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VIAGGIO APOSTOLICO IN TURCHIA (28 NOVEMBRE - 1 DICEMBRE 2006)

 

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Fonte, Radio Vaticana, 28 novembre 2006

“HO SEMPRE DESIDERATO VISITARE LA TURCHIA PER APPROFONDIRNE L’AMICIZIA CON LA SANTA SEDE, AIUTARE L’INCONTRO FRA LE CULTURE E LAVORARE PER LA PACE E LA RICONCILIAZIONE”: COSI’ BENEDETTO XVI ALL’ARRIVO IN TURCHIA, PER IL SUO QUINTO VIAGGIO APOSTOLICO INTERNAZIONALE, IN PROGRAMMA FINO AL PRIMO DICEMBRE. CORDIALE L’INCONTRO DEL PAPA CON IL PRIMO MINISTRO TURCO, ERDOGAN

Il mio “non è un viaggio politico ma un viaggio pastorale”, all’insegna della pace e del dialogo. E’ iniziato con queste parole programmatiche il quinto viaggio apostolico internazionale di Benedetto XVI, che due ore fa, alle 13 ora della Turchia, è atterrato all’aeroporto internazionale di Ankara. Ai giornalisti presenti sul volo papale - un Airbus 321 dell’Alitalia - il Papa ha subito voluto ribadire il significato autentico della visita, che corona un suo ben noto desiderio.

 L’aereo con a bordo il Pontefice è decollato poco dopo le 9.20 dall’aeroporto di Fiumicino: ad attendere il Papa allo scalo romano, tra gli altri, il vescovo di Porto e Santa Rufina, Gino Reali.  

Nel tradizionale scambio di telegrammi con i capi di Stato dei Paesi sorvolati, Benedetto XVI ha scritto al presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, di accingersi a “condividere” con i cattolici locali “momenti di forte spiritualità” e di voler “incoraggiare il dialogo ecumenico e interreligioso”. “Sono certo che la sua visita - ha replicato il presidente Napolitano - offrirà un contributo di straordinario valore alla causa della fratellanza e della pace fra i popoli, rafforzando le ragioni profonde di mutua comprensione e di dialogo tra il cristianesimo ed il mondo islamico”.  Ma per ripercorrere i primi passi di Benedetto XVI in terra turca, cediamo la parola a uno dei nostri inviati, Pietro Cocco:        

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“Turchia, punto di incontro e crocevia di religioni e culture diverse”, con queste parole – scritte in inglese sul Libro d’oro del Mausoleo di Atatürk, padre della Turchia moderna - Benedetto XVI ha rivolto il suo saluto al Paese, dopo l’arrivo nella capitale Ankara. “In questa terra, cerniera fra l’Asia e l’Europa – sono ancora parole del Papa – volentieri faccio mie le parole del fondatore della Repubblica turca, per esprimere l’augurio: pace in patria, pace nel mondo”. Un messaggio che trova orecchie attente ad ascoltarlo, come ha mostrato la presenza all’aeroporto del primo mnistro Erdoğan, con il quale il Papa si è poi fermato a colloquio per circa una ventina di minuti. Un colloquio cordiale, aperto da una sorridente stretta di mano, che ha contribuito a sciogliere subito, in un rapporto diretto, le difficoltà e i dubbi della vigilia. Come traspare dalle dichiarazioni che, dopo il loro incontro, il primo ministro Erdoğan ha rilasciato ai giornalisti.  

“Il Papa ha fatto la sua visita nel momento giusto, ha osservato il primo ministro, “in un mondo dove la cultura della violenza dilaga e le diversità vengono in rilievo, è molto significativo che il Papa venga in un Paese dove la maggioranza è musulmana, in un Paese laico e democratico come la Turchia. Con la sua visita si può dare un messaggio di pace e tolleranza. Erdoğan ha aggiunto che il Papa ha parlato in modo positivo a proposito dell’islam e della Turchia nell’Unione Europea. “Sentire queste espressioni, ha osservato, per me significano che il nostro incontro ha avuto un esito positivo”.  

Anche la stampa turca, oggi rivolge un caloroso benvenuto al Papa, addirittura il quotidiano Sabah lo formula in italiano in prima pagina. Ma anche gli altri quotidiani riportano tutti la foto del Papa in prima pagina, con il volto sorridente e a braccia aperte. Tutti hanno pagine interne dedicate alla visita, e pur sottolineando che si tratta, prima di tutto, di una visita al Patriarca Bartolomeo per progredire nel cammino ecumenico, esprimono l’auspicio che si possano superare le incomprensioni del passato. Su questo punto, il giornalista Hakan Selik, che incontrò il cardinale Ratzinger prima della sua elezione al Soglio pontificio, dalle pagine del quotidiano popolare Posta ricorda che chiese espressamente a lui se era vero che non auspicava l’ingresso della Turchia in Europa. Il cardinale Ratzinger, scrive il giornalista, rispose di essere stato frainteso, e che stimava molto il popolo turco.  

La piccola comunità cattolica, nei suoi diversi riti, è intanto raccolta in preghiera per questa visita apostolica da cui aspetta incoraggiamento e fiducia per guardare con serenità al futuro in questo paese.  

Mentre siamo in onda, il Papa sta raggiungendo in auto il palazzo presidenziale di Ankara per la cerimonia di benvenuto ufficiale, dove lo attende il presidente della Repubblica turco, Ahmet Necdet Sezer. Una cerimonia che si svolgerà senza discorsi ufficiali. Il primo discorso della sua visita apostolica, il Papa lo rivolgerà al presidente del Dicastero per gli Affari religiosi, il prof. Ali Bardagoglu. Un discorso molto atteso, non solo in Turchia, come ha sottolineato il presidente della Commissione per il dialogo interreligioso della prestigiosa Università di Al Azhar dell Cairo: “Potrebbe aprire la strada a molte cose. Aspettiamo le sue dichiarazioni con estremo interesse e uno spirito positivo”.  

Da Istanbul, Pietro Cocco, Radio Vaticana.

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Nel pomeriggio, incontri serrati con un vice premier turco, poi con il presidente per gli Affari religiosi “Dyanet”, il prof. Ali Bardakoglu, e quindi con il Corpo diplomatico, il Papa ha avuto modo di affrontare temi delicati, tra cui quello dello status giuridico della Chiesa cattolica in Turchia e, più in generale, del diritto alla libertà religiosa. Ripercorriamo allora quelle ore, cedendo ancora la parola al nostro inviato, Sergio Centofanti:  

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E’ stato un incontro importante, ieri ad Ankara, tra Benedetto XVI e il presidente per gli Affari Religiosi, Bardakoglu, che in passato non aveva risparmiato dure critiche per il discorso di Ratisbona. Benedetto XVI e il prof. Bardakoglu si sono presentati ai giornalisti con una forte e cordiale stretta di mano. Il presidente per gli Affari Religiosi ha definito questa visita apostolica un passo importante per lo sviluppo dell’armonia tra le religioni. Poi, ha denunciato la diffusione di una sorta di islamofobia, causata da quanti presentano l’islam come una religione violenta. “L’islam, invece – ha detto – è una religione di pace, fondata su un pensiero razionale e sulla libertà religiosa”.  

Il Papa, nella risposta, ha ricordato le parole di Giovanni XXIII quando, arcivescovo, era rappresentante pontificio ad Istanbul: “Io amo i turchi”, e ha ribadito la sua stima e il suo rispetto per i musulmani, confermando che il dialogo non può essere una scelta stagionale:  

“It cannot be reduced to an optional extra:  on the contrary, it is ‘a vital …

Al contrario il dialogo è una necessità vitale dalla quale dipende in larga misura il nostro futuro”.  

Il Papa ha poi incontrato in nunziatura il Corpo diplomatico, ricordando che la presenza della Chiesa sulla scena internazionale vuole solo servire la causa dell’Uomo e la sua dignità. Ha ribadito che la vera pace ha bisogno della giustizia, ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale a promuovere la riconciliazione in tutto il mondo, soprattutto in Medio Oriente. Ha invitato a correggere le disuguaglianze economiche, stabilendo delle regole per meglio governare la globalizzazione delle economie. Quindi ha sottolineato che la libertà religiosa è un’espressione fondamentale della libertà umana:  

“Religious liberty is a fundamental expression of human liberty

E’ compito delle autorità civili, in ogni Paese democratico – ha affermato – garantire la libertà effettiva di tutti i credenti e permettere loro di organizzare liberamente la vita della propria comunità religiosa. Unico obiettivo della Chiesa è far dunque crescere l’umanità dell’Uomo ed  per questo motivo – spiega il Papa – che la Chiesa cattolica intende rafforzare la collaborazione con la Chiesa ortodossa”. In questa luce, Benedetto XVI si appresta ad incontrare oggi ad Istanbul il Patriarca ecumenico Bartolomeo I”.  

Dalla Turchia, Sergio Centofanti, Radio Vaticana.

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DISCORSO DEL PAPA AL CORPO DIPLOMATICO

Eccellenze,
Signore e Signori,

vi saluto con grande gioia, voi che, come Ambasciatori, esercitate il nobile incarico di rappresentare i vostri Paesi presso la Repubblica di Turchia e che volentieri avete voluto incontrare il Successore di Pietro in questa Nunziatura. Ringrazio il vostro Vice-Decano, il Signor Ambasciatore del Libano, per le amabili parole che mi ha or ora rivolto. Sono lieto di confermare la stima che la Santa Sede ha innumerevoli volte espresso per le vostre alte funzioni, che rivestono oggi una dimensione sempre più globale. In effetti, se la vostra missione vi porta prima di tutto a proteggere e a promuovere gli interessi legittimi delle singole vostre Nazioni, “l’inevitabile interdipendenza che oggi collega sempre di più tutti i popoli del mondo invita tutti i diplomatici a essere, in uno spirito sempre nuovo e originale, gli artefici dell’intesa tra i popoli, della sicurezza internazionale e della pace tra le Nazioni” (Giovanni Paolo II, Discorso al Corpo Diplomatico, Messico, 29 giugno 1979).

Desidero anzitutto evocare davanti a voi il ricordo delle memorabili visite dei miei due predecessori in Turchia, il Papa Paolo VI, nel 1967, e il Papa Giovanni Paolo II, nel 1979. Parimenti, come non far memoria del papa Benedetto XV, artefice infaticabile della pace nel corso del primo conflitto mondiale, e del Beato Giovanni XXIII, il papa "amico dei Turchi", che fu Delegato Apostolico in Turchia e poi Amministratore Apostolico del Vicariato latino di Istanbul, lasciando in tutti il ricordo di un pastore attento e colmo di carità, desideroso in maniera speciale di incontrare e conoscere la popolazione turca, della quale era ospite riconoscente! Sono pertanto lieto di essere oggi ospite della Turchia, giunto qui come amico e come apostolo del dialogo e della pace.

Oltre quarant'anni orsono, il Concilio Vaticano II scriveva che "la pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi al solo rendere stabile l'equilibrio delle forze contrastanti", ma "è il frutto dell'ordine impresso nell'umana società dal suo Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini che aspirano ardentemente ad una giustizia sempre più perfetta" (Gaudium et spes, 78). In realtà, abbiamo imparato che la vera pace ha bisogno della giustizia, per correggere le disuguaglianze economiche e i disordini politici che sono sempre dei fattori di tensioni e minacce in tutta la società. Lo sviluppo recente del terrorismo e l'evoluzione di certi conflitti regionali, d'altra parte, hanno posto in evidenza la necessità di rispettare le decisioni delle Istituzioni internazionali ed anzi di sostenerle, dotandole in particolare di mezzi efficaci per prevenire i conflitti e per mantenere, grazie a forze di interposizione, zone di neutralità fra i belligeranti. Questo rimane, tuttavia, insufficiente se non si giunge al vero dialogo, cioè alla concertazione tra le esigenze delle parti coinvolte, al fine di giungere a soluzioni politiche accettabili e durature, rispettose delle persone e dei popoli. Penso, in modo particolare, al conflitto del Medio Oriente, che perdura in modo inquietante pesando su tutta la vita internazionale, con il rischio di veder espandersi conflitti periferici e diffondersi le azioni terroristiche; saluto gli sforzi di numerosi Paesi che si sono impegnati oggi nella ricostruzione della pace in Libano, e fra di essi la Turchia. Faccio appello ancora una volta, davanti a voi, Signore e Signori Ambasciatori, alla vigilanza della comunità internazionale perché non si sottragga alle sue responsabilità e dispieghi tutti gli sforzi necessari per promuovere, tra tutte le parti in causa, il dialogo, che solo permette di assicurare il rispetto verso gli altri, pur salvaguardando gli interessi legittimi e rifiutando il ricorso alla violenza. Come avevo scritto nel mio primo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, "La verità della pace chiama tutti a coltivare relazioni feconde e sincere, stimola a ricercare e a percorrere le strade del perdono e della riconciliazione, ad essere trasparenti nelle trattazioni e fedeli alla parola data" (1° gennaio 2006, n. 6).

La Turchia, che da sempre si trova in una situazione di ponte fra l'Oriente e l'Occidente, fra il Continente asiatico e quello europeo, di incrocio di culture e di religioni, si è dotata nel secolo scorso dei mezzi per divenire un grande Paese moderno, in particolare facendo la scelta di un regime di laicità, distinguendo chiaramente la società civile e la religione, così da permettere a ciascuna di essere autonoma nel proprio ambito, sempre rispettando la sfera dell'altra. Il fatto che la maggioranza della popolazione di questo Paese sia musulmana costituisce un elemento sognificativo nella vita della società di cui lo Stato non può che tener conto, ma la Costituzione turca riconosce ad ogni cittadino i diritti alla libertà di culto e alla libertà di coscienza. È compito delle Autorità civili in ogni Paese democratico garantire la libertà effettiva di tutti i credenti e permettere loro di organizzare liberamente la vita della propria comunità religiosa. Ovviamente, mi auguro che i credenti, a qualsiasi comunità religiosa appartengano, continuino a beneficiare di tali diritti, nella certezza che la libertà religiosa è una espressione fondamentale della libertà umana e che la presenza attiva delle religioni nella società è un fattore di progresso e di arricchimento per tutti. Ciò implica, certo, che le religioni per parte loro non cerchino di esercitare direttamente un potere politico, poiché a questo non sono chiamate e, in particolare, che rinuncino assolutamente a giustificare il ricorso alla violenza come espressione legittima della pratica religiosa. Saluto a questo proposito la comunità cattolica di questo Paese, poco numerosa ma molto desiderosa di partecipare nel modo migliore allo sviluppo del Paese, specialmente attraverso l'educazione dei giovani, e l’edificazione della pace e l’armonia tra tutti i cittadini.

Come ho recentemente ricordato, "abbiamo assolutamente bisogno d’un dialogo autentico tra le religioni e tra le culture, un dialogo in grado di aiutarci a superare insieme tutte le tensioni in uno spirito di proficua intesa" (Discorso all'incontro con gli Ambasciatori dei Paesi musulmani, Castel Gandolfo, 25 settembre 2006). Tale dialogo deve permettere alle diverse religioni di conoscersi meglio e di rispettarsi reciprocamente, al fine di agire sempre più al servizio delle aspirazioni più nobili dell'uomo, che è alla ricerca di Dio e della felicità. Desidero, per parte mia, di poter dire nuovamente durante questo viaggio in Turchia tutta la mia stima per i musulmani, invitandoli a continuare ad impegnarsi insieme, grazie al reciproco rispetto, in favore della dignità di ogni essere umano e per la crescita di una società dove la libertà personale e l'attenzione nei confronti dell'altro permettano a ciascuno di vivere nella pace e nella serenità. È così che le religioni potranno fare la loro parte nell'affrontare le numerose sfide con le quali le nostre società attualmente si confrontano. Sicuramente, il riconoscimento del ruolo positivo che svolgono le religioni in seno al corpo sociale può e deve spingere le nostre società ad approfondire sempre di più la loro conoscenza dell'uomo e a rispettarne sempre meglio la dignità, ponendolo al centro dell'azione politica, economica, culturale e sociale. Il nostro mondo deve prendere coscienza sempre più del fatto che tutti gli uomini sono profondamente solidali ed invitarli a porre in risalto le loro differenze storiche e culturali non per scontrarsi ma per rispettarsi reciprocamente.
La Chiesa, voi ben lo sapete, ha ricevuto dal suo Fondatore una missione spirituale ed essa non intende dunque intervenire direttamente nella vita politica o economica. Tuttavia, a causa della sua missione e forte della sua lunga esperienza della storia delle società e delle culture, essa si augura di far udire la propria voce nel concerto delle nazioni, perché venga sempre onorata la dignità fondamentale dell'uomo e specialmente dei più deboli. Di fronte allo sviluppo recente del fenomeno della globalizzazione degli scambi, la Santa Sede si attende dalla comunità internazionale che essa si organizzi ulteriormente, per darsi regole che permettano di governare meglio le evoluzioni economiche, di regolare i mercati, come ad esempio suscitando intese regionali fra i Paesi. Non dubito affatto, Signore e Signori, che voi abbiate a cuore, nella vostra missione di diplomatici, di far incontrare gli interessi particolari del vostro Paese e le necessità di comprendersi gli uni gli altri, e che voi possiate così contribuire grandemente al servizio di tutti.

La voce della Chiesa sulla scena diplomatica si caratterizza sempre per la volontà, contenuta nel Vangelo, di servire la causa dell'uomo, ed io mancherei a questo obbligo fondamentale se non richiamassi di fronte a voi la necessità di porre la dignità umana sempre più al centro delle nostre preoccupazioni. Lo sviluppo straordinario delle scienze e delle tecniche che il mondo oggi conosce, con le conseguenze quasi immediate per la medicina, l'agricultura e la produzione di risorse alimentari, ma ugualmente per la comunicazione del sapere, non deve essere perseguito senza finalità e senza riferimenti, dato che si tratta della nascita dell'uomo, della sua educazione, della sua maniera di vivere e di lavorare, della sua vecchiaia e della sua morte. È più che necessario reinserire il progresso di oggi nella continuità della storia umana e dunque di gestirlo secondo il progetto che abita in noi tutti di far crescere l'umanità e che il libro della Genesi esprimeva già a suo modo: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela" (1,28). Permettetemi infine, pensando alle prime comunità cristiane cresciute in questa terra e particolarmente all'apostolo Paolo, che ne ha fondate personalmente diverse, di citare le sue parole ai Galati: "Voi fratelli siete stati chiamati a libertà. Purchè questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri” (5, 13). Formulo voti affinché l'intesa fra le nazioni, da voi rispettivamente servite, contribuisca sempre di più a far crescere l'umanità dell'uomo, creato ad immagine di Dio. Un così nobile obiettivo richiede il concorso di tutti. E’ per questo che la Chiesa cattolica intende rafforzare la collaborazione con la Chiesa ortodossa e io auspico vivamente che il mio prossimo incontro con il Patriarca Bartolomeo I al Fanar vi contribuisca efficacemente. Come sottolineava il Concilio Ecumenico Vaticano II, la Chiesa cerca ugualmente di collaborare con i credenti e i responsabili di tutte le religioni, e particolarmente con i Musulmani, per “difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà” (Nostra aetate, n. 3). Spero che, in questa prospettiva, il mio viaggio in Turchia porti numerosi frutti.

Signore e Signori Ambasciatori, sulle vostre persone, sulle vostre famiglie e sui vostri collaboratori, invoco di gran cuore le Benedizioni dell'Altissimo.

 

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