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VIAGGIO IN GERMANIA, INCONTRO CON GLI EVANGELICI

Radio Vaticana, 23 settembre 2011

L'incontro di Benedetto XVI a Erfurt con la Chiesa evangelica: il secolarismo non deve privarci di ciò che ci rende tutti cristiani

Il viaggio del Papa in Germania, dopo il discorso di ieri al Bundestag, è stato caratterizzato da un altro evento storico: l’incontro con il Consiglio della Chiesa evangelica tedesca nell’ex Convento agostiniano di Erfurt, nella Turingia, seconda tappa della 21.ma visita apostolica internazionale di Benedetto XVI. Ce ne parla uno dei nostri inviati in Germania, Sergio Centofanti:

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

L’arrivo ad Erfurt è suggestivo: la Cattedrale cattolica di Santa Maria, con le sue caratteristiche torri gotiche che puntano verso il cielo, è stato il primo momento della visita del Papa che ha venerato il Reliquiario di San Bonifacio, grande evangelizzatore della Germania nell’ottavo secolo. Festosa l’accoglienza dei fedeli che in questa città sono una piccola minoranza.

Il Papa si è recato poi nell’antico Convento agostiniano di Erfurt, dove Lutero studiò teologia incamminandosi verso il sacerdozio: non nasconde la propria emozione di incontrare i rappresentanti del Consiglio della Chiesa Evangelica.

La vescova della Chiesa evangelica della Germania centrale, Ilse Junkerman, gli dà il più cordiale benvenuto invocando lo Spirito Santo perché possano essere compiuti “passi ricchi di benedizioni”.

Il presidente della Chiesa evangelica tedesca, il pastore Nikolaus Schneider, guarda alla prospettiva di giungere a comprendere le diverse tradizioni cristiane cresciute separatamente, quali doni comuni della Chiesa di Cristo. Pensa ai matrimoni cristiani misti: “Per noi tutti – afferma – sarebbe una benedizione poter rendere loro possibile, in un tempo non troppo lontano, una comunione eucaristica libera, scevra da impedimenti”.

Benedetto XVI ricorda la lotta interiore di Lutero alla ricerca di un Dio misericordioso e la sua domanda:

“’Come posso avere un Dio misericordioso?’. Che questa domanda sia stata la forza motrice di tutto il suo cammino mi colpisce sempre nuovamente. Chi, infatti, si preoccupa oggi di questo, anche tra i cristiani? (…) La maggior parte della gente, anche dei cristiani, oggi dà per scontato che Dio (…) non si interessa dei nostri peccati e delle nostre virtù”.

E se oggi – aggiunge il Papa – “si crede ancora in un al di là e in un giudizio di Dio, allora quasi tutti presupponiamo (…) che Dio (…) nella sua misericordia, ignorerà le nostre piccole mancanze”:

“Ma sono veramente così piccole le nostre mancanze? Non viene forse devastato il mondo a causa della corruzione dei grandi, ma anche dei piccoli, che pensano soltanto al proprio tornaconto? Non viene forse devastato a causa del potere della droga, che vive, da una parte, della brama di vita e di denaro e, dall’altra, dell’avidità di piacere delle persone dedite ad essa? Non è forse minacciato dalla crescente disposizione alla violenza che, non di rado, si maschera con l’apparenza della religiosità?”.

“No, il male non è un’inezia” – esclama il Papa – e non sarebbe “così potente se noi mettessimo Dio veramente al centro della nostra vita”. Benedetto XVI invita a porsi in modo nuovo la “scottante domanda” di Lutero: “Qual è la posizione di Dio nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio?”. Quindi fa il punto sul cammino verso l’unità:

“La cosa più necessaria per l’ecumenismo è innanzitutto che, sotto la pressione della secolarizzazione, non perdiamo quasi inavvertitamente le grandi cose che abbiamo in comune, che di per sé ci rendono cristiani (…) È questo il grande progresso ecumenico degli ultimi decenni: che ci siamo resi conto di questa comunione”.

Ma “Il pericolo di perderla, purtroppo – sottolinea – non è irreale”. A questo proposito ricorda la diffusione di “una forma nuova di cristianesimo … a volte preoccupante” per le sue tensioni irrazionali. E di fronte a una società in cui l’assenza di Dio “si fa sempre più pesante” invita a non cedere “alla pressione della secolarizzazione” per “diventare moderni mediante un annacquamento della fede”, anche se “la fede deve essere ripensata e soprattutto rivissuta oggi in modo nuovo per diventare una cosa che appartiene al presente”:

“Non è l’annacquamento della fede che aiuta bensì solo il viverla interamente nel nostro oggi. Questo è un compito ecumenico centrale. In questo dovremmo aiutarci a vicenda: a credere in modo più profondo e più vivo. Non saranno le tattiche a salvarci, a salvare il cristianesimo, ma una fede ripensata e rivissuta in modo nuovo. Come i martiri dell’epoca nazista ci hanno condotti gli uni verso gli altri e hanno suscitato la prima grande apertura ecumenica, così anche oggi la fede, vissuta a partire dell’intimo di se stessi, in un mondo secolarizzato, è la forza ecumenica più forte che ci ricongiunge, guidandoci verso l’unità nell’unico Signore”.

L’argomento è stato ripreso dal Papa nel successivo Atto ecumenico che si è svolto nella Chiesa dell’ex-Convento degli Agostiniani. Significativa la lettura del Salmo 146 nella traduzione tedesca di Lutero.

Alla vigilia di questo viaggio – ha detto – “si è parlato diverse volte di un dono ecumenico dell’ospite, che ci si aspettava da questa visita”, quasi un risultato concreto come frutto di questo incontro, ma “questo – ha spiegato – costituisce un fraintendimento politico” dell’ecumenismo, che non può essere paragonato a una trattativa politica per raggiungere un compromesso, nella ponderazione dei vantaggi e degli svantaggi, che vada bene per tutte le parti:

“La fede dei cristiani non si basa su una ponderazione dei nostri vantaggi e svantaggi. Una fede autocostruita è priva di valore. La fede non è una cosa che noi escogitiamo o concordiamo. È il fondamento su cui viviamo. L’unità cresce (…) solo attraverso un sempre più profondo penetrare nella fede mediante il pensiero e la vita”.

Il Papa rileva, quindi, la necessità di lasciarsi attrarre dalla preghiera di Gesù per l’unità: “Fa’ che diventiamo una sola cosa (…) perché il mondo creda”.

(musica)
Per la prima volta un Pontefice parla al Bundestag. Ed è un Papa figlio della Germania. Basterebbe questo dato di cronaca per comprendere la straordinarietà dell’evento avvenuto ieri pomeriggio al palazzo del Reichstag di Berlino. Un momento memorabile, come lo stesso presidente del Bundestag, Norbert Lammert, sottolinea nel suo saluto. Il clima è particolarmente cordiale, le defezioni sugli scranni sono poche, certamente meno di quelle annunciate alla vigilia del discorso.

“Und selten hat eine Rede…”
Il presidente Lammert osserva che raramente un discorso nell’aula parlamentare tedesca aveva “suscitato tanta attenzione” e “interesse” prima ancora di essere pronunciato. E richiama il tema tanto caro a Joseph Ratzinger del dialogo tra fede e ragione. “Gioia e onore”, sono i sentimenti che il Papa tedesco esprime all’inizio del suo discorso. Una riflessione che muove dalla preghiera che il giovane re Salomone rivolge a Dio in occasione della sua intronizzazione: “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male”. Con questo racconto, spiega il Papa, la Bibbia ci mostra cosa è davvero importante per un politico, quale sia “il suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro”: la politica “deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace”. E con il “De Civitate Dei” di Sant’Agostino rammenta che uno Stato senza diritto non si distingue da una banda di briganti:

“Wir Deutsche wissen es aus eigener…”
“Noi tedeschi – riconosce – sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio”. Noi, soggiunge, riferendosi agli anni bui del nazismo, “abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto”. Lo Stato, avverte, era “diventato lo strumento per la distruzione del diritto” e minacciava di spingere il mondo intero “sull’orlo del precipizio”. Ritorna allora la richiesta salomonica, la capacità di distinzione tra “il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente”. Il Papa constata che si fa appello giuridicamente al principio di maggioranza. Ma questo, è il suo monito, è evidente che nelle “questioni fondamentali del diritto” quando è in gioco “la dignità dell’uomo” non basta:

“Von dieser Űberzeugung her haben…”
“In base a questa convinzione – sottolinea – i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità”. Per queste persone, spiega, “era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà era ingiustizia”:

“Wie erkennt man, was recht ist?...”
“Come si riconosce ciò che è giusto”, si chiede ancora il Papa. E osserva che contrariamente ad altre grandi religioni, “il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione”. Ha invece “rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto”, ha rimandato “all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva”. E proprio da questo contatto, ribadisce, “è nata la cultura giuridica occidentale”. Ecco allora che è stato decisivo, annota il Pontefice, che i teologi cristiani “si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione”. Ma, riconosce con rammarico, “nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento” e oggi l’idea del diritto naturale è considerata “una dottrina cattolica” su cui “non varrebbe la pena di discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine”. Il Papa critica il “dominio esclusivo della ragione positivista” che da molti “è considerata come l’unica visione scientifica”:

“Wo die positivistiche Vernunft…”
“Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente”, avverte il Papa, “essa riduce l’uomo, anzi minaccia la sua umanità”. La ragione positivista “non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale”. Si presenta, afferma con un’efficace immagine, come degli edifici “di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo visto da Dio”. Bisogna allora “tornare a spalancare le finestre”, è la sua esortazione, “dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra”. Ma come ciò si può realizzare? Il Papa fa riferimento alla nascita nella politica tedesca del movimento ecologico, “un grido che anela all’aria fresca” :

“Jungen Menschen war…”
“Persone giovani – ricorda – si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare”, ma “porta in sé la propria dignità”. E’ chiaro, afferma scherzosamente il Papa suscitando il sorriso dei deputati, che “qui non faccio propaganda per un determinato partito politico, nulla mi è più estraneo di questo”. Ma ci tiene a ritornare sull’importanza dell’ecologia e in particolare dell’ecologia dell’uomo che possiede una natura che va rispettata e non può essere manipolata a piacere:

“Der Mensch macht sich nicht…”
“L’uomo – afferma in uno dei passaggi più applauditi – non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé”. Il Papa conclude il suo discorso sul patrimonio culturale dell’Europa, rammentando che “sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate” l’idea dei diritti umani e dell’eguaglianza:

“Die Kultur Europas ist aus der…”
“La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma, dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma”. Questo “triplice incontro”, ribadisce Benedetto XVI, “forma l’intima identità dell’Europa”. Al termine del discorso, il Papa è stato lungamente applaudito dai parlamentari che si sono unanimemente alzati in piedi in omaggio a questa storica visita.

(Applausi)

INCONTRO CON I RAPPRESENTANTI
DEL CONSIGLIO DELLA "CHIESA EVANGELICA IN GERMANIA"

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Sala del Capitolo dell'ex-Convento degli Agostiniani di Erfurt
Venerdì, 23 settembre 2011

 

Illustri Signore e Signori!

Prendendo la parola, vorrei innanzitutto ringraziare di cuore per questa opportunità d’incontrarci qui. La mia particolare gratitudine va a Lei, caro Fratello Presidente Schneider, che mi ha dato il benvenuto e che con le sue parole mi ha accolto in mezzo a voi. Lei ha aperto il suo cuore, ha espresso apertamente la fede veramente comune, il desiderio di unità. E noi siamo anche lieti, poiché ritengo che questa assemblea, i nostri incontri, vengano celebrati anche come la festa della comunione nella fede. Vorrei inoltre ringraziare tutti per il vostro dono di poter conversare insieme come cristiani qui, in questo luogo storico.

Per me, come Vescovo di Roma, è un momento di profonda emozione incontrarvi qui, nell’antico convento agostiniano di Erfurt. Abbiamo appena sentito che qui Lutero ha studiato teologia. Qui è stato ordinato sacerdote. Contro il desiderio del padre, egli non continuò gli studi di giurisprudenza, ma studiò teologia e si incamminò verso il sacerdozio nell’Ordine di sant’Agostino. E in questo cammino non gli interessava questo o quello. Ciò che non gli dava pace era la questione su Dio, che fu la passione profonda e la molla della sua vita e dell’intero suo cammino. “Come posso avere un Dio misericordioso?”: questa domanda gli penetrava nel cuore e stava dietro ogni sua ricerca teologica e ogni lotta interiore. Per Lutero la teologia non era una questione accademica, ma la lotta interiore con se stesso, e questo, poi, era una lotta riguardo a Dio e con Dio.

“Come posso avere un Dio misericordioso?”. Che questa domanda sia stata la forza motrice di tutto il suo cammino mi colpisce sempre nuovamente nel cuore. Chi, infatti, si oggi si preoccupa ancora di questo, anche tra i cristiani? Che cosa significa la questione su Dio nella nostra vita? Nel nostro annuncio? La maggior parte della gente, anche dei cristiani, oggi dà per scontato che Dio, in ultima analisi, non si interessa dei nostri peccati e delle nostre virtù. Egli sa, appunto, che tutti siamo soltanto carne. Se si crede ancora in un al di là e in un giudizio di Dio, allora quasi tutti presupponiamo in pratica che Dio debba essere generoso e, alla fine, nella sua misericordia, ignorerà le nostre piccole mancanze. La questione non ci preoccupa più. Ma sono veramente così piccole le nostre mancanze? Non viene forse devastato il mondo a causa della corruzione dei grandi, ma anche dei piccoli, che pensano soltanto al proprio tornaconto? Non viene forse devastato a causa del potere della droga, che vive, da una parte, della brama di vita e di denaro e, dall’altra, dell’avidità di piacere delle persone dedite ad essa? Non è forse minacciato dalla crescente disposizione alla violenza che, non di rado, si maschera con l’apparenza della religiosità? La fame e la povertà potrebbero devastare a tal punto intere parti del mondo se in noi l’amore di Dio e, a partire da Lui, l’amore per il prossimo, per le creature di Dio, gli uomini, fosse più vivo? E le domande in questo senso potrebbero continuare. No, il male non è un’inezia. Esso non potrebbe essere così potente se noi mettessimo Dio veramente al centro della nostra vita. La domanda: Qual è la posizione di Dio nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio? – questa scottante domanda di Lutero deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda, non accademica, ma concreta. Penso che questo sia il primo appello che dovremmo sentire nell’incontro con Martin Lutero.

E poi è importante: Dio, l’unico Dio, il Creatore del cielo e della terra, è qualcosa di diverso da un’ipotesi filosofica sull’origine del cosmo. Questo Dio ha un volto e ci ha parlato. Nell’uomo Gesù Cristo è diventato uno di noi – insieme vero Dio e vero uomo. Il pensiero di Lutero, l’intera sua spiritualità era del tutto cristocentrica: “Ciò che promuove la causa di Cristo” era per Lutero il criterio ermeneutico decisivo nell’interpretazione della Sacra Scrittura. Questo, però, presuppone che Cristo sia il centro della nostra spiritualità e che l’amore per Lui, il vivere insieme con Lui orienti la nostra vita.

Ora forse si potrebbe dire: va bene, ma cosa ha a che fare tutto questo con la nostra situazione ecumenica? Tutto ciò è forse soltanto un tentativo di eludere con tante parole i problemi urgenti, nei quali aspettiamo progressi pratici, risultati concreti? A questo riguardo rispondo: la cosa più necessaria per l’ecumenismo è innanzitutto che, sotto la pressione della secolarizzazione, non perdiamo quasi inavvertitamente le grandi cose che abbiamo in comune, che di per sé ci rendono cristiani e che ci sono restate come dono e compito. È stato l’errore dell’età confessionale aver visto per lo più soltanto ciò che separa, e non aver percepito in modo esistenziale ciò che abbiamo in comune nelle grandi direttive della Sacra Scrittura e nelle professioni di fede del cristianesimo antico. È questo per me il grande progresso ecumenico degli ultimi decenni: che ci siamo resi conto di questa comunione e, nel pregare e cantare insieme, nell’impegno comune per l’ethos cristiano di fronte al mondo, nella comune testimonianza del Dio di Gesù Cristo in questo mondo, riconosciamo tale comunione come il nostro comune fondamento imperituro.

Certo, il pericolo di perderla non è irreale. Vorrei far brevemente notare due aspetti. Negli ultimi tempi, la geografia del cristianesimo è profondamente cambiata e sta cambiando ulteriormente. Davanti ad una forma nuova di cristianesimo, che si diffonde con un immenso dinamismo missionario, a volte preoccupante nelle sue forme, le Chiese confessionali storiche restano spesso perplesse. È un cristianesimo di scarsa densità istituzionale, con poco bagaglio razionale e ancora meno bagaglio dogmatico e anche con poca stabilità. Questo fenomeno mondiale – che mi viene continuamente descritto dai vescovi di tutto il mondo – ci pone tutti davanti alla domanda: che cosa ha da dire a noi di positivo e di negativo questa nuova forma di cristianesimo? In ogni caso, ci mette nuovamente di fronte alla domanda su che cosa sia ciò che resta sempre valido e che cosa possa o debba essere cambiato, di fronte alla questione circa la nostra scelta fondamentale nella fede.

Più profonda e nel nostro Paese più scottante è la seconda sfida per l’intera cristianità; di essa vorrei parlare: si tratta del contesto del mondo secolarizzato, nel quale dobbiamo vivere e testimoniare oggi la nostra fede. L’assenza di Dio nella nostra società si fa più pesante, la storia della sua rivelazione, di cui ci parla la Scrittura, sembra collocata in un passato che si allontana sempre di più. Occorre forse cedere alla pressione della secolarizzazione, diventare moderni mediante un annacquamento della fede? Naturalmente, la fede deve essere ripensata e soprattutto rivissuta oggi in modo nuovo per diventare una cosa che appartiene al presente. Ma non è l’annacquamento della fede che aiuta, bensì solo il viverla interamente nel nostro oggi. Questo è un compito ecumenico centrale nel quale dobbiamo aiutarci a vicenda: a credere in modo più profondo e più vivo. Non saranno le tattiche a salvarci, a salvare il cristianesimo, ma una fede ripensata e rivissuta in modo nuovo, mediante la quale Cristo, e con Lui il Dio vivente, entri in questo nostro mondo. Come i martiri dell’epoca nazista ci hanno condotti gli uni verso gli altri e hanno suscitato la prima grande apertura ecumenica, così anche oggi la fede, vissuta a partire dell’intimo di se stessi, in un mondo secolarizzato, è la forza ecumenica più forte che ci ricongiunge, guidandoci verso l’unità nell’unico Signore. E per questo lo preghiamo di imparare di nuovo a vivere la fede per poter diventare così una cosa sola.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

CELEBRAZIONE ECUMENICA

PAROLE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Chiesa dell'ex-Convento degli Agostiniani di Erfurt
Venerdì, 23 settembre 2011

 

Cari fratelli e sorelle nel Signore!

“Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola” (Gv 17,20): così ha detto Gesù nel Cenacolo, al Padre. Egli intercede per le generazioni future di credenti. Guarda al di là del Cenacolo verso il futuro. Ha pregato anche per noi. E prega per la nostra unità. Questa preghiera di Gesù non è semplicemente una cosa del passato. Sempre Egli sta davanti al Padre intercedendo per noi, e così in quest’ora sta in mezzo a noi e vuole attrarci nella sua preghiera. Nella preghiera di Gesù si trova il luogo interiore, più profondo, della nostra unità. Diventeremo una sola cosa, se ci lasceremo attirare dentro tale preghiera. Ogni volta che, come cristiani, ci troviamo riuniti nella preghiera, questa lotta di Gesù riguardo a noi e con il Padre per noi dovrebbe toccarci profondamente nel cuore. Quanto più ci lasciamo attrarre in questa dinamica, tanto più si realizza l’unità.

È rimasta inascoltata la preghiera di Gesù? La storia del cristianesimo è, per così dire, il lato visibile di questo dramma, in cui Cristo lotta e soffre con noi esseri umani. Sempre di nuovo Egli deve sopportare il contrasto con l’unità, e tuttavia sempre di nuovo si compie anche l’unità con Lui e così con il Dio trinitario. Dobbiamo vedere ambedue le cose: il peccato dell’uomo, che si nega a Dio, si ritira in se stesso, ma anche le vittorie di Dio, che sostiene la Chiesa nonostante la sua debolezza e attira continuamente uomini dentro di sé, avvicinandoli così gli uni agli altri. Per questo, in un incontro ecumenico, non dovremmo soltanto lamentare le divisioni e le separazioni, bensì ringraziare Dio per tutti gli elementi di unità che ha conservato per noi e sempre di nuovo ci dona. E questa gratitudine deve al contempo essere disponibilità a non perdere, in mezzo ad un tempo di tentazione e di pericoli, l’unità così donata.

L’unità fondamentale consiste nel fatto che crediamo in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra. Che lo professiamo quale Dio trinitario – Padre, Figlio e Spirito Santo. L’unità suprema non è solitudine di una monade, ma unità attraverso l’amore. Crediamo in Dio – nel Dio concreto. Crediamo nel fatto che Dio ci ha parlato e si è fatto uno di noi. Testimoniare questo Dio vivente è il nostro comune compito nel momento attuale.

L’uomo ha bisogno di Dio, oppure le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui? Quando, in una prima fase dell’assenza di Dio, la sua luce continua ancora a mandare i suoi riflessi e tiene insieme l’ordine dell’esistenza umana, si ha l’impressione che le cose funzionino abbastanza bene anche senza Dio. Ma quanto più il mondo si allontana da Dio, tanto più diventa chiaro che l’uomo, nell’hybris del potere, nel vuoto del cuore e nella brama di soddisfazione e di felicità, “perde” sempre di più la vita. La sete di infinito è presente nell’uomo in modo inestirpabile. L’uomo è stato creato per la relazione con Dio e ha bisogno di Lui. Il nostro primo servizio ecumenico in questo tempo deve essere di testimoniare insieme la presenza del Dio vivente e con ciò dare al mondo la risposta di cui ha bisogno. Naturalmente di questa testimonianza fondamentale per Dio fa parte, in modo assolutamente centrale, la testimonianza per Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, che è vissuto insieme con noi, ha patito per noi, è morto per noi e, nella risurrezione, ha spalancato la porta della morte. Cari amici, fortifichiamoci in questa fede! Aiutiamoci a vicenda a viverla! Questo è un grande compito ecumenico che ci introduce nel cuore della preghiera di Gesù.

La serietà della fede in Dio si manifesta nel vivere la sua parola. Si manifesta, nel nostro tempo, in modo molto concreto, nell’impegno per quella creatura che Egli volle a sua immagine, per l’uomo. Viviamo in un tempo in cui i criteri dell’essere uomini sono diventati incerti. L’etica viene sostituita con il calcolo delle conseguenze. Di fronte a ciò noi come cristiani dobbiamo difendere la dignità inviolabile dell’uomo, dal concepimento fino alla morte – nelle questioni della diagnosi pre-impiantatoria fino all’eutanasia. “Solo chi conosce Dio, conosce l’uomo”, ha detto una volta Romano Guardini. Senza la conoscenza di Dio, l’uomo diventa manipolabile. La fede in Dio deve concretizzarsi nel nostro comune impegno per l’uomo. Fanno parte di tale impegno per l’uomo non soltanto questi criteri fondamentali di umanità, ma soprattutto e molto concretamente l’amore che Gesù Cristo ci insegna nella descrizione del Giudizio finale (Mt 25): il Dio giudice ci giudicherà secondo come ci siamo comportati nei confronti di coloro che ci sono prossimi, nei confronti dei più piccoli dei suoi fratelli. La disponibilità ad aiutare, nelle necessità di questo tempo, al di là del proprio ambiente di vita è un compito essenziale del cristiano.

Ciò vale anzitutto, come detto, nell’ambito della vita personale di ciascuno. Ma vale poi nella comunità di un popolo e di uno Stato, in cui tutti noi dobbiamo farci carico gli uni degli altri. Vale per il nostro Continente, in cui siamo chiamati alla solidarietà in Europa. E, infine, vale al di là di tutte le frontiere: la carità cristiana esige oggi il nostro impegno anche per la giustizia nel vasto mondo. So che da parte dei tedeschi e della Germania si fa molto per rendere possibile a tutti gli uomini un’esistenza degna dell’uomo, e per questo vorrei dire una parola di viva gratitudine.

Infine vorrei ancora accennare ad una dimensione più profonda del nostro obbligo di amare. La serietà della fede si manifesta soprattutto anche quando essa ispira certe persone a mettersi totalmente a disposizione di Dio e, a partire da Dio, degli altri. I grandi aiuti diventano concreti soltanto quando sul luogo esistono coloro che sono totalmente a disposizione dell’altro e con ciò rendono credibile l’amore di Dio. Persone del genere sono un segno importante per la verità della nostra fede.

Alla vigilia della mia visita si è parlato diverse volte di un dono ecumenico dell’ospite, che ci si aspettava da una tale visita. Non c’è bisogno che io specifichi i doni menzionati in tale contesto. Al riguardo vorrei dire che questo, come per lo più è apparso, costituisce un fraintendimento politico della fede e dell’ecumenismo. Quando un Capo di Stato visita un Paese amico, generalmente precedono contatti tra le istanze, che preparano la stipulazione di uno o anche di più accordi tra i due Stati: nella ponderazione dei vantaggi e degli svantaggi si arriva al compromesso che, alla fine, appare vantaggioso per ambedue le parti, così che poi il trattato può essere firmato. Ma la fede dei cristiani non si basa su una ponderazione dei nostri vantaggi e svantaggi. Una fede autocostruita è priva di valore. La fede non è una cosa che noi escogitiamo e concordiamo. È il fondamento su cui viviamo. L’unità cresce non mediante la ponderazione di vantaggi e svantaggi, bensì solo attraverso un sempre più profondo penetrare nella fede mediante il pensiero e la vita. In questa maniera, negli ultimi 50 anni, e in particolare anche dalla visita di Papa Giovanni Paolo II, 30 anni fa, è cresciuta molta comunanza, della quale possiamo essere solo grati. Mi piace ricordare l’incontro con la commissione guidata dal Vescovo [luterano] Lohse, nella quale ci si è esercitati insieme in questo penetrare in modo profondo nella fede mediante il pensiero e la vita. A tutti coloro che hanno collaborato in questo – per la parte cattolica, in modo particolare, al Cardinale Lehmann – vorrei esprimere vivo ringraziamento. Non menziono altri nomi – il Signore li conosce tutti. Insieme possiamo tutti solo ringraziare il Signore per le vie dell’unità sulle quali ci ha condotti, ed associarci in umile fiducia alla sua preghiera: Fa’ che diventiamo una sola cosa, come Tu sei una sola cosa col Padre, perché il mondo creda che Egli Ti ha mandato” (cfr Gv 17,21).

 

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