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VIAGGIO APOSTOLICO IN TURCHIA (28 NOVEMBRE - 1 DICEMBRE 2006)

 

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Fonte, Radio Vaticana, 1 dicembre 2006

“RENDO GRAZIE A DIO PER AVER POTUTO AIUTARE IL DIALOGO” ECUMENICO E INTERRELIGIOSO CON IL MIO VIAGGIO IN TURCHIA, “PONTE TRA ASIA E EUROPA”: CON QUESTE PAROLE, BENEDETTO XVI SI E’ CONGEDATO DA ISTANBUL, TRA L’ENTUSIASMO DELLA COMUNITA’ CATTOLICA, LO SPIRITO DI FRATERNITA’  DELLA CHIESA ORTODOSSAE IL GENERALE APPREZZAMENTO DELLE AUTORITA’ MUSULMANE. IL PAPA HA GIA’ FATTO RIENTRO IN VATICANO

- Interviste con padre Justo Lacunza, mons. Aldo Giordano e padre Federico Lombardi -  

E’ atterrato verso le 14.20, all’aeroporto romano di Ciampino, il Boeing 737-800 della Turkish Airlines, con a bordo Benedetto XVI e il suo seguito, di ritorno dal viaggio apostolico in Turchia. Accolto dal cardinale vicario, Camillo Ruini, e dal premier italiano, Romano Prodi, il Papa ha fatto rientro in Vaticano in elicottero, al termine di una visita che lascia vive nella mente immagini molto diverse fra loro ma anche molto significative. L’ultima in ordine di tempo risale a questa mattina quando, poco prima della partenza per Roma, Benedetto XVI è stato salutato con visibile cordialità, in una saletta dell’aeroporto di Istanbul, dai vescovi turchi, dalle autorità locali, dal Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, e dagli altri capi delle Chiese ortodosse. Palpabile la gioia del Pontefice per gli esiti del viaggio anche nel consueto scambio di telegrammi con i capi di Stato dei Paesi sorvolati. Oltre a inviare i suoi saluti ai presidenti di Grecia e Albania, il Papa ha scritto tra l’altro al presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano dicendo: “Sono grato a Dio per questa rinnovata esperienza di comunione ecclesiale”.  

Un’esperienza conclusa appena qualche ora fa con l’ultimo atto del viaggio, quando Benedetto XVI, circondato da folla e affetto, ha presieduto la Santa Messa nella piccola Chiesa dello Spirito Santo di Istanbul. Torniamo allora per qualche minuto agli ultimi avvenimenti di stamani, nella cronaca di uno dei nostri inviati a Istanbul, Pietro Cocco:  

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Mi rimane nel cuore una profonda gratitudine e una parte del mio cuore rimane anche ad Istanbul. Il Papa ha sintetizzato così questi suoi quattro giorni in Turchia, partendo dall’aeroporto della città. In un colloquio informale ma molto cordiale con il governatore di Istanbul,  Muammer Guler, Benedetto XVI ha voluto ribadire come per il pastore della Chiesa cattolica il dialogo sia un dovere:  

 “Sono molto grato al Signore che potevo dare un segno di questo dialogo e così contribuire alla migliore comprensione tra le religioni e le culture, e specialmente anche dell’islam da parte dei cristiani”.  

Un compito impegnativo, la cui radice spirituale il Papa ha indicato come prospettiva futura per la piccola ma viva comunità cattolica, strettasi intorno a lui questa mattina nella Cattedrale dello Spirito Santo ad Istanbul. Nell’abbraccio di circa 1200 fedeli - ma molti altri non hanno potuto entrare ed hanno seguito la celebrazione dagli schermi allestititi nella chiesa di Sant’Antonio - Benedetto XVI ha ricordato con le parole di San Paolo che “lo Spirito è la sorgente permanente della nostra fede e della nostra unità”. E che questo significa che non dobbiamo vivere solo per noi stessi, ma divenire, come Gesù, servitori dei propri fratelli:  

La mission de l’Eglise ne consiste pas a défendre des pouvoirs…

La missione della Chiesa non consiste nel difendere poteri, né ottenere ricchezze; la sua missione è di donare Cristo, di partecipare la Vita di Cristo, il bene più prezioso dell'uomo che Dio stesso ci dà nel suo Figlio”.  

Ad ascoltarlo, nella Cattedrale che si trova a poca distanza  dalla Nunziatura di Istanbul - detta “Casa Roncalli” dal nome del delegato apostolico Angelo Roncalli che qui svolse il suo servizio dal 1935  alla fine del ‘44 - le comunità cattoliche nella varietà dei riti esistenti qui: armeni, caldei, siri, latini, che ne conservano ancora un ricordo forte. Per questo, prima di entrare nella cattedrale il Papa ha benedetto una statua raffigurante Giovanni XXIII che sarà posta nella chiesa di Sant’Antonio nel centenario.  

Nel corso della celebrazione di stamattina, toccanti i cori nelle lingue armena, siriana, caldea, che insieme ai canti latini hanno accompagnato la liturgia; tra i coristi, anche un gruppo di ragazze rifugiate dall’Iraq, che con le loro famiglie sono ospitate dalla Caritas Turchia.  

Dopo aver salutato i Patriarchi Ecumenico, Bartolomeo I, e armeno-apostolico, Mesrob II, presenti in Cattedrale, Benedetto XVI ha ricordato come la prospettiva ecumenica rimanga al primo posto delle sue preoccupazioni ecclesiali, ed ha invitato tutta la Chiesa, anche di Turchia, ad agire incessantemente sul cammino che conduca all’unità e in vista del bene di tutti.  

Un auspicio che aveva fatto suo anche il vicario apostolico di Istanbul, mons. Pelâtre, ricordando che, “malgrado il nostro piccolo numero - attraverso le nostre attività culturali, religiose e sociali - vogliamo portare il nostro contributo alla società di questo Paese”. Ed ha ringraziato il Papa per il sostegno e l’incoraggiamento in questa missione che Dio affida loro.  

Ed alla comunità cattolica turca - ma anche alle autorità civili e politiche che ha ringraziato espressamente per l’accoglienza, così come anche ai cittadini di Istanbul che ha ringraziato per la pazienza dimostrata - il Papa ha lasciato questa consegna:  

Vous savez bien que l’Eglise ne veut rien imposer a persone…

Sapete bene che la Chiesa non vuole imporre nulla a nessuno, e che chiede semplicemente di poter vivere liberamente per rivelare Colui che essa non può nascondere, Cristo Gesù che ci ha amati fino alla fine sulla Croce e che ci ha dato il suo Spirito, presenza viva di Dio in mezzo a noi e nel più profondo di noi stessi. Siate sempre aperti allo Spirito di Cristo e, pertanto, siate attenti a quelli che hanno sete di giustizia, di pace, di dignità, di considerazione per essi stessi e per i loro fratelli”.  

Da Istanbul, Pietro Cocco, Radio Vaticana.

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La presenza alla Messa di stamattina dei massimi rappresentanti dell’Ortodossia ha ulteriormente amplificato il grande afflato ecumenico che ha caratterizzato la giornata di ieri, durante la quale anche la dimensione del dialogo con l’islam è tornata in primo piano in due momenti di particolare spessore: la visita di Benedetto XVI al Museo di Santa Sofia seguita, poco dopo, dalla sosta alla Moschea Blu. E’ ancora Pietro Cocco a raccontarci questa pagina, celebrata oggi dai media di tutto il mondo:  

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Resterà come uno dei momenti più emblematici di questo viaggio apostolico in Turchia, il Gran Muftì di Istanbul con il Papa accanto, in un lungo momento di raccoglimento nella Moschea di Sultan Ahmet Camii, conosciuta come la Moschea Blu. Insieme, rivolti verso il Mihrab, l’edicola verso la quale pregano i fedeli musulmani in direzione della Mecca, il Papa ha sostato in meditazione. “Certamente ha rivolto il suo pensiero a Dio”, ha detto ai giornalisti padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, e lo stesso Benedetto XVI, in un caloroso saluto prima di andare via, ha ringraziato il Muftì per questo momento di preghiera. Significativo anche lo scambio di doni: da parte del Gran Muftì una mattonella in ceramica blu che con calligrafia araba disegna una colomba con la scritta “Dio onnipotente e misericordioso”, da parte del Papa un mosaico con alcune colombe bianche.  

Un simbolismo di pace che suggella un pomeriggio svoltosi all’insegna di un grande rispetto e di un’accoglienza al Papa tutt’altro che formale, rendendo visibile quanto Benedetto XVI aveva detto: “Dobbiamo andare avanti nell’impegno per la fratellanza e per l’unità. Il dialogo non è contro la fedeltà alla propria fede, ma apre il cuore all’altro”. Stessi sentimenti hanno animato l’altro momento forte del pomeriggio, all’insegna del dialogo interreligioso, quando il Papa si è recato al museo di Santa Sofia, antica basilica bizantina dedicata alla Divina sapienza, poi trasformata in moschea e oggi museo. Nell’apporre la sua firma nel libro d’oro del museo, Benedetto XVI ha lasciato scritto: “Nelle nostre diversità, ci troviamo davanti alla fede del Dio unico. Che Dio ci illumini e ci faccia trovare la strada dell’amore e della pace”.  

Da Istanbul, Pietro Cocco, Radio Vaticana

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Centrali nel sentimento religioso dei musulmani turchi e non solo, i due luoghi visitati ieri pomeriggio da Benedetto XVI hanno alle spalle una storia di secoli, dove il senso del sacro viene esaltato da forme architettoniche e artistiche straordinarie. A spiegarle, al microfono di Emanuela Campanile, è padre Justo Lacunza Balda, già rettore del Pontificio Istituto di Studi arabi e islamistica:  

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R. – Santa Sofia - “Haya Sofia” in turco - è stata fino al 1361 la cattedrale del rito latino. L’ultima volta che un vescovo di rito latino vi è entrato è stata nel 1361. Sappiamo che è stata considerata come un luogo di raduno, un luogo di spiritualità. La Moschea Blu è uno dei grandi monumenti del mondo, costruita tra il 1600 e il 1616 da un imperatore molto giovane. Questa moschea viene chiamata appunto “Moschea Blu” perché il colore delle sue maioliche è di colore blu e verde. Le ceramiche provengono dall’antica Nicea. A livello architettonico è una grande opera d’arte. Ci sono 30 cupole che si appoggiano su 26 colonne, più una cupola centrale, attorno alla quale c’è il versetto della luce, che troviamo nel Corano: “Dio è la luce del cielo e della terra”.

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Due chilometri oltre la Moschea Blu, lo scenario è nuovamente cambiato. Per Benedetto XVI è arrivato il momento di immergersi nuovamente in un’atmosfera di confronto ecumenico, con la visita al Patriarcato armeno. Ce ne parla uno dei nostri inviati al seguito del Papa, Sergio Centofanti:  

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Non poteva mancare qui in Turchia la visita del Papa alla comunità armena apostolica che ha accolto Benedetto XVI con grande gioia. Si tratta di una delle comunità cristiane più antiche distinta dagli ortodossi, in senso stretto, che si separarono da Roma nel 1054. Gli armeni apostolici si distaccarono nel 451 non accettando il Concilio di Calcedonia, che condannava l’eresia monofisita, cioè la tesi secondo la quale Cristo è solo Dio e non anche vero uomo. Nel dibattito conciliare, gli armeni apostolici, pur non negando l’umanità di Gesù, tendevano ad accentuarne la divinità. Una pura questione terminologica nel consueto irrigidimento delle parti provocò lo scisma. Dopo oltre 15 secoli, durante il Pontificato di Giovanni Paolo II, la Chiesa cattolica e la Chiesa armena apostolica hanno sottoscritto nel 1996 una dichiarazione congiunta in cui si ritengono superati gli equivoci del Concilio di Calcedonia e si afferma la fede in Cristo, vero Dio e vero uomo. Benedetto XVI nel suo discorso nella cattedrale armena apostolica ha sottolineato la necessità di curare le ferite della separazione, perché le tragiche divisioni che sono sorte lungo il tempo fra i seguaci di Cristo, - ha rilevato - contraddicono apertamente alla volontà del Signore che vuole l’unità:

“precisely by the witness of their love, christians…

Proprio mediante la testimonianza della propria fede, del proprio amore, i cristiani sono chiamati ad offrire un segno raggiante di speranza e di consolazione a questo mondo così segnato da conflitti e da tensioni”.  

Sofferenze e tensioni di cui purtroppo gli armeni sono ben esperti:  

“i give thanks to god for the christians faith…

Rendo grazie a Dio ha affermato il Papa per la fede e la testimonianza cristiana del popolo armeno, trasmesse da una generazione all’altra, spesso in circostanze davvero tragiche come quelle sperimentate durante il secolo passato”.  

Da ricordare che gli armeni all’inizio del ’900 erano oltre due milioni in questa terra. I massacri di civili e armeni intorno al 1915 e la diaspora susseguente hanno ridotto la comunità a circa 80 mila fedeli che comunque resta la più consistente tra le comunità cristiane in Turchia che conta 130 mila fedeli. All’insegna dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, il Papa ha incontrato, nella serata di ieri, anche il metropolita siro-ortodosso, il Gran Rabbino della Turchia. Dopo la cena in nunziatura il Pontefice si è affacciato dalla finestra per salutare circa 200 giovani cattolici:  

“Cari giovani vorrei semplicemente dire grazie per la vostra presenza, per la vostra gioia e per il vostro entusiasmo. Grazie per il vostro amore per la Chiesa, insieme andiamo avanti col Signore in tempi anche difficili. Nelle mie preghiere siete sempre tutti presenti e dopo vi darò la benedizione. La vostra gioia e la vostra amicizia mi accompagna e vi ricorderò sempre nelle mie preghiere”.  

I giovani lo hanno accolto con grande entusiasmo e gli hanno scritto una lettera: “Noi - affermano - siamo una piccola minoranza in un Paese musulmano, ci impegniamo a perseverare nella vita cristiana in una terra che ha visto lungo la storia, la testimonianza di tanti martiri”. Qui, in Turchia, la piccola comunità cattolica e tutti i cristiani insieme hanno ripreso coraggio in questi giorni, nella loro situazione di debolezza, il successore di Pietro li ha confermati nella fede.  

Da Istanbul, Sergio Centofanti, Radio Vaticana.

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La dimensione ecumenica e quella interreligiosa si sono più volte intrecciate, nell’arco del viaggio, in particolare durante la giornata di ieri quando, in mattinata, Benedetto XVI e il Patriarca Ecumenico, Bartolomeo I, si sono scambiati l’abbraccio di pace e hanno siglato la Dichiarazione congiunta: un documento importante anche in chiave europea, come sottolinea mons. Aldo Giordano, segretario generale del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (CCEE), al microfono di Fabio Colagrande:  

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R. – Si ha veramente l’impressione che sia stato un passo nuovo e fondamentale nei rapporti tra Oriente ed Occidente, e quindi tra il cristianesimo che si è sviluppato in Occidente e il cristianesimo che si è sviluppato nell’est. Affiora che abbiamo compiuto già grandi passi e si vogliono mettere in luce quelli fatti in questo ecumenismo dell’amore e della carità. Emerge chiaramente quale siano le basi di questo nostro cammino: la fede in Gesù Cristo, Crocifisso e Risorto. Abbiamo responsabilità comuni e soprattutto la responsabilità dell’evangelizzazione, che ci chiede di essere e questo fa veramente sperare che sarà un passo grande verso l’unità dei cristiani.  

D. – Parlando, alla fine della Divina liturgia, alla quale aveva assistito nella Chiesa di San Giorgio, il Papa ha detto, rivolgendosi proprio al Patriarca: “Siamo chiamati, insieme con tutte le altre comunità cristiane a rinnovare la consapevolezza dell’Europa circa le proprie radici”. Può essere questa una strada per l’unità dei cristiani?  

R. – Certamente, perché sempre più il Papa ci invita a ripartire dal cuore del cristianesimo. E’, quindi, dalla consapevolezza che dà quel cuore di un Dio venuto sulla terra da cui dobbiamo ripartire per ritrovare l’unità. L’Europa ha avuto il dono di avere queste radici e dobbiamo quindi riscoprirle: questo ridona all’Europa la sua vera vocazione, una vocazione di responsabilità e soprattutto di testimonianza del Vangelo e di testimonianza all’interno dell’Europa ed anche agli continenti.  

D. – Ci può essere in questo campo una collaborazione tra le Chiese cristiane?

R. – Non solo ci può essere, ma mi sembra che nel discorso del Papa venga proprio sottolineato che la non collaborazione è uno scandalo insopportabile. La divisione è uno scandalo non sopportabile. Senza, quindi, la collaborazione, la testimonianza del Vangelo non è credibile.  

D. – Come giudicare anche l’importanza della Dichiarazione congiunta firmata dal Santo Padre e dal Patriarca Bartolomeo I?  

R. – Mi sembra che vada anche in questa direzione. Le due Chiese, di Roma e di Costantinopoli, si prendono l’impegno comune di continuare il dialogo della carità; di continuare il dialogo teologico, attraverso la Commissione mista ortodosso-cattolica; chiedono di essere insieme nel contribuire all’Unione Europea, dando una valutazione anche positiva del processo di unificazione, ma chiedendo anche che ci sia una Unione Europea capace di salvare la libertà religiosa, capace di difendere le minoranze, capace di preservare le radici cristiane.

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Al termine di questa ampia pagina dedicata al quinto viaggio apostolico internazionale di Benedetto XVI in Turchia, vi proponiamo un bilancio complessivo nel commento del direttore della Sala Stampa vaticana, e nostro direttore generale, padre Federico Lombardi. L’intervista è di Alessandro Gisotti:  

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R. – Evidentemente, si tratta di un bilancio estremamente positivo. Un bilancio certamente superiore a quelle che potevano essere le attese, probabilmente da parte del Papa stesso e dei suoi collaboratori. Ricordo che anche in passato, quando c’erano dei viaggi particolarmente impegnativi, diciamo pure difficili, come si usa dire, per Giovanni Paolo II, si apprezzava poi sempre il coraggio del Papa che li affrontava con grande slancio e con grande fede e sempre ottenendo dei risultati straordinariamente superiori a quello che si poteva immaginare. Mi sembra che sia successa esattamente la stessa cosa anche adesso, con Benedetto XVI. CIò è molto bello ed incoraggiante, perché vuol dire che la fede e il coraggio dei Papi viene premiato anche nell’affrontare situazioni che presentano delle incertezze. Un bilancio estremamente positivo su tutti i versanti, quindi: sia quello del rapporto con il popolo turco e con lo Stato turco, sia il rapporto con la religione musulmana, sia i rapporti ecumenici con le altre confessioni cristiane e sia anche, alla fine, l’incoraggiamento per la comunità cattolica locale.  

D. – Ecco padre, proviamo a riflettere su questo viaggio raccontandolo per immagini. Tra queste, sicuramente, resterà indelebile quella del Papa raccolto in meditazione nella Moschea Blu. Un gesto, questo, che ha destato grande impressione…  

R. – Direi di sì. Questo effettivamente è il momento che ha raccolto più attenzione e in un certo senso è anche quello che è stato, forse, più nuovo e più inaspettato rispetto a poche settimane fa. Mi pare che, pensando anche a quello che è avvenuto nei mesi passati - le discussioni o le reazioni in seguito ai malintesi sul discorso di Ratisbona – la visita alla Moschea e il successivo momento di raccoglimento siano stati quell’atto simbolico che ha, in un certo senso, compiuto e portato alla consapevolezza comune ed anche popolare ciò che i chiarimenti fatti a parole e nelle varie dichiarazioni rese dal Papa e dai suoi collaboratori avevano preparato nei mesi passati. Ma ci voleva anche e proprio quell’atto, quel passo fisico, quel momento di incontro cordiale con il sorriso, con il cuore aperto, che dimostrasse e facesse capire che le distanze erano superate e che il dialogo era qualcosa di reale, di profondo e di sincero. Direi che, a parte il momento del raccoglimento, anche la cordialità del dialogo con il Gran Muftì e con l’Imam che accoglievano il Papa nella Moschea siano stati un momento particolarmente espressivo e felice.  

D. – Soffermiamoci su un’altra immagine forte del viaggio: l’abbraccio di Benedetto XVI con Bartolomeo I, segno di una cordialità e, potremmo dire, di un affetto che sembra incoraggiare il cammino ecumenico…  

R. – Qui si tratta di un cammino che continua. E’ un cammino che Papa Benedetto XVI ha posto fin dall’inizio, fin dal primo giorno della sua elezione, tra le priorità del suo Pontificato. Direi siano state molto significative qui, oltre al gesto, anche le parole pronunciate dal Papa nel discorso durante la Divina Liturgia, nel rinnovare quell’invito coraggioso, profondo e cordiale di Giovanni Paolo II a discutere insieme, a cercare insieme le vie per definire questo ministero universale di Pietro al servizio dell’unione di tutta la Chiesa ed anche l’esplicito desiderio di unità che è stato ribadito nel corso dell’omelia dell’ultima Messa nella cattedrale cattolica di Istanbul. Il desiderio appassionato di unione dice che questa priorità del Pontificato è veramente molto presente e l’abbraccio tra il Patriarca Bartolomeo I e gli abbracci di pace anche con gli altri rappresentanti ortodossi e delle altre confessioni cristiane presenti nella Messa conclusiva del viaggio, sono molto espressivi. C’è stata anche occasione, da parte del Patriarca Ecumenico, di toccare problemi concreti in cui la Chiesa ortodossa chiede la solidarietà, l’amicizia della Chiesa cattolica nelle loro situazioni di difficoltà. Si tratta, quindi, di un ecumenismo che deve proseguire: sia dal punto di vista dell’approfondimento dottrinale, teologico ed ecclesiologico, sia anche da quello della concreta carità, vicinanza e solidarietà per la missione di evangelizzazione e testimonianza cristiana nel mondo attuale, nel quale ve n’è veramente molto bisogno.  

D. – Ad Efeso e nella cattedrale dello Spirito Santo ad Istanbul, l’incontro intenso e perfino commovente, a tratti, con la piccola comunità cattolica di Turchia: il Papa in più occasioni, durante il viaggio apostolico, ha chiesto che venga garantita la libertà religiosa. Quali aspettative si possono nutrire ora?  

R. – Certamente, è stata manifestata questa richiesta dell’affermazione della libertà religiosa, che di per sé è presente nella Costituzione turca, ma con una sua interpretazione che poi, nella pratica, lascia a volte a desiderare, creando delle difficoltà. L’affermazione del principio è stata, quindi, molto chiara e non solo nei discorsi, ma anche nei colloqui svolti con le diverse autorità, sia da parte del Papa che dei suoi collaboratori. C’è stata anche - in particolare, nell’incontro con il vice primo ministro - la proposta concreta di istituire una commissione a livello di governo e di rappresentanti della Chiesa per affrontare tali problemi concreti. In questo senso, c’è stato certamente un incoraggiamento alla vita della comunità cattolica, alla sua fede e al suo entusiasmo, ma anche una premessa di compiere passi concreti di continuità, in modo tale che le premesse poste da questa visita possano svilupparsi e dare dei frutti. Uno dei punti che mi ha colpito, soprattutto nella Messa conclusiva, è stato quello dell’unità e della comunità fra i diversi riti. C’erano quattro diversi riti di comunità cristiane cattoliche che vivono tutte e quattro ad Istanbul e che hanno manifestato la loro varietà e la loro ricchezza nella Liturgia di questa mattina. C’è stato, quindi, anche un invito all’unione, alla comunione delle ricchezze, delle tradizioni e delle espressioni culturali all’interno della Chiesa cattolica. Un invito cordiale, quest’ultimo, che è venuto da questa riunione di preghiera alla quale il Papa ha anche fatto riferimento esplicito ieri più di una volta.  

D. – Come è noto, erano tante le aspettative del viaggio, accompagnato anche da qualche preoccupazione. Si può dire, dunque, senza esagerare, che il Papa ha saputo conquistare tutti, al di là forse anche delle aspettative?  

R. – Direi di sì e questo mi sembra un risultato estremamente positivo. Il viaggio ha dato dei frutti in tutte le direzioni e questo ha dimostrato che non erano direzioni, fra loro, opposte o divergenti o concorrenti, ma che si può costruire in pace e che si possono dare messaggi positivi per invitare tutti coloro che hanno buona volontà a collaborare e a costruire una convivenza migliore. Non vorrei dimenticare, infatti, i forti appelli per la pace nel Medio Oriente, che qui è molto vicino - la Turchia è, in un certo senso, una nazione di questa area geografica – che il Papa ha fatto, in diverse occasioni, incoraggiando l’impegno della comunità internazionale, e in particolare anche di questa grande nazione, in favore della pace in questa area così critica.

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OMELIA NELLA SANTA MESSA DI ISTANBUL

Cari Fratelli e Sorelle,

al termine del mio viaggio pastorale in Turchia, sono lieto di incontrare la comunità cattolica di Istanbul e di celebrare con essa l’Eucaristia per rendere grazie al Signore di tutti i suoi doni. Desidero salutare anzitutto il Patriarca di Costantinopoli, Sua Santità Bartolomeo I, come anche il Patriarca armeno, Sua Beatitudine Mesrob II, Fratelli venerati, che hanno voluto unirsi a noi per questa celebrazione. Esprimo loro la mia profonda gratitudine per questo gesto fraterno che onora tutta la comunità cattolica.

Cari Fratelli e Figli della Chiesa cattolica, Vescovi, presbiteri e diaconi, religiosi, religiose e laici, appartenenti alle differenti comunità della città e ai diversi riti della Chiesa, vi saluto tutti con gioia, ridicendo per voi le parole di san Paolo ai Galati: "Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!" (Ga 1, 3). Desidero ringraziare le Autorità civili qui presenti per la loro cortese accoglienza, in particolare tutti coloro che hanno permesso che questo viaggio potesse realizzarsi. Saluto infine i rappresentanti delle altre comunità ecclesiali e delle altre religioni che hanno voluto essere presenti fra noi. Come non pensare ai diversi eventi che hanno forgiato proprio qui la nostra storia comune? Al tempo stesso sento il dovere di ricordare in modo speciale i tanti testimoni del Vangelo di Cristo che ci spronano a lavorare insieme per l’unità di tutti i suoi discepoli, nella verità e nella carità!

In questa cattedrale dello Spirito Santo, desidero rendere grazie a Dio per tutto ciò che egli ha compiuto nella storia degli uomini e invocare su tutti i doni dello Spirito di santità. Come ci ha ricordato ora san Paolo, lo Spirito è la sorgente permanente della nostra fede e della nostra unità. Egli suscita in noi la vera conoscenza di Gesù e pone sulle nostre labbra le parole della fede affinché noi possiamo riconoscere il Signore. Gesù l’aveva già detto a Pietro dopo la Confessione della fede di Cesarea: "Beato te, Simone figlio di Giona: perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (Mt 16, 17). Si, siamo beati quando lo Spirito Santo ci apre alla gioia di credere e quando ci fa entrare nella grande famiglia dei cristiani, la sua Chiesa, così molteplice nella varietà dei doni, delle funzioni e delle attività, e nello stesso tempo già una, "poiché è sempre lo stesso Dio che agisce in tutti". San Paolo aggiunge: "Ciascuno riceve il dono di manifestare lo Spirito in vista del bene di tutti". Manifestare lo Spirito, vivere secondo lo Spirito, non significa vivere soltanto per sé, ma vuol dire imparare a conformarsi costantemente allo stesso Cristo Gesù, divenendo alla sua sequela servitore dei propri fratelli. Ecco un insegnamento molto concreto per ciascuno di noi, Vescovi, chiamati dal Signore a condurre il suo popolo facendoci servitori sulle sue orme; questo vale anche per tutti i ministri del Signore come anche per tutti i fedeli: ricevendo il sacramento del Battesimo, siamo stati tutti immersi nella morte e resurrezione del Signore, "siamo stati dissetati dall’unico Spirito", e la vita di Cristo è diventata la nostra affinché viviamo come lui, affinché amiamo i nostri fratelli come lui ci ha amati (cfr Gv 13, 34).

Ventisette anni fa, in questa stessa cattedrale, il mio predecessore il Servo di Dio Giovanni Paolo II auspicava che l’alba del nuovo millennio potesse "sorgere su una Chiesa che ha ritrovato la sua piena unità, per meglio testimoniare, in mezzo alle esacerbate tensioni del mondo, il trascendente amore di Dio, manifestato nel Figlio Gesù Cristo" (Omelia nella cattedrale di Istanbul, n. 5). Questo auspicio non si è ancora realizzato, ma il desiderio del Papa è sempre lo stesso e ci spinge, noi tutti discepoli di Cristo che avanziamo con le nostre lentezze e le nostre povertà sul cammino che conduce all’unità, ad agire incessantemente "in vista del bene di tutti", ponendo la prospettiva ecumenica al primo posto delle nostre preoccupazioni ecclesiali. Vivremo allora realmente secondo lo Spirito di Gesù, al servizio del bene di tutti.

Riuniti questa mattina in questa casa di preghiera consacrata al Signore, come non evocare l’altra bella immagine che adopera san Paolo per parlare della Chiesa, quella della costruzione le cui pietre sono tutte unite, strette le une alle altre per formare un solo edificio, e la cui pietra angolare, sulla quale tutto poggia, è Cristo? E’ lui la sorgente della nuova vita che ci è donata dal Padre, nello Spirito Santo. Il Vangelo di san Giovanni l’ha appena proclamato: "Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno". Quest’acqua zampillante, questa acqua viva che Gesù ha promesso alla Samaritana, i profeti Zaccaria ed Ezechiele la vedevano sorgere dal lato del tempio, per rigenerare le acque del Mar morto: immagine meravigliosa della promessa di vita che Dio ha sempre fatto al suo popolo e che Gesù è venuto a compiere. In un mondo dove gli uomini hanno tanta difficoltà a dividere tra loro i beni della terra e dove ci si inizia a preoccupare giustamente per la scarsità dell’acqua, questo bene così prezioso per la vita del corpo, la Chiesa si scopre ricca di un bene ancora più grande. Corpo del Cristo essa ha ricevuto il compito di annunciare il suo Vangelo fino ai confini della terra (cfr Mt 28, 19), vale a dire di trasmettere agli uomini e alle donne di questo tempo una buona novella che non solo illumina ma cambia la loro vita, fino a passare e vincere la morte stessa. Questa Buona Novella non è soltanto una Parola, ma è una Persona, Cristo stesso, risorto, vivo! Con la grazia dei Sacramenti, l'acqua che è scaturita dal suo costato aperto sulla croce è diventata una fonte che zampilla, "fiumi d’acqua viva", un dono che nessuno può arrestare e che ridona vita. Come i cristiani potrebbero trattenere soltanto per loro ciò che hanno ricevuto? Come potrebbero confiscare questo tesoro e nascondere questa fonte? La missione della Chiesa non consiste nel difendere poteri, né ottenere ricchezze; la sua missione è di donare Cristo, di partecipare la Vita di Cristo, il bene più prezioso dell'uomo che Dio stesso ci dà nel suo Figlio.

Fratelli e Sorelle, le vostre comunità conoscono l’umile cammino di accompagnamento di ogni giorno con quelli che non condividono la nostra fede ma che dichiarano "di avere la fede di Abramo e che adorano con noi il Dio uno e misericordioso" (Lumen gentium, n. 16). Sapete bene che la Chiesa non vuole imporre nulla a nessuno, e che chiede semplicemente di poter vivere liberamente per rivelare Colui che essa non può nascondere, Cristo Gesù che ci ha amati fino alla fine sulla Croce e che ci ha dato il suo Spirito, presenza viva di Dio in mezzo a noi e nel più profondo di noi stessi. Siate sempre aperti allo Spirito di Cristo e, pertanto, siate attenti a quelli che hanno sete di giustizia, di pace, di dignità, di considerazione per essi stessi e per i loro fratelli. Vivete tra voi secondo la parola del Signore: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13, 35). Fratelli e Sorelle, affidiamo in questo momento il nostro desiderio di servire il Signore alla Vergine Maria, Madre di Dio e Serva del Signore. Ella ha pregato nel cenacolo insieme con la comunità primitiva, in attesa della Pentecoste. Insieme con lei preghiamo ora Cristo Signore: Invia il tuo Spirito Santo, Signore, su tutta la Chiesa; che egli abiti ciascuno dei suoi membri e che faccia di loro messaggeri del tuo Vangelo! Amen.

CONGEDO ALL'AREOPORTO

[SUA ECCELLENZA IL SIGNOR AHMET NECDET SEZER
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DI TURCHIA
ANKARA

LASCIANDO IL TERRITORIO TURCO AL TERMINE DEL MIO VIAGGIO NEL PAESE MI DO PREMURA DI RINGRAZIARE VOSTRA ECCELLENZA PER L’ACCOGLIENZA CHE ELLA MI HA DATA ET PER L’ASSISTENZA DI CUI HO POTUTO BENEFICIARE (.) RICORDANDO LE DIVERSE TAPPE COMMOVENTI DEL MIO SOGGIORNO RIVOLGO I MIEI PIÙ FERVIDI AUGURI ALLA NAZIONE ET AL POPOLO TURCO NEL SUO INSIEME IN PARTICOLARE PER I GIOVANI CHE SONO IL FUTURO DEL PAESE (.) DI TUTTO CUORE INVOCO SU VOSTRA ECCELLENZA ET SU TUTTI I SUOI CONNAZIONALI L’ABBONDANZA DEI BENEFICI DIVINI

 

 

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