a Lui, Egli
rivela il suo Volto. Non abbiamo bisogno di un dio
generico, indefinito, ma del Dio vivo e vero, che apra
l’orizzonte del futuro dell’uomo ad una prospettiva di
ferma e sicura speranza, una speranza ricca di eternità e
che permetta di affrontare con coraggio il presente in
tutti i suoi aspetti".
Solo così con pazienza e fedeltà, afferma il Papa
incontreremo quel Dio vero che sull’uomo si è chinato
fino a farsi carne, solo così avremo la certezza di non
essere soli:
"Cari amici, l’invito di san Giacomo 'Siate
costanti, fratelli, fino alla venuta del Signore' ci
ricorda che la certezza della grande speranza del mondo ci
è donata e che non siamo soli e non siamo noi da soli a
costruire la storia. Dio non è lontano dall’uomo, ma si
è chinato su di lui e si è fatto carne (Gv 1,14), perché
l’uomo comprenda dove risiede il solido fondamento di
tutto, il compimento delle sue aspirazioni più profonde:
in Cristo".
La pazienza dice Benedetto XVI è la virtù di coloro
che si affidano alla presenza di Cristo nella storia,
“che non si lasciano vincere dalla tentazione di riporre
tutta la speranza nell’immediato”, in “progetti
tecnicamente perfetti ma lontani dalla realtà più
profonda che dona la dignità più alta all’uomo”:
ovvero “l’essere creatura ad immagine e somiglianza di
Dio":
"Quante volte gli uomini hanno tentato di
costruire il mondo da soli, senza o contro Dio! Il
risultato è segnato dal dramma di ideologie che, alla
fine, si sono dimostrate contro l’uomo e la sua dignità
profonda. Essere costanti e pazienti significa imparare a
costruire la storia insieme con Dio, perché solo
edificando su di Lui e con Lui la costruzione è ben
fondata, non strumentalizzata per fini ideologici, ma
veramente degna dell’uomo".
“Nella grotta di Betlemme - afferma il Santo Padre -
la solitudine dell’uomo è vinta e possiamo progettare
la storia dell’umanità non nell’utopia ma nella
certezza che Cristo è presente e ci accompagna".
Quindi l’invito ad accogliere tra le nostre braccia quel
Bambino “a ripartire da Lui e con Lui per affrontare
ogni difficoltà” e costruire la città dell’uomo “
coniugando fede e cultura”. Infine, facendo riferimento
alla consegna dell’icona di Maria Sede della Sapienza
che a cominciare dall’Università di Roma verrà portata
nelle diverse Cappellanie, Benedetto XVI rivela ai giovani
“di confidare nella loro testimonianza di fedeltà e
impegno apostolico” e li invita a portare a tutti
l’annuncio della buona Novella:
"E’
l’augurio che rivolgo alla comunità accademica romana:
portate a tutti l’annuncio che il vero volto di Dio è
nel Bambino di Betlemme, così vicino a ciascuno di noi
che nessuno può sentirsi escluso, nessuno deve dubitare
della possibilità dell’incontro, perché Lui è il Dio
paziente e fedele, che sa attendere e rispettare la nostra
libertà".
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica
Vaticana
Giovedì, 15 dicembre 2011
«Siate
costanti, fratelli, fino alla venuta del Signore» (Gc
5,7).
Con
queste parole l’Apostolo Giacomo ci indica
l’atteggiamento interiore per prepararci ad ascoltare e
accogliere di nuovo l’annuncio della nascita del
Redentore nella grotta di Betlemme, mistero ineffabile di
luce, di amore e di grazia. A voi, cari universitari di
Roma, che ho la gioia di incontrare in questo tradizionale
appuntamento, rivolgo con affetto il mio saluto: vi
accolgo in prossimità del Santo Natale, con i vostri
desideri, le vostre attese, le vostre preoccupazioni; e
saluto anche le comunità accademiche che voi
rappresentate. Ringrazio il Magnifico Rettore, Prof.
Massimo Egidi, per le cortesi parole che mi ha indirizzato
a nome di tutti voi, e con le quali ha evidenziato la
delicata missione del professore universitario. Saluto con
viva cordialità il Ministro per l’Università, Prof.
Francesco Profumo, e le autorità accademiche dei vari
Atenei.
Cari
amici, san Giacomo esorta ad imitare l’agricoltore, che
«aspetta con costanza il prezioso frutto della terra» (Gc
5,7). A voi che vivete nel cuore dell’ambiente
culturale e sociale del nostro tempo, che sperimentate le
nuove e sempre più raffinate tecnologie, che siete
protagonisti di un dinamismo storico che talvolta sembra
travolgente, l’invito dell’Apostolo può sembrare
anacronistico, quasi un invito ad uscire dalla storia, a
non desiderare di vedere i frutti del vostro lavoro, della
vostra ricerca. Ma è proprio così? L’invito
all’attesa di Dio è proprio fuori tempo? E ancora più
radicalmente potremmo chiederci: cosa significa per me il
Natale; è davvero importante per la mia esistenza, per la
costruzione della società? Sono molte, nella nostra
epoca, le persone, specialmente quelle che voi incontrate
nelle aule universitarie, che danno voce alla domanda se
dobbiamo attendere qualcosa o qualcuno; se dobbiamo
attendere un altro messia, un altro dio; se vale la pena
di fidarci di quel Bambino che nella notte di Natale
troveremo nella mangiatoia tra Maria e Giuseppe.
L’esortazione
dell’Apostolo alla paziente costanza, che nel nostro
tempo potrebbe lasciare un po’ perplessi, è in realtà
la via per accogliere in profondità la questione di Dio,
il senso che ha nella vita e nella storia, perché proprio
nella pazienza, nella fedeltà e nella costanza della
ricerca di Dio, dell’apertura a Lui, Egli rivela il suo
Volto. Non abbiamo bisogno di un dio generico, indefinito,
ma del Dio vivo e vero, che apra l’orizzonte del futuro
dell’uomo ad una prospettiva di ferma e sicura speranza,
una speranza ricca di eternità e che permetta di
affrontare con coraggio il presente in tutti i suoi
aspetti. Ma dovremmo chiederci allora: dove trova la mia
ricerca il vero Volto di questo Dio? O meglio ancora: dove
Dio stesso mi viene incontro mostrandomi il suo Volto,
rivelandomi il suo mistero, entrando nella mia storia?
Cari
amici, l’invito di san Giacomo «Siate costanti,
fratelli, fino alla venuta del Signore» ci ricorda che la
certezza della grande speranza del mondo ci è donata e
che non siamo soli e non siamo noi da soli a
costruire la storia. Dio non è lontano dall’uomo, ma si
è chinato su di lui e si è fatto carne (Gv 1,14),
perché l’uomo comprenda dove risiede il solido
fondamento di tutto, il compimento delle sue aspirazioni
più profonde: in Cristo (cfr Esort. ap. postsin. Verbum
Domini, 10). La pazienza è la virtù di coloro
che si affidano a questa presenza nella storia, che non si
lasciano vincere dalla tentazione di riporre tutta la
speranza nell’immediato, in prospettive puramente
orizzontali, in progetti tecnicamente perfetti, ma lontani
dalla realtà più profonda, quella che dona la dignità
più alta alla persona umana: la dimensione trascendente,
l’essere creatura ad immagine e somiglianza di Dio, il
portare nel cuore il desiderio di elevarsi a Lui.
C’è,
però, un altro aspetto che vorrei sottolineare questa
sera. San Giacomo ci ha detto: «Guardate l’agricoltore:
egli aspetta con costanza» (5,7). Dio,
nell’incarnazione del Verbo, nell’incarnazione del suo
Figlio, ha sperimentato il tempo dell’uomo, della sua
crescita, del suo farsi nella storia. Quel Bambino è il
segno della pazienza di Dio, che per primo è paziente,
costante, fedele al suo amore verso di noi; Lui è il vero
“agricoltore” della storia, che sa attendere. Quante
volte gli uomini hanno tentato di costruire il mondo da
soli, senza o contro Dio! Il risultato è segnato dal
dramma di ideologie che, alla fine, si sono dimostrate
contro l’uomo e la sua dignità profonda. La costanza
paziente nella costruzione della storia, sia a livello
personale che comunitario, non si identifica con la
tradizionale virtù della prudenza, di cui certamente si
ha bisogno, ma è qualcosa di più grande e più
complesso. Essere costanti e pazienti significa imparare a
costruire la storia insieme con Dio, perché solo
edificando su di Lui e con Lui la costruzione è ben
fondata, non strumentalizzata per fini ideologici, ma
veramente degna dell’uomo.
Questa
sera riaccendiamo, allora, in modo ancora più luminoso la
speranza nei nostri cuori, perché la Parola di Dio ci
ricorda che la venuta del Signore è vicina, anzi il
Signore è con noi ed è possibile costruire con Lui.
Nella grotta di Betlemme la solitudine dell’uomo è
vinta, la nostra esistenza non è più abbandonata alle
forze impersonali dei processi naturali e storici, la
nostra casa può essere costruita sulla roccia: noi
possiamo progettare la nostra storia, la storia
dell’umanità non nell’utopia ma nella certezza che il
Dio di Gesù Cristo è presente e ci accompagna.
Cari
amici universitari, corriamo con gioia verso Betlemme,
accogliamo tra le nostre braccia il Bambino che Maria e
Giuseppe ci presenteranno. Ripartiamo da Lui e con Lui,
affrontando tutte le difficoltà. A ciascuno di voi il
Signore chiede di collaborare alla costruzione della città
dell’uomo, coniugando in modo serio e appassionato fede
e cultura. Per questo vi invito a cercare sempre, con
paziente costanza, il vero Volto di Dio, aiutati dal
cammino pastorale che vi viene proposto in questo anno
accademico. Cercare il Volto di Dio è l’aspirazione
profonda del nostro cuore ed è anche la risposta alla
questione fondamentale che va emergendo sempre di nuovo
anche nella società contemporanea. Voi, cari amici
universitari, sapete che la Chiesa di Roma, con la guida
saggia e premurosa del Cardinale Vicario e dei vostri
Cappellani, vi è vicina. Ringraziamo il Signore perché,
come è stato ricordato, vent’anni or sono, il beato
Giovanni Paolo II istituì l’Ufficio di pastorale
universitaria a servizio della comunità accademica
romana. Il lavoro svolto ha promosso la nascita e lo
sviluppo delle Cappellanie per giungere ad una rete ben
organizzata, dove le proposte formative dei diversi
Atenei, statali, privati, cattolici e pontifici possono
contribuire all’elaborazione di una cultura al servizio
della crescita integrale dell’uomo.
Al
termine di questa Liturgia, l’Icona della Sedes
Sapientiae sarà consegnata dalla delegazione
universitaria spagnola a quella de «La Sapienza Università
di Roma». Inizierà la peregrinatio mariana
nelle Cappellanie, che accompagnerò con la preghiera.
Sappiate che il Papa confida in voi e nella vostra
testimonianza di fedeltà e di impegno apostolico.
Cari
amici, questa sera affrettiamo insieme con fiducia il
nostro cammino verso Betlemme, portando con noi le attese
e le speranze dei nostri fratelli, perché tutti possano
incontrare il Verbo della vita e affidarsi a Lui. E’
l’augurio che rivolgo alla comunità accademica romana:
portate a tutti l’annuncio che il vero volto di Dio è
nel Bambino di Betlemme, così vicino a ciascuno di noi
che nessuno può sentirsi escluso, nessuno deve dubitare
della possibilità dell’incontro, perché Lui è il Dio
paziente e fedele, che sa attendere e rispettare la nostra
libertà. A Lui questa sera vogliamo confessare con
fiducia il desiderio più profondo del nostro cuore: «Io
cerco il tuo volto, Signore; vieni, non tardare!». Amen.
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