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VIAGGIO IN
GERMANIA, INCONTRO CON GLI EVANGELICI |
Radio
Vaticana, 23 settembre 2011
L'incontro di
Benedetto XVI a Erfurt con la Chiesa evangelica: il
secolarismo non deve privarci di ciò che ci rende tutti
cristiani
Il viaggio del Papa in Germania, dopo il discorso di
ieri al Bundestag, è stato caratterizzato da un altro
evento storico: l’incontro con il Consiglio della Chiesa
evangelica tedesca nell’ex Convento agostiniano di
Erfurt, nella Turingia, seconda tappa della 21.ma visita
apostolica internazionale di Benedetto XVI. Ce ne parla
uno dei nostri inviati in Germania, Sergio Centofanti:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
L’arrivo ad Erfurt è suggestivo: la Cattedrale
cattolica di Santa Maria, con le sue caratteristiche torri
gotiche che puntano verso il cielo, è stato il primo
momento della visita del Papa che ha venerato il
Reliquiario di San Bonifacio, grande evangelizzatore della
Germania nell’ottavo secolo. Festosa l’accoglienza dei
fedeli che in questa città sono una piccola minoranza.
Il Papa si è recato poi nell’antico Convento
agostiniano di Erfurt, dove Lutero studiò teologia
incamminandosi verso il sacerdozio: non nasconde la
propria emozione di incontrare i rappresentanti del
Consiglio della Chiesa Evangelica.
La vescova della Chiesa evangelica della Germania
centrale, Ilse Junkerman, gli dà il più cordiale
benvenuto invocando lo Spirito Santo perché possano
essere compiuti “passi ricchi di benedizioni”.
Il presidente della Chiesa evangelica tedesca, il pastore
Nikolaus Schneider, guarda alla prospettiva di giungere a
comprendere le diverse tradizioni cristiane cresciute
separatamente, quali doni comuni della Chiesa di Cristo.
Pensa ai matrimoni cristiani misti: “Per noi tutti –
afferma – sarebbe una benedizione poter rendere loro
possibile, in un tempo non troppo lontano, una comunione
eucaristica libera, scevra da impedimenti”.
Benedetto XVI ricorda la lotta interiore di Lutero alla
ricerca di un Dio misericordioso e la sua domanda:
“’Come posso avere un Dio misericordioso?’. Che
questa domanda sia stata la forza motrice di tutto il suo
cammino mi colpisce sempre nuovamente. Chi, infatti, si
preoccupa oggi di questo, anche tra i cristiani? (…) La
maggior parte della gente, anche dei cristiani, oggi dà
per scontato che Dio (…) non si interessa dei nostri
peccati e delle nostre virtù”.
E se oggi – aggiunge il Papa – “si crede ancora in
un al di là e in un giudizio di Dio, allora quasi tutti
presupponiamo (…) che Dio (…) nella sua misericordia,
ignorerà le nostre piccole mancanze”:
“Ma sono veramente così piccole le nostre mancanze?
Non viene forse devastato il mondo a causa della
corruzione dei grandi, ma anche dei piccoli, che pensano
soltanto al proprio tornaconto? Non viene forse devastato
a causa del potere della droga, che vive, da una parte,
della brama di vita e di denaro e, dall’altra,
dell’avidità di piacere delle persone dedite ad essa?
Non è forse minacciato dalla crescente disposizione alla
violenza che, non di rado, si maschera con l’apparenza
della religiosità?”.
“No, il male non è un’inezia” – esclama il Papa
– e non sarebbe “così potente se noi mettessimo Dio
veramente al centro della nostra vita”. Benedetto XVI
invita a porsi in modo nuovo la “scottante domanda” di
Lutero: “Qual è la posizione di Dio nei miei confronti,
come mi trovo io davanti a Dio?”. Quindi fa il punto sul
cammino verso l’unità:
“La cosa più necessaria per l’ecumenismo è
innanzitutto che, sotto la pressione della
secolarizzazione, non perdiamo quasi inavvertitamente le
grandi cose che abbiamo in comune, che di per sé ci
rendono cristiani (…) È questo il grande progresso
ecumenico degli ultimi decenni: che ci siamo resi conto di
questa comunione”.
Ma “Il pericolo di perderla, purtroppo – sottolinea
– non è irreale”. A questo proposito ricorda la
diffusione di “una forma nuova di cristianesimo … a
volte preoccupante” per le sue tensioni irrazionali. E
di fronte a una società in cui l’assenza di Dio “si
fa sempre più pesante” invita a non cedere “alla
pressione della secolarizzazione” per “diventare
moderni mediante un annacquamento della fede”, anche se
“la fede deve essere ripensata e soprattutto rivissuta
oggi in modo nuovo per diventare una cosa che appartiene
al presente”:
“Non è l’annacquamento della fede che aiuta bensì
solo il viverla interamente nel nostro oggi. Questo è un
compito ecumenico centrale. In questo dovremmo aiutarci a
vicenda: a credere in modo più profondo e più vivo. Non
saranno le tattiche a salvarci, a salvare il
cristianesimo, ma una fede ripensata e rivissuta in modo
nuovo. Come i martiri dell’epoca nazista ci hanno
condotti gli uni verso gli altri e hanno suscitato la
prima grande apertura ecumenica, così anche oggi la fede,
vissuta a partire dell’intimo di se stessi, in un mondo
secolarizzato, è la forza ecumenica più forte che ci
ricongiunge, guidandoci verso l’unità nell’unico
Signore”.
L’argomento è stato ripreso dal Papa nel successivo
Atto ecumenico che si è svolto nella Chiesa
dell’ex-Convento degli Agostiniani. Significativa la
lettura del Salmo 146 nella traduzione tedesca di Lutero.
Alla vigilia di questo viaggio – ha detto – “si è
parlato diverse volte di un dono ecumenico dell’ospite,
che ci si aspettava da questa visita”, quasi un
risultato concreto come frutto di questo incontro, ma
“questo – ha spiegato – costituisce un
fraintendimento politico” dell’ecumenismo, che non può
essere paragonato a una trattativa politica per
raggiungere un compromesso, nella ponderazione dei
vantaggi e degli svantaggi, che vada bene per tutte le
parti:
“La fede dei cristiani non si basa su una
ponderazione dei nostri vantaggi e svantaggi. Una fede
autocostruita è priva di valore. La fede non è una cosa
che noi escogitiamo o concordiamo. È il fondamento su cui
viviamo. L’unità cresce (…) solo attraverso un sempre
più profondo penetrare nella fede mediante il pensiero e
la vita”.
Il Papa rileva, quindi, la necessità di lasciarsi
attrarre dalla preghiera di Gesù per l’unità: “Fa’
che diventiamo una sola cosa (…) perché il mondo
creda”.
(musica)
Per la prima volta un Pontefice parla al Bundestag. Ed
è un Papa figlio della Germania. Basterebbe questo dato
di cronaca per comprendere la straordinarietà
dell’evento avvenuto ieri pomeriggio al palazzo del
Reichstag di Berlino. Un momento memorabile, come lo
stesso presidente del Bundestag, Norbert Lammert,
sottolinea nel suo saluto. Il clima è particolarmente
cordiale, le defezioni sugli scranni sono poche,
certamente meno di quelle annunciate alla vigilia del
discorso.
“Und selten hat eine Rede…”
Il presidente Lammert osserva che raramente un discorso
nell’aula parlamentare tedesca aveva “suscitato tanta
attenzione” e “interesse” prima ancora di essere
pronunciato. E richiama il tema tanto caro a Joseph
Ratzinger del dialogo tra fede e ragione. “Gioia e
onore”, sono i sentimenti che il Papa tedesco esprime
all’inizio del suo discorso. Una riflessione che muove
dalla preghiera che il giovane re Salomone rivolge a Dio
in occasione della sua intronizzazione: “Concedi al tuo
servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al
tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male”. Con
questo racconto, spiega il Papa, la Bibbia ci mostra cosa
è davvero importante per un politico, quale sia “il suo
criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro”: la
politica “deve essere un impegno per la giustizia e
creare così le condizioni di fondo per la pace”. E con
il “De Civitate Dei” di Sant’Agostino rammenta che
uno Stato senza diritto non si distingue da una banda di
briganti:
“Wir Deutsche wissen es aus eigener…”
“Noi tedeschi – riconosce – sappiamo per nostra
esperienza che queste parole non sono un vuoto
spauracchio”. Noi, soggiunge, riferendosi agli anni bui
del nazismo, “abbiamo sperimentato il separarsi del
potere dal diritto, il porsi del potere contro il
diritto”. Lo Stato, avverte, era “diventato lo
strumento per la distruzione del diritto” e minacciava
di spingere il mondo intero “sull’orlo del
precipizio”. Ritorna allora la richiesta salomonica, la
capacità di distinzione tra “il bene e il male, tra il
vero diritto e il diritto solo apparente”. Il Papa
constata che si fa appello giuridicamente al principio di
maggioranza. Ma questo, è il suo monito, è evidente che
nelle “questioni fondamentali del diritto” quando è
in gioco “la dignità dell’uomo” non basta:
“Von dieser Űberzeugung her haben…”
“In base a questa convinzione – sottolinea – i
combattenti della resistenza hanno agito contro il regime
nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così
un servizio al diritto e all’intera umanità”. Per
queste persone, spiega, “era evidente in modo
incontestabile che il diritto vigente, in realtà era
ingiustizia”:
“Wie erkennt man, was recht ist?...”
“Come si riconosce ciò che è giusto”, si chiede
ancora il Papa. E osserva che contrariamente ad altre
grandi religioni, “il cristianesimo non ha mai imposto
allo Stato e alla società un diritto rivelato, un
ordinamento giuridico derivante da una rivelazione”. Ha
invece “rimandato alla natura e alla ragione quali vere
fonti del diritto”, ha rimandato “all’armonia tra
ragione oggettiva e soggettiva”. E proprio da questo
contatto, ribadisce, “è nata la cultura giuridica
occidentale”. Ecco allora che è stato decisivo, annota
il Pontefice, che i teologi cristiani “si siano messi
dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte
giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella
loro correlazione”. Ma, riconosce con rammarico,
“nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico
cambiamento” e oggi l’idea del diritto naturale è
considerata “una dottrina cattolica” su cui “non
varrebbe la pena di discutere al di fuori dell’ambito
cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne
anche soltanto il termine”. Il Papa critica il
“dominio esclusivo della ragione positivista” che da
molti “è considerata come l’unica visione
scientifica”:
“Wo die positivistiche Vernunft…”
“Dove la ragione positivista si ritiene come la sola
cultura sufficiente”, avverte il Papa, “essa riduce
l’uomo, anzi minaccia la sua umanità”. La ragione
positivista “non è in grado di percepire qualcosa al di
là di ciò che è funzionale”. Si presenta, afferma con
un’efficace immagine, come degli edifici “di cemento
armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce
da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal
mondo visto da Dio”. Bisogna allora “tornare a
spalancare le finestre”, è la sua esortazione,
“dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il
cielo e la terra”. Ma come ciò si può realizzare? Il
Papa fa riferimento alla nascita nella politica tedesca
del movimento ecologico, “un grido che anela all’aria
fresca” :
“Jungen Menschen war…”
“Persone giovani – ricorda – si erano rese conto
che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che
non va; che la materia non è soltanto un materiale per il
nostro fare”, ma “porta in sé la propria dignità”.
E’ chiaro, afferma scherzosamente il Papa suscitando il
sorriso dei deputati, che “qui non faccio propaganda per
un determinato partito politico, nulla mi è più estraneo
di questo”. Ma ci tiene a ritornare sull’importanza
dell’ecologia e in particolare dell’ecologia
dell’uomo che possiede una natura che va rispettata e
non può essere manipolata a piacere:
“Der Mensch macht sich nicht…”
“L’uomo – afferma in uno dei passaggi più
applauditi – non è soltanto una libertà che si crea da
sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà,
ma è anche natura e la sua volontà è giusta quando egli
ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso
per quello che è, e che non si è creato da sé”. Il
Papa conclude il suo discorso sul patrimonio culturale
dell’Europa, rammentando che “sulla base della
convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono
state sviluppate” l’idea dei diritti umani e
dell’eguaglianza:
“Die Kultur Europas ist aus der…”
“La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra
Gerusalemme, Atene e Roma, dall’incontro tra la fede in
Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il
pensiero giuridico di Roma”. Questo “triplice
incontro”, ribadisce Benedetto XVI, “forma l’intima
identità dell’Europa”. Al termine del discorso, il
Papa è stato lungamente applaudito dai parlamentari che
si sono unanimemente alzati in piedi in omaggio a questa
storica visita.
(Applausi)
INCONTRO CON I
RAPPRESENTANTI
DEL CONSIGLIO DELLA "CHIESA EVANGELICA IN
GERMANIA"
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Sala del Capitolo dell'ex-Convento degli Agostiniani
di Erfurt
Venerdì, 23 settembre 2011
Illustri
Signore e Signori!
Prendendo
la parola, vorrei innanzitutto ringraziare di cuore per
questa opportunità d’incontrarci qui. La mia
particolare gratitudine va a Lei, caro Fratello Presidente
Schneider, che mi ha dato il benvenuto e che con le sue
parole mi ha accolto in mezzo a voi. Lei ha aperto il suo
cuore, ha espresso apertamente la fede veramente comune,
il desiderio di unità. E noi siamo anche lieti, poiché
ritengo che questa assemblea, i nostri incontri, vengano
celebrati anche come la festa della comunione nella fede.
Vorrei inoltre ringraziare tutti per il vostro dono di
poter conversare insieme come cristiani qui, in questo
luogo storico.
Per me,
come Vescovo di Roma, è un momento di profonda emozione
incontrarvi qui, nell’antico convento agostiniano di
Erfurt. Abbiamo appena sentito che qui Lutero ha studiato
teologia. Qui è stato ordinato sacerdote. Contro il
desiderio del padre, egli non continuò gli studi di
giurisprudenza, ma studiò teologia e si incamminò verso
il sacerdozio nell’Ordine di sant’Agostino. E in
questo cammino non gli interessava questo o quello. Ciò
che non gli dava pace era la questione su Dio, che fu la
passione profonda e la molla della sua vita e
dell’intero suo cammino. “Come posso avere un Dio
misericordioso?”: questa domanda gli penetrava nel cuore
e stava dietro ogni sua ricerca teologica e ogni lotta
interiore. Per Lutero la teologia non era una questione
accademica, ma la lotta interiore con se stesso, e questo,
poi, era una lotta riguardo a Dio e con Dio.
“Come
posso avere un Dio misericordioso?”. Che questa domanda
sia stata la forza motrice di tutto il suo cammino mi
colpisce sempre nuovamente nel cuore. Chi, infatti, si
oggi si preoccupa ancora di questo, anche tra i cristiani?
Che cosa significa la questione su Dio nella nostra vita?
Nel nostro annuncio? La maggior parte della gente, anche
dei cristiani, oggi dà per scontato che Dio, in ultima
analisi, non si interessa dei nostri peccati e delle
nostre virtù. Egli sa, appunto, che tutti siamo soltanto
carne. Se si crede ancora in un al di là e in un giudizio
di Dio, allora quasi tutti presupponiamo in pratica che
Dio debba essere generoso e, alla fine, nella sua
misericordia, ignorerà le nostre piccole mancanze. La
questione non ci preoccupa più. Ma sono veramente così
piccole le nostre mancanze? Non viene forse devastato il
mondo a causa della corruzione dei grandi, ma anche dei
piccoli, che pensano soltanto al proprio tornaconto? Non
viene forse devastato a causa del potere della droga, che
vive, da una parte, della brama di vita e di denaro e,
dall’altra, dell’avidità di piacere delle persone
dedite ad essa? Non è forse minacciato dalla crescente
disposizione alla violenza che, non di rado, si maschera
con l’apparenza della religiosità? La fame e la povertà
potrebbero devastare a tal punto intere parti del mondo se
in noi l’amore di Dio e, a partire da Lui, l’amore per
il prossimo, per le creature di Dio, gli uomini, fosse più
vivo? E le domande in questo senso potrebbero continuare.
No, il male non è un’inezia. Esso non potrebbe essere
così potente se noi mettessimo Dio veramente al centro
della nostra vita. La domanda: Qual è la posizione di Dio
nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio? –
questa scottante domanda di Lutero deve diventare di
nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra
domanda, non accademica, ma concreta. Penso che questo sia
il primo appello che dovremmo sentire nell’incontro con
Martin Lutero.
E poi è
importante: Dio, l’unico Dio, il Creatore del cielo e
della terra, è qualcosa di diverso da un’ipotesi
filosofica sull’origine del cosmo. Questo Dio ha un
volto e ci ha parlato. Nell’uomo Gesù Cristo è
diventato uno di noi – insieme vero Dio e vero uomo. Il
pensiero di Lutero, l’intera sua spiritualità era del
tutto cristocentrica: “Ciò che promuove la causa di
Cristo” era per Lutero il criterio ermeneutico decisivo
nell’interpretazione della Sacra Scrittura. Questo, però,
presuppone che Cristo sia il centro della nostra
spiritualità e che l’amore per Lui, il vivere insieme
con Lui orienti la nostra vita.
Ora forse
si potrebbe dire: va bene, ma cosa ha a che fare tutto
questo con la nostra situazione ecumenica? Tutto ciò è
forse soltanto un tentativo di eludere con tante parole i
problemi urgenti, nei quali aspettiamo progressi pratici,
risultati concreti? A questo riguardo rispondo: la cosa più
necessaria per l’ecumenismo è innanzitutto che, sotto
la pressione della secolarizzazione, non perdiamo quasi
inavvertitamente le grandi cose che abbiamo in comune, che
di per sé ci rendono cristiani e che ci sono restate come
dono e compito. È stato l’errore dell’età
confessionale aver visto per lo più soltanto ciò che
separa, e non aver percepito in modo esistenziale ciò che
abbiamo in comune nelle grandi direttive della Sacra
Scrittura e nelle professioni di fede del cristianesimo
antico. È questo per me il grande progresso ecumenico
degli ultimi decenni: che ci siamo resi conto di questa
comunione e, nel pregare e cantare insieme, nell’impegno
comune per l’ethos cristiano di fronte al mondo,
nella comune testimonianza del Dio di Gesù Cristo in
questo mondo, riconosciamo tale comunione come il nostro
comune fondamento imperituro.
Certo, il
pericolo di perderla non è irreale. Vorrei far brevemente
notare due aspetti. Negli ultimi tempi, la geografia del
cristianesimo è profondamente cambiata e sta cambiando
ulteriormente. Davanti ad una forma nuova di
cristianesimo, che si diffonde con un immenso dinamismo
missionario, a volte preoccupante nelle sue forme, le
Chiese confessionali storiche restano spesso perplesse. È
un cristianesimo di scarsa densità istituzionale, con
poco bagaglio razionale e ancora meno bagaglio dogmatico e
anche con poca stabilità. Questo fenomeno mondiale –
che mi viene continuamente descritto dai vescovi di tutto
il mondo – ci pone tutti davanti alla domanda: che cosa
ha da dire a noi di positivo e di negativo questa nuova
forma di cristianesimo? In ogni caso, ci mette nuovamente
di fronte alla domanda su che cosa sia ciò che resta
sempre valido e che cosa possa o debba essere cambiato, di
fronte alla questione circa la nostra scelta fondamentale
nella fede.
Più
profonda e nel nostro Paese più scottante è la seconda
sfida per l’intera cristianità; di essa vorrei parlare:
si tratta del contesto del mondo secolarizzato, nel quale
dobbiamo vivere e testimoniare oggi la nostra fede.
L’assenza di Dio nella nostra società si fa più
pesante, la storia della sua rivelazione, di cui ci parla
la Scrittura, sembra collocata in un passato che si
allontana sempre di più. Occorre forse cedere alla
pressione della secolarizzazione, diventare moderni
mediante un annacquamento della fede? Naturalmente, la
fede deve essere ripensata e soprattutto rivissuta oggi in
modo nuovo per diventare una cosa che appartiene al
presente. Ma non è l’annacquamento della fede che
aiuta, bensì solo il viverla interamente nel nostro oggi.
Questo è un compito ecumenico centrale nel quale dobbiamo
aiutarci a vicenda: a credere in modo più profondo e più
vivo. Non saranno le tattiche a salvarci, a salvare il
cristianesimo, ma una fede ripensata e rivissuta in modo
nuovo, mediante la quale Cristo, e con Lui il Dio vivente,
entri in questo nostro mondo. Come i martiri dell’epoca
nazista ci hanno condotti gli uni verso gli altri e hanno
suscitato la prima grande apertura ecumenica, così anche
oggi la fede, vissuta a partire dell’intimo di se
stessi, in un mondo secolarizzato, è la forza ecumenica
più forte che ci ricongiunge, guidandoci verso l’unità
nell’unico Signore. E per questo lo preghiamo di
imparare di nuovo a vivere la fede per poter diventare così
una cosa sola.
©
Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana
CELEBRAZIONE
ECUMENICA
PAROLE
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Chiesa dell'ex-Convento degli Agostiniani di Erfurt
Venerdì, 23 settembre 2011
Cari
fratelli e sorelle nel Signore!
“Non
prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno
in me mediante la loro parola” (Gv 17,20): così
ha detto Gesù nel Cenacolo, al Padre. Egli intercede per
le generazioni future di credenti. Guarda al di là del
Cenacolo verso il futuro. Ha pregato anche per noi. E
prega per la nostra unità. Questa preghiera di Gesù non
è semplicemente una cosa del passato. Sempre Egli sta
davanti al Padre intercedendo per noi, e così in
quest’ora sta in mezzo a noi e vuole attrarci nella sua
preghiera. Nella preghiera di Gesù si trova il luogo
interiore, più profondo, della nostra unità. Diventeremo
una sola cosa, se ci lasceremo attirare dentro tale
preghiera. Ogni volta che, come cristiani, ci troviamo
riuniti nella preghiera, questa lotta di Gesù riguardo a
noi e con il Padre per noi dovrebbe toccarci profondamente
nel cuore. Quanto più ci lasciamo attrarre in questa
dinamica, tanto più si realizza l’unità.
È
rimasta inascoltata la preghiera di Gesù? La storia del
cristianesimo è, per così dire, il lato visibile di
questo dramma, in cui Cristo lotta e soffre con noi esseri
umani. Sempre di nuovo Egli deve sopportare il contrasto
con l’unità, e tuttavia sempre di nuovo si compie anche
l’unità con Lui e così con il Dio trinitario. Dobbiamo
vedere ambedue le cose: il peccato dell’uomo, che si
nega a Dio, si ritira in se stesso, ma anche le vittorie
di Dio, che sostiene la Chiesa nonostante la sua debolezza
e attira continuamente uomini dentro di sé, avvicinandoli
così gli uni agli altri. Per questo, in un incontro
ecumenico, non dovremmo soltanto lamentare le divisioni e
le separazioni, bensì ringraziare Dio per tutti gli
elementi di unità che ha conservato per noi e sempre di
nuovo ci dona. E questa gratitudine deve al contempo
essere disponibilità a non perdere, in mezzo ad un tempo
di tentazione e di pericoli, l’unità così donata.
L’unità
fondamentale consiste nel fatto che crediamo in Dio, Padre
onnipotente, Creatore del cielo e della terra. Che lo
professiamo quale Dio trinitario – Padre, Figlio e
Spirito Santo. L’unità suprema non è solitudine di una
monade, ma unità attraverso l’amore. Crediamo in Dio
– nel Dio concreto. Crediamo nel fatto che Dio ci ha
parlato e si è fatto uno di noi. Testimoniare questo Dio
vivente è il nostro comune compito nel momento attuale.
L’uomo
ha bisogno di Dio, oppure le cose vanno abbastanza bene
anche senza di Lui? Quando, in una prima fase
dell’assenza di Dio, la sua luce continua ancora a
mandare i suoi riflessi e tiene insieme l’ordine
dell’esistenza umana, si ha l’impressione che le cose
funzionino abbastanza bene anche senza Dio. Ma quanto più
il mondo si allontana da Dio, tanto più diventa chiaro
che l’uomo, nell’hybris del potere, nel vuoto
del cuore e nella brama di soddisfazione e di felicità,
“perde” sempre di più la vita. La sete di infinito è
presente nell’uomo in modo inestirpabile. L’uomo è
stato creato per la relazione con Dio e ha bisogno di Lui.
Il nostro primo servizio ecumenico in questo tempo deve
essere di testimoniare insieme la presenza del Dio vivente
e con ciò dare al mondo la risposta di cui ha bisogno.
Naturalmente di questa testimonianza fondamentale per Dio
fa parte, in modo assolutamente centrale, la testimonianza
per Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, che è vissuto
insieme con noi, ha patito per noi, è morto per noi e,
nella risurrezione, ha spalancato la porta della morte.
Cari amici, fortifichiamoci in questa fede! Aiutiamoci a
vicenda a viverla! Questo è un grande compito ecumenico
che ci introduce nel cuore della preghiera di Gesù.
La serietà
della fede in Dio si manifesta nel vivere la sua parola.
Si manifesta, nel nostro tempo, in modo molto concreto,
nell’impegno per quella creatura che Egli volle a sua
immagine, per l’uomo. Viviamo in un tempo in cui i
criteri dell’essere uomini sono diventati incerti.
L’etica viene sostituita con il calcolo delle
conseguenze. Di fronte a ciò noi come cristiani dobbiamo
difendere la dignità inviolabile dell’uomo, dal
concepimento fino alla morte – nelle questioni della
diagnosi pre-impiantatoria fino all’eutanasia. “Solo
chi conosce Dio, conosce l’uomo”, ha detto una volta
Romano Guardini. Senza la conoscenza di Dio, l’uomo
diventa manipolabile. La fede in Dio deve concretizzarsi
nel nostro comune impegno per l’uomo. Fanno parte di
tale impegno per l’uomo non soltanto questi criteri
fondamentali di umanità, ma soprattutto e molto
concretamente l’amore che Gesù Cristo ci insegna nella
descrizione del Giudizio finale (Mt 25): il Dio
giudice ci giudicherà secondo come ci siamo comportati
nei confronti di coloro che ci sono prossimi, nei
confronti dei più piccoli dei suoi fratelli. La
disponibilità ad aiutare, nelle necessità di questo
tempo, al di là del proprio ambiente di vita è un
compito essenziale del cristiano.
Ciò vale
anzitutto, come detto, nell’ambito della vita personale
di ciascuno. Ma vale poi nella comunità di un popolo e di
uno Stato, in cui tutti noi dobbiamo farci carico gli uni
degli altri. Vale per il nostro Continente, in cui siamo
chiamati alla solidarietà in Europa. E, infine, vale al
di là di tutte le frontiere: la carità cristiana esige
oggi il nostro impegno anche per la giustizia nel vasto
mondo. So che da parte dei tedeschi e della Germania si fa
molto per rendere possibile a tutti gli uomini
un’esistenza degna dell’uomo, e per questo vorrei dire
una parola di viva gratitudine.
Infine
vorrei ancora accennare ad una dimensione più profonda
del nostro obbligo di amare. La serietà della fede si
manifesta soprattutto anche quando essa ispira certe
persone a mettersi totalmente a disposizione di Dio e, a
partire da Dio, degli altri. I grandi aiuti diventano
concreti soltanto quando sul luogo esistono coloro che
sono totalmente a disposizione dell’altro e con ciò
rendono credibile l’amore di Dio. Persone del genere
sono un segno importante per la verità della nostra fede.
Alla
vigilia della mia visita si è parlato diverse volte di un
dono ecumenico dell’ospite, che ci si aspettava da una
tale visita. Non c’è bisogno che io specifichi i doni
menzionati in tale contesto. Al riguardo vorrei dire che
questo, come per lo più è apparso, costituisce un
fraintendimento politico della fede e dell’ecumenismo.
Quando un Capo di Stato visita un Paese amico,
generalmente precedono contatti tra le istanze, che
preparano la stipulazione di uno o anche di più accordi
tra i due Stati: nella ponderazione dei vantaggi e degli
svantaggi si arriva al compromesso che, alla fine, appare
vantaggioso per ambedue le parti, così che poi il
trattato può essere firmato. Ma la fede dei cristiani non
si basa su una ponderazione dei nostri vantaggi e
svantaggi. Una fede autocostruita è priva di valore. La
fede non è una cosa che noi escogitiamo e concordiamo. È
il fondamento su cui viviamo. L’unità cresce non
mediante la ponderazione di vantaggi e svantaggi, bensì
solo attraverso un sempre più profondo penetrare nella
fede mediante il pensiero e la vita. In questa maniera,
negli ultimi 50 anni, e in particolare anche dalla visita
di Papa Giovanni Paolo II, 30 anni fa, è cresciuta
molta comunanza, della quale possiamo essere solo grati.
Mi piace ricordare l’incontro con la commissione guidata
dal Vescovo [luterano] Lohse, nella quale ci si è
esercitati insieme in questo penetrare in modo profondo
nella fede mediante il pensiero e la vita. A tutti coloro
che hanno collaborato in questo – per la parte
cattolica, in modo particolare, al Cardinale Lehmann –
vorrei esprimere vivo ringraziamento. Non menziono altri
nomi – il Signore li conosce tutti. Insieme possiamo
tutti solo ringraziare il Signore per le vie dell’unità
sulle quali ci ha condotti, ed associarci in umile fiducia
alla sua preghiera: Fa’ che diventiamo una sola cosa,
come Tu sei una sola cosa col Padre, perché il mondo
creda che Egli Ti ha mandato” (cfr Gv 17,21).
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