Particolarmente
toccante il momento in cui il Papa ha recitato in lingua
greca la preghiera del Padre Nostro durante la lunga e
suggestiva cerimonia, contraddistinta dai tradizionali
canti del rito bizantino. Al momento del suo discorso,
Benedetto XVI ha affermato che le divisioni
esistenti fra i cristiani sono uno “scandalo per il
mondo” ed ha rinnovato l’impegno della Chiesa nel
cammino verso la piena comunione: impegno sancito, verso
le 12.30, dalla firma apposta in calce alla Dichiarazione
congiunta.
Benedetto
XVI era giunto al Patriarcato Ecumenico verso le nove di
questa mattina, ora locale, ma già nel tardo pomeriggio
di ieri le porte dell’antica sede patriarcale ortodossa
si erano aperte - 27 anni dopo la visita di Giovanni Paolo
II - per accogliere nuovamente un Pontefice di Roma. Il
Patriarca Bartolomeo I, che aveva atteso il Papa fin
dall’aeroporto di Istanbul, ha accompagnato Benedetto
XVI nella chiesa patriarcale di San Giorgio, dove il Papa
ha venerato le reliquie di San
Gregorio di Nazianzo e di San Giovanni Crisostomo,
consegnate nel 2004 da Papa Wojtyla al Patriarcato
Ecumenico. Ma ritorniamo sulla lunga celebrazione che ha
scandito questo terzo giorno del viaggio apostolico, nel
servizio di uno dei nostri inviati a Istanbul, Sergio
Centofanti:
**********
La
bellezza e la solennità della liturgia ortodossa fanno
intravedere i bagliori del mistero divino attraverso la
ricchezza dei segni, delle immagini, delle luci, dei
canti. Tutto converge verso la santità e verso
l’incontro tra l’uomo e lo spirito. Il Papa assiste
con grande attenzione alla Divina liturgia presieduta da
Bartolomeo I; c’è il dolore di non condividere il
medesimo pane e lo stesso calice: “Noi ci inchiniamo con
umiltà e pentimento – ha detto il Patriarca Bartolomeo
I – davanti a Nostro Signore Gesù Cristo, la cui tunica
tessuta tutta d’un pezzo noi abbiamo diviso”. Ma c’è
la gioia di camminare insieme nell’amore che manifesta
al mondo che si è discepoli di Cristo, e c’è la gioia
intensa e la gratitudine manifestata dal Patriarca
Ecumenico perché il Papa è venuto qui, a visitare una
Chiesa sorella, piccola per consistenza numerica ma grande
in onore.
E’
l’amore fraterno – spiega il Pontefice nel suo
discorso – che porta il Successore di Pietro nella
Chiesa fondata dal fratello Andrea, l’apostolo che venne
chiamato per primo da Gesù. E’ l’impegno all’unità,
iniziato nel 1964 da Paolo VI e Atenagora, che rimossero
– afferma il Papa – le tragiche scomuniche del 1054:
“The
divisions which exist among Christians are a scandal to
the world and…
Le
divisioni esistenti tra i cristiani sono uno scandalo per
il mondo ed un ostacolo per la proclamazione del
Vangelo”, afferma Benedetto XVI. “Alla vigilia della
propria passione e morte il Signore, attorniato dai
discepoli, pregò con fervore che essi fossero uno,
cosicché il mondo possa credere. E’ solo attraverso la
comunione fraterna tra i cristiani e attraverso il
reciproco amore che il messaggio dell’amore di Dio per
ogni uomo e donna diverrà credibile”.
La
missione evangelizzatrice, continua il Pontefice, è
ancora oggi più urgente visto che anche terre cristiane
come l’Europa stanno smarrendo le loro radici se
addirittura non le rifiutano. Nel cammino verso l’unità
con gli ortodossi, c’è in particolare il servizio
universale del Successore di Pietro, l’apostolo che -
nonostante la sua personale fragilità - fu chiamato ad
essere la roccia sulla quale la Chiesa sarebbe stata
edificata:
“Pope
John Paul II spoke of the mercy that characterizes
Peter’s service …
Giovanni
Paolo II parlò della misericordia che caratterizza il
servizio all’unità di Pietro, una misericordia che
Pietro stesso sperimentò per primo. Su questa base,
Giovanni Paolo II fece l’invito ad entrare in dialogo
fraterno con lo scopo di identificare vie nelle quali il
ministero petrino potrebbe essere oggi esercitato, pur
rispettandone la natura e l’essenza, così da realizzare
un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri.
E’ mio desiderio oggi richiamare e rinnovare tale
invito”.
Sant’Andrea
- spiega ancora il Papa - ebbe un altro incarico dal
Signore, quello di favorire il fruttuoso incontro tra il
messaggio cristiano e la cultura ellenica. Diversi ruoli,
dunque, ma una medesima missione: amare fino alla fine. E
sia San Pietro che Sant’Andrea hanno subito il martirio
della croce. E’ l’unità che raccoglie tanti cristiani
ai piedi di Cristo crocifisso e che obbliga la Chiesa,
sottolinea il Papa, a proseguire il suo pellegrinaggio tra
le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio:
“For
its part, the century that has just ended also saw
courageous …
Anche
il secolo appena trascorso ha visto coraggiosi testimoni
della fede, sia in Oriente sia in Occidente. Anche oggi vi
sono molti di tali testimoni in diverse parti del mondo.
Li ricordiamo nella nostra preghiera e in ogni modo
possibile offriamo loro il nostro sostegno, mentre
chiediamo con insistenza a tutti i leader del mondo di
rispettare la libertà religiosa come diritto umano
fondamentale”.
Al
termine della Divina liturgia, il Papa e il Patriarca
Ecumenico hanno raggiunto il balcone del palazzo
patriarcale, benedicendo in latino e in greco i fedeli
presenti. Tanti gli applausi, cui hanno risposto salutando
con le mani unite, levate in alto. Poi si è svolta la
cerimonia della firma della Dichiarazione congiunta in cui
Benedetto XVI e Bartolomeo I esprimono la gioia di
sentirsi fratelli e rinnovano l’impegno in vista della
piena comunione.
Da Istanbul, Sergio Centofanti, Radio Vaticana.
**********
LA
CRONACA DEL POMERIGGIO: VISITE NELLA CHIESA DI SANTA SOFIA
E NELLA MOSCHEA BLU. PREGHIERA CON IL MUFTI CHE LO HA
ACCOLTO
16.18
- IL PAPA ENTRA A
SANTA SOFIA
Benedetto XVI è entrato a Santa Sofia, a Istanbul, l'ex
basilica cristiana, poi moschea dal 1453, diventata museo
statale nel 1935 per volontà di Ataturk. Già Paolo VI e
Giovanni Paolo II visitarono il museo di Santa Sofia,
rispettivamente nel 1967 e nel '79.
16.35
- BENEDETTO XVI FIRMA LIBRO
D'ORO SANTA SOFIA
Il Papa ha concluso la sua visita a Santa Sofia firmando
il Libro d'oro del museo e scrivendo un breve pensiero in
memoria del momento. Ora si dirigerà alla Moschea Blu che
si trova di fronte a Santa Sofia.
17.15
- PAPA: VISITA
MOSCHEA CI AIUTERÀ A TROVARE STRADE PACE
"Questa visita ci aiuterà a trovare insieme i modi,
le strade della pace per il bene dell'umanità". Lo
ha detto il Papa al muftì che lo ha accolto nella moschea
blu, secondo una traduzione fornita ai giornalisti.
17.24
- IL
PAPA AL MUFTÌ: GRAZIE PER QUESTO MOMENTO DI PREGHIERA
Al termine del momento di raccoglimento davanti alla
nicchia che indica La Mecca, Benedetto XVI ha ringraziato
il muftì che lo accompagnava nella Moschea blu di
Istanbul: "grazie per questo momento di
preghiera", ha affermato il Pontefice.
LE
PAROLE DEL PAPA
LITURGIA
PER LA SOLENNITA' DI SANT'ANDREA
LITURGIA
NELLA FESTA DI SAN'ANDREA
Questa
Divina Liturgia celebrata nella festa di sant'Andrea
Apostolo, santo Patrono della Chiesa di Costantinopoli, ci
porta indietro alla Chiesa primitiva, all'epoca degli
Apostoli. I Vangeli di Marco e di Matteo riferiscono su
come Gesù chiamò i due fratelli, Simone, a cui Gesù
attribuì il nome di Cefa o Pietro, e Andrea:
"Seguitemi, vi farò pescatori di uomini" (Mt
4,19; Mc 1,17). Il quarto Vangelo, inoltre,
presenta Andrea come il primo chiamato, "ho
protoklitos", come egli è conosciuto nella
tradizione bizantina. È Andrea che porta da Gesù il
proprio fratello Simone (cfr Gv 1, 40 ss).
Oggi, in
questa Chiesa Patriarcale di san Giorgio, siamo in grado
di sperimentare ancora una volta la comunione e la
chiamata dei due fratelli, Simon Pietro e Andrea,
nell'incontro fra il Successore di Pietro e il suo
Fratello nel ministero episcopale, il capo di questa
Chiesa, fondata secondo la tradizione dall'apostolo
Andrea. Il nostro incontro fraterno sottolinea la
relazione speciale che unisce le Chiese di Roma e di
Costantinopoli quali Chiese Sorelle.
Con gioia
cordiale ringraziamo Dio perché dà nuova vitalità alla
relazione sviluppatasi sin dal memorabile incontro a
Gerusalemme, nel dicembre del 1964, fra i nostri
predecessori, il Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora.
Il loro scambio di lettere, pubblicato nel volume
intitolato Tomos Agapis, testimonia la profondità
dei legami che crebbero fra di loro, legami che si
rispecchiano nella relazione fra le Chiese Sorelle di Roma
e di Costantinopoli.
Il 7
dicembre del 1965, alla vigila della sessione finale del
Concilio Vaticano II, i nostri venerati predecessori
intrapresero un passo nuovo ed unico e indimenticabile
rispettivamente nella Chiesa Patriarcale di san Giorgio e
nella Basilica di san Pietro in Vaticano: essi rimossero
dalla memoria della Chiesa le tragiche scomuniche del
1054. In tal modo essi confermarono un cambiamento
decisivo nei nostri rapporti. Da allora, molti altri passi
importanti sono stati intrapresi lungo il cammino del
reciproco riavvicinamento. Ricordo in particolare la
visita del mio predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, a
Costantinopoli nel 1979 e le visite a Roma del Patriarca
Ecumenico Bartolomeo I.
In quello
stesso spirito, la mia presenza qui oggi è destinata a
rinnovare il comune impegno per proseguire sulla strada
verso il ristabilimento – con la grazia di Dio – della
piena comunione fra la Chiesa di Roma e la Chiesa di
Costantinopoli. Posso assicurarvi che la Chiesa Cattolica
è pronta a fare tutto il possibile per superare gli
ostacoli e per ricercare, insieme con i nostri fratelli e
sorelle ortodossi, mezzi sempre più efficaci di
collaborazione pastorale a tale scopo.
I due
fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, erano dei
pescatori che Gesù chiamò a diventare pescatori di
uomini. Il Signore Risorto, prima della sua Ascensione, li
inviò insieme agli altri Apostoli con la missione di fare
discepole tutte le nazioni, battezzandole e proclamando i
suoi insegnamenti (cfr Mt 28,19 ss; Lc
24,47; At 1,8).
Questo
incarico lasciatoci dai santi fratelli Pietro e Paolo è
lungi dall'essere compiuto. Al contrario, oggi esso è
ancora più urgente e necessario. Esso infatti riguarda
non soltanto le culture toccate marginalmente dal
messaggio del Vangelo, ma anche le culture europee da
lunga data profondamente radicate nella tradizione
cristiana. Il processo di secolarizzazione ha indebolita
la tenuta di quella tradizione; essa anzi è posta in
questione e persino rigettata. Di fronte a questa realtà,
siamo chiamati, insieme con tutte le altre comunità
cristiane, a rinnovare la consapevolezza dell'Europa circa
le proprie radici, tradizioni e valori cristiani, ridando
loro nuova vitalità.
I nostri
sforzi per edificare legami più stretti fra la Chiesa
Cattolica e le Chiese Ortodosse sono parte di questo
compito missionario. Le divisioni esistenti fra i
cristiani sono uno scandalo per il mondo ed un ostacolo
per la proclamazione del Vangelo. Alla vigilia della
propria passione e morte, il Signore, attorniato dai
discepoli, pregò con fervore che essi fossero uno, così
che il mondo possa credere (cfr Gv 17,21). È solo
attraverso la comunione fraterna tra i cristiani e
attraverso il reciproco amore che il messaggio dell'amore
di Dio per ogni uomo e donna diverrà credibile. Chiunque
getti uno sguardo realistico al mondo cristiano oggi
scoprirà l'urgenza di tale testimonianza.
Simon
Pietro e Andrea furono chiamati insieme a diventare
pescatori di uomini. Ma lo stesso impegno prese forme
differenti per ciascuno dei due fratelli. Simone,
nonostante la sua personale fragilità, fu chiamato
"Pietro", la "roccia" sulla quale
sarebbe stata edificata la Chiesa; a lui in maniera
particolare furono affidate le chiavi del Regno dei Cieli
(cfr Mt 16,18). Il suo itinerario lo avrebbe
condotto da Gerusalemme ad Antiochia, e da Antiochia a
Roma, così che in quella città egli potesse esercitare
una responsabilità universale. Il tema del servizio
universale di Pietro e dei suoi Successori ha
sfortunatamente dato origine alle nostre differenze di
opinione, che speriamo di superare, grazie anche al
dialogo teologico, ripreso di recente.
Il mio
venerato predecessore, il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo
II, parlò della misericordia che caratterizza il servizio
all'unità di Pietro, una misericordia che Pietro stesso
sperimentò per primo (Enciclica Ut unum sint, 91).
Su questa base il Papa Giovanni Paolo fece l'invito ad
entrare in dialogo fraterno, con lo scopo di identificare
vie nelle quali il ministero petrino potrebbe essere oggi
esercitato, pur rispettandone la natura e l'essenza, così
da "realizzare un servizio di amore riconosciuto
dagli uni e dagli altri" (ibid., 95). È mio
desiderio oggi richiamare e rinnovare tale invito.
Andrea,
il fratello di Simon Pietro, ricevette un altro incarico
dal Signore, un incarico che il suo stesso nome suggeriva.
Essendo in grado di parlare greco, divenne – insieme a
Filippo – l'Apostolo dell'incontro con i Greci venuti da
Gesù (cfr Gv 12,20 ss). La tradizione ci racconta
che fu missionario non soltanto nell'Asia Minore e nei
territori a sud del Mar Nero, cioè in questa stessa
regione, ma anche in Grecia, dove patì il martirio.
Pertanto,
l'apostolo Andrea rappresenta l'incontro fra la cristianità
primitiva e la cultura greca. Questo incontro,
particolarmente nell'Asia Minore, divenne possibile grazie
specialmente ai grandi Padri della Cappadocia, che
arricchirono la liturgia, la teologia e la spiritualità
sia delle Chiese Orientali sia di quelle Occidentali. Il
messaggio cristiano, come il chicco di grano (cfr Gv 12,24),
è caduto su questa terra e ha portato molto frutto.
Dobbiamo essere profondamente grati per l'eredità che è
derivata dal fruttuoso incontro fra il messaggio cristiano
e la cultura ellenica. Ciò ha avuto un impatto duraturo
sulle Chiese dell'Oriente e dell'Occidente. I Padri Greci
ci hanno lasciato un prezioso tesoro dal quale la Chiesa
continua ad attingere ricchezze antiche e nuove (cfr Mt
13,52).
La
lezione del chicco di grano che muore per portare frutto
ha pure un riscontro nella vita di sant'Andrea. La
tradizione ci racconta che egli seguì il destino del suo
Signore e Maestro, finendo i propri giorni a Patrasso, in
Grecia. Come Pietro, egli subì il martirio su una croce,
quella diagonale che veneriamo oggi come la croce di sant'Andrea.
Dal suo esempio apprendiamo che il cammino di ogni singolo
cristiano, come quello della Chiesa tutta intera, porta a
vita nuova, alla vita eterna, attraverso l'imitazione di
Cristo e l'esperienza della croce.
Nel corso
della storia, entrambe le Chiese di Roma e di
Costantinopoli hanno spesso sperimentato la lezione del
chicco di grano. Insieme noi veneriamo molti dei medesimi
martiri il cui sangue, secondo le celebri parole di
Tertulliano, è divenuto seme di nuovi cristiani (Apologeticum
50,13). Con loro, condividiamo la stessa speranza che
obbliga la Chiesa a proseguire "il suo pellegrinaggio
fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di
Dio" (Lumen gentium 8; cfr s. Agostino, De
Civitate Dei, XVIII, 51,2). Per parte sua, anche il
secolo appena trascorso ha visto coraggiosi testimoni
della fede, sia in Oriente sia in Occidente. Anche oggi vi
sono molti di tali testimoni in diverse parti del mondo.
Li ricordiamo nella nostra preghiera e, in ogni modo
possibile, offriamo loro il nostro sostegno, mentre
chiediamo con insistenza a tutti i leader del mondo di
rispettare la libertà religiosa come diritto umano
fondamentale.
La Divina
Liturgia alla quale abbiamo partecipato è stata celebrata
secondo il rito di san Giovanni Crisostomo. La croce e la
risurrezione di Gesù Cristo sono state rese misticamente
presenti. Per noi cristiani questo è sorgente e segno di
una speranza costantemente rinnovata. Troviamo tale
speranza magnificamente espressa nell'antico testo
conosciuto come Passione di sant'Andrea: "Ti
saluto, o Croce, consacrata dal Corpo di Cristo e adorna
delle sue membra come di pietre preziose... Che i fedeli
conoscano la tua gioia, e i doni che in te sono
conservati...".
Questa
fede nella morte redentrice di Gesù sulla croce e questa
speranza che Cristo risorto offre all'intera famiglia
umana, sono da noi tutti condivise, Ortodossi e Cattolici.
Che la nostra preghiera ed attività quotidiane siano
ispirate dal fervente desiderio non soltanto di essere
presenti alla Divina Liturgia, ma di essere in grado di
celebrarla insieme, per prendere parte all'unica mensa del
Signore, condividendo il medesimo pane e lo stesso calice.
Che il nostro incontro odierno serva come spinta e gioiosa
anticipazione del dono della piena comunione. E che lo
Spirito di Dio ci accompagni nel nostro cammino.
DICHIARAZIONE
CONGIUNTA CON IL PATRIARCA BARTOLOMEO I
«Voici
le jour que le Seigneur a fait, qu’il soit notre bonheur
et notre joie» (Ps
117,24)!
La
rencontre fraternelle que nous avons eue, nous, Benoît
XVI, Pape de Rome, et Bartholomaios I, Patriarche œcuménique,
est l’œuvre de Dieu, et en quelque sorte un don venant
de Lui. Nous rendons grâce à l’Auteur de tout bien qui
nous permet encore une fois, dans la prière et l’échange,
d’exprimer notre joie de nous sentir frères et de
renouveler notre engagement en vue de la pleine communion.
Cet engagement nous vient de la volonté de notre Seigneur
et de notre responsabilité de Pasteurs dans l’Église
du Christ. Puisse notre rencontre être un signe et un
encouragement pour nous à partager les mêmes sentiments
et les mêmes attitudes de fraternité, de collaboration
et de communion dans la charité et dans la vérité.
L’Esprit Saint nous aidera à préparer le grand jour du
rétablissement de la pleine unité, quand et comme Dieu
le voudra. Nous pourrons alors nous réjouir et exulter
vraiment.
1. Nous
avons évoqué avec gratitude les rencontres de nos vénérés
prédécesseurs, bénis par le Seigneur, qui ont montré
au monde l’urgence de l’unité et qui ont tracé des
sentiers sûrs pour y parvenir, dans le dialogue, la prière
et la vie ecclésiale quotidienne. Le Pape Paul VI et le
Patriarche Athénagoras I, pèlerins à Jérusalem sur le
lieu même où Jésus Christ est mort et est ressuscité
pour le salut du monde, se sont ensuite rencontrés de
nouveau, ici au Phanar et à Rome. Ils nous ont laissé
une déclaration commune qui garde toute sa valeur,
soulignant que le vrai dialogue de la charité doit
soutenir et inspirer tous les rapports entre les personnes
et entre les Églises elles-mêmes, «doit être
enraciné dans une fidélité totale à l’unique
Seigneur Jésus Christ et dans un respect mutuel de leurs
propres traditions» (Tomos Agapis, 195). Nous
n’avons pas non plus oublié l’échange de visites
entre Sa Sainteté le Pape Jean-Paul II et Sa Sainteté
Dimitrios I. C’est précisément durant la visite du
Pape Jean-Paul II, sa première visite œcuménique, que
fut annoncée la création de la Commission mixte pour le
dialogue théologique entre l’Église Catholique romaine
et l’Église Orthodoxe. Celle-ci a réuni nos Églises
dan le but déclaré de rétablir la pleine communion.
En ce qui
concerne les relations entre l’Église de Rome et l’Église
de Constantinople, nous ne pouvons oublier l’acte ecclésial
solennel reléguant dans l’oubli les anciens anathèmes
qui, durant des siècles, ont affectéde manière négative
les rapports entre nos Églises. Nous n’avons pas encore
tiré de cet acte toutes les conséquences positives qui
peuvent en découler pour notre marche vers la pleine unité,
à laquelle la Commission mixte est appelée à apporter
une contribution importante. Nous exhortons nos fidèles
à prendre une part active dans cette démarche, par la
prière et par des gestes significatifs.
2. Lors
de la session plénière de la Commission mixte pour le
dialogue théologique qui s’est tenue récemment à
Belgrade et qui a généreusement été accueillie par
l’Église orthodoxe serbe, nous avons exprimé notre
joie profonde pour la reprise du dialogue théologique.
Après une interruption de quelques années, due à
diverses difficultés, la Commission a pu travailler à
nouveau dans un esprit d’amitié et de collaboration. En
traitant le thème «Conciliarité et autorité dans l’Église»
au niveau local, régional et universel, elle a entrepris
une phase d’étude sur les conséquences ecclésiologiques
et canoniques de la nature sacramentelle de l’Église.
Cela permettra d’aborder quelques-unes des principales
questions encore controversées. Nous sommes décidés à
soutenir sans cesse, comme par le passé, le travail confié
à cette Commission et nous accompagnons ses membres de
nos prières.
3. Comme
Pasteurs, nous avons tout d’abord réfléchi à la
mission d’annoncer l’Évangile dans le monde d’aujourd’hui.
Cette mission, «Allez donc, de toutes les nations faites
des disciples» (Mt 28, 19), est aujourd’hui plus
que jamais actuelle et nécessaire, même dans les pays
traditionnellement chrétiens. De plus, nous ne pouvons
pas ignorer la montée de la sécularisation, du
relativisme, voire du nihilisme, surtout dans le monde
occidental. Tout cela exige une annonce renouvelée et
puissante de l’Évangile, adaptée aux cultures de notre
temps. Nos traditions représentent pour nous un
patrimoine qui doit être partagé, proposé et actualisé
continuellement. C’est pourquoi nous devons renforcer
les collaborations et notre témoignage commun devant
toutes les nations.
4. Nous
avons évalué positivement le chemin vers la formation de
l’Union européenne. Les acteurs de cette grande
initiative ne manqueront pas de prendre en considération
tous les aspects qui touchent à la personne humaine et à
ses droits inaliénables, surtout la liberté religieuse,
témoin et garante du respect de toute autre liberté.
Dans chaque initiative d’unification, les minorités
doivent être protégées, avec leurs traditions
culturelles et leurs spécificités religieuses. En Europe
tout en demeurant ouverts aux autres religions et à leur
contribution à la culture, nous devons unir nos efforts
pour préserver les racines, les traditions et les valeurs
chrétiennes, pour assurer le respect de l’histoire,
ainsi que pour contribuer à la culture de la future
Europe, à la qualité des relations humaines à tous les
niveaux. Dans ce contexte, comment ne pas évoquer les très
anciens témoins et l’illustre patrimoine chrétiens de
la terre où a lieu notre rencontre, en commençant par ce
que nous dit le livre des Actes des Apôtres, évoquant la
figure de saint Paul, Apôtre des nations. Sur cette
terre, le message de l’Évangile et l’ancienne
tradition culturelle se sont rejoints. Ce lien, qui a tant
contribué à l’héritage chrétien qui nous est commun,
demeure actuel et portera encore des fruits dans l’avenir
pour l’évangélisation et pour notre unité.
5. Notre
regard s’est porté sur les lieux du monde d’aujourd’hui
où vivent les chrétiens et sur les difficultés
auxquelles ils doivent faire face, en particulier la
pauvreté, les guerres et le terrorisme, mais également
les diverses formes d’exploitation des pauvres, des émigrés,
des femmes et des enfants. Nous sommes appelés à
entreprendre ensemble une action en faveur du respect des
droits de l’homme, de tout être humain, créé à l’image
et à la ressemblance de Dieu, du développement économique,
social et culturel. Nos traditions théologiques et éthiques
peuvent offrir une base solide de prédication et
d’action communes. Nous voulons avant tout affirmer que
tuer des innocents au nom de Dieu est une offense envers
Lui et envers la dignité humaine. Nous devons tous nous
engager pour un service renouvelé de l’homme et pour la
défense de la vie humaine, de toute vie humaine.
Nous
avons profondément à cœur la paix au Moyen-Orient, où
notre Seigneur a vécu, a souffert, est mort et est
ressuscité, et où vivent, depuis tant de siècles, une
multitude de frères chrétiens. Nous désirons ardemment
que soit rétablie la paix sur cette terre, que se
renforce la coexistence cordiale entre ses diverses
populations, entre les Églises et entre les différentes
religions qui s’y trouvent. Pour cela, nous encourageons
l’établissement de rapports plus étroits entre les chrétiens
et d’un dialogue interreligieux authentique et loyal, en
vue de lutter contre toute forme de violence et de
discrimination.
6.
Actuellement, devant les grands dangers concernant l’environnement
naturel, nous voulons exprimer notre souci face aux conséquences
négatives pour l’humanité et pour la création tout
entière qui peuvent résulter d’un progrès économique
et technologique qui ne reconnaît pas ses limites. En
tant que chefs religieux, nous considérons comme un de
nos devoirs d’encourager et de soutenir tous les efforts
qui sont faits pour protéger la création de Dieu et pour
laisser aux générations futures une terre dans laquelle
elles pourront vivre.
7. Enfin,
notre pensée se tourne vers vous tous, les fidèles de
nos Églises, présents partout dans le monde, évêques,
prêtres, diacres, religieux et religieuses, hommes et
femmes laïques engagés dans un service ecclésial et
tous les baptisés. Nous saluons en Christ les autres chrétiens,
les assurant de notre prière et de notre disponibilité
au dialogue et à la collaboration. Avec les paroles de
l’Apôtre des Gentils, nous vous saluons tous: «À
vous, grâce et paix de la part de Dieu notre Père et du
Seigneur Jésus Christ» (2 Co 1, 2).