Tra
gli apprezzamenti della stampa musulmana - che oggi si
sofferma con generale soddisfazione sui positivi contatti
avuti ieri dal Papa con le autorità politiche e religiose
di Ankara - il Pontefice, dopo un volo di oltre 500
chilometri, si è spostato oggi verso il Mediterraneo, a
Smirne, e di lì a Efeso per presiedere la Santa Messa al
Santuario di Meryem Ana Evì. La sintesi della cerimonia,
nel servizio di uno dei nostri inviati al seguito del
Papa, Sergio Centofanti:
**********
Il
Papa ha portato qui ad Efeso l’affetto e
l’incoraggiamento di tutta la Chiesa per la piccola
comunità cattolica della Turchia: circa 30 mila fedeli su
oltre 70 milioni di abitanti, al 99 per cento musulmani.
Il piccolo Santuario di Meryem
Ana Evi, cioè di Maria Madre, sorge in un luogo
suggestivo: la cosiddetta “Collina dell’usignolo”,
sul Mar Egeo, in mezzo ad un bosco purtroppo distrutto in
parte quest’estate da un incendio, che si è fermato
proprio davanti alla casa, dove, secondo un’antica
tradizione, Maria ha vissuto gli ultimi anni della sua
vita con San Giovanni Apostolo. Sono presenti i cattolici
di diversi riti, latini, armeni, caldei, siro-cattolici.
L’affetto per il Papa è grande. Tutti vogliono
avvicinarsi, acclamano il suo nome, lo salutano con gioia
e il Papa risponde col cuore, stringe le mani, benedice
alcuni bambini:
“Con
questa visita ho voluto far sentire l’amore e la
vicinanza spirituale, non solo miei, ma della Chiesa
universale alla comunità cristiana, che qui in Turchia è
davvero una piccola minoranza ed affronta ogni giorno non
poche sfide e difficoltà”.
Nell’omelia
il Papa ricorda che qui ad Efeso si svolse nel 431 un
celebre Concilio, che proclamò solennemente la maternità
divina di Maria. Maria, dunque, Madre di Dio, affidata
all’umanità da Gesù dall’alto della croce, come
Madre dell’unità del genere umano, una fraternità di
cui oggi, più che mai, c’è bisogno nel mondo. Il Papa
eleva al Signore una speciale preghiera per la pace tra i
popoli:
“Da
questo lembo della Penisola anatolica, ponte naturale tra
continenti, invochiamo pace e riconciliazione anzitutto
per coloro che abitano nella Terra che chiamiamo
“santa”, e che tale è ritenuta sia dai cristiani, che
dagli ebrei e dai musulmani: è la terra di Abramo, di
Isacco e di Giacobbe, destinata ad ospitare un popolo che
diventasse benedizione per tutte le genti. Pace per
l’intera umanità! Possa presto realizzarsi la profezia
di Isaia: “Forgeranno le loro spade in vomeri, / le loro
lance in falci; / un popolo non alzerà più la spada
contro una altro popolo, / non si eserciteranno più
nell’arte della guerra”.
Il
Papa ricorda il motto di questo viaggio apostolico:
“Egli, Cristo, è la nostra pace. Gesù infatti, non
solo ha portato la pace, ma è lui stesso la nostra
pace”. Cristo è la grazia, la forza, che trasforma
l’uomo e il mondo, abbattendo i muri di separazione, per
fare dell’umanità un’unica famiglia. Benedetto XVI si
rivolge ancora una volta, in particolare al piccolo gregge
di Cristo, che vive in questa nazione, e lo incoraggia a
perseverare nella fiducia e nell’unità, cantando con
Maria il Magnificat:
“Cantiamolo
con gioia anche quando siamo provati da difficoltà e
pericoli, come attesta la bella testimonianza del
sacerdote romano Don Andrea Santoro, che mi piace
ricordare anche in questa nostra celebrazione. Maria ci
insegna che fonte della nostra
gioia ed
unico nostro saldo sostegno è Cristo, e ci ripete le sue
parole: “Non temete”, “Io sono con voi”. Al suo
braccio potente noi ci affidiamo. E tu, Madre della
Chiesa, accompagna sempre il nostro cammino! Santa Maria
Madre di Dio prega per noi! Aziz
Meryem Mesih’in Annesi bizim için Dua et”.
Da
Efeso, Sergio Centofanti, Radio Vaticana.
**********
OMELIA
DEL SANTO PADRE
Cari
fratelli e sorelle,
In questa
celebrazione eucaristica vogliamo rendere lode al Signore
per la divina maternità di Maria, mistero che qui a
Efeso, nel Concilio ecumenico del 431, venne solennemente
confessato e proclamato. In questo luogo, uno dei più
cari alla Comunità cristiana, sono venuti in
pellegrinaggio i miei venerati predecessori i Servi di Dio
Paolo VI e Giovanni Paolo II, il quale sostò in questo
Santuario il 30 novembre 1979, a poco più di un anno
dall’inizio del suo pontificato. Ma c’è un altro mio
Predecessore che in questo Paese non è stato da Papa,
bensì come Rappresentante pontificio dal gennaio 1935 al
dicembre del ’44, e il cui ricordo suscita ancora tanta
devozione e simpatia: il beato Giovanni XXIII, Angelo
Roncalli. Egli nutriva grande stima e ammirazione per il
popolo turco. A questo riguardo mi piace ricordare
un’espressione che si legge nel suo Giornale
dell’anima: "Io amo i turchi, apprezzo le
qualità naturali di questo popolo che ha pure il suo
posto preparato nel cammino della civilizzazione"
(n° 741). Egli, inoltre, ha lasciato in dono alla Chiesa
e al mondo un atteggiamento spirituale di ottimismo
cristiano, fondato su una fede profonda e una costante
unione con Dio. Animato da tale spirito, mi rivolgo a
questa nazione e, in modo particolare, al "piccolo
gregge" di Cristo che vive in mezzo ad essa, per
incoraggiarlo e manifestargli l’affetto della Chiesa
intera. Con grande affetto saluto tutti voi, qui presenti,
fedeli di Izmir, Mersin, Iskenderun e Antakia, e altri
venuti da diverse parti del mondo; come pure quanti non
hanno potuto partecipare a questa celebrazione ma sono
spiritualmente uniti a noi. Saluto, in particolare, Mons.
Ruggero Franceschini, Arcivescovo di Izmir, Mons. Giuseppe
Bernardini, Arcivescovo emerito di Izmir, Mons. Luigi
Padovese, i sacerdoti e le religiose. Grazie per la vostra
presenza, per la vostra testimonianza e il vostro servizio
alla Chiesa, in questa terra benedetta dove, alle origini,
la comunità cristiana ha conosciuto grandi sviluppi, come
attestano anche i numerosi pellegrinaggi che si recano in
Turchia.
Madre di
Dio – Madre della Chiesa
Abbiamo ascoltato
il brano del Vangelo di Giovanni che invita a contemplare
il momento della Redenzione, quando Maria, unita al Figlio
nell’offerta del Sacrificio, estese la sua maternità a
tutti gli uomini e, in particolare, ai discepoli di Gesù.
Testimone privilegiato di tale evento è lo stesso autore
del quarto Vangelo, Giovanni, unico degli Apostoli a
restare sul Golgota insieme alla Madre di Gesù e alle
altre donne. La maternità di Maria, iniziata col fiat
di Nazaret, si compie sotto la Croce. Se è vero – come
osserva sant’Anselmo – che "dal momento del fiat
Maria cominciò a portarci tutti nel suo seno", la
vocazione e missione materna della Vergine nei confronti
dei credenti in Cristo iniziò effettivamente quando Gesù
le disse: "Donna, ecco il tuo figlio!" (Gv
19,26). Vedendo dall’alto della croce la Madre e lì
accanto il discepolo amato, il Cristo morente riconobbe la
primizia della nuova Famiglia che era venuto a formare nel
mondo, il germe della Chiesa e della nuova umanità. Per
questo si rivolse a Maria chiamandola "donna" e
non "madre"; termine che invece utilizzò
affidandola al discepolo: "Ecco la tua madre!" (Gv
19,27). Il Figlio di Dio compì così la sua missione:
nato dalla Vergine per condividere in tutto, eccetto il
peccato, la nostra condizione umana, al momento del
ritorno al Padre lasciò nel mondo il sacramento
dell’unità del genere umano (cfr Cost. Lumen gentium,
1): la Famiglia "adunata dall’unità del Padre e
del Figlio e dello Spirito Santo" (San Cipriano, De
Orat. Dom. 23: PL 4, 536), il cui nucleo
primordiale è proprio questo vincolo nuovo tra la Madre e
il discepolo. In tal modo rimangono saldate in maniera
indissolubile la maternità divina e la maternità
ecclesiale.
Madre di
Dio – Madre dell’unità
La prima Lettura
ci ha presentato quello che si può definire il
"vangelo" dell’Apostolo delle genti: tutti,
anche i pagani, sono chiamati in Cristo a partecipare
pienamente al mistero della salvezza. In particolare, il
testo contiene l’espressione che ho scelto quale motto
del mio viaggio apostolico: "Egli, Cristo, è la
nostra pace" (Ef 2,14). Ispirato dallo
Spirito Santo, Paolo afferma non soltanto che Gesù Cristo
ci ha portato la pace, ma che egli "è"
la nostra pace. E giustifica tale affermazione riferendosi
al mistero della Croce: versando "il suo sangue"
- egli dice -, offrendo in sacrificio la "sua
carne", Gesù ha distrutto l’inimicizia "in se
stesso" e ha creato "in se stesso, dei due, un
solo uomo nuovo" (Ef 2,14-16). L’apostolo
spiega in quale senso, veramente imprevedibile, la pace
messianica si sia realizzata nella Persona stessa di
Cristo e nel suo mistero salvifico. Lo spiega scrivendo,
mentre si trova prigioniero, alla comunità cristiana che
abitava qui, a Efeso: "ai santi che sono in Efeso,
credenti in Cristo Gesù" (Ef 1,1), come
afferma nell’indirizzo della Lettera. Ad essi
l’Apostolo augura "grazia e pace da Dio, Padre
nostro, e dal Signore Gesù Cristo" (Ef 1,2).
"Grazia" è la forza che trasforma
l’uomo e il mondo; "pace" è il frutto
maturo di tale trasformazione. Cristo è la grazia; Cristo
è la pace. Ora, Paolo si sa inviato ad annunciare un
"mistero", cioè un disegno divino che solo
nella pienezza dei tempi, in Cristo, si è realizzato e
rivelato: che cioè "i Gentili sono chiamati, in
Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a
formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della
promessa per mezzo del vangelo" (Ef 3,6).
Questo "mistero" si realizza, sul piano
storico-salvifico, nella Chiesa, quel Popolo nuovo
in cui, abbattuto il vecchio muro di separazione, si
ritrovano in unità giudei e pagani. Come Cristo, la
Chiesa non è solo strumento dell’unità, ma ne
è anche segno efficace. E la Vergine Maria, Madre
di Cristo e della Chiesa, è la Madre di quel mistero
di unità che Cristo e la Chiesa inseparabilmente
rappresentano e costruiscono nel mondo e lungo la storia.
Domandiamo
pace per Gerusalemme e il mondo intero
Nota l’Apostolo
delle genti che Cristo "ha fatto dei due un popolo
solo" (Ef 2,14): affermazione, questa, che si
riferisce in senso proprio al rapporto tra Giudei e
Gentili in ordine al mistero della salvezza eterna;
affermazione, però, che può anche estendersi, su piano
analogico, alle relazioni tra popoli e civiltà presenti
nel mondo. Cristo "è venuto ad annunziare pace"
(Ef 2,17) non solo tra ebrei e non ebrei, bensì
tra tutte le nazioni, perché tutte provengono dallo
stesso Dio, unico Creatore e Signore dell’universo.
Confortati dalla Parola di Dio, da qui, da Efeso, città
benedetta dalla presenza di Maria Santissima – che
sappiamo essere amata e venerata anche dai musulmani – eleviamo
al Signore una speciale preghiera per la pace tra i popoli.
Da questo lembo della Penisola anatolica, ponte naturale
tra continenti, invochiamo pace e riconciliazione
anzitutto per coloro che abitano nella Terra che chiamiamo
"santa", e che tale è ritenuta sia dai
cristiani, che dagli ebrei e dai musulmani: è la terra di
Abramo, di Isacco e di Giacobbe, destinata ad ospitare un
popolo che diventasse benedizione per tutte le genti (cfr Gn
12,1-3). Pace per l’intera umanità! Possa presto
realizzarsi la profezia di Isaia: "Forgeranno le loro
spade in vomeri, / le loro lance in falci; / un popolo non
alzerà più la spada contro una altro popolo, / non si
eserciteranno più nell’arte della guerra" (Is
2,4). Di questa pace universale abbiamo tutti bisogno; di
questa pace la Chiesa è chiamata ad essere non solo
annunciatrice profetica ma, più ancora, "segno e
strumento". Proprio in questa prospettiva di
universale pacificazione, più profondo ed intenso si fa
l’anelito verso la piena comunione e concordia fra
tutti i cristiani. All’odierna celebrazione sono
presenti fedeli cattolici di diversi Riti, e questo è
motivo di gioia e di lode a Dio. Tali Riti, infatti, sono
espressione di quella mirabile varietà di cui è adornata
la Sposa di Cristo, purché sappiano convergere
nell’unità e nella comune testimonianza. Esemplare a
tal fine dev’essere l’unità tra gli Ordinari nella
Conferenza Episcopale, nella comunione e nella
condivisione degli sforzi pastorali.