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VIAGGIO IN
GERMANIA, DISCORSO AL PARLAMENTO |
Radio
Vaticana, 23 settembre 2011
Il
Papa nello storico discorso al Bundestag: la politica,
fondata sul diritto naturale, sia un impegno per la
giustizia
◊
“La politica deve essere un impegno per la giustizia”:
è quanto sottolineato, ieri, da Benedetto XVI nel suo
storico discorso al Parlamento federale tedesco. In un
appassionato intervento, più volte interrotto dagli
applausi, il Papa ha sviluppato un’articolata
riflessione sull’idea del diritto naturale e sui compiti
fondamentali della politica. Nel suo indirizzo
d’omaggio, il presidente del Bundestag, Norbert Lammert,
ha sottolineato l’importanza dell’evento, richiamando
la necessità di un fruttuoso dialogo tra fede e ragione.
Il servizio di Alessandro Gisotti:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Per la prima volta un Pontefice parla al Bundestag. Ed
è un Papa figlio della Germania. Basterebbe questo dato
di cronaca per comprendere la straordinarietà
dell’evento avvenuto ieri pomeriggio al palazzo del
Reichstag di Berlino. Un momento memorabile, come lo
stesso presidente del Bundestag, Norbert Lammert,
sottolinea nel suo saluto. Il clima è particolarmente
cordiale, le defezioni sugli scranni sono poche,
certamente meno di quelle annunciate alla vigilia del
discorso.
“Und selten hat eine Rede…”
Il presidente Lammert osserva che raramente un discorso
nell’aula parlamentare tedesca aveva “suscitato tanta
attenzione” e “interesse” prima ancora di essere
pronunciato. E richiama il tema tanto caro a Joseph
Ratzinger del dialogo tra fede e ragione. “Gioia e
onore”, sono i sentimenti che il Papa tedesco esprime
all’inizio del suo discorso. Una riflessione che muove
dalla preghiera che il giovane re Salomone rivolge a Dio
in occasione della sua intronizzazione: “Concedi al tuo
servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al
tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male”. Con
questo racconto, spiega il Papa, la Bibbia ci mostra cosa
è davvero importante per un politico, quale sia “il suo
criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro”: la
politica “deve essere un impegno per la giustizia e
creare così le condizioni di fondo per la pace”. E con
il “De Civitate Dei” di Sant’Agostino rammenta che
uno Stato senza diritto non si distingue da una banda di
briganti:
“Wir Deutsche wissen es aus eigener…”
“Noi tedeschi – riconosce – sappiamo per nostra
esperienza che queste parole non sono un vuoto
spauracchio”. Noi, soggiunge, riferendosi agli anni bui
del nazismo, “abbiamo sperimentato il separarsi del
potere dal diritto, il porsi del potere contro il
diritto”. Lo Stato, avverte, era “diventato lo
strumento per la distruzione del diritto” e minacciava
di spingere il mondo intero “sull’orlo del
precipizio”. Ritorna allora la richiesta salomonica, la
capacità di distinzione tra “il bene e il male, tra il
vero diritto e il diritto solo apparente”. Il Papa
constata che si fa appello giuridicamente al principio di
maggioranza. Ma questo, è il suo monito, è evidente che
nelle “questioni fondamentali del diritto” quando è
in gioco “la dignità dell’uomo” non basta:
“Von dieser Űberzeugung her haben…”
“In base a questa convinzione – sottolinea – i
combattenti della resistenza hanno agito contro il regime
nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così
un servizio al diritto e all’intera umanità”. Per
queste persone, spiega, “era evidente in modo
incontestabile che il diritto vigente, in realtà era
ingiustizia”:
“Wie erkennt man, was recht ist?...”
“Come si riconosce ciò che è giusto”, si chiede
ancora il Papa. E osserva che contrariamente ad altre
grandi religioni, “il cristianesimo non ha mai imposto
allo Stato e alla società un diritto rivelato, un
ordinamento giuridico derivante da una rivelazione”. Ha
invece “rimandato alla natura e alla ragione quali vere
fonti del diritto”, ha rimandato “all’armonia tra
ragione oggettiva e soggettiva”. E proprio da questo
contatto, ribadisce, “è nata la cultura giuridica
occidentale”. Ecco allora che è stato decisivo, annota
il Pontefice, che i teologi cristiani “si siano messi
dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte
giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella
loro correlazione”. Ma, riconosce con rammarico,
“nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico
cambiamento” e oggi l’idea del diritto naturale è
considerata “una dottrina cattolica” su cui “non
varrebbe la pena di discutere al di fuori dell’ambito
cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne
anche soltanto il termine”. Il Papa critica il
“dominio esclusivo della ragione positivista” che da
molti “è considerata come l’unica visione
scientifica”:
“Wo die positivistiche Vernunft…”
“Dove la ragione positivista si ritiene come la sola
cultura sufficiente”, avverte il Papa, “essa riduce
l’uomo, anzi minaccia la sua umanità”. La ragione
positivista “non è in grado di percepire qualcosa al di
là di ciò che è funzionale”. Si presenta, afferma con
un’efficace immagine, come degli edifici “di cemento
armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce
da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal
mondo visto da Dio”. Bisogna allora “tornare a
spalancare le finestre”, è la sua esortazione,
“dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il
cielo e la terra”. Ma come ciò si può realizzare? Il
Papa fa riferimento alla nascita nella politica tedesca
del movimento ecologico, “un grido che anela all’aria
fresca” :
“Jungen Menschen war…”
“Persone giovani – ricorda – si erano rese conto
che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che
non va; che la materia non è soltanto un materiale per il
nostro fare”, ma “porta in sé la propria dignità”.
E’ chiaro, afferma scherzosamente il Papa suscitando il
sorriso dei deputati, che “qui non faccio propaganda per
un determinato partito politico, nulla mi è più estraneo
di questo”. Ma ci tiene a ritornare sull’importanza
dell’ecologia e in particolare dell’ecologia
dell’uomo che possiede una natura che va rispettata e
non può essere manipolata a piacere:
“Der Mensch macht sich nicht…”
“L’uomo – afferma in uno dei passaggi più
applauditi – non è soltanto una libertà che si crea da
sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà,
ma è anche natura e la sua volontà è giusta quando egli
ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso
per quello che è, e che non si è creato da sé”. Il
Papa conclude il suo discorso sul patrimonio culturale
dell’Europa, rammentando che “sulla base della
convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono
state sviluppate” l’idea dei diritti umani e
dell’eguaglianza:
“Die Kultur Europas ist aus der…”
“La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra
Gerusalemme, Atene e Roma, dall’incontro tra la fede in
Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il
pensiero giuridico di Roma”. Questo “triplice
incontro”, ribadisce Benedetto XVI, “forma l’intima
identità dell’Europa”. Al termine del discorso, il
Papa è stato lungamente applaudito dai parlamentari che
si sono unanimemente alzati in piedi in omaggio a questa
storica visita.
(Applausi)
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Reichstag di Berlin
Giovedì, 22 settembre 2011
Illustre
Signor Presidente Federale!
Signor Presidente del Bundestag!
Signora Cancelliere Federale!
Signora Presidente del Bundesrat!
Signore e Signori Deputati!
È per me
un onore e una gioia parlare davanti a questa Camera alta
– davanti al Parlamento della mia Patria tedesca, che si
riunisce qui come rappresentanza del popolo, eletta
democraticamente, per lavorare per il bene della
Repubblica Federale della Germania. Vorrei ringraziare il
Signor Presidente del Bundestag per il suo invito a
tenere questo discorso, così come per le gentili parole
di benvenuto e di apprezzamento con cui mi ha accolto. In
questa ora mi rivolgo a Voi, stimati Signori e Signore –
certamente anche come connazionale che si sa legato per
tutta la vita alle sue origini e segue con partecipazione
le vicende della Patria tedesca. Ma l’invito a tenere
questo discorso è rivolto a me in quanto Papa, in quanto
Vescovo di Roma, che porta la suprema responsabilità per
la cristianità cattolica. Con ciò Voi riconoscete il
ruolo che spetta alla Santa Sede quale partner all’interno
della Comunità dei Popoli e degli Stati. In base a questa
mia responsabilità internazionale vorrei proporVi alcune
considerazioni sui fondamenti dello Stato liberale di
diritto.
Mi si
consenta di cominciare le mie riflessioni sui fondamenti
del diritto con una piccola narrazione tratta dalla Sacra
Scrittura. Nel Primo Libro dei Re si racconta che
al giovane re Salomone, in occasione della sua
intronizzazione, Dio concesse di avanzare una richiesta.
Che cosa chiederà il giovane sovrano in questo momento?
Successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei
nemici? Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece:
“Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia
rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il
bene dal male” (1Re 3,9). Con questo racconto la
Bibbia vuole indicarci che cosa, in definitiva, deve
essere importante per un politico. Il suo criterio ultimo
e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve
essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La
politica deve essere un impegno per la giustizia e creare
così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un
politico cercherà il successo senza il quale non potrebbe
mai avere la possibilità dell’azione politica
effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della
giustizia, alla volontà di attuare il diritto e
all’intelligenza del diritto. Il successo può essere
anche una seduzione e così può aprire la strada alla
contraffazione del diritto, alla distruzione della
giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa
distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha
sentenziato una volta sant’Agostino.[1]
Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste
parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo
sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi
del potere contro il diritto, il suo calpestare il
diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per
la distruzione del diritto – era diventato una banda di
briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il
mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio.
Servire il diritto e combattere il dominio
dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del
politico. In un momento storico in cui l’uomo ha
acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito
diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di
distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per
così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri
umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è
giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male,
tra il vero diritto e il diritto solo apparente? La
richiesta salomonica resta la questione decisiva davanti
alla quale l’uomo politico e la politica si trovano
anche oggi.
In gran
parte della materia da regolare giuridicamente, quello
della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma
è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto,
nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e
dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel
processo di formazione del diritto, ogni persona che ha
responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del
proprio orientamento. Nel terzo secolo, il grande teologo
Origene ha giustificato così la resistenza dei cristiani
a certi ordinamenti giuridici in vigore: “Se qualcuno si
trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi
irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro …
questi senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se,
in nome della legge della verità che presso il popolo
della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che
hanno la stessa opinione, formasse associazioni anche
contro l’ordinamento in vigore…”[2]
In base a
questa convinzione, i combattenti della resistenza hanno
agito contro il regime nazista e contro altri regimi
totalitari, rendendo così un servizio al diritto e
all’intera umanità. Per queste persone era evidente in
modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà,
era ingiustizia. Ma nelle decisioni di un politico
democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla
legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa
diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in
riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia
la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non
è affatto evidente di per sé. Alla questione come si
possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire
così la giustizia nella legislazione, non è mai stato
facile trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle
nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione
è diventata ancora molto più difficile.
Come si
riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli
ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in
modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità
si decide ciò che tra gli uomini è giusto.
Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo
non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto
rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da
una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla
ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato
all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva,
un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le
sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio. Con ciò i
teologi cristiani si sono associati ad un movimento
filosofico e giuridico che si era formato sin dal secolo
II a. Cr. Nella prima metà del secondo secolo
precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale
sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli
maestri del diritto romano.[3]
In questo contatto è nata la cultura giuridica
occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza
determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da
questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte
la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo
sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla
Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge
Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949,
ha riconosciuto “gli inviolabili e inalienabili diritti
dell'uomo come fondamento di ogni comunità umana, della
pace e della giustizia nel mondo”.
Per lo
sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è
stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso
posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla
fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della
filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per
tutti la ragione e la natura nella loro correlazione.
Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando,
nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i
pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per
natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se
stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è
scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza
della loro coscienza…” (Rm 2,14s). Qui
compaiono i due concetti fondamentali di natura e di
coscienza, in cui “coscienza” non è altro che il
“cuore docile” di Salomone, la ragione aperta al
linguaggio dell’essere. Se con ciò fino all’epoca
dell’Illuminismo, della Dichiarazione dei Diritti umani
dopo la seconda guerra mondiale e fino alla formazione
della nostra Legge Fondamentale la questione circa i
fondamenti della legislazione sembrava chiarita,
nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico
cambiamento della situazione. L’idea del diritto
naturale è considerata oggi una dottrina cattolica
piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere
al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si
vergogna di menzionarne anche soltanto il termine. Vorrei
brevemente indicare come mai si sia creata questa
situazione. È fondamentale anzitutto la tesi secondo cui
tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso
insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un
dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente
diversi. La base di tale opinione è la concezione
positivista, oggi quasi generalmente adottata, di natura.
Se si considera la natura – con le parole di Hans Kelsen
– “un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni
agli altri quali cause ed effetti”, allora da essa
realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in
qualche modo di carattere etico.[4]
Una concezione positivista di natura, che comprende la
natura in modo puramente funzionale, così come le scienze
naturali la riconoscono, non può creare alcun ponte verso
l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente
solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale
anche per la ragione in una visione positivista, che da
molti è considerata come l’unica visione scientifica.
In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non
rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per
questo l’ethos e la religione devono essere
assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori
dall’ambito della ragione nel senso stretto della
parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione
positivista – e ciò è in gran parte il caso nella
nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di
conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe
fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che
interessa tutti e su cui è necessaria una discussione
pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione
essenziale di questo discorso.
Il
concetto positivista di natura e ragione, la visione
positivista del mondo è nel suo insieme una parte
grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana,
alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa
stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda
e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua
ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la
sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà
culturali allo stato di sottoculture, essa riduce
l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico proprio
in vista dell’Europa, in cui vasti ambienti cercano di
riconoscere solo il positivismo come cultura comune e come
fondamento comune per la formazione del diritto, riducendo
tutte le altre convinzioni e gli altri valori della nostra
cultura allo stato di una sottocultura. Con ciò si pone
l’Europa, di fronte alle altre culture del mondo, in una
condizione di mancanza di cultura e vengono suscitate, al
contempo, correnti estremiste e radicali. La ragione
positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è
in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è
funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato
senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli
e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo
vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in
tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente
alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti
nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo
vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra
ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.
Ma come
lo si realizza? Come troviamo l’ingresso nella vastità,
nell’insieme? Come può la ragione ritrovare la sua
grandezza senza scivolare nell’irrazionale? Come può la
natura apparire nuovamente nella sua vera profondità,
nelle sue esigenze e con le sue indicazioni? Richiamo alla
memoria un processo della recente storia politica, nella
speranza di non essere troppo frainteso né di suscitare
troppe polemiche unilaterali. Direi che la comparsa del
movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli
anni Settanta, pur non avendo forse spalancato finestre,
tuttavia è stata e rimane un grido che anela all’aria
fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare,
perché vi si intravede troppa irrazionalità. Persone
giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la
natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è
soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra
stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo
seguire le sue indicazioni. È chiaro che qui non faccio
propaganda per un determinato partito politico – nulla
mi è più estraneo di questo. Quando nel nostro rapporto
con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo
tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo
rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra
stessa cultura. Mi sia concesso di soffermarmi ancora un
momento su questo punto. L’importanza dell’ecologia è
ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della
natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però
affrontare con forza un punto che – mi pare –
venga trascurato oggi come ieri: esiste anche
un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una
natura che deve rispettare e che non può manipolare a
piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea
da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e
volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta
quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando
accetta se stesso per quello che è, e che non si è
creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza
la vera libertà umana.
Torniamo
ai concetti fondamentali di natura e ragione da cui
eravamo partiti. Il grande teorico del positivismo
giuridico, Kelsen, all’età di 84 anni – nel 1965 –
abbandonò il dualismo di essere e dover essere. (Mi
consola il fatto che, evidentemente, a 84 anni si sia
ancora in grado di pensare qualcosa di ragionevole.) Aveva
detto prima che le norme possono derivare solo dalla
volontà. Di conseguenza – aggiunge – la natura
potrebbe racchiudere in sé delle norme solo se una volontà
avesse messo in essa queste norme. Ciò, d’altra parte
– dice – presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà
si è inserita nella natura. “Discutere sulla verità di
questa fede è una cosa assolutamente vana”, egli nota a
proposito.[5] Lo è
veramente? – vorrei domandare. È veramente privo di
senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta
nella natura non presupponga una Ragione creativa, un Creator
Spiritus?
A questo
punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale
dell’Europa. Sulla base della convinzione circa
l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate
l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di
tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza
dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola
persona e la consapevolezza della responsabilità degli
uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione
costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o
considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione
della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della
sua interezza. La cultura dell’Europa è nata
dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma –
dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione
filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma.
Questo triplice incontro forma l’intima identità
dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità
dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della
dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo
incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i
quali è nostro compito in questo momento storico.
Al
giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del
potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa
sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di
avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che
anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare
altro che un cuore docile – la capacità di distinguere
il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di
servire la giustizia e la pace. Vi ringrazio per la vostra
attenzione.
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