L’aereo con a bordo il Pontefice è decollato poco dopo
le 9.20 dall’aeroporto di Fiumicino: ad attendere il
Papa allo scalo romano, tra gli altri, il vescovo di Porto
e Santa Rufina, Gino Reali.
Nel
tradizionale scambio di telegrammi con i capi di Stato dei
Paesi sorvolati, Benedetto XVI ha scritto al presidente
della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, di
accingersi a “condividere” con i cattolici locali
“momenti di forte spiritualità” e di voler
“incoraggiare il dialogo ecumenico e interreligioso”.
“Sono certo che la sua visita
- ha replicato il presidente Napolitano - offrirà un
contributo di straordinario valore alla causa della
fratellanza e della pace fra i popoli, rafforzando le
ragioni profonde di mutua comprensione e di dialogo tra il
cristianesimo ed il mondo islamico”. Ma
per ripercorrere i primi passi di Benedetto XVI in terra
turca, cediamo la parola a uno dei nostri inviati, Pietro
Cocco:
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“Turchia,
punto di incontro e crocevia di religioni e culture
diverse”, con queste parole – scritte in inglese sul
Libro d’oro del Mausoleo di Atatürk, padre della
Turchia moderna - Benedetto XVI ha rivolto il suo saluto
al Paese, dopo l’arrivo nella capitale Ankara. “In
questa terra, cerniera fra l’Asia e l’Europa – sono
ancora parole del Papa – volentieri faccio mie le parole
del fondatore della Repubblica turca, per esprimere
l’augurio: pace in patria, pace nel mondo”. Un
messaggio che trova orecchie attente ad ascoltarlo, come
ha mostrato la presenza all’aeroporto del primo mnistro
Erdoğan,
con il quale il Papa si è poi fermato a colloquio per
circa una ventina di minuti. Un colloquio cordiale, aperto
da una sorridente stretta di mano, che ha contribuito a
sciogliere subito, in un rapporto diretto, le difficoltà
e i dubbi della vigilia. Come traspare dalle dichiarazioni
che, dopo
il loro incontro, il primo ministro Erdoğan ha
rilasciato ai giornalisti.
“Il
Papa ha fatto la sua visita nel momento giusto, ha
osservato il primo ministro, “in un mondo dove la
cultura della violenza dilaga e le diversità vengono in
rilievo, è molto significativo che il Papa venga in un
Paese dove la maggioranza è musulmana, in un Paese laico
e democratico come
la Turchia. Con
la sua visita si può dare un messaggio di pace e
tolleranza. Erdoğan ha aggiunto che il Papa ha
parlato in modo positivo a proposito dell’islam e della
Turchia nell’Unione Europea. “Sentire queste
espressioni, ha osservato, per me significano che il
nostro incontro ha avuto un esito positivo”.
Anche
la stampa turca, oggi rivolge un caloroso benvenuto al
Papa, addirittura il quotidiano Sabah lo formula in
italiano in prima pagina. Ma anche gli altri quotidiani
riportano tutti la foto del Papa in prima pagina, con il
volto sorridente e a braccia aperte. Tutti hanno pagine
interne dedicate alla visita, e pur sottolineando che si
tratta, prima di tutto, di una visita al Patriarca
Bartolomeo per progredire nel cammino ecumenico, esprimono
l’auspicio che si possano superare le incomprensioni del
passato. Su questo punto, il giornalista Hakan Selik, che
incontrò il cardinale Ratzinger prima della sua elezione
al Soglio pontificio, dalle pagine del quotidiano popolare
Posta ricorda che chiese espressamente a lui se era vero
che non auspicava l’ingresso della Turchia in Europa. Il
cardinale Ratzinger, scrive il giornalista, rispose di
essere stato frainteso, e che stimava molto il popolo
turco.
La
piccola comunità cattolica, nei suoi diversi riti, è
intanto raccolta in preghiera per questa visita apostolica
da cui aspetta incoraggiamento e fiducia per guardare con
serenità al futuro in questo paese.
Mentre
siamo in onda, il Papa sta raggiungendo in auto il palazzo
presidenziale di Ankara per la cerimonia di benvenuto
ufficiale, dove lo attende il presidente della Repubblica
turco, Ahmet Necdet Sezer. Una cerimonia che si svolgerà
senza discorsi ufficiali. Il primo discorso della sua
visita apostolica, il Papa lo rivolgerà al presidente del
Dicastero per gli Affari religiosi, il prof. Ali
Bardagoglu. Un discorso molto atteso, non solo in Turchia,
come ha sottolineato il presidente della Commissione per
il dialogo interreligioso della prestigiosa Università di
Al Azhar dell Cairo: “Potrebbe aprire la strada a molte
cose. Aspettiamo le sue dichiarazioni con estremo
interesse e uno spirito positivo”.
Da
Istanbul, Pietro Cocco, Radio Vaticana.
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Nel
pomeriggio, incontri serrati con un vice premier turco,
poi con il presidente per gli Affari religiosi “Dyanet”,
il prof. Ali Bardakoglu, e quindi con il Corpo
diplomatico, il Papa ha avuto modo di affrontare temi
delicati, tra cui quello dello status giuridico della
Chiesa cattolica in Turchia e, più in generale, del
diritto alla libertà religiosa. Ripercorriamo allora
quelle ore, cedendo ancora la parola al nostro inviato,
Sergio Centofanti:
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E’
stato un incontro importante, ieri ad Ankara, tra
Benedetto XVI e il presidente per gli Affari Religiosi,
Bardakoglu, che in passato non aveva risparmiato dure
critiche per il discorso di Ratisbona. Benedetto XVI e il
prof. Bardakoglu si sono presentati ai giornalisti con una
forte e cordiale stretta di mano. Il presidente per gli
Affari Religiosi ha definito questa visita apostolica un
passo importante per lo sviluppo dell’armonia tra le
religioni. Poi, ha denunciato la diffusione di una sorta
di islamofobia, causata da quanti presentano l’islam
come una religione violenta. “L’islam, invece – ha
detto – è una religione di pace, fondata su un pensiero
razionale e sulla libertà religiosa”.
Il
Papa, nella risposta, ha ricordato le parole di Giovanni
XXIII quando, arcivescovo, era rappresentante pontificio
ad Istanbul: “Io amo i turchi”, e ha ribadito la sua
stima e il suo rispetto per i musulmani, confermando che
il dialogo non può essere una scelta stagionale:
“It
cannot be reduced to an optional extra:
on the contrary, it is ‘a vital …
Al
contrario il dialogo è una necessità vitale dalla quale
dipende in larga misura il nostro futuro”.
Il
Papa ha poi incontrato in nunziatura il Corpo diplomatico,
ricordando che la presenza della Chiesa sulla scena
internazionale vuole solo servire la causa dell’Uomo e
la sua dignità. Ha ribadito che la vera pace ha bisogno
della giustizia, ha lanciato un nuovo appello alla comunità
internazionale a promuovere la riconciliazione in tutto il
mondo, soprattutto in Medio Oriente. Ha invitato a
correggere le disuguaglianze economiche, stabilendo delle
regole per meglio governare la globalizzazione delle
economie. Quindi ha sottolineato che la libertà religiosa
è un’espressione fondamentale della libertà umana:
“Religious
liberty is a fundamental expression of human
liberty
…
E’
compito delle autorità civili, in ogni Paese democratico
– ha affermato – garantire la libertà effettiva di
tutti i credenti e permettere loro di organizzare
liberamente la vita della propria comunità religiosa.
Unico obiettivo della Chiesa è far dunque crescere
l’umanità dell’Uomo ed
per questo motivo – spiega il Papa – che la
Chiesa cattolica intende rafforzare la collaborazione con
la Chiesa ortodossa”. In questa luce, Benedetto XVI si
appresta ad incontrare oggi ad Istanbul il Patriarca
ecumenico Bartolomeo I”.
Dalla
Turchia, Sergio Centofanti, Radio Vaticana.
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DISCORSO
DEL PAPA AL CORPO DIPLOMATICO
Eccellenze,
Signore e Signori,
vi saluto con grande gioia, voi che, come Ambasciatori,
esercitate il nobile incarico di rappresentare i vostri
Paesi presso la Repubblica di Turchia e che volentieri
avete voluto incontrare il Successore di Pietro in questa
Nunziatura. Ringrazio il vostro Vice-Decano, il Signor
Ambasciatore del Libano, per le amabili parole che mi ha
or ora rivolto. Sono lieto di confermare la stima che la
Santa Sede ha innumerevoli volte espresso per le vostre
alte funzioni, che rivestono oggi una dimensione sempre più
globale. In effetti, se la vostra missione vi porta prima
di tutto a proteggere e a promuovere gli interessi
legittimi delle singole vostre Nazioni, “l’inevitabile
interdipendenza che oggi collega sempre di più tutti i
popoli del mondo invita tutti i diplomatici a essere, in
uno spirito sempre nuovo e originale, gli artefici
dell’intesa tra i popoli, della sicurezza internazionale
e della pace tra le Nazioni” (Giovanni Paolo II,
Discorso al Corpo Diplomatico, Messico, 29 giugno 1979).
Desidero anzitutto evocare davanti a voi il ricordo delle
memorabili visite dei miei due predecessori in Turchia, il
Papa Paolo VI, nel 1967, e il Papa Giovanni Paolo II, nel
1979. Parimenti, come non far memoria del papa Benedetto
XV, artefice infaticabile della pace nel corso del primo
conflitto mondiale, e del Beato Giovanni XXIII, il papa
"amico dei Turchi", che fu Delegato Apostolico
in Turchia e poi Amministratore Apostolico del Vicariato
latino di Istanbul, lasciando in tutti il ricordo di un
pastore attento e colmo di carità, desideroso in maniera
speciale di incontrare e conoscere la popolazione turca,
della quale era ospite riconoscente! Sono pertanto lieto
di essere oggi ospite della Turchia, giunto qui come amico
e come apostolo del dialogo e della pace.
Oltre quarant'anni orsono, il Concilio Vaticano II
scriveva che "la pace non è la semplice assenza
della guerra, né può ridursi al solo rendere stabile
l'equilibrio delle forze contrastanti", ma "è
il frutto dell'ordine impresso nell'umana società dal suo
Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini che
aspirano ardentemente ad una giustizia sempre più
perfetta" (Gaudium et spes, 78). In realtà, abbiamo
imparato che la vera pace ha bisogno della giustizia, per
correggere le disuguaglianze economiche e i disordini
politici che sono sempre dei fattori di tensioni e minacce
in tutta la società. Lo sviluppo recente del terrorismo e
l'evoluzione di certi conflitti regionali, d'altra parte,
hanno posto in evidenza la necessità di rispettare le
decisioni delle Istituzioni internazionali ed anzi di
sostenerle, dotandole in particolare di mezzi efficaci per
prevenire i conflitti e per mantenere, grazie a forze di
interposizione, zone di neutralità fra i belligeranti.
Questo rimane, tuttavia, insufficiente se non si giunge al
vero dialogo, cioè alla concertazione tra le esigenze
delle parti coinvolte, al fine di giungere a soluzioni
politiche accettabili e durature, rispettose delle persone
e dei popoli. Penso, in modo particolare, al conflitto del
Medio Oriente, che perdura in modo inquietante pesando su
tutta la vita internazionale, con il rischio di veder
espandersi conflitti periferici e diffondersi le azioni
terroristiche; saluto gli sforzi di numerosi Paesi che si
sono impegnati oggi nella ricostruzione della pace in
Libano, e fra di essi la Turchia. Faccio appello ancora
una volta, davanti a voi, Signore e Signori Ambasciatori,
alla vigilanza della comunità internazionale perché non
si sottragga alle sue responsabilità e dispieghi tutti
gli sforzi necessari per promuovere, tra tutte le parti in
causa, il dialogo, che solo permette di assicurare il
rispetto verso gli altri, pur salvaguardando gli interessi
legittimi e rifiutando il ricorso alla violenza. Come
avevo scritto nel mio primo Messaggio per la Giornata
Mondiale della Pace, "La verità della pace chiama
tutti a coltivare relazioni feconde e sincere, stimola a
ricercare e a percorrere le strade del perdono e della
riconciliazione, ad essere trasparenti nelle trattazioni e
fedeli alla parola data" (1° gennaio 2006, n. 6).
La Turchia, che da sempre si trova in una situazione di
ponte fra l'Oriente e l'Occidente, fra il Continente
asiatico e quello europeo, di incrocio di culture e di
religioni, si è dotata nel secolo scorso dei mezzi per
divenire un grande Paese moderno, in particolare facendo
la scelta di un regime di laicità, distinguendo
chiaramente la società civile e la religione, così da
permettere a ciascuna di essere autonoma nel proprio
ambito, sempre rispettando la sfera dell'altra. Il fatto
che la maggioranza della popolazione di questo Paese sia
musulmana costituisce un elemento sognificativo nella vita
della società di cui lo Stato non può che tener conto,
ma la Costituzione turca riconosce ad ogni cittadino i
diritti alla libertà di culto e alla libertà di
coscienza. È compito delle Autorità civili in ogni Paese
democratico garantire la libertà effettiva di tutti i
credenti e permettere loro di organizzare liberamente la
vita della propria comunità religiosa. Ovviamente, mi
auguro che i credenti, a qualsiasi comunità religiosa
appartengano, continuino a beneficiare di tali diritti,
nella certezza che la libertà religiosa è una
espressione fondamentale della libertà umana e che la
presenza attiva delle religioni nella società è un
fattore di progresso e di arricchimento per tutti. Ciò
implica, certo, che le religioni per parte loro non
cerchino di esercitare direttamente un potere politico,
poiché a questo non sono chiamate e, in particolare, che
rinuncino assolutamente a giustificare il ricorso alla
violenza come espressione legittima della pratica
religiosa. Saluto a questo proposito la comunità
cattolica di questo Paese, poco numerosa ma molto
desiderosa di partecipare nel modo migliore allo sviluppo
del Paese, specialmente attraverso l'educazione dei
giovani, e l’edificazione della pace e l’armonia tra
tutti i cittadini.
Come ho recentemente ricordato, "abbiamo
assolutamente bisogno d’un dialogo autentico tra le
religioni e tra le culture, un dialogo in grado di
aiutarci a superare insieme tutte le tensioni in uno
spirito di proficua intesa" (Discorso all'incontro
con gli Ambasciatori dei Paesi musulmani, Castel Gandolfo,
25 settembre 2006). Tale dialogo deve permettere alle
diverse religioni di conoscersi meglio e di rispettarsi
reciprocamente, al fine di agire sempre più al servizio
delle aspirazioni più nobili dell'uomo, che è alla
ricerca di Dio e della felicità. Desidero, per parte mia,
di poter dire nuovamente durante questo viaggio in Turchia
tutta la mia stima per i musulmani, invitandoli a
continuare ad impegnarsi insieme, grazie al reciproco
rispetto, in favore della dignità di ogni essere umano e
per la crescita di una società dove la libertà personale
e l'attenzione nei confronti dell'altro permettano a
ciascuno di vivere nella pace e nella serenità. È così
che le religioni potranno fare la loro parte
nell'affrontare le numerose sfide con le quali le nostre
società attualmente si confrontano. Sicuramente, il
riconoscimento del ruolo positivo che svolgono le
religioni in seno al corpo sociale può e deve spingere le
nostre società ad approfondire sempre di più la loro
conoscenza dell'uomo e a rispettarne sempre meglio la
dignità, ponendolo al centro dell'azione politica,
economica, culturale e sociale. Il nostro mondo deve
prendere coscienza sempre più del fatto che tutti gli
uomini sono profondamente solidali ed invitarli a porre in
risalto le loro differenze storiche e culturali non per
scontrarsi ma per rispettarsi reciprocamente.
La Chiesa, voi ben lo sapete, ha ricevuto dal suo
Fondatore una missione spirituale ed essa non intende
dunque intervenire direttamente nella vita politica o
economica. Tuttavia, a causa della sua missione e forte
della sua lunga esperienza della storia delle società e
delle culture, essa si augura di far udire la propria voce
nel concerto delle nazioni, perché venga sempre onorata
la dignità fondamentale dell'uomo e specialmente dei più
deboli. Di fronte allo sviluppo recente del fenomeno della
globalizzazione degli scambi, la Santa Sede si attende
dalla comunità internazionale che essa si organizzi
ulteriormente, per darsi regole che permettano di
governare meglio le evoluzioni economiche, di regolare i
mercati, come ad esempio suscitando intese regionali fra i
Paesi. Non dubito affatto, Signore e Signori, che voi
abbiate a cuore, nella vostra missione di diplomatici, di
far incontrare gli interessi particolari del vostro Paese
e le necessità di comprendersi gli uni gli altri, e che
voi possiate così contribuire grandemente al servizio di
tutti.
La voce della Chiesa sulla scena diplomatica si
caratterizza sempre per la volontà, contenuta nel
Vangelo, di servire la causa dell'uomo, ed io mancherei a
questo obbligo fondamentale se non richiamassi di fronte a
voi la necessità di porre la dignità umana sempre più
al centro delle nostre preoccupazioni. Lo sviluppo
straordinario delle scienze e delle tecniche che il mondo
oggi conosce, con le conseguenze quasi immediate per la
medicina, l'agricultura e la produzione di risorse
alimentari, ma ugualmente per la comunicazione del sapere,
non deve essere perseguito senza finalità e senza
riferimenti, dato che si tratta della nascita dell'uomo,
della sua educazione, della sua maniera di vivere e di
lavorare, della sua vecchiaia e della sua morte. È più
che necessario reinserire il progresso di oggi nella
continuità della storia umana e dunque di gestirlo
secondo il progetto che abita in noi tutti di far crescere
l'umanità e che il libro della Genesi esprimeva già a
suo modo: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite
la terra; soggiogatela" (1,28). Permettetemi infine,
pensando alle prime comunità cristiane cresciute in
questa terra e particolarmente all'apostolo Paolo, che ne
ha fondate personalmente diverse, di citare le sue parole
ai Galati: "Voi fratelli siete stati chiamati a
libertà. Purchè questa libertà non divenga un pretesto
per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate
a servizio gli uni degli altri” (5, 13). Formulo voti
affinché l'intesa fra le nazioni, da voi rispettivamente
servite, contribuisca sempre di più a far crescere
l'umanità dell'uomo, creato ad immagine di Dio. Un così
nobile obiettivo richiede il concorso di tutti. E’ per
questo che la Chiesa cattolica intende rafforzare la
collaborazione con la Chiesa ortodossa e io auspico
vivamente che il mio prossimo incontro con il Patriarca
Bartolomeo I al Fanar vi contribuisca efficacemente. Come
sottolineava il Concilio Ecumenico Vaticano II, la Chiesa
cerca ugualmente di collaborare con i credenti e i
responsabili di tutte le religioni, e particolarmente con
i Musulmani, per “difendere e promuovere insieme, per
tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali,
la pace e la libertà” (Nostra aetate, n. 3). Spero che,
in questa prospettiva, il mio viaggio in Turchia porti
numerosi frutti.
Signore
e Signori Ambasciatori, sulle vostre persone, sulle vostre
famiglie e sui vostri collaboratori, invoco di gran cuore
le Benedizioni dell'Altissimo.