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VIAGGIO IN
GERMANIA, SANTA MESSA A FRIBURGO |
Radio
Vaticana, 25 settembre 2011
Oltre 100
mila fedeli alla Santa Messa a Friburgo. Il Papa: di
fronte a Dio “non contano le parole, ma l’agire"
◊ Di fronte a Dio “non contano
le parole, ma l’agire, le azioni di conversione e di
fede”. Così Benedetto XVI commentando la parabola dei
due figli invitati dal padre a lavorare nella vigna nel
Vangelo di Matteo. Di fronte ad una folla di quasi
centomila fedeli, con i vescovi provenienti da tutte le
diocesi tedesche, il Papa ha presieduto sul campo di volo
dell’aeroporto di Friburgo la Santa Messa e la recita
dell’Angelus nell’ultimo giorno di questo 21.mo
viaggio apostolico. Stasera alle 19.15 Benedetto XVI
lascerà, infatti, la Germania alla volta di Roma, per
fare poi rientro a Castel Gandolfo. Il servizio del nostro
inviato a Friburgo, Stefano Leszczynski:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Una giornata di sole quasi primaverile ha salutato
l’ultimo grande evento celebrato da Benedetto XVI sulla
spianata dell’aeroporto cittadino di Friburgo, nella
splendida cornice della Foresta Nera. Fin dalle prime ore
del mattino, decine di migliaia di persone sono confluite
ordinatamente nel luogo convenuto per la celebrazione
della Santa Messa e la recita dell’Angelus. Di fronte a
quasi centomila fedeli, il Papa ha ricevuto il saluto
dell’arcivescovo di Friburgo, mons. Robert Zollitsch,
che ha evocato il motto del viaggio “Dove c’è Dio, là
c’è futuro” ed ha ringraziato il Pontefice per
l’incoraggiamento ricevuto dai cattolici tedeschi nel
“rafforzare la propria fede” e “restare saldi nella
speranza”. In un’atmosfera di sereno raccoglimento
mons. Zollitsch ha invitato tutti i convenuti a prepararsi
a celebrare la presenza dell’amore di Dio nella Santa
Eucarestia, affinché la forza che da essa deriva “ci
aiuti a costruire una cultura ed una civiltà dell’amore
in Germania ed in Europa”.
Prima dell’inizio della Santa Messa, cui hanno
assistito anche alcuni esponenti delle Chiese ortodosse ed
orientali, Benedetto XVI ha fatto un lungo giro tra la
folla, raccogliendo il tributo calorosissimo dei cattolici
del Sud della Germania che erano oggi la maggior parte,
anche se non sono mancati gruppi giunti da diverse regioni
del Paese.
Il Papa ha incentrato l’Omelia sulla possibilità di
dare una prospettiva cristiana alla realtà dei nostri
tempi ed ha indicato il Vangelo come un fondamento per
orientare la vita dei cristiani di oggi. “Di fronte a
tutte le cose terribili che avvengono oggi nel mondo” ha
– detto il Papa – ci sono teologi che “dicono che
Dio non può essere Onnipotente”. La Chiesa, tuttavia,
si deve opporre con vigore a questa affermazione:
“Wir sind froh und dankbar, daß er allmächtig
ist....
Noi siamo lieti e riconoscenti che Egli sia
onnipotente. Ma dobbiamo, al contempo, renderci conto che
Egli esercita il suo potere in maniera diversa da come gli
uomini sono soliti fare. Egli stesso ha posto un limite al
suo potere, riconoscendo la libertà delle sue
creature”.
Dio desidera, dunque, la salvezza del suo popolo, ma
senza costrizioni:
“Damit die Macht seines Erbarmens unsere Herzen
anrühren kann, …
Affinché il potere della sua misericordia possa
toccare i nostri cuori occorre la disponibilità di
abbandonare il male, di alzarsi dall’indifferenza e dare
spazio alla sua Parola”.
Tornando poi alla lettura del Vangelo e alla parabola
dei due fratelli invitati dal padre a lavorare nella
vigna, Benedetto XVI ha invitato i cattolici tedeschi ad
intraprendere un impegno sempre più concreto
nell’esercizio della propria fede: “Non contano le
parole, ma l’agire, le conversioni di fede”:
“In die Sprache der Gegenwart übersetzt könnte
das Wort etwa so lauten: …
Tradotta nel linguaggio del nostro tempo,
l’affermazione potrebbe suonare più o meno così:
agnostici, che a motivo della questione su Dio non trovano
pace; persone che soffrono a causa dei nostri peccati e
hanno desiderio di un cuore puro, sono più vicini al
Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli ‘di routine’,
che nella Chiesa vedono ormai soltanto l’apparato, senza
che il loro cuore sia toccato dalla fede”.
E proprio su questa riflessione Benedetto XVI coglie
l’occasione per lodare la ricchezza delle istituzioni
pastorali, sociali e caritative della Chiesa in Germania,
nelle quali, dice, “l’amore per il prossimo viene
esercitato in una forma anche socialmente efficace e fino
ai confini della terra”, ma rischia di essere un impegno
incompleto se si dimentica lo spirito dell’insegnamento
di Gesù:
“Das offene Herz, das sich von der LIebe Christi
…
Il cuore aperto, che si lascia toccare dall’amore
di Cristo, e così dà al prossimo, che ha bisogno di noi,
più che un servizio tecnico: l’amore, in cui
all’altro si rende visibile il Dio che ama, Cristo”.
Il rinnovamento della Chiesa, in ultima analisi,
prosegue Benedetto XVI, può realizzarsi solo attraverso
la disponibilità alla conversione ed attraverso una fede
rinnovata:
“Die Kirche in Deutschland wird für die weltweite
katholische …
La Chiesa in Germania continuerà ad essere una
benedizione per la comunità cattolica mondiale, se rimane
fedelmente unita con i Successori di san Pietro e degli
Apostoli, se cura in molteplici modi la collaborazione con
i Paesi di missione e si lascia anche ‘contagiare’ in
questo dalla gioia nella fede delle giovani Chiese”.
Unità ed universalità della Chiesa, dunque, sono le
caratteristiche che la chiesa tedesca deve avere come
obiettivo per continuare “ad essere una benedizione per
la comunità cattolica mondiale”. Il sì incondizionato
a Dio da parte di ciascun cattolico – ribadisce il Papa
nella riflessione dell’Angelus a conclusione della Santa
Messa - resta il pilastro su cui costruire la propria
fede:
“Wenn wir nun den Engelsgruß beten, dürfen wir
uns mit dem Jawort …
Allora, anche nella nostra vita l'amore di Dio
diventerà quasi carne, prenderà sempre più forma. Non
dobbiamo avere paura in mezzo a tutte le nostre
preoccupazioni. Dio è buono”.
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Aeroporto turistico di Freiburg im Breisgau
Domenica, 25 settembre 2011
Cari
fratelli e sorelle!
Per me è
emozionante celebrare qui l’Eucaristia, il
Ringraziamento, con tanta gente proveniente da diverse
parti della Germania e dai Paesi confinanti. Vogliamo
rivolgere il nostro ringraziamento soprattutto a Dio, nel
quale viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (cfr At
17,28). Ma vorrei ringraziare anche voi tutti per la
vostra preghiera a favore del Successore di Pietro,
affinché egli possa continuare a svolgere il suo
ministero con gioia e fiduciosa speranza e confermare i
fratelli nella fede.
“O Dio,
che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la
misericordia e il perdono…”, abbiamo detto nella
colletta del giorno. Nella prima lettura abbiamo ascoltato
come Dio nella storia di Israele ha manifestato il potere
della sua misericordia. L’esperienza dell’esilio
babilonese aveva fatto cadere il popolo in una profonda
crisi di fede: perché era sopravvenuta questa sciagura?
Forse Dio non era veramente potente?
Ci sono
teologi che, di fronte a tutte le cose terribili che
avvengono oggi nel mondo, dicono che Dio non possa essere
affatto onnipotente. Di fronte a questo, noi professiamo
Dio, l’Onnipotente, il Creatore del cielo e della terra.
E noi siamo lieti e riconoscenti che Egli sia onnipotente.
Ma dobbiamo, al contempo, renderci conto che Egli esercita
il suo potere in maniera diversa da come noi uomini siamo
soliti fare. Egli stesso ha posto un limite al suo potere,
riconoscendo la libertà delle sue creature. Noi siamo
lieti e riconoscenti per il dono della libertà. Tuttavia,
quando vediamo le cose tremende, che a causa di essa
avvengono, ci spaventiamo. Fidiamoci di Dio, il cui potere
si manifesta soprattutto nella misericordia e nel perdono.
E siamo certi, cari fedeli: Dio desidera la salvezza del
suo popolo. Desidera la nostra salvezza, la mia salvezza,
la salvezza di ciascuno. Sempre, e soprattutto in tempi di
pericolo e di cambiamento radicale, Egli ci è vicino e il
suo cuore si commuove per noi, si china su di noi. Affinché
il potere della sua misericordia possa toccare i nostri
cuori, ci vuole l’apertura a Lui, ci vuole la libera
disponibilità di abbandonare il male, di alzarsi
dall’indifferenza e di dare spazio alla sua Parola. Dio
rispetta la nostra libertà. Egli non ci costringe. Egli
attende il nostro “sì” e lo mendica, per così dire.
Gesù nel
Vangelo riprende questo tema fondamentale della
predicazione profetica. Racconta la parabola dei due figli
che sono invitati dal padre a lavorare nella vigna. Il
primo figlio rispose: “«Non ne ho voglia»; ma poi,
pentitosi, ci andò” (Mt 21,29). L’altro,
invece, disse al padre: “«Sì, signore», ma non andò”
(Mt 21,30). Alla domanda di Gesù, chi dei due
abbia compiuto la volontà del padre, gli ascoltatori
giustamente rispondono: “Il primo” (Mt 21,31).
Il messaggio della parabola è chiaro: non contano le
parole, ma l’agire, le azioni di conversione e di fede.
Gesù – lo abbiamo sentito - rivolge questo messaggio ai
sommi sacerdoti e agli anziani del popolo di Israele, cioè
agli esperti di religione del suo popolo. Essi, prima,
dicono “sì” alla volontà di Dio. Ma la loro
religiosità diventa routine, e Dio non li inquieta
più. Per questo avvertono il messaggio di Giovanni
Battista e il messaggio di Gesù come un disturbo. Così,
il Signore conclude la sua parabola con parole drastiche:
“I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel
regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della
giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le
prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario,
avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno
pentiti così da credergli” (Mt 21,31-32).
Tradotta nel linguaggio del tempo, l’affermazione
potrebbe suonare più o meno così: agnostici, che a
motivo della questione su Dio non trovano pace; persone
che soffrono a causa dei loro peccati e hanno desiderio di
un cuore puro, sono più vicini al Regno di Dio di quanto
lo siano i fedeli “di routine”, che nella
Chiesa vedono ormai soltanto l’apparato, senza che il
loro cuore sia toccato da questo, dalla fede.
Così, la
parola deve far riflettere molto, anzi, deve scuotere
tutti noi. Questo, però, non significa affatto che tutti
coloro che vivono nella Chiesa e lavorano per essa siano
da valutare come lontani da Gesù e dal Regno di Dio.
Assolutamente no! No, piuttosto è questo il momento per
dire una parola di profonda gratitudine ai tanti
collaboratori impiegati e volontari, senza i quali la vita
nelle parrocchie e nell’intera Chiesa sarebbe
impensabile. La Chiesa in Germania ha molte istituzioni
sociali e caritative, nelle quali l’amore per il
prossimo viene esercitato in una forma anche socialmente
efficace e fino ai confini della terra. A tutti coloro che
si impegnano nella Caritas tedesca o in altre
organizzazioni, oppure che mettono generosamente a
disposizione il loro tempo e le loro forze per incarichi
di volontariato nella Chiesa, vorrei esprimere, in questo
momento, la mia gratitudine e il mio apprezzamento. Tale
servizio richiede innanzitutto una competenza oggettiva e
professionale. Ma nello spirito dell’insegnamento di Gesù
ci vuole di più: il cuore aperto, che si lascia toccare
dall’amore di Cristo, e così dà al prossimo, che ha
bisogno di noi, più che un servizio tecnico: l’amore,
in cui all’altro si rende visibile il Dio che ama,
Cristo. Allora interroghiamoci, anche a partire dal
Vangelo di oggi: come è il mio rapporto personale con
Dio, nella preghiera, nella partecipazione alla Messa
domenicale, nell’approfondimento della fede mediante la
meditazione della Sacra Scrittura e lo studio del
Catechismo della Chiesa Cattolica? Cari amici, il
rinnovamento della Chiesa, in ultima analisi, può
realizzarsi soltanto attraverso la disponibilità alla
conversione e attraverso una fede rinnovata.
Nel
Vangelo di questa Domenica - lo abbiamo visto - si parla
di due figli, dietro i quali, però, ne sta, in modo
misterioso, un terzo. Il primo figlio dice di sì, ma non
fa ciò che gli è stato ordinato. Il secondo figlio dice
di no, ma compie poi la volontà del padre. Il terzo
figlio dice di “sì” e fa anche ciò che gli viene
ordinato. Questo terzo figlio è il Figlio unigenito di
Dio, Gesù Cristo, che ci ha tutti riuniti qui. Gesù,
entrando nel mondo, ha detto: “Ecco, io vengo […] per
fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7). Questo
“sì”, Egli non l’ha solo pronunciato, ma l’ha
compiuto e sofferto fin dentro la morte. Nell’inno
cristologico della seconda lettura si dice: “Egli, pur
essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio
l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una
condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di
croce” (Fil 2, 6-8). In umiltà ed obbedienza,
Gesù ha compiuto la volontà del Padre, è morto sulla
croce per i suoi fratelli e le sue sorelle - per noi - e
ci ha redenti dalla nostra superbia e caparbietà.
Ringraziamolo per il suo sacrificio, pieghiamo le
ginocchia davanti al suo Nome e proclamiamo insieme con i
discepoli della prima generazione: “Gesù Cristo è il
Signore – a gloria di Dio Padre” (Fil 2,10).
La vita
cristiana deve misurarsi continuamente su Cristo:
“Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”
(Fil 2,5), scrive san Paolo nell’introduzione
all’inno cristologico. E qualche versetto prima, egli già
ci esorta: “Se dunque c’è qualche consolazione in
Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità,
se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono
sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia
gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità,
rimanendo unanimi e concordi” (Fil 2,1-2). Come
Cristo era totalmente unito al Padre ed obbediente a Lui,
così i suoi discepoli devono obbedire a Dio ed avere un
medesimo sentire tra loro. Cari amici, con Paolo oso
esortarvi: rendete piena la mia gioia con l’essere
saldamente uniti in Cristo! La Chiesa in Germania supererà
le grandi sfide del presente e del futuro e rimarrà
lievito nella società, se i sacerdoti, le persone
consacrate e i laici credenti in Cristo, in fedeltà alla
propria vocazione specifica, collaborano in unità; se le
parrocchie, le comunità e i movimenti si sostengono e si
arricchiscono a vicenda; se i battezzati e cresimati, in
unione con il Vescovo, tengono alta la fiaccola di una
fede inalterata e da essa lasciano illuminare le loro
ricche conoscenze e capacità. La Chiesa in Germania
continuerà ad essere una benedizione per la comunità
cattolica mondiale, se rimane fedelmente unita con i
Successori di san Pietro e degli Apostoli, se cura in
molteplici modi la collaborazione con i Paesi di missione
e si lascia anche “contagiare” in questo dalla gioia
nella fede delle giovani Chiese.
Con
l’esortazione all’unità, Paolo collega il richiamo
all’umiltà. Egli dice: “Non fate nulla per rivalità
o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà,
consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non
cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli
altri” (Fil 2,3-4). L’esistenza cristiana è
una pro-esistenza: un esserci per l’altro, un impegno
umile per il prossimo e per il bene comune. Cari fedeli,
l’umiltà è una virtù che nel mondo di oggi e, in
genere, di tutti i tempi, non gode di grande stima. Ma i
discepoli del Signore sanno che questa virtù è, per così
dire, l’olio che rende fecondi i processi di dialogo,
possibile la collaborazione e cordiale l’unità. Humilitas,
la parola latina per “umiltà”, ha a che fare con humus,
cioè con l’aderenza alla terra, alla realtà. Le
persone umili stanno con ambedue i piedi sulla terra. Ma
soprattutto ascoltano Cristo, la Parola di Dio, la quale
rinnova ininterrottamente la Chiesa ed ogni suo membro.
Chiediamo
a Dio il coraggio e l’umiltà di camminare sulla via
della fede, di attingere alla ricchezza della sua
misericordia e di tenere fisso lo sguardo su Cristo, la
Parola che fa nuove tutte le cose, che per noi è “la
via, la verità e la vita” (Gv 14,6), che è il
nostro futuro. Amen.
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