Fonte,
Radio Vaticana, 1 dicembre 2006
“RENDO
GRAZIE A DIO PER AVER POTUTO AIUTARE IL DIALOGO”
ECUMENICO E INTERRELIGIOSO CON IL MIO VIAGGIO IN TURCHIA, “PONTE
TRA ASIA E EUROPA”: CON QUESTE PAROLE, BENEDETTO XVI SI
E’ CONGEDATO DA ISTANBUL, TRA L’ENTUSIASMO DELLA
COMUNITA’ CATTOLICA, LO
SPIRITO DI FRATERNITA’ DELLA
CHIESA ORTODOSSAE IL GENERALE APPREZZAMENTO DELLE
AUTORITA’ MUSULMANE. IL
PAPA HA GIA’ FATTO RIENTRO IN VATICANO
-
Interviste con padre Justo Lacunza, mons. Aldo Giordano e
padre Federico Lombardi -
E’
atterrato verso le 14.20, all’aeroporto romano di
Ciampino, il Boeing 737-800 della Turkish Airlines, con a
bordo Benedetto XVI e il suo seguito, di ritorno dal
viaggio apostolico in Turchia. Accolto dal cardinale
vicario, Camillo Ruini, e dal premier italiano, Romano
Prodi, il Papa ha fatto rientro in Vaticano in elicottero,
al termine di una visita che lascia vive nella mente
immagini molto diverse fra loro ma anche molto
significative. L’ultima in ordine di tempo risale a
questa mattina quando, poco prima della partenza per Roma,
Benedetto XVI è stato salutato con visibile cordialità,
in una saletta dell’aeroporto di Istanbul, dai vescovi
turchi, dalle autorità locali, dal Patriarca Ecumenico
Bartolomeo I, e dagli altri capi delle Chiese ortodosse.
Palpabile la gioia del Pontefice per gli esiti del viaggio
anche nel consueto scambio di telegrammi con i capi di
Stato dei Paesi sorvolati. Oltre a inviare i suoi saluti
ai presidenti di Grecia e Albania, il Papa ha scritto tra
l’altro al presidente della Repubblica italiana, Giorgio
Napolitano dicendo: “Sono grato
a Dio per questa rinnovata esperienza di comunione
ecclesiale”.
Un’esperienza
conclusa appena qualche ora fa con l’ultimo atto del
viaggio, quando Benedetto XVI, circondato da folla e
affetto, ha presieduto la Santa Messa nella
piccola Chiesa dello Spirito Santo di Istanbul.
Torniamo allora per qualche minuto agli ultimi avvenimenti
di stamani, nella cronaca di uno dei nostri inviati a
Istanbul, Pietro Cocco:
**********
Mi
rimane nel cuore una profonda gratitudine e una parte del
mio cuore rimane anche ad Istanbul. Il Papa ha
sintetizzato così questi suoi quattro giorni in Turchia,
partendo dall’aeroporto della città. In un colloquio
informale ma molto cordiale con il governatore di
Istanbul, Muammer
Guler, Benedetto XVI ha voluto ribadire come per il
pastore della Chiesa cattolica il dialogo sia un dovere:
“Sono
molto grato al Signore che potevo dare un segno di questo
dialogo e così contribuire alla migliore comprensione tra
le religioni e le culture, e specialmente anche
dell’islam da parte dei cristiani”.
Un
compito impegnativo, la cui radice spirituale il Papa ha
indicato come prospettiva futura per la piccola ma viva
comunità cattolica, strettasi intorno a lui questa
mattina nella Cattedrale dello Spirito Santo ad Istanbul.
Nell’abbraccio di circa 1200 fedeli - ma molti altri non
hanno potuto entrare ed hanno seguito la celebrazione
dagli schermi allestititi nella chiesa di Sant’Antonio -
Benedetto XVI ha ricordato con le parole di San Paolo che
“lo Spirito è la sorgente permanente della nostra fede
e della nostra unità”. E che questo significa che non
dobbiamo vivere solo per noi stessi, ma divenire, come Gesù,
servitori dei propri fratelli:
“La
mission de l’Eglise ne consiste pas a défendre des
pouvoirs…
La
missione della Chiesa non consiste nel difendere poteri, né
ottenere ricchezze; la sua missione è di donare Cristo,
di partecipare
la Vita
di Cristo, il bene più prezioso dell'uomo che Dio stesso
ci dà nel suo Figlio”.
Ad
ascoltarlo, nella Cattedrale che si trova a poca distanza dalla
Nunziatura di Istanbul - detta “Casa Roncalli” dal
nome del delegato apostolico Angelo Roncalli che qui
svolse il suo servizio dal 1935
alla fine del ‘44 - le comunità cattoliche nella
varietà dei riti esistenti qui: armeni, caldei, siri,
latini, che ne conservano ancora un ricordo forte. Per
questo, prima di entrare nella cattedrale il Papa ha
benedetto una statua raffigurante Giovanni XXIII che sarà
posta nella chiesa di Sant’Antonio nel centenario.
Nel
corso della celebrazione di stamattina, toccanti i cori
nelle lingue armena, siriana, caldea, che insieme ai canti
latini hanno accompagnato la liturgia; tra i coristi,
anche un gruppo di ragazze rifugiate dall’Iraq, che con
le loro famiglie sono ospitate dalla Caritas Turchia.
Dopo
aver salutato i Patriarchi Ecumenico, Bartolomeo I, e
armeno-apostolico, Mesrob II, presenti in Cattedrale,
Benedetto XVI ha ricordato come la prospettiva ecumenica
rimanga al primo posto delle sue preoccupazioni
ecclesiali, ed ha invitato tutta la Chiesa, anche di
Turchia, ad agire incessantemente sul cammino che conduca
all’unità e in vista del bene di tutti.
Un
auspicio che aveva fatto suo anche il vicario apostolico
di Istanbul, mons. Pelâtre, ricordando che, “malgrado
il nostro piccolo numero - attraverso le nostre attività
culturali, religiose e sociali - vogliamo portare il
nostro contributo alla società di questo Paese”. Ed ha
ringraziato il Papa per il sostegno e l’incoraggiamento
in questa missione che Dio affida loro.
Ed
alla comunità cattolica turca - ma anche alle autorità
civili e politiche che ha ringraziato espressamente per
l’accoglienza, così come anche ai cittadini di Istanbul
che ha ringraziato per la pazienza dimostrata - il Papa ha
lasciato questa consegna:
“Vous
savez bien que l’Eglise ne veut rien imposer a
persone…
Sapete
bene che
la Chiesa
non vuole imporre nulla a nessuno, e che chiede
semplicemente di poter vivere liberamente per rivelare
Colui che essa non può nascondere, Cristo Gesù che ci ha
amati fino alla fine sulla Croce e che ci ha dato il suo
Spirito, presenza viva di Dio in mezzo a noi e nel più
profondo di noi stessi. Siate sempre aperti allo Spirito
di Cristo e, pertanto, siate attenti a quelli che hanno
sete di giustizia, di pace, di dignità, di considerazione
per essi stessi e per i loro fratelli”.
Da
Istanbul, Pietro Cocco, Radio Vaticana.
**********
La
presenza alla Messa di stamattina dei massimi
rappresentanti dell’Ortodossia ha ulteriormente
amplificato il grande afflato ecumenico che ha
caratterizzato la giornata di ieri, durante la quale anche
la dimensione del dialogo con l’islam è tornata in
primo piano in due momenti di particolare spessore: la
visita di Benedetto XVI al Museo di Santa Sofia seguita,
poco dopo, dalla sosta alla Moschea Blu. E’ ancora
Pietro Cocco a raccontarci questa pagina, celebrata oggi
dai media di tutto il mondo:
**********
Resterà
come uno dei momenti più emblematici di questo viaggio
apostolico in Turchia, il Gran Muftì di Istanbul con il
Papa accanto, in un lungo momento di raccoglimento nella
Moschea di Sultan
Ahmet Camii, conosciuta
come la Moschea Blu. Insieme, rivolti verso il Mihrab,
l’edicola verso la quale pregano i fedeli musulmani in
direzione della Mecca, il Papa ha sostato in meditazione.
“Certamente ha rivolto il suo pensiero a Dio”, ha
detto ai giornalisti padre Federico Lombardi, direttore
della Sala Stampa della Santa Sede, e lo stesso Benedetto
XVI, in un caloroso saluto prima di andare via, ha
ringraziato il Muftì per questo momento di preghiera.
Significativo anche lo scambio di doni: da parte del Gran
Muftì una mattonella in ceramica blu che con calligrafia
araba disegna una colomba con la scritta “Dio
onnipotente e misericordioso”, da parte del Papa un
mosaico con alcune colombe bianche.
Un
simbolismo di pace che suggella un pomeriggio svoltosi
all’insegna di un grande rispetto e di un’accoglienza
al Papa tutt’altro che formale, rendendo visibile quanto
Benedetto XVI aveva detto: “Dobbiamo andare avanti
nell’impegno per la fratellanza e per l’unità. Il
dialogo non è contro la fedeltà alla propria fede, ma
apre il cuore all’altro”. Stessi sentimenti hanno
animato l’altro momento forte del pomeriggio,
all’insegna del dialogo interreligioso, quando il Papa
si è recato al museo di Santa Sofia, antica basilica
bizantina dedicata alla Divina sapienza, poi trasformata
in moschea e oggi museo. Nell’apporre la sua firma nel
libro d’oro del museo, Benedetto XVI ha lasciato
scritto: “Nelle nostre diversità, ci troviamo davanti
alla fede del Dio unico. Che Dio ci illumini e ci faccia
trovare la strada dell’amore e della pace”.
Da
Istanbul, Pietro Cocco, Radio Vaticana
**********
Centrali
nel sentimento religioso dei musulmani turchi e non solo,
i due luoghi visitati ieri pomeriggio da Benedetto XVI
hanno alle spalle una storia di secoli, dove il senso del
sacro viene esaltato da forme architettoniche e artistiche
straordinarie. A spiegarle, al microfono di Emanuela
Campanile, è padre Justo Lacunza Balda, già rettore del
Pontificio Istituto di Studi arabi e islamistica:
**********
R.
– Santa Sofia - “Haya Sofia” in turco - è stata
fino al 1361 la cattedrale del rito latino. L’ultima
volta che un vescovo di rito latino vi è entrato è stata
nel 1361. Sappiamo che è stata considerata come un luogo
di raduno, un luogo di spiritualità. La Moschea Blu è
uno dei grandi monumenti del mondo, costruita tra il 1600
e il 1616 da un imperatore molto giovane. Questa moschea
viene chiamata appunto “Moschea Blu” perché il colore
delle sue maioliche è di colore blu e verde. Le ceramiche
provengono dall’antica Nicea. A livello architettonico
è una grande opera d’arte. Ci sono 30 cupole che si
appoggiano su 26 colonne, più una cupola centrale,
attorno alla quale c’è il versetto della luce, che
troviamo nel Corano: “Dio è la luce del cielo e della
terra”.
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Due
chilometri oltre la Moschea Blu, lo scenario è nuovamente
cambiato. Per Benedetto XVI è arrivato il momento di
immergersi nuovamente in un’atmosfera di confronto
ecumenico, con la visita al Patriarcato armeno. Ce ne
parla uno dei nostri inviati al seguito del Papa, Sergio
Centofanti:
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Non
poteva mancare qui in Turchia la visita del Papa alla
comunità armena apostolica che ha accolto Benedetto XVI
con grande gioia. Si tratta di una delle comunità
cristiane più antiche distinta dagli ortodossi, in senso
stretto, che si separarono da Roma nel 1054. Gli armeni
apostolici si distaccarono nel 451 non accettando il
Concilio di Calcedonia, che condannava l’eresia
monofisita, cioè la tesi secondo la quale Cristo è solo
Dio e non anche vero uomo. Nel dibattito conciliare, gli
armeni apostolici, pur non negando l’umanità di Gesù,
tendevano ad accentuarne la divinità. Una pura questione
terminologica nel consueto irrigidimento delle parti
provocò lo scisma. Dopo oltre 15 secoli, durante il
Pontificato di Giovanni Paolo II, la Chiesa cattolica e la
Chiesa armena apostolica hanno sottoscritto nel 1996 una
dichiarazione congiunta in cui si ritengono superati gli
equivoci del Concilio di Calcedonia e si afferma la fede
in Cristo, vero Dio e vero uomo. Benedetto XVI nel suo
discorso nella cattedrale armena apostolica ha
sottolineato la necessità di curare le ferite della
separazione, perché le tragiche divisioni che sono sorte
lungo il tempo fra i seguaci di Cristo, - ha rilevato -
contraddicono apertamente alla volontà del Signore che
vuole l’unità:
“precisely
by the witness of their love, christians…
Proprio
mediante la testimonianza della propria fede, del proprio
amore, i cristiani sono chiamati ad offrire un segno
raggiante di speranza e di consolazione a questo mondo così
segnato da conflitti e da tensioni”.
Sofferenze
e tensioni di cui purtroppo gli armeni sono ben esperti:
“i
give thanks to god for the christians faith…
Rendo
grazie a Dio ha affermato il Papa per la fede e la
testimonianza cristiana del popolo armeno, trasmesse da
una generazione all’altra, spesso in circostanze davvero
tragiche come quelle sperimentate durante il secolo
passato”.
Da
ricordare che gli armeni all’inizio del ’900 erano
oltre due milioni in questa terra. I massacri di civili e
armeni intorno al 1915 e la diaspora susseguente hanno
ridotto la comunità a circa 80 mila fedeli che comunque
resta la più consistente tra le comunità cristiane in
Turchia che conta 130 mila fedeli. All’insegna
dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, il Papa ha
incontrato, nella serata di ieri, anche il metropolita
siro-ortodosso, il Gran Rabbino della Turchia. Dopo la
cena in nunziatura il Pontefice si è affacciato dalla
finestra per salutare circa 200 giovani cattolici:
“Cari
giovani vorrei semplicemente dire grazie per la vostra
presenza, per la vostra gioia e per il vostro entusiasmo.
Grazie per il vostro amore per la Chiesa, insieme andiamo
avanti col Signore in tempi anche difficili. Nelle mie
preghiere siete sempre tutti presenti e dopo vi darò la
benedizione. La vostra gioia e la vostra amicizia mi
accompagna e vi ricorderò sempre nelle mie preghiere”.
I
giovani lo hanno accolto con grande entusiasmo e gli hanno
scritto una lettera: “Noi - affermano - siamo una
piccola minoranza in un Paese musulmano, ci impegniamo a
perseverare nella vita cristiana in una terra che ha visto
lungo la storia, la testimonianza di tanti martiri”.
Qui, in Turchia, la piccola comunità cattolica e tutti i
cristiani insieme hanno ripreso coraggio in questi giorni,
nella loro situazione di debolezza, il successore di
Pietro li ha confermati nella fede.
Da
Istanbul, Sergio Centofanti, Radio Vaticana.
**********
La
dimensione ecumenica e quella interreligiosa si sono più
volte intrecciate, nell’arco del viaggio, in particolare
durante la giornata di ieri quando, in mattinata,
Benedetto XVI e il Patriarca Ecumenico, Bartolomeo I, si
sono scambiati l’abbraccio di pace e hanno siglato la
Dichiarazione congiunta: un documento importante anche in
chiave europea, come sottolinea mons. Aldo Giordano, segretario
generale del Consiglio delle Conferenze episcopali
d’Europa (CCEE), al microfono di Fabio Colagrande:
**********
R.
– Si ha veramente l’impressione che sia stato un passo
nuovo e fondamentale nei rapporti tra Oriente ed
Occidente, e quindi tra il cristianesimo che si è
sviluppato in Occidente e il cristianesimo che si è
sviluppato nell’est. Affiora che abbiamo compiuto già
grandi passi e si vogliono mettere in luce quelli fatti in
questo ecumenismo dell’amore e della carità. Emerge
chiaramente quale siano le basi di questo nostro cammino:
la fede in Gesù Cristo, Crocifisso e Risorto. Abbiamo
responsabilità comuni e soprattutto la responsabilità
dell’evangelizzazione, che ci chiede di essere e questo
fa veramente sperare che sarà un passo grande verso
l’unità dei cristiani.
D.
– Parlando, alla fine della Divina liturgia, alla quale
aveva assistito nella Chiesa di San Giorgio, il Papa ha
detto, rivolgendosi proprio al Patriarca: “Siamo
chiamati, insieme con tutte le altre comunità cristiane a
rinnovare la consapevolezza dell’Europa circa le proprie
radici”. Può essere questa una strada per l’unità
dei cristiani?
R.
– Certamente, perché sempre più il Papa ci invita a
ripartire dal cuore del cristianesimo. E’, quindi, dalla
consapevolezza che dà quel cuore di un Dio venuto sulla
terra da cui dobbiamo ripartire per ritrovare l’unità.
L’Europa ha avuto il dono di avere queste radici e
dobbiamo quindi riscoprirle: questo ridona all’Europa la
sua vera vocazione, una vocazione di responsabilità e
soprattutto di testimonianza del Vangelo e di
testimonianza all’interno dell’Europa ed anche agli
continenti.
D.
– Ci può essere in questo campo una collaborazione tra
le Chiese cristiane?
R. – Non solo ci può essere, ma mi sembra che nel
discorso del Papa venga proprio sottolineato che la non
collaborazione è uno scandalo insopportabile. La
divisione è uno scandalo non sopportabile. Senza, quindi,
la collaborazione, la testimonianza del Vangelo non è
credibile.
D.
– Come giudicare anche l’importanza della
Dichiarazione congiunta firmata dal Santo Padre e dal
Patriarca Bartolomeo I?
R.
– Mi sembra che vada anche in questa direzione. Le due
Chiese, di Roma e di Costantinopoli, si prendono
l’impegno comune di continuare il dialogo della carità;
di continuare il dialogo teologico, attraverso la
Commissione mista ortodosso-cattolica; chiedono di essere
insieme nel contribuire all’Unione Europea, dando una
valutazione anche positiva del processo di unificazione,
ma chiedendo anche che ci sia una Unione Europea capace di
salvare la libertà religiosa, capace di difendere le
minoranze, capace di preservare le radici cristiane.
**********
Al
termine di questa ampia pagina dedicata al quinto viaggio
apostolico internazionale di Benedetto XVI in Turchia, vi
proponiamo un bilancio complessivo nel commento del
direttore della Sala Stampa vaticana, e nostro direttore
generale, padre Federico Lombardi. L’intervista è di
Alessandro Gisotti:
**********
R.
– Evidentemente, si tratta di un bilancio estremamente
positivo. Un bilancio certamente superiore a quelle che
potevano essere le attese, probabilmente da parte del Papa
stesso e dei suoi collaboratori. Ricordo che anche in
passato, quando c’erano dei viaggi particolarmente
impegnativi, diciamo pure difficili, come si usa dire, per
Giovanni Paolo II, si apprezzava poi sempre il coraggio
del Papa che li affrontava con grande slancio e con grande
fede e sempre ottenendo dei risultati straordinariamente
superiori a quello che si poteva immaginare. Mi sembra che
sia successa esattamente la stessa cosa anche adesso, con
Benedetto XVI. CIò è molto bello ed incoraggiante, perché
vuol dire che la fede e il coraggio dei Papi viene
premiato anche nell’affrontare situazioni che presentano
delle incertezze. Un bilancio estremamente positivo su
tutti i versanti, quindi: sia quello del rapporto con il
popolo turco e con lo Stato turco, sia il rapporto con la
religione musulmana, sia i rapporti ecumenici con le altre
confessioni cristiane e sia anche, alla fine,
l’incoraggiamento per la comunità cattolica locale.
D.
– Ecco padre, proviamo a riflettere su questo viaggio
raccontandolo per immagini. Tra queste, sicuramente,
resterà indelebile quella del Papa raccolto in
meditazione nella Moschea Blu. Un gesto, questo, che ha
destato grande impressione…
R.
– Direi di sì. Questo effettivamente è il momento che
ha raccolto più attenzione e in un certo senso è anche
quello che è stato, forse, più nuovo e più inaspettato
rispetto a poche settimane fa. Mi pare che, pensando anche
a quello che è avvenuto nei mesi passati - le discussioni
o le reazioni in seguito ai malintesi sul discorso di
Ratisbona – la visita alla Moschea e il successivo
momento di raccoglimento siano stati quell’atto
simbolico che ha, in un certo senso, compiuto e portato
alla consapevolezza comune ed anche popolare ciò che i
chiarimenti fatti a parole e nelle varie dichiarazioni
rese dal Papa e dai suoi collaboratori avevano preparato
nei mesi passati. Ma ci voleva anche e proprio quell’atto,
quel passo fisico, quel momento di incontro cordiale con
il sorriso, con il cuore aperto, che dimostrasse e facesse
capire che le distanze erano superate e che il dialogo era
qualcosa di reale, di profondo e di sincero. Direi che, a
parte il momento del raccoglimento, anche la cordialità
del dialogo con il Gran Muftì e con l’Imam che
accoglievano il Papa nella Moschea siano stati un momento
particolarmente espressivo e felice.
D.
– Soffermiamoci su un’altra immagine forte del
viaggio: l’abbraccio di Benedetto XVI con Bartolomeo I,
segno di una cordialità e, potremmo dire, di un affetto
che sembra incoraggiare il cammino ecumenico…
R.
– Qui si tratta di un cammino che continua. E’ un
cammino che Papa Benedetto XVI ha posto fin dall’inizio,
fin dal primo giorno della sua elezione, tra le priorità
del suo Pontificato. Direi siano state molto significative
qui, oltre al gesto, anche le parole pronunciate dal Papa
nel discorso durante la Divina Liturgia, nel rinnovare
quell’invito coraggioso, profondo e cordiale di Giovanni
Paolo II a discutere insieme, a cercare insieme le vie per
definire questo ministero universale di Pietro al servizio
dell’unione di tutta la Chiesa ed anche l’esplicito
desiderio di unità che è stato ribadito nel corso
dell’omelia dell’ultima Messa nella cattedrale
cattolica di Istanbul. Il desiderio appassionato di unione
dice che questa priorità del Pontificato è veramente
molto presente e l’abbraccio tra il Patriarca Bartolomeo
I e gli abbracci di pace anche con gli altri
rappresentanti ortodossi e delle altre confessioni
cristiane presenti nella Messa conclusiva del viaggio,
sono molto espressivi. C’è stata anche occasione, da
parte del Patriarca Ecumenico, di toccare problemi
concreti in cui la Chiesa ortodossa chiede la solidarietà,
l’amicizia della Chiesa cattolica nelle loro situazioni
di difficoltà. Si tratta, quindi, di un ecumenismo che
deve proseguire: sia dal punto di vista
dell’approfondimento dottrinale, teologico ed
ecclesiologico, sia anche da quello della concreta carità,
vicinanza e solidarietà per la missione di
evangelizzazione e testimonianza cristiana nel mondo
attuale, nel quale ve n’è veramente molto bisogno.
D.
– Ad Efeso e nella cattedrale dello Spirito Santo ad
Istanbul, l’incontro intenso e perfino commovente, a
tratti, con la piccola comunità cattolica di Turchia: il
Papa in più occasioni, durante il viaggio apostolico, ha
chiesto che venga garantita la libertà religiosa. Quali
aspettative si possono nutrire ora?
R.
– Certamente, è stata manifestata questa richiesta
dell’affermazione della libertà religiosa, che di per sé
è presente nella Costituzione turca, ma con una sua
interpretazione che poi, nella pratica, lascia a volte a
desiderare, creando delle difficoltà. L’affermazione
del principio è stata, quindi, molto chiara e non solo
nei discorsi, ma anche nei colloqui svolti con le diverse
autorità, sia da parte del Papa che dei suoi
collaboratori. C’è stata anche - in particolare,
nell’incontro con il vice primo ministro - la proposta
concreta di istituire una commissione a livello di governo
e di rappresentanti della Chiesa per affrontare tali
problemi concreti. In questo senso, c’è stato
certamente un incoraggiamento alla vita della comunità
cattolica, alla sua fede e al suo entusiasmo, ma anche una
premessa di compiere passi concreti di continuità, in
modo tale che le premesse poste da questa visita possano
svilupparsi e dare dei frutti. Uno dei punti che mi ha
colpito, soprattutto nella Messa conclusiva, è stato
quello dell’unità e della comunità fra i diversi riti.
C’erano quattro diversi riti di comunità cristiane
cattoliche che vivono tutte e quattro ad Istanbul e che
hanno manifestato la loro varietà e la loro ricchezza
nella Liturgia di questa mattina. C’è stato, quindi,
anche un invito all’unione, alla comunione delle
ricchezze, delle tradizioni e delle espressioni culturali
all’interno della Chiesa cattolica. Un invito cordiale,
quest’ultimo, che è venuto da questa riunione di
preghiera alla quale il Papa ha anche fatto riferimento
esplicito ieri più di una volta.
D.
– Come è noto, erano tante le aspettative del viaggio,
accompagnato anche da qualche preoccupazione. Si può
dire, dunque, senza esagerare, che il Papa ha saputo
conquistare tutti, al di là forse anche delle
aspettative?
R.
– Direi di sì e questo mi sembra un risultato
estremamente positivo. Il viaggio ha dato dei frutti in
tutte le direzioni e questo ha dimostrato che non erano
direzioni, fra loro, opposte o divergenti o concorrenti,
ma che si può costruire in pace e che si possono dare
messaggi positivi per invitare tutti coloro che hanno
buona volontà a collaborare e a costruire una convivenza
migliore. Non vorrei dimenticare, infatti, i forti appelli
per la pace nel Medio Oriente, che qui è molto vicino -
la Turchia è, in un certo senso, una nazione di questa
area geografica – che il Papa ha fatto, in diverse
occasioni, incoraggiando l’impegno della comunità
internazionale, e in particolare anche di questa grande
nazione, in favore della pace in questa area così
critica.
**********
OMELIA NELLA SANTA MESSA DI
ISTANBUL
Cari
Fratelli e Sorelle,
al
termine del mio viaggio pastorale in Turchia, sono lieto
di incontrare la comunità cattolica di Istanbul e di
celebrare con essa l’Eucaristia per rendere grazie al
Signore di tutti i suoi doni. Desidero salutare anzitutto
il Patriarca di Costantinopoli, Sua Santità Bartolomeo I,
come anche il Patriarca armeno, Sua Beatitudine Mesrob II,
Fratelli venerati, che hanno voluto unirsi a noi per
questa celebrazione. Esprimo loro la mia profonda
gratitudine per questo gesto fraterno che onora tutta la
comunità cattolica.
Cari
Fratelli e Figli della Chiesa cattolica, Vescovi,
presbiteri e diaconi, religiosi, religiose e laici,
appartenenti alle differenti comunità della città e ai
diversi riti della Chiesa, vi saluto tutti con gioia,
ridicendo per voi le parole di san Paolo ai Galati:
"Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e
dal Signore Gesù Cristo!" (Ga 1, 3). Desidero
ringraziare le Autorità civili qui presenti per la loro
cortese accoglienza, in particolare tutti coloro che hanno
permesso che questo viaggio potesse realizzarsi. Saluto
infine i rappresentanti delle altre comunità ecclesiali e
delle altre religioni che hanno voluto essere presenti fra
noi. Come non pensare ai diversi eventi che hanno forgiato
proprio qui la nostra storia comune? Al tempo stesso sento
il dovere di ricordare in modo speciale i tanti testimoni
del Vangelo di Cristo che ci spronano a lavorare insieme
per l’unità di tutti i suoi discepoli, nella verità e
nella carità!
In questa
cattedrale dello Spirito Santo, desidero rendere grazie a
Dio per tutto ciò che egli ha compiuto nella storia degli
uomini e invocare su tutti i doni dello Spirito di santità.
Come ci ha ricordato ora san Paolo, lo Spirito è la
sorgente permanente della nostra fede e della nostra unità.
Egli suscita in noi la vera conoscenza di Gesù e pone
sulle nostre labbra le parole della fede affinché noi
possiamo riconoscere il Signore. Gesù l’aveva già
detto a Pietro dopo la Confessione della fede di Cesarea:
"Beato te, Simone figlio di Giona: perché né la
carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio
che sta nei cieli" (Mt 16, 17). Si, siamo
beati quando lo Spirito Santo ci apre alla gioia di
credere e quando ci fa entrare nella grande famiglia dei
cristiani, la sua Chiesa, così molteplice nella varietà
dei doni, delle funzioni e delle attività, e nello stesso
tempo già una, "poiché è sempre lo stesso Dio che
agisce in tutti". San Paolo aggiunge: "Ciascuno
riceve il dono di manifestare lo Spirito in vista del bene
di tutti". Manifestare lo Spirito, vivere secondo lo
Spirito, non significa vivere soltanto per sé, ma vuol
dire imparare a conformarsi costantemente allo stesso
Cristo Gesù, divenendo alla sua sequela servitore dei
propri fratelli. Ecco un insegnamento molto concreto per
ciascuno di noi, Vescovi, chiamati dal Signore a condurre
il suo popolo facendoci servitori sulle sue orme; questo
vale anche per tutti i ministri del Signore come anche per
tutti i fedeli: ricevendo il sacramento del Battesimo,
siamo stati tutti immersi nella morte e resurrezione del
Signore, "siamo stati dissetati dall’unico
Spirito", e la vita di Cristo è diventata la nostra
affinché viviamo come lui, affinché amiamo i nostri
fratelli come lui ci ha amati (cfr Gv 13, 34).
Ventisette
anni fa, in questa stessa cattedrale, il mio predecessore
il Servo di Dio Giovanni Paolo II auspicava che l’alba
del nuovo millennio potesse "sorgere su una Chiesa
che ha ritrovato la sua piena unità, per meglio
testimoniare, in mezzo alle esacerbate tensioni del mondo,
il trascendente amore di Dio, manifestato nel Figlio Gesù
Cristo" (Omelia nella cattedrale di Istanbul,
n. 5). Questo auspicio non si è ancora realizzato, ma il
desiderio del Papa è sempre lo stesso e ci spinge, noi
tutti discepoli di Cristo che avanziamo con le nostre
lentezze e le nostre povertà sul cammino che conduce
all’unità, ad agire incessantemente "in vista del
bene di tutti", ponendo la prospettiva ecumenica al
primo posto delle nostre preoccupazioni ecclesiali.
Vivremo allora realmente secondo lo Spirito di Gesù, al
servizio del bene di tutti.
Riuniti
questa mattina in questa casa di preghiera consacrata al
Signore, come non evocare l’altra bella immagine che
adopera san Paolo per parlare della Chiesa, quella della
costruzione le cui pietre sono tutte unite, strette le une
alle altre per formare un solo edificio, e la cui pietra
angolare, sulla quale tutto poggia, è Cristo? E’ lui la
sorgente della nuova vita che ci è donata dal Padre,
nello Spirito Santo. Il Vangelo di san Giovanni l’ha
appena proclamato: "Fiumi d’acqua viva sgorgheranno
dal suo seno". Quest’acqua zampillante, questa
acqua viva che Gesù ha promesso alla Samaritana, i
profeti Zaccaria ed Ezechiele la vedevano sorgere dal lato
del tempio, per rigenerare le acque del Mar morto:
immagine meravigliosa della promessa di vita che Dio ha
sempre fatto al suo popolo e che Gesù è venuto a
compiere. In un mondo dove gli uomini hanno tanta
difficoltà a dividere tra loro i beni della terra e dove
ci si inizia a preoccupare giustamente per la scarsità
dell’acqua, questo bene così prezioso per la vita del
corpo, la Chiesa si scopre ricca di un bene ancora più
grande. Corpo del Cristo essa ha ricevuto il compito di
annunciare il suo Vangelo fino ai confini della terra (cfr
Mt 28, 19), vale a dire di trasmettere agli uomini
e alle donne di questo tempo una buona novella che non
solo illumina ma cambia la loro vita, fino a passare e
vincere la morte stessa. Questa Buona Novella non è
soltanto una Parola, ma è una Persona, Cristo stesso,
risorto, vivo! Con la grazia dei Sacramenti, l'acqua che
è scaturita dal suo costato aperto sulla croce è
diventata una fonte che zampilla, "fiumi d’acqua
viva", un dono che nessuno può arrestare e che
ridona vita. Come i cristiani potrebbero trattenere
soltanto per loro ciò che hanno ricevuto? Come potrebbero
confiscare questo tesoro e nascondere questa fonte? La
missione della Chiesa non consiste nel difendere poteri, né
ottenere ricchezze; la sua missione è di donare Cristo,
di partecipare la Vita di Cristo, il bene più prezioso
dell'uomo che Dio stesso ci dà nel suo Figlio.
Fratelli
e Sorelle, le vostre comunità conoscono l’umile cammino
di accompagnamento di ogni giorno con quelli che non
condividono la nostra fede ma che dichiarano "di
avere la fede di Abramo e che adorano con noi il Dio uno e
misericordioso" (Lumen gentium, n. 16). Sapete
bene che la Chiesa non vuole imporre nulla a nessuno, e
che chiede semplicemente di poter vivere liberamente per
rivelare Colui che essa non può nascondere, Cristo Gesù
che ci ha amati fino alla fine sulla Croce e che ci ha
dato il suo Spirito, presenza viva di Dio in mezzo a noi e
nel più profondo di noi stessi. Siate sempre aperti allo
Spirito di Cristo e, pertanto, siate attenti a quelli che
hanno sete di giustizia, di pace, di dignità, di
considerazione per essi stessi e per i loro fratelli.
Vivete tra voi secondo la parola del Signore: "Da
questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete
amore gli uni per gli altri" (Gv 13, 35).
Fratelli e Sorelle, affidiamo in questo momento il nostro
desiderio di servire il Signore alla Vergine Maria, Madre
di Dio e Serva del Signore. Ella ha pregato nel cenacolo
insieme con la comunità primitiva, in attesa della
Pentecoste. Insieme con lei preghiamo ora Cristo Signore:
Invia il tuo Spirito Santo, Signore, su tutta la Chiesa;
che egli abiti ciascuno dei suoi membri e che faccia di
loro messaggeri del tuo Vangelo! Amen.
CONGEDO
ALL'AREOPORTO
[SUA ECCELLENZA IL SIGNOR
AHMET NECDET SEZER
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DI TURCHIA
ANKARA
LASCIANDO IL TERRITORIO
TURCO AL TERMINE DEL MIO VIAGGIO NEL PAESE MI DO PREMURA
DI RINGRAZIARE VOSTRA ECCELLENZA PER L’ACCOGLIENZA CHE
ELLA MI HA DATA ET PER L’ASSISTENZA DI CUI HO POTUTO
BENEFICIARE (.) RICORDANDO LE DIVERSE TAPPE COMMOVENTI DEL
MIO SOGGIORNO RIVOLGO I MIEI PIÙ FERVIDI AUGURI ALLA
NAZIONE ET AL POPOLO TURCO NEL SUO INSIEME IN PARTICOLARE
PER I GIOVANI CHE SONO IL FUTURO DEL PAESE (.) DI TUTTO
CUORE INVOCO SU VOSTRA ECCELLENZA ET SU TUTTI I SUOI
CONNAZIONALI L’ABBONDANZA DEI BENEFICI DIVINI