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VIAGGIO IN
GERMANIA, SANTA MESSA A BERLINO |
Radio
Vaticana, 24 settembre 2011
Il
Papa alla Messa nell'Olympiastadion di Berlino: rimanere
in Cristo vuol dire anche rimanere nella Chiesa
◊
Con la Santa Messa presso l’Olympiastadion di Berlino si
è conclusa la prima giornata della visita di Benedetto
XVI in Germania. Nello stesso luogo nel 1996 il Beato
Giovanni Paolo II ha presieduto la Beatificazione di Karl
Leisner e del prevosto del Duomo di Berlino, Bernard
Lichtenberg, martire della persecuzione nazista. Di fronte
ai circa 80 mila fedeli che gremivano lo Stadio Olimpico
di Berlino il Papa ha impostato la propria omelia,
prendendo spunto dalla parabola della vite nel Vangelo di
Giovanni ed ha esortato: “Chi crede in Cristo, ha un
futuro”. Il servizio di uno dei nostri inviati in
Germania, Stefano Leszczynski:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
(canto)
Nel primo discorso ufficiale di fronte alla presenza
del presidente tedesco Wulff, ieri mattina, Benedetto XVI
aveva illustrato molto chiaramente lo scopo del suo
viaggio in Germania: “incontrare la gente e parlare di
Dio”. E, ieri sera, nell’emozionante cornice dell’Olipyastadion
di Berlino, il Papa ha dimostrato nella pratica ciò che
intendeva dire. L’accoglienza riservatagli dai circa 80
mila fedeli assiepati attorno all’anello dello Stadio
Olimpico di Berlino non poteva essere più calorosa ed
emozionata. Fin da subito, tra i fedeli e il Papa è stato
un reciproco scambio di profondo e gioioso affetto. Come
ha sottolineato l’arcivescovo della città Rainer Maria
Woelki, nell’indirizzo di saluto al Papa, molti dei
fedeli presenti erano arrivati da molto lontano e non
hanno risparmiato fatica per venire ad incontrare il loro
Pastore. Nell’omelia, ispirata alla parabola della Vite
nel Vangelo di Giovanni, Benedetto XVI ha ricordato la
Beatificazione avvenuta 15 anni fa da parte di Giovanni
Paolo II di Karl Leisner e di Bernhard Lichtenberg,
prevosto del Duomo di Berlino, vittima della persecuzione
nazista:
“Wenn vira n diese Seligen und an die Schar der
Heiligen und Seligen…
Pensando a questi Beati e a tutta la schiera dei
santi e Beati, possiamo capire cosa significhi vivere come
tralci della vera vite che è Cristo e portare molto
frutto”.
Il Papa ha sottolineato come l’immagine della vite
sia un segno di speranza e di fiducia per gli uomini che
scelgono di seguire Cristo:
“In unserer Zeit der Rastlosigkeit und
Beliebigkeit, wo so viele Menschen…
Nel nostro tempo di inquietudine e di qualunquismo,
in cui così tanta gente perde l’orientamento e il
sostegno; in cui la fedeltà dell’amore nel matrimonio e
nell’amicizia è diventata così fragile e di breve
durata, (…) qui il Signore risorto ci offre un rifugio,
un luogo di luce, di speranza e fiducia, di pace e
sicurezza”.
Un tema quello scelto dal Papa che richiama da vicino
quello del motto di questo viaggio “Wo Gott ist, da ist
Zukunft”, “Dove c’è Dio, là c’è futuro”. Il
Papa ha poi ricordato la sofferenza di molti cristiani e
cattolici perseguitati in passato in odio alla loro fede.
Anche in quei tristi momenti della storia i figli della
Chiesa non erano soli. Benedetto XVI non ha evitato di
affrontare anche il difficile e doloroso tema del male che
- ha spiegato - può attecchire anche all’interno della
Chiesa stessa. Il Papa ha invitato tutti gli uomini,
fedeli e non, a non fermarsi solo all’aspetto esteriore
della Chiesa, come talvolta avviene, ma ad andare oltre
per poter godere del suo mistero più grande e profondo.
"Wenn dann auch noch die leidvolle Erfahrung
dazukommt…
Se poi si aggiunge ancora l'esperienza dolorosa che
nella Chiesa ci sono pesci buoni e cattivi - ha spiegato
Benedetto XVI - grano e zizzania, e se lo sguardo resta
fisso sulle cose negative, allora non si schiude più il
mistero grande e profondo della Chiesa.
Subito dopo, rivolgendosi soprattutto a quei cattolici
che provano disorientamento e inquietudine nel confronto
con le sfide della secolarizzazione ha ammonito:
“Es verbreiten sich Unzufriedenheit und
Mibvergnugen…
Insoddisfazione e malcontento vanno diffondendosi,
se non si vedono realizzate le proprie idee superficiali
ed erronee di ‘Chiesa’ ed i propri ‘sogni di
Chiesa’.” “Rimanere in Cristo – spiega il
Pontefice – significa (…) rimanere anche nella
Chiesa”.
“Die ganze Gemeinschaft der Glaubigen ist in den
Weinstock Christus fest…
L’intera comunità dei credenti – ha detto –
è saldamente compaginata in Cristo, la vite. In Cristo,
tutti noi siamo uniti insieme. In questa comunità Egli ci
sostiene e, allo stesso tempo, tutti i membri si
sostengono a vicenda. Essi resistono insieme alle tempeste
e offrono protezione gli uni agli altri. Noi non crediamo
da soli – ha concluso – ma crediamo con tutta la
Chiesa.”
“Chi crede in Cristo”, ha concluso il Papa, “ha
un futuro e potrà trovare conforto e redenzione.”
(canto)
Le parole di Benedetto XVI hanno fatto seguito a quelle
accorate pronunciate sempre all’Olympiastadion
dall’arcivescovo di Berlino, mons. Rainer Maria Woelki.
Il presule aveva definito Berlino una città che ha
dimenticato Dio e dove l’ateismo ha guadagnato terreno,
ma anche una città dove molte persone sono in ricerca e
anelano Dio. Una condizione che viene testimoniata –
ha aggiunto mons. Woelki – anche dall’intenso dialogo
interreligioso ed ecumenico, che proprio in questa città
viene svolto con un impegno costante. Berlino dunque –
ha affermato mons. Woelki – non è
una città senza Dio e il fatto che oggi un cattolico su
cinque a Berlino non sia di origini tedesche sta a
testimoniare che il legame con la Chiesa universale è
sempre forte e vibrante. “Il solo futuro che abbiamo –
ha concluso mons. Woelki – è
quello che include la presenza di Dio”.
(canto e applausi)
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Olympiastadion di Berlin
Giovedì, 22 settembre 2011
Cari
confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle,
lo
sguardo all’ampio stadio olimpico che voi riempite oggi
in gran numero, suscita in me grande gioia e fiducia.
Saluto con affetto tutti voi: i fedeli dell’Arcidiocesi
di Berlino e delle Diocesi tedesche, nonché i numerosi
pellegrini provenienti dai Paesi vicini. Quindici anni or
sono, per
la prima volta un Papa è venuto nella capitale federale
Berlino. Tutti – anche io personalmente - abbiamo un
ricordo molto vivo della Visita
del mio venerato Predecessore, il Beato Giovanni
Paolo II, e della Beatificazione
del Prevosto del Duomo di Berlino Bernhard Lichtenberg –
insieme a Karl Leisner – avvenuta proprio qui, in questo
luogo.
Pensando
a questi Beati e a tutta la schiera dei Santi e Beati,
possiamo capire che cosa significhi vivere come tralci
della vera vite che è Cristo, e portare frutto. Il
Vangelo di oggi ci ha richiamato alla mente l’immagine
di questa pianta, che è rampicante in modo rigoglioso
nell’oriente e simbolo di forza vitale, una metafora per
la bellezza e il dinamismo della comunione di Gesù con i
suoi discepoli e amici, con noi.
Nella
parabola della vite, Gesù non dice: “Voi siete la
vite”, ma: “Io sono la vite, voi i tralci” (Gv 15,5).
Ciò significa: “Così come i tralci sono legati alla
vite, così voi appartenete a me! Ma appartenendo a me,
appartenete anche gli uni agli altri”. E questo
appartenere l’uno all’altro e a Lui non è una
qualsiasi relazione ideale, immaginaria, simbolica, ma –
vorrei quasi dire – un appartenere a Gesù Cristo in
senso biologico, pienamente vitale. È la Chiesa, questa
comunità di vita con Gesù Cristo e dell'uno per
l’altro, che è fondata nel Battesimo e approfondita
ogni volta di più nell’Eucaristia. “Io sono la vera
vite”; questo, però, in realtà significa: “Io sono
voi e voi siete me” – un’inaudita identificazione
del Signore con noi, con la sua Chiesa.
Cristo
stesso, quella volta, vicino a Damasco, chiese a Saulo, il
persecutore della Chiesa: “Perché mi perseguiti?” (At
9,4). In tal modo il Signore esprime la comunanza di
destino che deriva dall’intima comunione di vita della
sua Chiesa con Lui, il Risorto. Egli continua a vivere
nella sua Chiesa in questo mondo. Egli è con noi, e noi
siamo con Lui. – “Perché mi perseguiti?” –In
definitiva è Gesù che vogliono colpire i persecutori
della sua Chiesa. E, allo stesso tempo, questo significa
che noi non siamo soli quando siamo oppressi a causa della
nostra fede. Gesù Cristo è da noi e con noi.
Nella
parabola, il Signore Gesù dice ancora una volta: “Io
sono la vite vera, e il Padre mio è l’agricoltore” (Gv
15,1), e spiega che il vignaiolo prende il coltello,
taglia i tralci secchi e pota quelli che portano frutto
perché portino più frutto. Per dirlo con l'immagine del
profeta Ezechiele, come abbiamo ascoltato nella prima
lettura, Dio vuole togliere dal nostro petto il cuore
morto, di pietra, e darci un cuore vivente, di carne (cfr Ez
36,26). Vuole donarci una vita nuova e piena di forza. un
cuore di amore, di bontà e di pace. Cristo è venuto a
chiamare i peccatori. Sono loro che hanno bisogno del
medico, non i sani (cfr Lc 5,31s.). E così, come
dice il Concilio
Vaticano II, la Chiesa è il “sacramento universale
di salvezza” (Lumen
gentium, 48) che esiste per i peccatori, per noi,
per aprire a noi la via della conversione, della
guarigione e della vita. Questa è la continua e grande
missione della Chiesa, conferitale da Cristo.
Alcuni
guardano la Chiesa fermandosi al suo aspetto esteriore.
Allora la Chiesa appare solo come una delle tante
organizzazioni in una società democratica, secondo le cui
norme e leggi, poi, deve essere giudicata e trattata anche
una figura così difficile da comprendere come la
“Chiesa”. Se poi si aggiunge ancora l'esperienza
dolorosa che nella Chiesa ci sono pesci buoni e cattivi,
grano e zizzania, e se lo sguardo resta fisso sulle cose
negative, allora non si schiude più il mistero grande e
bello della Chiesa.
Quindi,
non sorge più alcuna gioia per il fatto di appartenere a
questa vite che è la “Chiesa”. Insoddisfazione e
malcontento vanno diffondendosi, se non si vedono
realizzate le proprie idee superficiali ed erronee di
“Chiesa” e i propri “sogni di Chiesa”! Allora
cessa anche il lieto canto “Sono grato al Signore, che
per grazia mi ha chiamato nella sua Chiesa”, che
generazioni di cattolici hanno cantato con convinzione.
Ma
torniamo al Vangelo. Il Signore continua così:
“Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può
portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così
neanche voi se non rimanete in me, … perché senza di me
– si potrebbe anche tradurre: fuori di me – non potete
far nulla” (Gv 15,4).
Ognuno di
noi è messo di fronte a tale decisione. Il Signore, nella
sua parabola, ci dice di nuovo quanto essa sia seria:
“Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio
e secca; poi raccolgono i tralci buttati via, li gettano
nel fuoco e li bruciano” (cfr Gv 15,6). Al
riguardo, S. Agostino commenta: “L’uno o l’altro
spetta al tralcio, o la vite o il fuoco; se [il tralcio]
non è nella vite, sarà nel fuoco; quindi affinché non
sia nel fuoco, sia nella vite” (In Joan. Ev. tract.
81,3 [PL 35, 1842]).
La scelta
qui richiesta ci fa capire, in modo insistente, il
significato fondamentale della nostra decisione di vita.
Ma, allo stesso tempo, l'immagine della vite è un segno
di speranza e di fiducia. Incarnandosi, Cristo stesso è
venuto in questo mondo per essere il nostro fondamento. In
ogni necessità e aridità, Egli è la sorgente che dona
l’acqua della vita che ci nutre e ci fortifica. Egli
stesso porta su di sé ogni peccato, paura e sofferenza e,
in fine, ci purifica e ci trasforma misteriosamente in
tralci buoni che danno vino buono. In questi momenti di
bisogno, a volte ci sentiamo come finiti sotto un torchio,
come i grappoli d’uva che vengono pigiati completamente.
Ma sappiamo che, uniti a Cristo, diventiamo vino maturo.
Dio sa trasformare in amore anche le cose pesanti e
opprimenti nella nostra vita. Importante è che
“rimaniamo” nella vite, in Cristo. In questo breve
brano, l’evangelista usa la parola “rimanere” una
dozzina di volte. Questo “rimanere-in-Cristo” segna
l’intero discorso. Nel nostro tempo di inquietudine e di
qualunquismo, in cui così tanta gente perde
l’orientamento e il sostegno; in cui la fedeltà
dell’amore nel matrimonio e nell’amicizia è diventata
così fragile e di breve durata; in cui vogliamo gridare,
nel nostro bisogno, come i discepoli di Emmaus:
“Signore, resta con noi, perché si fa sera (cfr Lc
24,29), sì, è buio intorno a noi!”; in questo tempo il
Signore risorto ci offre un rifugio, un luogo di luce, di
speranza e fiducia, di pace e sicurezza. Dove la siccità
e la morte minacciano i tralci, là in Cristo c’è
futuro, vita e gioia, là c’è sempre perdono e nuovo
inizio, trasformazione entrando nel suo amore.
Rimanere
in Cristo significa, come abbiamo già visto, rimanere
anche nella Chiesa. L’intera comunità dei credenti è
saldamente compaginata in Cristo, la vite. In Cristo,
tutti noi siamo uniti insieme. In questa comunità Egli ci
sostiene e, allo stesso tempo, tutti i membri si
sostengono a vicenda. Insieme resistiamo alle tempeste e
offriamo protezione gli uni agli altri. Noi non crediamo
da soli, crediamo con tutta la Chiesa di ogni luogo e di
ogni tempo, con la Chiesa che è in Cielo e sulla terra.
La Chiesa
quale annunciatrice della Parola di Dio e dispensatrice
dei sacramenti ci unisce con Cristo, la vera vite. La
Chiesa quale “pienezza e completamento del Redentore”
– come la chiamava Pio XII - (Pio XII, Mystici
corporis, AAS 35 [1943] p. 230: “plenitudo
et complementum Redemptoris”) è per noi pegno della
vita divina e mediatrice dei frutti di cui parla la
parabola della vite. Così la Chiesa è il dono più bello
di Dio. Pertanto, Agostino poteva dire: “Ognuno possiede
lo Spirito Santo nella misura in cui ama la Chiesa” (In
Ioan. Ev. tract. 32, 8 [PL 35, 1646]). Con la Chiesa e
nella Chiesa possiamo annunciare a tutti gli uomini che
Cristo è la fonte della vita, che Egli è presente, che
Egli è la grande realtà che cerchiamo e a cui aneliamo.
Egli dona se stesso e così ci dona Dio, la felicità,
l’amore. Chi crede in Cristo, ha un futuro. Perché Dio
non vuole ciò che è arido, morto, artificiale, che alla
fine è gettato via, ma vuole ciò che è fecondo e vivo,
la vita in abbondanza, e Lui ci dà la vita in abbondanza.
Cari
fratelli e sorelle! Auguro a tutti voi e a noi tutti di
scoprire sempre più profondamente la gioia di essere
uniti con Cristo nella Chiesa – con tutti i suoi affanni
e le sue oscurità - di poter trovare nelle vostre
necessità conforto e redenzione e che tutti noi possiamo
diventare il vino delizioso della gioia e dell’amore di
Cristo per questo mondo. Amen.
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