Fonte,
Radio Vaticana, 21 aprile 2006
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
SECONDO
GIORNO DI VISITA PASTORALE IN LOMBARDIA
Nella
Messa a Pavia, nel secondo giorno di visita pastorale in
Lombardia,
il
Papa sottolinea che Sant’Agostino è un modello di
conversione anche
per i nostri tempi. Al Regina Caeli,
l’invito ai giovani a
leggere il suo libro Gesù di Nazareth
Un
viaggio apostolico nel segno di Sant’Agostino: si
caratterizza, così, la visita pastorale di Benedetto XVI
in Lombardia, che stamani a Pavia ha dedicato proprio
all’amato vescovo di Ippona
l’omelia pronunciata durante la Messa negli Orti Borromaici.
Alla celebrazione eucaristica hanno preso parte
almeno 20 mila fedeli ai quali il Papa ha indicato
Sant’Agostino quale modello di conversione tuttora
valido. La mattinata del Papa era iniziata con la visita
al Policlinico pavese San Matteo, dove ha ribadito che
medicina e progresso scientifico devono sempre essere al
servizio della vita. Da Pavia, il servizio della nostra
inviata, Adriana Masotti:
**********
La
mattinata del Papa è iniziata con la visita alle 9 al
Policlinico San Matteo, noto centro di cura da 70 mila
ricoveri l’anno e di ricerca in particolare nel settore
dei trapianti e delle malattie rare. Il Papa è venuto per
esprimere a tutti solidarietà
e abbracciare spiritualmente ammalati, familiari,
personale medico e sanitario. In rappresentanza di questo
mondo hanno rivolto il loro saluto a Benedetto XVI il
presidente del Policlinico, Alberto Guglielmo e
un’ammalata. Poi le parole del Papa. “L’ospedale -
ha detto - è un luogo che potremmo dire in qualche modo
“sacro”, dove si sperimenta la fragilità della natura
umana, ma anche le enormi potenzialità e risorse
dell’ingegno dell’uomo e della tecnica al servizio
della vita. La vita dell’uomo!” Un grande dono che
resta sempre un mistero:
“Il
mio vivo auspicio è che, al necessario progresso
scientifico e tecnologico, si accompagni costantemente la
coscienza di promuovere, insieme con il bene del malato,
anche quei valori fondamentali, come il rispetto e la
difesa della vita in ogni sua fase, dai quali dipende la
qualità autenticamente umana di una convivenza”.
Sempre
la Chiesa, seguendo l’esempio del suo Signore, ha
continuato il Papa, manifesta
una speciale predilezione verso chi soffre,
consapevole di essere chiamata a manifestare loro e a chi
se ne prende cura, l’amore e la sollecitudine di Cristo.
Ma Benedetto XVI non tace sulla realtà dura della
malattia:
“Certo,
la sofferenza ripugna all’animo umano; rimane però
sempre vero che, quando viene accolta con amore e con
passione ed è illuminata dalla fede, diviene
un’occasione preziosa che unisce in maniera misteriosa
al Cristo Redentore, l’Uomo dei dolori, che sulla Croce
ha assunto su di sé il dolore e la morte dell’uomo”.
E
il Papa ha rivolto un invito: “Cari ammalati, affidate
al Signore i disagi e le pene che dovete affrontare e nel
suo piano diventeranno mezzi di purificazione e di
redenzione per il mondo intero”.
Al termine dell’incontro, una trentina di persone
in rappresentanza di medici e ammalati hanno potuto
salutare personalmente il Papa in un clima di grande
soddisfazione. Benedetto XVI si è poi trasferito con la papamobile
verso l’ampio spazio degli Orti Borromaici
per la Messa dove c’erano ad attenderlo oltre 20 mila
fedeli con gruppi venuti anche dalle diocesi limitrofe.
All’inizio
della celebrazione il saluto del vescovo, mons. Giovanni
Giudici, che ha presentato al Papa la realtà vivace della
sua diocesi, che con un passato ricco di figure cristiane
esemplari, vive un presente contrassegnato ancora da
generosità, impegno verso chi soffre, attraverso il
volontariato, una comunità ecclesiale decisa a
testimoniare Cristo all’uomo di oggi. L’omelia di
Benedetto XVI è tutta incentrata sul tema della
conversione prendendo spunto dalla prima lettura, che
parla della predicazione degli Apostoli dopo la Pasqua.
Una predicazione contrastata, vissuta dal Sinedrio come un
atto d’accusa. Ma Pietro insiste: Dio ha fatto Gesù
“capo e salvatore” per tutti, anche per Israele. Ed
Egli dona il perdono dei peccati.
Ma
in che cosa consiste il cammino di conversione? Molti gli
esempi nella storia della Chiesa, Pietro stesso, Paolo,
ma Pavia, dice il Papa, parla in modo speciale di
Sant’Agostino. La sua conversione non fu un evento di un
unico momento, ma appunto un cammino di cui il Papa indica
tre grandi tappe: “La prima fu quella verso il
cristianesimo. Agostino era figlio del suo tempo, viveva
come tutti gli altri, e tuttavia rimaneva sempre una
persona in ricerca. Voleva trovare la verità,
sull’uomo, la vita, il mondo”. E poi, tutto ciò che
non portava il nome di Cristo, non gli bastava, sempre
aveva creduto che Dio esiste.
Ma la filosofia non gli indicava come raggiungerlo; il Logos,
la ragione creatrice, rimaneva lontana e intangibile.
“Solo nella fede della Chiesa trovò poi la verità
essenziale: il Verbo, il Logos, si è fatto carne”:
“All’umiltà
dell’incarnazione di Dio deve corrispondere - questo è
il grande passo – deve corrispondere l’umiltà della
nostra fede, che depone la superbia saccente e si china
entrando a far parte della comunità del corpo di Cristo;
che vive con la Chiesa e solo così entra nella comunione
concreta, anzi corporea, con Dio, il Dio vivente. Non devo
dire quanto tutto ciò riguardi noi: rimanere persone che
cercano, non accontentarsi di ciò che tutti dicono e
fanno. Non distogliere lo sguardo dal Dio eterno e da Gesù
Cristo”.
La
seconda conversione: dopo il Battesimo, Agostino aveva
fondato in Africa un piccolo monastero dove la sua vita
era tutta dedita al colloquio con Dio e alla riflessione
della verità della sua Parola. Ma, dopo cinque anni
felici, come lui stesso scrisse, venne
consacrato, a forza, sacerdote a servizio della città di Ippona.
Una consacrazione che gli costò lacrime. Il bel sogno
della vita contemplativa era svanito, la vita cambiata:
“Ora
egli doveva vivere con Cristo per tutti. La grande opera
filosofica di tutta una vita, che aveva sognato, restò
non scritta. Al suo posto ci venne
donata una cosa più preziosa: il Vangelo tradotto nel
linguaggio della vita quotidiana e nelle sue sofferenze.
Ciò che ora costituiva la sua quotidianità, lo ha
descritto così: “Continuamente predicare, discutere,
riprendere, edificare, essere a disposizione di tutti –
è un ingente carico, un grande peso, un’immane
fatica”.
Infine,
la terza conversione con la scoperta che uno solo è
perfetto ed è Cristo:
“Tutta
la Chiesa invece – noi tutti, compreso anche gli
Apostoli – dobbiamo pregare ogni giorno: rimetti a noi i
nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori”. Agostino aveva appreso un ultimo grado di
umiltà – non soltanto l’umiltà di inserire il suo
grande pensiero nella fede umile della Chiesa, non solo
l’umiltà di tradurre le sue grandi conoscenze nella
semplicità dell’annuncio, ma anche l’umiltà di
riconoscere che a lui stesso e all’intera Chiesa
peregrinante era ed è continuamente necessaria la bontà
misericordiosa di un Dio che perdona ogni giorno”.
“E
noi – aggiungeva Agostino - ci rendiamo simili a Cristo
nella misura più grande possibile
quando diventiamo come Lui persone di
misericordia”. E’ la conclusione dell’omelia del
Papa: “In quest’ora preghiamo il Signore affinché
doni a tutti noi, giorno per giorno, la conversione
necessaria e così ci conduca verso la vera vita”.
Poco
prima di mezzogiorno, prima
della recita del Regina Caeli,
i saluti e il ringraziamento a tutti e ancora un pensiero
particolare per i ragazzi e le ragazze presenti ai quali
ha augurato di scoprire sempre più la gioia di seguire
Gesù e di diventare suoi amici.
“Questa
gioia è anche quella che mi ha spinto a scrivere il libro
Gesù di Nazaret, appena
pubblicato. Per i più giovani è un po’ impegnativo, ma
idealmente lo consegno a voi, perché accompagni il
cammino di fede delle nuove generazioni”.
Il
Papa ha ricordato poi che oggi si celebra in Italia la
Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Un
appuntamento significativo, perché l’Università
Cattolica costituisce un punto di riferimento per la
comunità ecclesiale e offre un prezioso contributo
scientifico, culturale e formativo all’intero Paese.
Infine l’affidamento al cuore della Vergine Maria di
ciascuno e dell’intera diocesi di Pavia.
Da
Pavia, Adriana Masotti, Radio Vaticana
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OMELIA DEL
SANTO PADRE
Cari
fratelli e sorelle!
Ieri
pomeriggio ho incontrato la Comunità diocesana di
Vigevano ed il cuore di questa mia visita pastorale è
stata la Concelebrazione eucaristica in Piazza Ducale;
quest’oggi ho la gioia di visitare la vostra Diocesi e
momento culminante di questo nostro incontro è anche qui
la Santa Messa. Con affetto saluto i Confratelli che
concelebrano con me: il Cardinale Dionigi Tettamanzi,
Arcivescovo di Milano, il Pastore della vostra diocesi, il
Vescovo Giovanni Giudici, quello emerito, il Vescovo
Giovanni Volta, e gli altri Presuli della Lombardia. Sono
grato per la loro presenza ai Rappresentanti del Governo e
delle Amministrazioni locali. Rivolgo il mio saluto
cordiale ai sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi e alle
religiose, ai responsabili delle associazioni laicali, ai
giovani, ai malati e a tutti i fedeli, ed estendo il mio
pensiero all’intera popolazione di questa antica e
nobile città e della Diocesi.
Nel tempo
pasquale la Chiesa ci presenta, domenica per domenica,
qualche brano della predicazione con cui gli Apostoli, in
particolare Pietro, dopo la Pasqua invitavano Israele alla
fede in Gesù Cristo, il Risorto, fondando così la
Chiesa. Nell’odierna lettura gli Apostoli stanno davanti
al Sinedrio – davanti a quell’istituzione che, avendo
dichiarato Gesù reo di morte, non poteva tollerare che
questo Gesù, mediante la predicazione degli Apostoli, ora
cominciasse ad operare nuovamente; non poteva tollerare
che la sua forza risanatrice si facesse di nuovo presente
e intorno a questo nome si raccogliessero persone che
credevano in Lui come nel Redentore promesso. Gli Apostoli
vengono accusati. Il rimprovero è: "Volete far
ricadere su di noi il sangue di quell’uomo". A
questa accusa Pietro risponde con una breve catechesi
sull’essenza della fede cristiana: "No, non
vogliamo far ricadere il suo sangue su di voi. L’effetto
della morte e risurrezione di Gesù è totalmente diverso.
Dio lo ha fatto «capo e salvatore» per tutti, proprio
anche per voi, per il suo popolo d’Israele". E dove
conduce questo "capo", che cosa porta questo
"salvatore"? Egli conduce alla conversione –
crea lo spazio e la possibilità di ravvedersi, di
pentirsi, di ricominciare. Ed Egli dona il perdono dei
peccati – ci introduce nel giusto rapporto con Dio.
Questa
breve catechesi di Pietro non valeva solo per il Sinedrio.
Essa parla a tutti noi. Poiché Gesù, il Risorto, vive
anche oggi. E per tutte le generazioni, per tutti gli
uomini Egli è il "capo" che precede sulla via e
il "salvatore" che rende la nostra vita giusta.
Le due parole "conversione" e "perdono dei
peccati", corrispondenti ai due titoli di Cristo
"capo" e "salvatore", sono le
parole-chiave della catechesi di Pietro, parole che in
quest’ora vogliono raggiungere anche il nostro cuore. Il
cammino che dobbiamo fare – il cammino che Gesù ci
indica, si chiama "conversione". Ma che cosa è?
Che cosa bisogna fare? In ogni vita la conversione ha la
sua forma propria, perché ogni uomo è qualcosa di nuovo
e nessuno è soltanto la copia di un altro. Ma nel corso
della storia della cristianità il Signore ci ha mandato
modelli di conversione, guardando ai quali possiamo
trovare orientamento. Potremmo per questo guardare a
Pietro stesso, a cui il Signore nel cenacolo aveva detto:
"Tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi
fratelli" (Lc 22,32). Potremmo guardare a
Paolo come a un grande convertito. La città di Pavia
parla di uno dei più grandi convertiti della storia della
Chiesa: sant’Aurelio Agostino. Egli morì il 28 agosto
del 430 nella città portuale di Ippona, allora circondata
ed assediata dai Vandali. Dopo parecchia confusione di una
storia agitata, il re dei Longobardi acquistò le sue
spoglie per la città di Pavia, cosicché ora egli
appartiene in modo particolare a questa città ed in essa
e da essa parla a tutti noi in maniera speciale.
Nel suo
libro "Le Confessioni", Agostino ha
illustrato in modo toccante il cammino della sua
conversione, che col Battesimo amministratogli dal Vescovo
Ambrogio nel duomo di Milano aveva raggiunto la sua meta.
Chi legge Le Confessioni può condividere il
cammino che Agostino in una lunga lotta interiore dovette
percorrere per ricevere finalmente, nella notte di Pasqua
del 387, al fonte battesimale il Sacramento che segnò la
grande svolta della sua vita. Seguendo attentamente il
corso della vita di sant’Agostino, si può vedere che la
conversione non fu un evento di un unico momento, ma
appunto un cammino. E si può vedere che al fonte
battesimale questo cammino non era ancora terminato. Come
prima del Battesimo, così anche dopo di esso la vita di
Agostino è rimasta, pur in modo diverso, un cammino di
conversione – fin nella sua ultima malattia, quando fece
applicare alla parete i Salmi penitenziali per averli
sempre davanti agli occhi; quando si autoescluse dal
ricevere l’Eucaristia per ripercorrere ancora una volta
la via della penitenza e ricevere la salvezza dalle mani
di Cristo come dono delle misericordie di Dio. Così
possiamo parlare delle "conversioni" di Agostino
che, di fatto, sono state un’unica grande conversione
nella ricerca del Volto di Cristo e poi nel camminare
insieme con Lui.
Vorrei
parlare di tre grandi tappe in questo cammino di
conversione, di tre "conversioni". La prima
conversione fondamentale fu il cammino interiore verso
il cristianesimo, verso il "sì" della fede e
del Battesimo. Quale fu l’aspetto essenziale di questo
cammino? Agostino, da una parte, era figlio del suo tempo,
condizionato profondamente dalle abitudini e dalle
passioni in esso dominanti, come anche da tutte le domande
e i problemi di un giovane. Viveva come tutti gli altri, e
tuttavia c’era in lui qualcosa di particolare: egli
rimase sempre una persona in ricerca. Non si accontentò
mai della vita così come essa si presentava e come tutti
la vivevano. Era sempre tormentato dalla questione della
verità. Voleva trovare la verità. Voleva riuscire a
sapere che cosa è l’uomo; da dove proviene il mondo; di
dove veniamo noi stessi, dove andiamo e come possiamo
trovare la vita vera. Voleva trovare la retta vita e non
semplicemente vivere ciecamente senza senso e senza meta.
La passione per la verità è la vera parola-chiave della
sua vita. E c’è ancora una peculiarità. Tutto ciò che
non portava il nome di Cristo, non gli bastava. L’amore
per questo nome – ci dice – lo aveva bevuto col latte
materno (cfr Conf 3,4,8). E sempre aveva creduto
– a volte piuttosto vagamente, a volte più chiaramente
– che Dio esiste e che Egli si prende cura di noi. Ma
conoscere veramente questo Dio e familiarizzare davvero
con quel Gesù Cristo e arrivare a dire "sì" a
Lui con tutte le conseguenze –questa era la grande lotta
interiore dei suoi anni giovanili. Egli ci racconta che,
per il tramite della filosofia platonica, aveva appreso e
riconosciuto che "in principio era il Verbo" –
il Logos, la ragione creatrice. Ma la filosofia non
gli indicava alcuna via per raggiungerlo; questo Logos
rimaneva lontano e intangibile. Solo nella fede della
Chiesa trovò poi la seconda verità essenziale: il Verbo
si è fatto carne. E così esso ci tocca, noi lo
tocchiamo. All’umiltà dell’incarnazione di Dio deve
corrispondere l’umiltà della nostra fede, che depone la
superbia saccente e si china entrando a far parte della
comunità del corpo di Cristo; che vive con la Chiesa e
solo così entra nella comunione concreta, anzi corporea,
con il Dio vivente. Non devo dire quanto tutto ciò
riguardi noi: rimanere persone che cercano, non
accontentarsi di ciò che tutti dicono e fanno. Non
distogliere lo sguardo dal Dio eterno e da Gesù Cristo.
Imparare sempre di nuovo l’umiltà della fede nella
Chiesa corporea di Gesù Cristo.
La sua
seconda conversione
Agostino ce la descrive alla fine del secondo libro delle
sue Confessioni con le parole: "Oppresso dai
miei peccati e dal peso della mia miseria, avevo ventilato
in cuor mio e meditato una fuga nella solitudine. Tu,
però, me lo impedisti, confortandomi con queste parole:
«Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non
vivano più per se stessi, ma per colui che è morto per
tutti»" (2 Cor 5,15; Conf 10,43,70).
Che cosa era successo? Dopo il suo Battesimo, Agostino si
era deciso a ritornare in Africa e lì aveva fondato,
insieme con i suoi amici, un piccolo monastero. Ora la sua
vita doveva essere dedita totalmente al colloquio con Dio
e alla riflessione e contemplazione della bellezza e della
verità della sua Parola. Così egli passò tre anni
felici, nei quali si credeva arrivato alla meta della sua
vita; in quel periodo nacque una serie di preziose opere
filosofiche. Nel 391 egli andò a trovare nella città
portuale di Ippona un amico, che voleva conquistare alla
vita monastica. Ma nella liturgia domenicale, alla quale
partecipò nella cattedrale, venne riconosciuto. Il
Vescovo della città, un uomo di provenienza greca, che
non parlava bene il latino e faceva fatica a predicare,
nella sua omelia non a caso disse di aver l’intenzione
di scegliere un sacerdote al quale affidare anche il
compito della predicazione. Immediatamente la gente
afferrò Agostino e lo portò di forza avanti, perché
venisse consacrato sacerdote a servizio della città.
Subito dopo questa sua consacrazione forzata, Agostino
scrisse al Vescovo Valerio: "Mi sentivo come uno che
non sa tenere il remo e a cui, tuttavia, è stato
assegnato il secondo posto al timone… E di qui
derivavano quelle lacrime che alcuni fratelli mi videro
versare in città al tempo della mia ordinazione" (cfr
Ep 21,1s). Il bel sogno della vita contemplativa
era svanito, la vita di Agostino ne risultava
fondamentalmente cambiata. Ora egli doveva vivere con
Cristo per tutti. Doveva tradurre le sue conoscenze e i
suoi pensieri sublimi nel pensiero e nel linguaggio della
gente semplice della sua città. La grande opera
filosofica di tutta una vita, che aveva sognato, restò
non scritta. Al suo posto ci venne donata una cosa più
preziosa: il Vangelo tradotto nel linguaggio della vita
quotidiana. Ciò che ora costituiva la sua quotidianità,
lo ha descritto così: "Correggere gli
indisciplinati, confortare i pusillanimi, sostenere i
deboli, confutare gli oppositori… stimolare i
negligenti, frenare i litigiosi, aiutare i bisognosi,
liberare gli oppressi, mostrare approvazione ai buoni,
tollerare i cattivi e amare tutti" (cfr Serm
340, 3). "Continuamente predicare, discutere,
riprendere, edificare, essere a disposizione di tutti –
è un ingente carico, un grande peso, un’immane
fatica" (Serm 339, 4). Fu questa la seconda
conversione che quest’uomo, lottando e soffrendo,
dovette continuamente realizzare: sempre di nuovo essere
lì per tutti; sempre di nuovo, insieme con Cristo, donare
la propria vita, affinché gli altri potessero trovare
Lui, la vera Vita.
C’è
ancora una terza tappa decisiva nel cammino di
conversione di sant’Agostino. Dopo la sua
Ordinazione sacerdotale, egli aveva chiesto un periodo di
vacanza per poter studiare più a fondo le Sacre
Scritture. Il suo primo ciclo di omelie, dopo questa pausa
di riflessione, riguardò il Discorso della montagna; vi
spiegava la via della retta vita, "della vita
perfetta" indicata in modo nuovo da Cristo – la
presentava come un pellegrinaggio sul monte santo della
Parola di Dio. In queste omelie si può percepire ancora
tutto l’entusiasmo della fede appena trovata e vissuta:
la ferma convinzione che il battezzato, vivendo totalmente
secondo il messaggio di Cristo, può essere, appunto,
"perfetto". Circa vent’anni dopo, Agostino
scrisse un libro intitolato Le Ritrattazioni, in
cui passa in rassegna in modo critico le sue opere redatte
fino a quel momento, apportando correzioni laddove, nel
frattempo, aveva appreso cose nuove. Riguardo all’ideale
della perfezione nelle sue omelie sul Discorso della
montagna annota: "Nel frattempo ho compreso che uno
solo è veramente perfetto e che le parole del Discorso
della montagna sono totalmente realizzate in uno solo: in
Gesù Cristo stesso. Tutta la Chiesa invece – tutti noi,
inclusi gli Apostoli – dobbiamo pregare ogni giorno:
rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai
nostri debitori" (cfr Retract. I 19,1-3).
Agostino aveva appreso un ultimo grado di umiltà – non
soltanto l’umiltà di inserire il suo grande pensiero
nella fede della Chiesa, non solo l’umiltà di tradurre
le sue grandi conoscenze nella semplicità
dell’annuncio, ma anche l’umiltà di riconoscere che a
lui stesso e all’intera Chiesa peregrinante era
continuamente necessaria la bontà misericordiosa di un
Dio che perdona; e noi – aggiungeva - ci rendiamo simili
a Cristo, il Perfetto, nella misura più grande possibile,
quando diventiamo come Lui persone di misericordia.
In
quest’ora ringraziamo Dio per la grande luce che si
irradia dalla sapienza e dall’umiltà di sant’Agostino
e preghiamo il Signore affinché doni a tutti noi, giorno
per giorno, la conversione necessaria e così ci conduca
verso la vera vita. Amen.
VISITA AL
POLICLINICO SAN MATTEO
Cari
fratelli e sorelle,
nel
programma della visita pastorale a Pavia non poteva
mancare una sosta al Policlinico "San Matteo"
per incontrare voi, cari ammalati, che provenite non solo
dalla provincia di Pavia ma da tutta l’Italia. A
ciascuno esprimo la mia personale vicinanza e solidarietà,
mentre abbraccio spiritualmente anche gli ammalati, i
sofferenti e le persone in difficoltà che si trovano
nella vostra Diocesi e quanti se ne prendono amorevole
cura. A tutti vorrei far giungere una parola di
incoraggiamento e di speranza. Rivolgo un rispettoso
saluto al Presidente del Policlinico, Signor Alberto
Guglielmo, e lo ringrazio per le cordiali espressioni che
mi ha poc’anzi indirizzato. La mia gratitudine si
estende ai medici, agli infermieri e a tutto il personale,
che qui opera quotidianamente. Un pensiero grato rivolgo
ai Padri Camilliani, che con vivo zelo pastorale recano
ogni giorno ai malati il conforto della fede, come pure
alle Suore della Provvidenza impegnate in un generoso
servizio secondo il carisma del loro Fondatore, san Luigi
Scrosoppi. Un grazie di cuore esprimo al rappresentante
degli ammalati e con affetto penso pure ai familiari dei
malati, che con i loro cari condividono momenti di
trepidazione e di fiduciosa attesa.
L’ospedale
è un luogo che potremmo dire in qualche modo
"sacro", dove si sperimenta la fragilità della
natura umana, ma anche le enormi potenzialità e risorse
dell’ingegno dell’uomo e della tecnica al servizio
della vita. La vita dell’uomo! Questo grande dono, per
quanto lo si esplori, resta sempre un mistero. So che
questa vostra struttura ospedaliera, il Policlinico
"San Matteo", è ben conosciuta in questa Città
e nel resto d’Italia, soprattutto per alcuni interventi
di avanguardia. Qui, voi cercate di alleviare la
sofferenza delle persone nel tentativo di un pieno
recupero delle condizioni di salute e molto spesso, grazie
anche alle moderne scoperte scientifiche, ciò avviene.
Qui si ottengono dei risultati veramente confortanti. Il
mio vivo auspicio è che, al necessario progresso
scientifico e tecnologico, si accompagni costantemente la
coscienza di promuovere, insieme con il bene del malato,
anche quei valori fondamentali, come il rispetto e la
difesa della vita in ogni sua fase, dai quali dipende la
qualità autenticamente umana di una convivenza.
Trovandomi
tra voi, mi viene spontaneo pensare a Gesù che, nel corso
della sua esistenza terrena, ha sempre mostrato una
particolare attenzione verso i sofferenti, guarendoli e
donando loro la possibilità di un ritorno alla vita di
relazione familiare e sociale che la malattia aveva
compromesso. Penso anche alla prima comunità cristiana,
dove, come leggiamo in questi giorni negli Atti degli
Apostoli, molte guarigioni e prodigi accompagnavano la
predicazione degli Apostoli. Sempre la Chiesa, seguendo
l’esempio del suo Signore, manifesta una speciale
predilezione verso chi soffre, e non cessa di offrire ai
malati l’aiuto necessario, consapevole di essere
chiamata a manifestare l’amore e la sollecitudine di
Cristo verso di essi e verso coloro che se ne prendono
cura.
Particolarmente
attuale risuona, poi, in questo luogo la parola di Gesù:
"Quello che avete fatto al più piccolo dei miei
fratelli, l’avete fatto a me" (Mt 25,40.45).
In ogni persona colpita dalla malattia è Lui stesso che
attende il nostro amore. Certo, la sofferenza ripugna
all’animo umano; rimane però sempre vero che, quando
viene accolta con amore ed è illuminata dalla fede,
diviene un’occasione preziosa che unisce in maniera
misteriosa al Cristo Redentore, l’Uomo dei dolori, che
sulla Croce ha assunto su di sé il dolore e la morte
dell’uomo. Con il sacrificio della sua vita Egli ha
redento la sofferenza umana e ne ha fatto il mezzo
fondamentale della salvezza. Cari ammalati, affidate al
Signore i disagi e le pene che dovete affrontare e nel suo
piano diventeranno mezzi di purificazione e di redenzione
per il mondo intero. Cari amici, assicuro a ciascuno di
voi il mio ricordo nella preghiera e, mentre invoco Maria
Santissima, Salus infirmorum – Salute degli
infermi, perché protegga voi e le vostre famiglie, i
dirigenti, i medici e l’intera comunità del
Policlinico, a tutti con affetto imparto una speciale
Benedizione Apostolica.
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Dopo la
grande Messa nella mattina, nel pomeriggio il Papa si è
soffermato in preghiera accanto alle spoglie del vescovo
di Ippona nella Basilica pavese di San Pietro in Ciel
d’Oro. Su questo evento tanto atteso e la conclusione
del viaggio, il servizio della nostra inviata Adriana
Masotti: 
**********
“Per me è una grandissima gioia che, nel congedo da
questa meravigliosa città di Pavia, posso vedere i
bambini. Voi siete particolarmente vicini al Signore, e
l’amore del Signore è particolarmente per voi. Andiamo
avanti nell’amore del Signore”. Sono state le parole,
improvvisate, del Papa alla partenza ieri sera da Pavia,
sollecitato dall’entusiasmo dei più piccoli
all’uscita dalla Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro,
ultima tappa della sua visita alla diocesi lombarda.
L’aveva concepita nella forma del pellegrinaggio questa
visita, Benedetto XVI, per esprimere l’omaggio di tutta
la Chiesa cattolica ad uno dei suoi “padri” più
grandi, Agostino, ma anche la personale devozione e
riconoscenza verso colui che tanta parte ha avuto nella
sua vita di teologo, di pastore e di uomo. Lo ha confidato
il Papa stesso davanti all’urna con le spoglie di
Sant’Agostino custodite nella Basilica, dove sono stati
cantati i Vespri della terza Domenica di Pasqua, e il
priore generale degli Agostiniani, padre Robert Prevost,
ha rivolto un commosso e grato saluto a Benedetto XVI. La
Provvidenza, ha detto il Papa, ha voluto che il mio
viaggio acquistasse il carattere di una vera e propria
visita pastorale, e perciò vorrei raccogliere presso
questo sepolcro, un messaggio significativo per il cammino
della Chiesa che ci viene dall’incontro tra la Parola di
Dio e l’esperienza personale del grande vescovo di
Ippona:
“Gesù Cristo, Verbo incarnato, Agnello immolato e
risorto, è la rivelazione del volto di Dio Amore ad ogni
essere umano in cammino sui sentieri del tempo verso
l’eternità. Scrive l’apostolo Giovanni in un passo
che si può considerare parallelo a quello ora proclamato
della Lettera agli Ebrei: ‘In questo sta l’amore: non
siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e
ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i
nostri peccati’. Qui è il cuore del Vangelo, il nucleo
centrale del Cristianesimo. La luce di questo amore ha
aperto gli occhi di Agostino, gli ha fatto incontrare la
“bellezza antica e sempre nuova” in cui soltanto trova
pace il cuore dell’uomo…qui, davanti alla tomba di
sant’Agostino, vorrei idealmente riconsegnare alla
Chiesa e al mondo la mia prima Enciclica, che contiene
proprio questo messaggio centrale del Vangelo: Deus
caritas est, Dio è amore”.
Un Enciclica, sottolinea il Papa, largamente debitrice al
pensiero di sant’Agostino, che è stato un innamorato
dell’Amore di Dio. “Sono convinto che l’umanità
contemporanea ha bisogno di questo messaggio essenziale,
incarnato in Cristo Gesù: Dio è amore. Tutto deve
partire da qui e tutto qui deve condurre”:
“Ecco allora il messaggio che ancora oggi sant’Agostino
ripete a tutta la Chiesa e, in particolare, a questa
Comunità diocesana...: l’Amore è l’anima della vita
della Chiesa e della sua azione pastorale... Servire
Cristo è anzitutto questione d’amore”.
E il Papa descrive la natura della Chiesa che non è
“una semplice organizzazione di manifestazioni
collettive né, all’opposto, la somma di individui che
vivono una religiosità privata. La Chiesa è una comunità
di persone che credono nel Dio di Gesù Cristo e si
impegnano a vivere nel mondo il comandamento della carità
che Egli ha lasciato”. E’ dunque una comunità in cui
si è educati all’amore e alla capacità di leggere e
interpretare il tempo presente alla luce del Vangelo. E ha
concluso: “Ripartiamo da qui portando nel cuore la gioia
di essere discepoli dell’Amore”.
All’esterno della Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro
il Papa aveva poco prima benedetto la prima pietra di un
Centro di studi agostiniani che porterà il suo nome a
dimostrazione dello stretto legame che unisce il Papa al
grande Dottore della Chiesa e che avrà il compito di
promuovere la spiritualità e il pensiero del vescovo di
Ippona.
La visita del Papa a Pavia non poteva non prevedere una
sosta nella sua Università, uno dei più antichi e
illustri Atenei italiani, dove sono passati docenti e
studenti di notevole statura spirituale. Due i poli
co-essenziali di ogni università, ha affermato subito
Benedetto XVI, la centralità della persona e la
dimensione comunitaria per superare la frammentazione
specialistica delle discipline. Poi l’impegno della
ricerca scientifica ad aprirsi alla domanda esistenziale
di senso per la vita stessa della persona. Un’attenzione
che, riconosce il Papa, è ben presente nell’azione
pastorale della Chiesa pavese in ambito culturale, grazie
ai suoi collegi, e anche all’opera delle parrocchie e
dei movimenti ecclesiali, in particolare del Centro
Universitario Diocesano e della F.U.C.I. “Vorrei
cogliere questa occasione - ha continuato il Papa - per
invitare gli studenti e i docenti a non sentirsi soltanto
oggetto di attenzione pastorale, ma a partecipare
attivamente e ad offrire il loro contributo al progetto
culturale di ispirazione cristiana che la Chiesa promuove
in Italia e in Europa”:
“Incontrandovi, cari amici, viene spontaneo
pensare a sant’Agostino, co-patrono di questa Università
insieme a santa Caterina d’Alessandria. Il percorso
esistenziale e intellettuale di Agostino sta a
testimoniare la feconda interazione tra fede e cultura.
Sant’Agostino è un uomo con un instancabile desiderio
di trovare la verità … Così la fede in Cristo … lo
ha ulteriormente spinto a cercare le profondità
dell’essere uomo… La fede di Cristo ha dato compimento
alla ricerca di Agostino, ma compimento nel senso che è
rimasto sempre in cammino, anzi egli dice: anche
nell’eternità la nostra ricerca non sarà finita. Sarà
un’avventura eterna per scoprire sempre nuove grandezze
e bellezze".
Invoco, pertanto, l’intercessione di sant’Agostino, ha
concluso, affinché l’Università di Pavia si distingua
sempre per una speciale attenzione alla persona, per
un’accentuata dimensione comunitaria nella ricerca
scientifica e per un fecondo dialogo tra la fede e la
cultura.
Da Pavia, Adriana Masotti, Radio Vaticana.
CELEBRAZIONE
DEI VESPRI CON SACERDOTI, RELIGIOSI,
RELIGIOSE E SEMINARISTI DELLA DIOCESI
OMELIA
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Basilica di San
Pietro in Ciel d’Oro, Pavia
Domenica, 22 aprile 2007
Cari
fratelli e sorelle!
In questo
suo momento conclusivo, la mia visita a Pavia acquista la
forma del pellegrinaggio. E’ la forma in cui
all’inizio l’avevo concepita, desiderando venire a
venerare le spoglie mortali di sant’Agostino, per
esprimere sia l’omaggio di tutta la Chiesa cattolica ad
uno dei suoi "padri" più grandi, sia la mia
personale devozione e riconoscenza verso colui che tanta
parte ha avuto nella mia vita di teologo e di pastore, ma
direi prima ancora di uomo e di sacerdote. Rinnovo con
affetto il saluto al Vescovo Giovanni Giudici e lo porgo
in modo speciale al Priore Generale degli Agostiniani,
Padre Robert Francis Prevost, al Padre Provinciale e
all’intera comunità agostiniana. Con gioia saluto tutti
voi, cari sacerdoti, religiosi e religiose, laici
consacrati e seminaristi.
La
Provvidenza ha voluto che il mio viaggio acquistasse il
carattere di una vera e propria visita pastorale, e perciò,
in questa sosta di preghiera, vorrei raccogliere qui,
presso il sepolcro del Doctor gratiae, un messaggio
significativo per il cammino della Chiesa. Questo
messaggio ci viene dall’incontro tra la Parola di Dio e
l’esperienza personale del grande Vescovo di Ippona.
Abbiamo ascoltato la breve Lettura biblica dei secondi
Vespri della terza Domenica di Pasqua (Eb
10,12-14): la Lettera agli Ebrei ci ha posto dinanzi
Cristo sommo ed eterno Sacerdote, esaltato alla gloria del
Padre dopo avere offerto se stesso come unico e perfetto
sacrificio della nuova Alleanza, nel quale s’è compiuta
l’opera delle Redenzione. Su questo mistero sant’Agostino
ha fissato lo sguardo e in esso ha trovato la Verità che
tanto cercava: Gesù Cristo, Verbo incarnato, Agnello
immolato e risorto, è la rivelazione del volto di Dio
Amore ad ogni essere umano in cammino sui sentieri del
tempo verso l’eternità. Scrive l’apostolo Giovanni in
un passo che si può considerare parallelo a quello ora
proclamato della Lettera agli Ebrei: "In questo sta
l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che
ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di
espiazione per i nostri peccati" (1 Gv 4,10).
Qui è il cuore del Vangelo, il nucleo centrale del
Cristianesimo. La luce di questo amore ha aperto gli occhi
di Agostino, gli ha fatto incontrare la "bellezza
antica e sempre nuova" (Conf. X,27) in cui
soltanto trova pace il cuore dell’uomo.
Cari
fratelli e sorelle, qui, davanti alla tomba di sant’Agostino,
vorrei idealmente riconsegnare alla Chiesa e al mondo la
mia prima Enciclica, che contiene proprio questo messaggio
centrale del Vangelo: Deus caritas est, Dio è
amore (1 Gv 4,8.16). Questa Enciclica, soprattutto
la sua prima parte, è largamente debitrice al pensiero di
sant’Agostino, che è stato un innamorato dell’Amore
di Dio, e lo ha cantato, meditato, predicato in tutti i
suoi scritti, e soprattutto testimoniato nel suo ministero
pastorale. Sono convinto, ponendomi nella scia degli
insegnamenti del Concilio Vaticano II e dei miei venerati
Predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e
Giovanni Paolo II, che l’umanità contemporanea ha
bisogno di questo messaggio essenziale, incarnato in
Cristo Gesù: Dio è amore. Tutto deve partire da qui e
tutto qui deve condurre: ogni azione pastorale, ogni
trattazione teologica. Come dice san Paolo: "Se non
avessi la carità, nulla mi giova" (cfr 1 Cor
13,3): tutti i carismi perdono di senso e di valore senza
l’amore, grazie al quale invece tutti concorrono a
edificare il Corpo mistico di Cristo.
Ecco
allora il messaggio che ancora oggi sant’Agostino ripete
a tutta la Chiesa e, in particolare, a questa Comunità
diocesana che con tanta venerazione custodisce le sue
reliquie: l’Amore è l’anima della vita della Chiesa e
della sua azione pastorale. L’abbiamo ascoltato stamani
nel dialogo tra Gesù e Simon Pietro: "Mi ami tu? …
Pasci le mie pecorelle" (cfr Gv 21,15-17).
Solo chi vive nell’esperienza personale dell’amore del
Signore è in grado di esercitare il compito di guidare e
accompagnare altri nel cammino della sequela di Cristo.
Alla scuola di sant’Agostino ripeto questa verità per
voi come Vescovo di Roma, mentre, con gioia sempre nuova,
la accolgo con voi come cristiano.
Servire
Cristo è anzitutto questione d’amore. Cari fratelli e
sorelle, la vostra appartenenza alla Chiesa e il vostro
apostolato risplendano sempre per la libertà da ogni
interesse individuale e per l’adesione senza riserve
all’amore di Cristo. I giovani, in particolare, hanno
bisogno di ricevere l’annuncio della libertà e della
gioia, il cui segreto sta in Cristo. E’ Lui la risposta
più vera all’attesa dei loro cuori inquieti per le
tante domande che si portano dentro. Solo in Lui, Parola
pronunciata dal Padre per noi, si trova quel connubio di
verità e amore in cui è posto il senso pieno della vita.
Agostino ha vissuto in prima persona ed esplorato fino in
fondo gli interrogativi che l’uomo si porta nel cuore ed
ha sondato le capacità che egli ha di aprirsi
all’infinito di Dio.
Sulle
orme di Agostino, siate anche voi una Chiesa che annuncia
con franchezza la "lieta notizia" di Cristo, la
sua proposta di vita, il suo messaggio di riconciliazione
e di perdono. Ho veduto che il primo vostro obiettivo
pastorale è di condurre le persone alla maturità
cristiana. Apprezzo questa priorità accordata alla
formazione personale, perché la Chiesa non è una
semplice organizzazione di manifestazioni collettive né,
all’opposto, la somma di individui che vivono una
religiosità privata. La Chiesa è una comunità di
persone che credono nel Dio di Gesù Cristo e si impegnano
a vivere nel mondo il comandamento della carità che Egli
ha lasciato. E’ dunque una comunità in cui si è
educati all’amore, e questa educazione avviene non
malgrado, ma attraverso gli avvenimenti della vita. Così
è stato per Pietro, per Agostino e per tutti i santi. Così
è per noi.
La
maturazione personale, animata dalla carità ecclesiale,
permette anche di crescere nel discernimento comunitario,
cioè nella capacità di leggere e interpretare il tempo
presente alla luce del Vangelo, per rispondere alla
chiamata del Signore. Vi incoraggio a progredire nella
testimonianza personale e comunitaria dell’amore
operoso. Il servizio della carità, che concepite
giustamente sempre legato all’annuncio della Parola e
alla celebrazione dei Sacramenti, vi chiama e al tempo
stesso vi stimola ad essere attenti ai bisogni materiali e
spirituali dei fratelli. Vi incoraggio a perseguire la
"misura alta" della vita cristiana, che trova
nella carità il vincolo della perfezione e che deve
tradursi anche in uno stile di vita morale ispirato al
Vangelo, inevitabilmente controcorrente rispetto ai
criteri del mondo, ma da testimoniare sempre con stile
umile, rispettoso e cordiale.
Cari
fratelli e sorelle, è stato per me un dono, realmente un
dono, condividere con voi questa sosta presso la tomba di
sant’Agostino: la vostra presenza ha dato al mio
pellegrinaggio un più concreto senso ecclesiale.
Ripartiamo da qui portando nel cuore la gioia di essere
discepoli dell’Amore. Ci accompagni sempre la Vergine
Maria, alla cui materna protezione affido ciascuno di voi
e i vostri cari, mentre con grande affetto vi imparto la
Benedizione Apostolica.
VISITA PASTORALE A
VIGEVANO E PAVIA
INCONTRO CON IL
MONDO DELLA CULTURA
DISCORSO
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Cortile "Teresiano"
dell’Università, Pavia
Domenica, 22 aprile 2007
Magnifico
Rettore,
illustri Professori, cari studenti!
La mia
visita pastorale a Pavia, seppur breve, non poteva non
prevedere una sosta in questa Università, che costituisce
da secoli un elemento caratterizzante della vostra città.
Sono pertanto lieto di trovarmi in mezzo a voi per questo
incontro a cui attribuisco particolare valore, venendo
anch’io dal mondo accademico. Saluto con cordiale
deferenza i professori e, in primo luogo, il Rettore,
Prof. Angiolino Stella, che ringrazio per le cortesi
parole rivoltemi. Saluto gli studenti, in special modo il
giovane che si è fatto portavoce dei sentimenti degli
altri universitari. Mi ha rassicurato sul coraggio nella
dedizione alla verità, sul coraggio di cercare oltre i
limiti del conosciuto, di non arrendersi alla debolezza
della ragione. E sono molto grato per queste parole.
Estendo il mio pensiero beneaugurante anche a quanti fanno
parte della vostra comunità accademica e non hanno potuto
essere qui presenti quest’oggi.
La vostra
è una delle più antiche ed illustri Università
italiane, ed annovera - ripeto quanto ha già detto il
Magnifico Rettore - tra i docenti che l’hanno onorata
personalità quali Alessandro Volta, Camillo Golgi e Carlo
Forlanini. Mi è caro pure ricordare che nel vostro Ateneo
sono passati docenti e studenti segnalatisi per
un’eminente statura spirituale. Tali furono Michele
Ghislieri, diventato poi Papa san Pio V, san Carlo
Borromeo, sant’Alessandro Sauli, san Riccardo Pampuri,
santa Gianna Beretta Molla, il beato Contardo Ferrini e il
servo di Dio Teresio Olivelli.
Cari
amici, ogni Università ha una nativa vocazione
comunitaria: essa infatti è appunto una universitas,
una comunità di docenti e studenti impegnati nella
ricerca della verità e nell’acquisizione di superiori
competenze culturali e professionali. La centralità della
persona e la dimensione comunitaria sono due poli
co-essenziali per una valida impostazione della universitas
studiorum. Ogni Università dovrebbe sempre custodire
la fisionomia di un Centro di studi "a misura
d’uomo", in cui la persona dello studente sia
preservata dall’anonimato e possa coltivare un fecondo
dialogo con i docenti, traendone incentivo per la sua
crescita culturale ed umana.
Da questa
impostazione discendono alcune applicazioni tra loro
connesse. Anzitutto, è certo che solo ponendo al centro
la persona e valorizzando il dialogo e le relazioni
interpersonali può essere superata la frammentazione
specialistica delle discipline e recuperata la prospettiva
unitaria del sapere. Le discipline tendono naturalmente, e
anche giustamente, alla specializzazione, mentre la
persona ha bisogno di unità e di sintesi. In secondo
luogo, è di fondamentale importanza che l’impegno della
ricerca scientifica possa aprirsi alla domanda
esistenziale di senso per la vita stessa della persona. La
ricerca tende alla conoscenza, mentre la persona abbisogna
anche della sapienza, di quella scienza cioè che si
esprime nel "saper-vivere". In terzo luogo, solo
valorizzando la persona e le relazioni interpersonali il
rapporto didattico può diventare relazione educativa, un
cammino di maturazione umana. La struttura infatti
privilegia la comunicazione, mentre le persone aspirano
alla condivisione.
So che
quest’attenzione alla persona, alla sua esperienza
integrale di vita e alla sua tensione comunionale è ben
presente nell’azione pastorale della Chiesa pavese in
ambito culturale. Lo testimonia l’opera dei Collegi
universitari di ispirazione cristiana. Tra questi, vorrei
anch’io ricordare il Collegio Borromeo, voluto da san
Carlo Borromeo con Bolla di fondazione del Papa Pio IV e
il Collegio Santa Caterina, fondato dalla Diocesi di Pavia
per volontà del Servo di Dio Paolo VI con contributo
determinante della Santa Sede. Importante, in questo
senso, è anche l’opera delle parrocchie e dei movimenti
ecclesiali, in particolare del Centro Universitario
Diocesano e della F.U.C.I.: la loro attività è volta ad
accogliere la persona nella sua globalità, a proporre
cammini armonici di formazione umana, culturale e
cristiana, ad offrire spazi di condivisione, di confronto
e di comunione. Vorrei cogliere questa occasione per
invitare gli studenti e i docenti a non sentirsi soltanto
oggetto di attenzione pastorale, ma a partecipare
attivamente e ad offrire il loro contributo al progetto
culturale di ispirazione cristiana che la Chiesa promuove
in Italia e in Europa.
Incontrandovi,
cari amici, viene spontaneo pensare a sant’Agostino,
co-patrono di questa Università insieme a santa Caterina
d’Alessandria. Il percorso esistenziale e intellettuale
di Agostino sta a testimoniare la feconda interazione tra
fede e cultura. Sant’Agostino era un uomo animato da un
instancabile desiderio di trovare la verità, di trovare
che cosa è la vita, di sapere come vivere, di conoscere
l’uomo. E proprio a causa della sua passione per
l’uomo ha necessariamente cercato Dio, perché solo
nella luce di Dio anche la grandezza dell’uomo, la
bellezza dell’avventura di essere uomo può apparire
pienamente. Questo Dio inizialmente gli appariva molto
lontano. Poi lo ha trovato: questo Dio grande,
inaccessibile, si è fatto vicino, uno di noi. Il grande
Dio è il nostro Dio, è un Dio con un volto umano. Così
la fede in Cristo non ha posto fine alla sua filosofia,
alla sua audacia intellettuale, ma, al contrario, lo ha
ulteriormente spinto a cercare le profondità
dell’essere uomo e ad aiutare gli altri a vivere bene, a
trovare la vita, l’arte di vivere. Questo era per lui la
filosofia: saper vivere, con tutta la ragione, con tutta
la profondità del nostro pensiero, della nostra volontà,
e lasciarsi guidare sul cammino della verità, che è un
cammino di coraggio, di umiltà, di purificazione
permanente. La fede in Cristo ha dato compimento a tutta
la ricerca di Agostino. Compimento, tuttavia, nel senso
che egli è rimasto sempre in cammino. Anzi, si dice:
anche nell’eternità la nostra ricerca non sarà finita,
sarà un’avventura eterna scoprire nuove grandezze,
nuove bellezze. Egli ha interpretato la parola del Salmo
"Cercate sempre il suo volto" ed ha detto:
questo vale per l’eternità; e la bellezza
dell’eternità è che essa non è una realtà statica,
ma un progresso immenso nella immensa bellezza di Dio. Così
poteva trovare Dio come la ragione fondante, ma anche come
l’amore che ci abbraccia, ci giuda e dà senso alla
storia e alla nostra vita personale.
Stamattina
ho avuto occasione di dire che questo amore per Cristo ha
dato forma al suo impegno personale. Da una vita impostata
sulla ricerca egli è passato ad una vita totalmente
donata a Cristo e così ad una vita per gli altri. Ha
scoperto - questa è stata la sua seconda conversione -
che convertirsi a Cristo vuol dire non vivere per sé ma
essere realmente al servizio di tutti. Sant’Agostino sia
per noi, proprio anche per il mondo accademico, modello di
dialogo tra la ragione e la fede, modello di un dialogo
ampio, che solo può cercare la verità e così anche la
pace. Come annotava il mio venerato Predecessore Giovanni
Paolo II nell’Enciclica Fides et ratio, "il
Vescovo di Ippona riuscì a produrre la prima grande
sintesi del pensiero filosofico e teologico, nella quale
confluivano correnti del pensiero greco e latino. Anche in
lui, la grande unità del sapere, che trovava il suo
fondamento nel pensiero biblico, venne ad essere
confermata e sostenuta dalla profondità del pensiero
speculativo" (n. 40). Invoco, pertanto,
l’intercessione di sant’Agostino affinché
l’Università di Pavia si distingua sempre per una
speciale attenzione alla persona, per un’accentuata
dimensione comunitaria nella ricerca scientifica e per un
fecondo dialogo tra la fede e la cultura. Vi ringrazio per
la vostra presenza e, augurando ogni bene per i vostri
studi, imparto a voi tutti la mia Benedizione,
estendendola ai vostri familiari e alle persone a voi
care.
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