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VIAGGIO APOSTOLICO IN TURCHIA (28 NOVEMBRE - 1 DICEMBRE 2006)

 

Il viaggio giorno per giorno

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1 DICEMBRE >>

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

Fonte, Radio Vaticana, 30 novembre 2006

DAVANTI AL MONDO CRISTIANO D’ORIENTE E D’OCCIDENTE, BENEDETTO XVI E IL PATRIARCA ECUMENICO, BARTOLOMEO I, SI SCAMBIANO L’ABBRACCIO DI PACE PREGANDO INSIEME PER IL RAGGIUNGIMENTO DELLA PIENA COMUNIONE TRA CATTOLICI E ORTODOSSI. IL PAPA HA ASSISTITO ALLA DIVINA LITURGIA NELLA CHIESA PATRIARCALE DI SAN GIORGIO A ISTANBUL, FIRMANDO AL TERMINE LA DICHIARAZIONE CONGIUNTA CON IL PATRIARCA ORTODOSSO

Un abbraccio di pace, scambiato con calore, che rende visibile il “ponte” ecumenico tanto auspicato tra Oriente e Occidente: dalle parole ai gesti, la Divina Liturgia celebrata oggi dal Patriarca Ecumenico, Bartolomeo I, nella Chiesa di San Giorgio a Istanbul, alla presenza di Benedetto XVI, ha reso visibile quel desiderio di unità che contraddistingue il cammino attuale della Chiesa cattolica e di quella ortodossa.

 Particolarmente toccante il momento in cui il Papa ha recitato in lingua greca la preghiera del Padre Nostro durante la lunga e suggestiva cerimonia, contraddistinta dai tradizionali canti del rito bizantino. Al momento del suo discorso, Benedetto XVI ha affermato che le divisioni esistenti fra i cristiani sono uno “scandalo per il mondo” ed ha rinnovato l’impegno della Chiesa nel cammino verso la piena comunione: impegno sancito, verso le 12.30, dalla firma apposta in calce alla Dichiarazione congiunta.  

Benedetto XVI era giunto al Patriarcato Ecumenico verso le nove di questa mattina, ora locale, ma già nel tardo pomeriggio di ieri le porte dell’antica sede patriarcale ortodossa si erano aperte - 27 anni dopo la visita di Giovanni Paolo II - per accogliere nuovamente un Pontefice di Roma. Il Patriarca Bartolomeo I, che aveva atteso il Papa fin dall’aeroporto di Istanbul, ha accompagnato Benedetto XVI nella chiesa patriarcale di San Giorgio, dove il Papa ha venerato le reliquie di San Gregorio di Nazianzo e di San Giovanni Crisostomo, consegnate nel 2004 da Papa Wojtyla al Patriarcato Ecumenico. Ma ritorniamo sulla lunga celebrazione che ha scandito questo terzo giorno del viaggio apostolico, nel servizio di uno dei nostri inviati a Istanbul, Sergio Centofanti:  

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La bellezza e la solennità della liturgia ortodossa fanno intravedere i bagliori del mistero divino attraverso la ricchezza dei segni, delle immagini, delle luci, dei canti. Tutto converge verso la santità e verso l’incontro tra l’uomo e lo spirito. Il Papa assiste con grande attenzione alla Divina liturgia presieduta da Bartolomeo I; c’è il dolore di non condividere il medesimo pane e lo stesso calice: “Noi ci inchiniamo con umiltà e pentimento – ha detto il Patriarca Bartolomeo I – davanti a Nostro Signore Gesù Cristo, la cui tunica tessuta tutta d’un pezzo noi abbiamo diviso”. Ma c’è la gioia di camminare insieme nell’amore che manifesta al mondo che si è discepoli di Cristo, e c’è la gioia intensa e la gratitudine manifestata dal Patriarca Ecumenico perché il Papa è venuto qui, a visitare una Chiesa sorella, piccola per consistenza numerica ma grande in onore.  

E’ l’amore fraterno – spiega il Pontefice nel suo discorso – che porta il Successore di Pietro nella Chiesa fondata dal fratello Andrea, l’apostolo che venne chiamato per primo da Gesù. E’ l’impegno all’unità, iniziato nel 1964 da Paolo VI e Atenagora, che rimossero – afferma il Papa – le tragiche scomuniche del 1054:  

“The divisions which exist among Christians are a scandal to the world and…

Le divisioni esistenti tra i cristiani sono uno scandalo per il mondo ed un ostacolo per la proclamazione del Vangelo”, afferma Benedetto XVI. “Alla vigilia della propria passione e morte il Signore, attorniato dai discepoli, pregò con fervore che essi fossero uno, cosicché il mondo possa credere. E’ solo attraverso la comunione fraterna tra i cristiani e attraverso il reciproco amore che il messaggio dell’amore di Dio per ogni uomo e donna diverrà credibile”.  

La missione evangelizzatrice, continua il Pontefice, è ancora oggi più urgente visto che anche terre cristiane come l’Europa stanno smarrendo le loro radici se addirittura non le rifiutano. Nel cammino verso l’unità con gli ortodossi, c’è in particolare il servizio universale del Successore di Pietro, l’apostolo che - nonostante la sua personale fragilità - fu chiamato ad essere la roccia sulla quale la Chiesa sarebbe stata edificata:  

“Pope John Paul II spoke of the mercy that characterizes Peter’s service …

Giovanni Paolo II parlò della misericordia che caratterizza il servizio all’unità di Pietro, una misericordia che Pietro stesso sperimentò per primo. Su questa base, Giovanni Paolo II fece l’invito ad entrare in dialogo fraterno con lo scopo di identificare vie nelle quali il ministero petrino potrebbe essere oggi esercitato, pur rispettandone la natura e l’essenza, così da realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri. E’ mio desiderio oggi richiamare e rinnovare tale invito”.  

Sant’Andrea - spiega ancora il Papa - ebbe un altro incarico dal Signore, quello di favorire il fruttuoso incontro tra il messaggio cristiano e la cultura ellenica. Diversi ruoli, dunque, ma una medesima missione: amare fino alla fine. E sia San Pietro che Sant’Andrea hanno subito il martirio della croce. E’ l’unità che raccoglie tanti cristiani ai piedi di Cristo crocifisso e che obbliga la Chiesa, sottolinea il Papa, a proseguire il suo pellegrinaggio tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio:  

“For its part, the century that has just ended also saw courageous …

Anche il secolo appena trascorso ha visto coraggiosi testimoni della fede, sia in Oriente sia in Occidente. Anche oggi vi sono molti di tali testimoni in diverse parti del mondo. Li ricordiamo nella nostra preghiera e in ogni modo possibile offriamo loro il nostro sostegno, mentre chiediamo con insistenza a tutti i leader del mondo di rispettare la libertà religiosa come diritto umano fondamentale”.  

Al termine della Divina liturgia, il Papa e il Patriarca Ecumenico hanno raggiunto il balcone del palazzo patriarcale, benedicendo in latino e in greco i fedeli presenti. Tanti gli applausi, cui hanno risposto salutando con le mani unite, levate in alto. Poi si è svolta la cerimonia della firma della Dichiarazione congiunta in cui Benedetto XVI e Bartolomeo I esprimono la gioia di sentirsi fratelli e rinnovano l’impegno in vista della piena comunione.

 Da Istanbul, Sergio Centofanti, Radio Vaticana.

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LA CRONACA DEL POMERIGGIO: VISITE NELLA CHIESA DI SANTA SOFIA E NELLA MOSCHEA BLU. PREGHIERA CON IL MUFTI CHE LO HA ACCOLTO

16.18 IL PAPA ENTRA A SANTA SOFIA
Benedetto XVI è entrato a Santa Sofia, a Istanbul, l'ex basilica cristiana, poi moschea dal 1453, diventata museo statale nel 1935 per volontà di Ataturk. Già Paolo VI e Giovanni Paolo II visitarono il museo di Santa Sofia, rispettivamente nel 1967 e nel '79.

16.35 - BENEDETTO XVI FIRMA LIBRO D'ORO SANTA SOFIA
Il Papa ha concluso la sua visita a Santa Sofia firmando il Libro d'oro del museo e scrivendo un breve pensiero in memoria del momento. Ora si dirigerà alla Moschea Blu che si trova di fronte a Santa Sofia.
 

16.50 BENEDETTO XVI ENTRATO NELLA MOSCHEA BLU
Benedetto XVI è entrato nella Moschea Blu, a Istanbul. Prima di lui, l'unico Papa a visitare una moschea era stato Giovanni Paolo II nel maggio del 2001 a Damasco. All'ingresso nella moschea, rispettando l'usanza dei fedeli musulmani, Benedetto XVI si è tolto le scarpe.

16.59 - MOMENTO DI RACCOGLIMENTO NELLA MOSCHEA BLU
Benedetto XVI si è raccolto in preghiera per circa un minuto nella Moschea Blu. È avvenuto durante la visita di questo pomeriggio nel grande tempio islamico a Istanbul.

17.15 - PAPA: VISITA MOSCHEA CI AIUTERÀ A TROVARE STRADE PACE
"Questa visita ci aiuterà a trovare insieme i modi, le strade della pace per il bene dell'umanità". Lo ha detto il Papa al muftì che lo ha accolto nella moschea blu, secondo una traduzione fornita ai giornalisti.

17.24 - IL PAPA AL MUFTÌ: GRAZIE PER QUESTO MOMENTO DI PREGHIERA
Al termine del momento di raccoglimento davanti alla nicchia che indica La Mecca, Benedetto XVI ha ringraziato il muftì che lo accompagnava nella Moschea blu di Istanbul: "grazie per questo momento di preghiera", ha affermato il Pontefice.

 

LE PAROLE DEL PAPA 

LITURGIA PER LA SOLENNITA' DI SANT'ANDREA

LITURGIA NELLA FESTA DI SAN'ANDREA

Questa Divina Liturgia celebrata nella festa di sant'Andrea Apostolo, santo Patrono della Chiesa di Costantinopoli, ci porta indietro alla Chiesa primitiva, all'epoca degli Apostoli. I Vangeli di Marco e di Matteo riferiscono su come Gesù chiamò i due fratelli, Simone, a cui Gesù attribuì il nome di Cefa o Pietro, e Andrea: "Seguitemi, vi farò pescatori di uomini" (Mt 4,19; Mc 1,17). Il quarto Vangelo, inoltre, presenta Andrea come il primo chiamato, "ho protoklitos", come egli è conosciuto nella tradizione bizantina. È Andrea che porta da Gesù il proprio fratello Simone (cfr Gv 1, 40 ss).

Oggi, in questa Chiesa Patriarcale di san Giorgio, siamo in grado di sperimentare ancora una volta la comunione e la chiamata dei due fratelli, Simon Pietro e Andrea, nell'incontro fra il Successore di Pietro e il suo Fratello nel ministero episcopale, il capo di questa Chiesa, fondata secondo la tradizione dall'apostolo Andrea. Il nostro incontro fraterno sottolinea la relazione speciale che unisce le Chiese di Roma e di Costantinopoli quali Chiese Sorelle.

Con gioia cordiale ringraziamo Dio perché dà nuova vitalità alla relazione sviluppatasi sin dal memorabile incontro a Gerusalemme, nel dicembre del 1964, fra i nostri predecessori, il Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora. Il loro scambio di lettere, pubblicato nel volume intitolato Tomos Agapis, testimonia la profondità dei legami che crebbero fra di loro, legami che si rispecchiano nella relazione fra le Chiese Sorelle di Roma e di Costantinopoli.

Il 7 dicembre del 1965, alla vigila della sessione finale del Concilio Vaticano II, i nostri venerati predecessori intrapresero un passo nuovo ed unico e indimenticabile rispettivamente nella Chiesa Patriarcale di san Giorgio e nella Basilica di san Pietro in Vaticano: essi rimossero dalla memoria della Chiesa le tragiche scomuniche del 1054. In tal modo essi confermarono un cambiamento decisivo nei nostri rapporti. Da allora, molti altri passi importanti sono stati intrapresi lungo il cammino del reciproco riavvicinamento. Ricordo in particolare la visita del mio predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, a Costantinopoli nel 1979 e le visite a Roma del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I.

In quello stesso spirito, la mia presenza qui oggi è destinata a rinnovare il comune impegno per proseguire sulla strada verso il ristabilimento – con la grazia di Dio – della piena comunione fra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli. Posso assicurarvi che la Chiesa Cattolica è pronta a fare tutto il possibile per superare gli ostacoli e per ricercare, insieme con i nostri fratelli e sorelle ortodossi, mezzi sempre più efficaci di collaborazione pastorale a tale scopo.

I due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, erano dei pescatori che Gesù chiamò a diventare pescatori di uomini. Il Signore Risorto, prima della sua Ascensione, li inviò insieme agli altri Apostoli con la missione di fare discepole tutte le nazioni, battezzandole e proclamando i suoi insegnamenti (cfr Mt 28,19 ss; Lc 24,47; At 1,8).

Questo incarico lasciatoci dai santi fratelli Pietro e Paolo è lungi dall'essere compiuto. Al contrario, oggi esso è ancora più urgente e necessario. Esso infatti riguarda non soltanto le culture toccate marginalmente dal messaggio del Vangelo, ma anche le culture europee da lunga data profondamente radicate nella tradizione cristiana. Il processo di secolarizzazione ha indebolita la tenuta di quella tradizione; essa anzi è posta in questione e persino rigettata. Di fronte a questa realtà, siamo chiamati, insieme con tutte le altre comunità cristiane, a rinnovare la consapevolezza dell'Europa circa le proprie radici, tradizioni e valori cristiani, ridando loro nuova vitalità.

I nostri sforzi per edificare legami più stretti fra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse sono parte di questo compito missionario. Le divisioni esistenti fra i cristiani sono uno scandalo per il mondo ed un ostacolo per la proclamazione del Vangelo. Alla vigilia della propria passione e morte, il Signore, attorniato dai discepoli, pregò con fervore che essi fossero uno, così che il mondo possa credere (cfr Gv 17,21). È solo attraverso la comunione fraterna tra i cristiani e attraverso il reciproco amore che il messaggio dell'amore di Dio per ogni uomo e donna diverrà credibile. Chiunque getti uno sguardo realistico al mondo cristiano oggi scoprirà l'urgenza di tale testimonianza.

Simon Pietro e Andrea furono chiamati insieme a diventare pescatori di uomini. Ma lo stesso impegno prese forme differenti per ciascuno dei due fratelli. Simone, nonostante la sua personale fragilità, fu chiamato "Pietro", la "roccia" sulla quale sarebbe stata edificata la Chiesa; a lui in maniera particolare furono affidate le chiavi del Regno dei Cieli (cfr Mt 16,18). Il suo itinerario lo avrebbe condotto da Gerusalemme ad Antiochia, e da Antiochia a Roma, così che in quella città egli potesse esercitare una responsabilità universale. Il tema del servizio universale di Pietro e dei suoi Successori ha sfortunatamente dato origine alle nostre differenze di opinione, che speriamo di superare, grazie anche al dialogo teologico, ripreso di recente.

Il mio venerato predecessore, il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, parlò della misericordia che caratterizza il servizio all'unità di Pietro, una misericordia che Pietro stesso sperimentò per primo (Enciclica Ut unum sint, 91). Su questa base il Papa Giovanni Paolo fece l'invito ad entrare in dialogo fraterno, con lo scopo di identificare vie nelle quali il ministero petrino potrebbe essere oggi esercitato, pur rispettandone la natura e l'essenza, così da "realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri" (ibid., 95). È mio desiderio oggi richiamare e rinnovare tale invito.

Andrea, il fratello di Simon Pietro, ricevette un altro incarico dal Signore, un incarico che il suo stesso nome suggeriva. Essendo in grado di parlare greco, divenne – insieme a Filippo – l'Apostolo dell'incontro con i Greci venuti da Gesù (cfr Gv 12,20 ss). La tradizione ci racconta che fu missionario non soltanto nell'Asia Minore e nei territori a sud del Mar Nero, cioè in questa stessa regione, ma anche in Grecia, dove patì il martirio.

Pertanto, l'apostolo Andrea rappresenta l'incontro fra la cristianità primitiva e la cultura greca. Questo incontro, particolarmente nell'Asia Minore, divenne possibile grazie specialmente ai grandi Padri della Cappadocia, che arricchirono la liturgia, la teologia e la spiritualità sia delle Chiese Orientali sia di quelle Occidentali. Il messaggio cristiano, come il chicco di grano (cfr Gv 12,24), è caduto su questa terra e ha portato molto frutto. Dobbiamo essere profondamente grati per l'eredità che è derivata dal fruttuoso incontro fra il messaggio cristiano e la cultura ellenica. Ciò ha avuto un impatto duraturo sulle Chiese dell'Oriente e dell'Occidente. I Padri Greci ci hanno lasciato un prezioso tesoro dal quale la Chiesa continua ad attingere ricchezze antiche e nuove (cfr Mt 13,52).

La lezione del chicco di grano che muore per portare frutto ha pure un riscontro nella vita di sant'Andrea. La tradizione ci racconta che egli seguì il destino del suo Signore e Maestro, finendo i propri giorni a Patrasso, in Grecia. Come Pietro, egli subì il martirio su una croce, quella diagonale che veneriamo oggi come la croce di sant'Andrea. Dal suo esempio apprendiamo che il cammino di ogni singolo cristiano, come quello della Chiesa tutta intera, porta a vita nuova, alla vita eterna, attraverso l'imitazione di Cristo e l'esperienza della croce.

Nel corso della storia, entrambe le Chiese di Roma e di Costantinopoli hanno spesso sperimentato la lezione del chicco di grano. Insieme noi veneriamo molti dei medesimi martiri il cui sangue, secondo le celebri parole di Tertulliano, è divenuto seme di nuovi cristiani (Apologeticum 50,13). Con loro, condividiamo la stessa speranza che obbliga la Chiesa a proseguire "il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio" (Lumen gentium 8; cfr s. Agostino, De Civitate Dei, XVIII, 51,2). Per parte sua, anche il secolo appena trascorso ha visto coraggiosi testimoni della fede, sia in Oriente sia in Occidente. Anche oggi vi sono molti di tali testimoni in diverse parti del mondo. Li ricordiamo nella nostra preghiera e, in ogni modo possibile, offriamo loro il nostro sostegno, mentre chiediamo con insistenza a tutti i leader del mondo di rispettare la libertà religiosa come diritto umano fondamentale.

La Divina Liturgia alla quale abbiamo partecipato è stata celebrata secondo il rito di san Giovanni Crisostomo. La croce e la risurrezione di Gesù Cristo sono state rese misticamente presenti. Per noi cristiani questo è sorgente e segno di una speranza costantemente rinnovata. Troviamo tale speranza magnificamente espressa nell'antico testo conosciuto come Passione di sant'Andrea: "Ti saluto, o Croce, consacrata dal Corpo di Cristo e adorna delle sue membra come di pietre preziose... Che i fedeli conoscano la tua gioia, e i doni che in te sono conservati...".

Questa fede nella morte redentrice di Gesù sulla croce e questa speranza che Cristo risorto offre all'intera famiglia umana, sono da noi tutti condivise, Ortodossi e Cattolici. Che la nostra preghiera ed attività quotidiane siano ispirate dal fervente desiderio non soltanto di essere presenti alla Divina Liturgia, ma di essere in grado di celebrarla insieme, per prendere parte all'unica mensa del Signore, condividendo il medesimo pane e lo stesso calice. Che il nostro incontro odierno serva come spinta e gioiosa anticipazione del dono della piena comunione. E che lo Spirito di Dio ci accompagni nel nostro cammino.

DICHIARAZIONE CONGIUNTA CON IL PATRIARCA BARTOLOMEO I

«Voici le jour que le Seigneur a fait, qu’il soit notre bonheur et notre joie» (Ps 117,24)!

La rencontre fraternelle que nous avons eue, nous, Benoît XVI, Pape de Rome, et Bartholomaios I, Patriarche œcuménique, est l’œuvre de Dieu, et en quelque sorte un don venant de Lui. Nous rendons grâce à l’Auteur de tout bien qui nous permet encore une fois, dans la prière et l’échange, d’exprimer notre joie de nous sentir frères et de renouveler notre engagement en vue de la pleine communion. Cet engagement nous vient de la volonté de notre Seigneur et de notre responsabilité de Pasteurs dans l’Église du Christ. Puisse notre rencontre être un signe et un encouragement pour nous à partager les mêmes sentiments et les mêmes attitudes de fraternité, de collaboration et de communion dans la charité et dans la vérité. L’Esprit Saint nous aidera à préparer le grand jour du rétablissement de la pleine unité, quand et comme Dieu le voudra. Nous pourrons alors nous réjouir et exulter vraiment.

1. Nous avons évoqué avec gratitude les rencontres de nos vénérés prédécesseurs, bénis par le Seigneur, qui ont montré au monde l’urgence de l’unité et qui ont tracé des sentiers sûrs pour y parvenir, dans le dialogue, la prière et la vie ecclésiale quotidienne. Le Pape Paul VI et le Patriarche Athénagoras I, pèlerins à Jérusalem sur le lieu même où Jésus Christ est mort et est ressuscité pour le salut du monde, se sont ensuite rencontrés de nouveau, ici au Phanar et à Rome. Ils nous ont laissé une déclaration commune qui garde toute sa valeur, soulignant que le vrai dialogue de la charité doit soutenir et inspirer tous les rapports entre les personnes et entre les Églises elles-mêmes, «doit être enraciné dans une fidélité totale à l’unique Seigneur Jésus Christ et dans un respect mutuel de leurs propres traditions» (Tomos Agapis, 195). Nous n’avons pas non plus oublié l’échange de visites entre Sa Sainteté le Pape Jean-Paul II et Sa Sainteté Dimitrios I. C’est précisément durant la visite du Pape Jean-Paul II, sa première visite œcuménique, que fut annoncée la création de la Commission mixte pour le dialogue théologique entre l’Église Catholique romaine et l’Église Orthodoxe. Celle-ci a réuni nos Églises dan le but déclaré de rétablir la pleine communion.

En ce qui concerne les relations entre l’Église de Rome et l’Église de Constantinople, nous ne pouvons oublier l’acte ecclésial solennel reléguant dans l’oubli les anciens anathèmes qui, durant des siècles, ont affectéde manière négative les rapports entre nos Églises. Nous n’avons pas encore tiré de cet acte toutes les conséquences positives qui peuvent en découler pour notre marche vers la pleine unité, à laquelle la Commission mixte est appelée à apporter une contribution importante. Nous exhortons nos fidèles à prendre une part active dans cette démarche, par la prière et par des gestes significatifs.

2. Lors de la session plénière de la Commission mixte pour le dialogue théologique qui s’est tenue récemment à Belgrade et qui a généreusement été accueillie par l’Église orthodoxe serbe, nous avons exprimé notre joie profonde pour la reprise du dialogue théologique. Après une interruption de quelques années, due à diverses difficultés, la Commission a pu travailler à nouveau dans un esprit d’amitié et de collaboration. En traitant le thème «Conciliarité et autorité dans l’Église» au niveau local, régional et universel, elle a entrepris une phase d’étude sur les conséquences ecclésiologiques et canoniques de la nature sacramentelle de l’Église. Cela permettra d’aborder quelques-unes des principales questions encore controversées. Nous sommes décidés à soutenir sans cesse, comme par le passé, le travail confié à cette Commission et nous accompagnons ses membres de nos prières.

3. Comme Pasteurs, nous avons tout d’abord réfléchi à la mission d’annoncer l’Évangile dans le monde d’aujourd’hui. Cette mission, «Allez donc, de toutes les nations faites des disciples» (Mt 28, 19), est aujourd’hui plus que jamais actuelle et nécessaire, même dans les pays traditionnellement chrétiens. De plus, nous ne pouvons pas ignorer la montée de la sécularisation, du relativisme, voire du nihilisme, surtout dans le monde occidental. Tout cela exige une annonce renouvelée et puissante de l’Évangile, adaptée aux cultures de notre temps. Nos traditions représentent pour nous un patrimoine qui doit être partagé, proposé et actualisé continuellement. C’est pourquoi nous devons renforcer les collaborations et notre témoignage commun devant toutes les nations.

4. Nous avons évalué positivement le chemin vers la formation de l’Union européenne. Les acteurs de cette grande initiative ne manqueront pas de prendre en considération tous les aspects qui touchent à la personne humaine et à ses droits inaliénables, surtout la liberté religieuse, témoin et garante du respect de toute autre liberté. Dans chaque initiative d’unification, les minorités doivent être protégées, avec leurs traditions culturelles et leurs spécificités religieuses. En Europe tout en demeurant ouverts aux autres religions et à leur contribution à la culture, nous devons unir nos efforts pour préserver les racines, les traditions et les valeurs chrétiennes, pour assurer le respect de l’histoire, ainsi que pour contribuer à la culture de la future Europe, à la qualité des relations humaines à tous les niveaux. Dans ce contexte, comment ne pas évoquer les très anciens témoins et l’illustre patrimoine chrétiens de la terre où a lieu notre rencontre, en commençant par ce que nous dit le livre des Actes des Apôtres, évoquant la figure de saint Paul, Apôtre des nations. Sur cette terre, le message de l’Évangile et l’ancienne tradition culturelle se sont rejoints. Ce lien, qui a tant contribué à l’héritage chrétien qui nous est commun, demeure actuel et portera encore des fruits dans l’avenir pour l’évangélisation et pour notre unité.

5. Notre regard s’est porté sur les lieux du monde d’aujourd’hui où vivent les chrétiens et sur les difficultés auxquelles ils doivent faire face, en particulier la pauvreté, les guerres et le terrorisme, mais également les diverses formes d’exploitation des pauvres, des émigrés, des femmes et des enfants. Nous sommes appelés à entreprendre ensemble une action en faveur du respect des droits de l’homme, de tout être humain, créé à l’image et à la ressemblance de Dieu, du développement économique, social et culturel. Nos traditions théologiques et éthiques peuvent offrir une base solide de prédication et d’action communes. Nous voulons avant tout affirmer que tuer des innocents au nom de Dieu est une offense envers Lui et envers la dignité humaine. Nous devons tous nous engager pour un service renouvelé de l’homme et pour la défense de la vie humaine, de toute vie humaine.

Nous avons profondément à cœur la paix au Moyen-Orient, où notre Seigneur a vécu, a souffert, est mort et est ressuscité, et où vivent, depuis tant de siècles, une multitude de frères chrétiens. Nous désirons ardemment que soit rétablie la paix sur cette terre, que se renforce la coexistence cordiale entre ses diverses populations, entre les Églises et entre les différentes religions qui s’y trouvent. Pour cela, nous encourageons l’établissement de rapports plus étroits entre les chrétiens et d’un dialogue interreligieux authentique et loyal, en vue de lutter contre toute forme de violence et de discrimination.

6. Actuellement, devant les grands dangers concernant l’environnement naturel, nous voulons exprimer notre souci face aux conséquences négatives pour l’humanité et pour la création tout entière qui peuvent résulter d’un progrès économique et technologique qui ne reconnaît pas ses limites. En tant que chefs religieux, nous considérons comme un de nos devoirs d’encourager et de soutenir tous les efforts qui sont faits pour protéger la création de Dieu et pour laisser aux générations futures une terre dans laquelle elles pourront vivre.

7. Enfin, notre pensée se tourne vers vous tous, les fidèles de nos Églises, présents partout dans le monde, évêques, prêtres, diacres, religieux et religieuses, hommes et femmes laïques engagés dans un service ecclésial et tous les baptisés. Nous saluons en Christ les autres chrétiens, les assurant de notre prière et de notre disponibilité au dialogue et à la collaboration. Avec les paroles de l’Apôtre des Gentils, nous vous saluons tous: «À vous, grâce et paix de la part de Dieu notre Père et du Seigneur Jésus Christ» (2 Co 1, 2).


 

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