Poi,
le conclusioni del presidente della Conferenza episcopale
italiana, il cardinale Camillo Ruini, quindi il messaggio
di gioia delle Chiese particolari in Italia. Dal nostro
inviato, Massimiliano Menichetti.
**********
Con
un momento di preghiera presieduto da mons. Luciano Monari,
vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, si è
aperta la sessione conclusiva del IV Convegno ecclesiale
nazionale. Nell’aula dell’assemblea, che ieri ha
ospitato Benedetto XVI, sono state presentate le sintesi
nei cinque ambiti individuati dal Convegno: vita
affettiva, lavoro e festa, fragilità, tradizione,
cittadinanza. Trenta gruppi che hanno chiesto a gran voce
una presenza attiva della Chiesa nelle diocesi, nelle
parrocchie e il coordinamento per affrontare e reimpostare
una società che vive la deriva individualista e
consumistica. Più strutture di accoglienza e di
formazione per i deboli, più catechesi, chiesta ai
vescovi una presenza ancora più attiva nel tessuto
cristiano. Poi il discorso del presidente della CEI, il
cardinale Camillo Ruini, che ha
subito evidenziato il rapido cambiamento della
società come anche il rinnovamento della realtà
ecclesiale. Quindi ha sottolineato la necessità della
pastorale quotidiana che aiuti a non subire passivamente i
cambiamenti ma che sappia interpretarli alla luce del
Vangelo.
Guardando
il decennio appena trascorso, ha tratteggiato le nuove
difficoltà come l’incrementarsi del terrorismo
internazionale di matrice islamica. “Lo stesso risveglio
dell’Islam ha detto - si accompagna ad altri importanti
sviluppi, che sono in corso e che vedono protagoniste
altre grandi nazioni e civiltà, come
la Cina
e l’India, configurando ormai uno scenario mondiale
assai diverso da quello che faceva perno unicamente
sull’Occidente”.
Poi
ha parlato delle drammatiche situazioni di povertà e
mancato sviluppo di numerosi Paesi tra i quali l’Africa.
Da qui il ruolo dei cristiani chiamati ad edificare una
società della pace della carità presenza di Dio,
partendo dalla consapevolezza della sequela di Cristo e
dalla realtà storica della sua Risurrezione. Quindi,
introducendo la questione “antropologica”, ha ribadito
ambiti nei quali i credenti sono chiamati ad affermare la
verità di Cristo risorto, come la difesa della vita fin
dal concepimento, la tutela della famiglia, contrastando
quindi le tendenze ad introdurre nell’ordinamento
pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a
destabilizzarla. Ha, dunque, ribadito la grande ricchezza
che viene dall’impegno dei laici nella Chiesa.
“Si
sono rafforzati cioè i sentimenti e gli atteggiamenti di
comunione tra le diverse componenti ecclesiali, e in
particolare tra le aggregazioni laicali, mentre si è
fatto nettamente sentire, anche nel corso del nostro
Convegno, il desiderio di una comunione ancora più
concreta e profonda”.
Il
presidente della CEI ha poi rimarcato l’importanza della
missionarietà “attiva e concreta” nella testimonianza
di Gesù risorto per costituire la speranza del mondo. Un
agire capace di coinvolgere i laici, le parrocchie in
quella che ha definito una “pastorale integrata”.
“Abbiamo
bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio,
imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di
uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio
e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto
possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore
possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso
uomini toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli
uomini”.
Quindi
il richiamo alla santità quale vocazione ordinaria per il
cristiano ed alle difficoltà poste dall’ambiente
sociale e culturale alla realizzazione di questa
dimensione alta della vita. Da qui, la necessità della
formazione permanente rivolta in particolar mondo ai
giovani. Ricordando poi il discorso del Papa
all’Università di Ratisbona, il porporato ha messo in
luce il legame costitutivo tra la fede cristiana e
ragione. Da qui il legame tra verità e libertà e come il
cristiano si pone nel confronto, cioè con cordiale
rispetto, al contempo però senza rinunciare ai contenuti
della propria fede.
Gesù
Cristo non soffoca l’amore umano, ma lo risana, lo
libera e lo fortifica, ha ribadito il cardinale Ruini,
parlando della tendenza in atto a valorizzare la mera
libertà individuale. Poi, guardando all’Italia, ha
schematizzato i cambiamenti politici intercorsi
nell’ultimo decennio come il bipolarismo, il passaggio
dalla lira all’euro, il grande incremento di immigrati,
la questione meridionale ancora irrisolta, il calo
demografico. Ha ribadito che il Paese “attraversa una
stagione non facile”. Guardando all’Unione Europea, ha
poi auspicato la riscoperta “delle sue più profonde
ragioni d’essere, per poter trovare più convinto
sostegno nei popoli che ne fanno parte”. Concludendo il
suo intervento, il cardinale ha riaffermato la centralità
di Cristo portatore di speranza e la rinnovata spinta
missionaria che muove dal IV Convegno ecclesiale della
Chiesa italiana.
**********
VISITA PASTORALE
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
A VERONA IN OCCASIONE DEL
IV CONVEGNO NAZIONALE DELLA CHIESA ITALIANA
OMELIA
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Stadio Comunale
"Bentegodi"
Giovedì, 19 ottobre 2006
Venerati
Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio!
Cari fratelli e sorelle!
In questa
Celebrazione eucaristica viviamo il momento centrale del
IV Convegno nazionale della Chiesa in Italia, che si
raccoglie quest’oggi attorno al Successore di Pietro. Il
cuore di ogni evento ecclesiale è l’Eucaristia, nella
quale Cristo Signore ci convoca, ci parla, ci nutre e ci
invia. E’ significativo che il luogo prescelto per
questa solenne liturgia sia lo stadio di Verona: uno
spazio dove abitualmente si celebrano non riti religiosi,
ma manifestazioni sportive, coinvolgendo migliaia di
appassionati. Oggi, questo spazio ospita Gesù risorto,
realmente presente nella sua Parola, nell’assemblea del
Popolo di Dio con i suoi Pastori e, in modo eminente, nel
Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Cristo viene
oggi, in questo moderno areopago, per effondere il suo
Spirito sulla Chiesa che è in Italia, perché, ravvivata
dal soffio di una nuova Pentecoste, sappia “comunicare
il Vangelo in un mondo che cambia”, come propongono gli
Orientamenti pastorali della Conferenza Episcopale
Italiana per il decennio 2000-2010.
A voi,
venerati Fratelli Vescovi, con i Presbiteri e i Diaconi, a
voi, cari delegati delle Diocesi e delle aggregazioni
laicali, a voi religiose, religiosi e laici impegnati
rivolgo il mio più cordiale saluto, che estendo a quanti
si uniscono a noi mediante la radio e la televisione.
Saluto e abbraccio spiritualmente l’intera Comunità
ecclesiale italiana, Corpo di Cristo vivente. Desidero
esprimere in modo speciale il mio apprezzamento a quanti
hanno a lungo faticato per la preparazione e
l’organizzazione di questo Convegno: il Presidente della
Conferenza Episcopale Cardinale Camillo Ruini, il
Segretario Generale Mons. Giuseppe Betori con i
collaboratori dei vari uffici; il Cardinale Dionigi
Tettamanzi e gli altri membri del Comitato preparatorio;
il Vescovo di Verona, Mons. Flavio Roberto Carraro, al
quale sono grato per le cortesi parole che mi ha rivolto
all’inizio della celebrazione a nome anche di questa
amata comunità veronese che ci accoglie. Un deferente
pensiero va anche al Signor Presidente del Consiglio dei
Ministri e alle altre distinte Autorità presenti; un
cordiale ringraziamento infine agli operatori della
comunicazione che seguono i lavori di quest’importante
assise della Chiesa in Italia.
Le
Letture bibliche, che poc’anzi sono state proclamate,
illuminano il tema del Convegno: “Testimoni di Gesù
risorto, speranza del mondo”. La Parola di Dio pone in
evidenza la risurrezione di Cristo, evento che ha
rigenerato i credenti a una speranza viva, come si esprime
l’apostolo Pietro all’inizio della sua Prima Lettera.
Questo testo ha costituito l’asse portante
dell’itinerario di preparazione a questo grande incontro
nazionale. Quale suo successore, anch’io esclamo con
gioia: “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro
Gesù Cristo” (1 Pt 1,3), perché mediante la
risurrezione del suo Figlio ci ha rigenerati e, nella
fede, ci ha donato una speranza invincibile nella vita
eterna, così che noi viviamo nel presente sempre protesi
verso la meta, che è l’incontro finale con il nostro
Signore e Salvatore. Forti di questa speranza non abbiamo
paura delle prove, le quali, per quanto dolorose e
pesanti, mai possono intaccare la gioia profonda che ci
deriva dall’essere amati da Dio. Egli, nella sua
provvidente misericordia, ha dato il suo Figlio per noi e
noi, pur senza vederlo, crediamo in Lui e Lo amiamo (cfr 1
Pt 1, 3–9). Il suo amore ci basta.
Dalla
forza di questo amore, dalla salda fede nella risurrezione
di Gesù che fonda la speranza, nasce e costantemente si
rinnova la nostra testimonianza cristiana. E’ lì che si
radica il nostro “Credo”, il simbolo di fede a cui ha
attinto la predicazione iniziale e che continua inalterato
ad alimentare il Popolo di Dio. Il contenuto del “kerygma”
dell'annuncio, che costituisce la sostanza dell’intero
messaggio evangelico, è Cristo, il Figlio di Dio fatto
Uomo, morto e risuscitato per noi. La sua risurrezione è
il mistero qualificante del Cristianesimo, il compimento
sovrabbondante di tutte le profezie di salvezza, anche di
quella che abbiamo ascoltato nella prima Lettura, tratta
dalla parte finale del Libro del profeta Isaia. Dal Cristo
Risorto, primizia dell’umanità nuova, rigenerata e
rigenerante, è nato in realtà, come predisse il profeta,
il popolo dei “poveri” che hanno aperto il cuore al
Vangelo e sono diventati e diventano sempre di nuovo
“querce di giustizia”, “piantagione del Signore per
manifestare la sua gloria”, ricostruttori di rovine,
restauratori di città desolate, stimati da tutti come
stirpe benedetta dal Signore (cfr Is 61,3-4.9). Il
mistero della risurrezione del Figlio di Dio, che, salito
al cielo accanto al Padre, ha effuso su di noi lo Spirito
Santo, ci fa abbracciare con un solo sguardo Cristo e la
Chiesa: il Risorto e i risorti, la Primizia e il campo di
Dio, la Pietra angolare e le pietre vive, per usare
un’altra immagine della Prima Lettera di Pietro (cfr
2,4-8). Così avvenne all’inizio, con la prima comunità
apostolica, e così deve avvenire anche ora.
Dal
giorno della Pentecoste, infatti, la luce del Signore
risorto ha trasfigurato la vita degli Apostoli. Essi
ormai avevano la chiara percezione di non essere
semplicemente discepoli di una dottrina nuova ed
interessante, ma testimoni prescelti e responsabili di una
rivelazione a cui era legata la salvezza dei loro
contemporanei e di tutte le future generazioni. La fede
pasquale riempiva il loro cuore di un ardore e di uno zelo
straordinario, che li rendeva pronti ad affrontare ogni
difficoltà e persino la morte, ed imprimeva alle loro
parole un’irresistibile energia di persuasione. E così,
un manipolo di persone, sprovviste di umane risorse e
forti soltanto della loro fede, affrontò senza paura dure
persecuzioni e il martirio. Scrive l’apostolo
Giovanni: “Questa è la vittoria che ha sconfitto il
mondo: la nostra fede” (1 Gv 5,4b). La verità di
quest’affermazione è documentata anche in Italia da
quasi due millenni di storia cristiana, con innumerevoli
testimonianze di martiri, di santi e beati, che hanno
lasciato tracce indelebili in ogni angolo della bella
Penisola nella quale viviamo. Alcuni di loro sono stati
evocati all’inizio del Convegno e i loro volti ne
accompagnano i lavori.
Noi oggi
siamo gli eredi di quei testimoni vittoriosi! Ma proprio
da questa costatazione nasce la domanda: che ne è della
nostra fede? In che misura sappiamo noi oggi comunicarla?
La certezza che Cristo è risorto ci assicura che nessuna
forza avversa potrà mai distruggere la Chiesa. Ci anima
anche la consapevolezza che soltanto Cristo può
pienamente soddisfare le attese del cuore umano e
rispondere agli interrogativi più inquietanti sul dolore,
l’ingiustizia e il male, sulla morte e l’aldilà.
Dunque, la nostra fede è fondata, ma occorre che questa
fede diventi vita in ciascuno di noi. C’è allora
un vasto e capillare sforzo da compiere perché ogni
cristiano si trasformi in “testimone” capace e pronto
ad assumere l’impegno di rendere conto a tutti e sempre
della speranza che lo anima ( cfr 1Pt 3, 15).
Per questo occorre tornare ad annunciare con vigore e
gioia l’evento della morte e risurrezione di Cristo,
cuore del Cristianesimo, fulcro portante della nostra
fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso
che spazza ogni paura e indecisione, ogni dubbio e calcolo
umano. Solo da Dio può venire il cambiamento decisivo del
mondo. Soltanto a partire dalla Risurrezione si comprende
la vera natura della Chiesa e della sua testimonianza, che
non è qualcosa di staccato dal mistero pasquale, bensì
ne è frutto, manifestazione e attuazione da parte di
quanti, ricevendo lo Spirito Santo, sono inviati da Cristo
a proseguire la sua stessa missione (cfr Gv
20,21-23).
“Testimoni
di Gesù risorto”: questa definizione dei cristiani
deriva direttamente dal brano del Vangelo di Luca oggi
proclamato, ma anche dagli Atti degli Apostoli (cfr At
1,8.22). Testimoni di Gesù risorto. Quel “di”
va capito bene! Vuol dire che il testimone è “di”
Gesù risorto, cioè appartiene a Lui, e proprio in quanto
tale può rendergli valida testimonianza, può parlare di
Lui, farLo conoscere, condurre a Lui, trasmettere la sua
presenza. E’ esattamente il contrario di quello che
avviene per l’altra espressione: “speranza del
mondo”. Qui la preposizione “del” non indica affatto
appartenenza, perché Cristo non è del mondo, come
pure i cristiani non devono essere del mondo. La speranza,
che è Cristo, è nel mondo, è per il
mondo, ma lo è proprio perché Cristo è Dio, è “il
Santo” (in ebraico Qadosh ). Cristo è speranza
per il mondo perché è risorto, ed è risorto perché è
Dio. Anche i cristiani possono portare al mondo la
speranza, perché sono di Cristo e di Dio nella misura in
cui muoiono con Lui al peccato e risorgono con Lui alla
vita nuova dell’amore, del perdono, del servizio, della
non-violenza. Come dice sant’Agostino: “Hai creduto,
sei stato battezzato: è morta la vita vecchia, è stata
uccisa sulla croce, sepolta nel battesimo. E’ stata
sepolta la vecchia, nella quale malamente sei vissuto:
risorga la nuova” (Sermone Guelf. IX, in M.
Pellegrino, Vox Patrum, 177). Solo se, come Cristo,
non sono del mondo, i cristiani possono essere
speranza nel mondo e per il mondo.
Cari
fratelli e sorelle, il mio augurio, che sicuramente voi
tutti condividete,è che la Chiesa in Italia possa
ripartire da questo Convegno come sospinta dalla parola
del Signore risorto che ripete a tutti e a ciascuno: siate
nel mondo di oggi testimoni della mia passione e della mia
risurrezione (cfr Lc 24,48). In un mondo che
cambia, il Vangelo non muta. La Buona Notizia resta sempre
la stessa: Cristo è morto ed è risorto per la nostra
salvezza! Nel suo nome recate a tutti l’annuncio della
conversione e del perdono dei peccati, ma date voi per
primi testimonianza di una vita convertita e perdonata.
Sappiamo bene che questo non è possibile senza essere
“rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49),
cioè senza la forza interiore dello Spirito del Risorto.
Per riceverla occorre, come disse Gesù ai discepoli, non
allontanarsi da Gerusalemme, rimanere nella “città”
dove si è consumato il mistero della salvezza, il supremo
Atto d’amore di Dio per l’umanità. Occorre rimanere
in preghiera con Maria, la Madre che Cristo ci ha donato
dalla Croce. Per i cristiani, cittadini del mondo, restare
in Gerusalemme non può che significare rimanere nella
Chiesa, la “città di Dio”, dove attingere dai
Sacramenti l’“unzione” dello Spirito Santo. In
questi giorni del Convegno ecclesiale nazionale, la Chiesa
che è in Italia, obbedendo al comando del Signore
risorto, si è radunata, ha rivissuto l’esperienza
originaria del Cenacolo, per ricevere nuovamente il dono
dall’Alto. Ora, consacrati dalla sua “unzione”,
andate! Portate il lieto annuncio ai poveri, fasciate le
piaghe dei cuori spezzati, proclamate la libertà degli
schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, promulgate
l’anno di misericordia del Signore (cfr Is
61,1-2). Ricostruite le antiche rovine, rialzate gli
antichi ruderi, restaurate le città desolate (cfr Is
61,4). Sono tante le situazioni difficili che attendono un
intervento risolutore! Portate nel mondo la speranza di
Dio, che è Cristo Signore, il quale è risorto dai morti,
e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.
©
Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 19 ottobre 2006
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
PAPA
A VERONA PER IL CONVEGNO NAZIONALE DELLA CHIESA ITALIANA:
I CREDENTI SIANO TESTIMONI, MITI E FORTI, DELL’AMORE,
DELLA GIOIA E DELLA VERITÀ PER RESTITUIRE ALLA FEDE
CRISTIANA PIENA CITTADINANZA IN UNA SOCIETA’ CHE ESCLUDE
SEMPRE DI PIU’ DIO DALLA VITA
PUBBLICA
Il
Papa ha esortato a offrire le ragioni della fede con
dolcezza e rispetto, con quella forza mite che viene
dall’unione con Cristo. Ma ascoltiamo il servizio del
nostro inviato Massimiliano Menichetti.
**********
L’affetto
di Verona, gli applausi, il calore delle note dei canti
hanno accolto il Papa che questa mattina è arrivato nella
città scaligera per salutare i lavori del 4° Convegno
ecclesiale nazionale. Nel suo discorso in Fiera davanti a
2700 delegati chiamati a fare il punto sul cammino della
Chiesa italiana, il Papa rintracciando le redici del
Convegno nel Concilio Vaticano II, ha ribadito la
centralità di Cristo Risorto, il “salto” decisivo
verso una dimensione di vita profondamente nuova per tutta
la famiglia umana, la storia e l’intero universo:
“La
sua risurrezione è stata dunque come un’esplosione di
luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene
del peccato e della morte. Essa ha inaugurato una nuova
dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge
un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro
mondo, lo trasforma e lo attira a sé”.
Declinando
la trasformazione di colui che avuto il dono della fede e
la confermazione nel battesimo incardinandosi in Cristo il
Pontefice ha parlato della “novità” cristiana
chiamata a trasformare il mondo:
“La
nostra vocazione e il nostro compito di cristiani
consistono nel cooperare perché giunga a compimento
effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò
che lo Spirito Santo ha intrapreso in noi col Battesimo:
siamo chiamati infatti a divenire donne e uomini nuovi,
per poter essere veri testimoni del Risorto e in tal modo
portatori della gioia e della speranza cristiana nel
mondo, in concreto, in quella comunità di uomini entro la
quale viviamo”.
Venendo
all’Italia ha parlato dei mali dell’Occidente pervaso
da una cultura che vorrebbe porsi come universale e
autosufficiente, di una nuova ondata di illuminismo e di
laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido
soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile. “Così
Dio – ha ribadito il Papa - rimane escluso dalla cultura
e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più
difficile, anche perché viviamo in un mondo che si
presenta quasi sempre come opera nostra.
Si ha così un autentico capovolgimento - ha
aggiunto - del punto di partenza di questa cultura, che
era una rivendicazione della centralità dell’uomo e
della sua libertà:
“Nella
medesima linea, l’etica viene ricondotta entro i confini
del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione
di ogni principio morale che sia valido e vincolante per
se stesso. Non è difficile vedere come questo tipo di
cultura rappresenti un taglio radicale e profondo non solo
con il cristianesimo ma più in generale con le tradizioni
religiose e morali dell’umanità: non sia quindi in
grado di instaurare un vero dialogo con le altre culture,
nelle quali la dimensione religiosa è fortemente
presente, oltre a non poter rispondere alle domande
fondamentali sul senso e sulla direzione della nostra
vita. Perciò questa cultura è contrassegnata da una
profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente
nascosto bisogno di speranza”.
Il
Papa ha poi richiamato alla speranza ed alla testimonianza
cristiana ha parlato della Chiesa “realtà molto viva, e
del “grande sforzo di evangelizzazione e catechesi,
rivolto in particolare alle nuove generazioni” e alle
famiglie. Quindi ha sottolineato l’insufficienza di una
razionalità chiusa in se stessa e di un’etica troppo
individualista: in concreto, ha detto si avverte la gravità
del rischio di staccarsi dalle radici cristiane della
nostra civiltà:
“Il
nostro atteggiamento non dovrà mai essere, pertanto,
quello di un rinunciatario ripiegamento su noi stessi:
occorre invece mantenere vivo e se possibile incrementare
il nostro dinamismo, occorre aprirsi con fiducia a nuovi
rapporti, non trascurare alcuna delle energie che possono
contribuire alla crescita culturale e morale
dell’Italia. Tocca a noi infatti – non con le nostre
povere risorse, ma con la forza che viene dallo Spirito
Santo – dare risposte positive e convincenti alle attese
e agli interrogativi della nostra gente: se sapremo farlo,
la Chiesa
in Italia renderà un grande servizio non solo a questa
Nazione, ma anche all’Europa e al mondo, perché è
presente ovunque l’insidia del secolarismo e altrettanto
universale è la necessità di una fede vissuta in
rapporto alle sfide del nostro tempo”.
Benedetto
XVI riferendosi ai temi trattati dal Convegno, ha
evidenziato che “il cristianesimo è aperto a tutto ciò
che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle
civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la
nostra esistenza”:
“I
discepoli di Cristo riconoscono pertanto e accolgono
volentieri gli autentici valori della cultura del nostro
tempo, come la conoscenza scientifica e lo sviluppo
tecnologico, i diritti dell’uomo, la libertà religiosa,
la democrazia. Non
ignorano e non sottovalutano però quella pericolosa
fragilità della natura umana che è una minaccia per il
cammino dell’uomo in ogni contesto storico; in
particolare, non trascurano le tensioni interiori e le
contraddizioni della nostra epoca. Perciò l’opera di
evangelizzazione non è mai un semplice adattarsi alle
culture, ma è sempre anche una purificazione, un taglio
coraggioso che diviene maturazione e risanamento,
un’apertura che consente di nascere a quella creatura
nuova che è il frutto dello Spirito Santo”.
Il
Papa ha parlato dell’incontro con Cristo quale
avvenimento che si manifesta, anche nell’attuale
contesto umano e culturale, anzitutto in rapporto alla
ragione che “ha dato vita alle scienze moderne e alle
relative tecnologie”:
“Su
queste basi diventa anche di nuovo possibile allargare gli
spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi
questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la
teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto
dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia,
ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che
le tiene insieme. È questo un compito che sta davanti a
noi, un’avventura affascinante nella quale merita
spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro
tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena
cittadinanza. Il progetto culturale della Chiesa in Italia
è senza dubbio, a tal fine, un’intuizione felice e un
contributo assai importante”.
“La
persona umana non è, d’altra parte, soltanto ragione e
intelligenza” – ribadisce il Papa – ma porta dentro
di sé “il bisogno di amore, di essere amata e di amare
a sua volta”. Nella nostra epoca “il male non è
affatto vinto, anzi, il suo potere sembra rafforzarsi e
vengono presto smascherati tutti i tentativi di
nasconderlo”: da qui “la domanda se nella nostra vita
ci possa essere uno spazio sicuro per l’amore autentico
e, in ultima analisi, se il mondo sia davvero l’opera
della sapienza di Dio”:
“Il
Creatore del cielo e della terra, l’unico Dio che è la
sorgente di ogni essere ama personalmente l’uomo, lo ama
appassionatamente e vuole essere a sua volta amato da lui.
Dà vita perciò a una storia d’amore con Israele, il
suo popolo, e in questa vicenda, di fronte ai tradimenti
del popolo, il suo amore si mostra ricco di inesauribile
fedeltà e misericordia, è l’amore che perdona al di là
di ogni limite”.
Parlando
della fede quale chiave per leggere la sofferenza ha poi
aggiunto che la croce “fa giustamente paura come ha
provocato paura e angoscia in Gesù Cristo” ma che non
è la negazione della vita “da cui per essere felici
occorra sbarazzarsi”. E’ invece il sì della vita, il
sì estremo di Dio all’uomo, l’espressione suprema del
suo amore.
Dobbiamo
essere sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi
ragione della nostra speranza - ha detto il Papa -
ricordando il cardine che ha guidato il Convegno
Ecclesiale ovvero la prima Lettera di Pietro: dobbiamo
rispondere con dolcezza e rispetto - ha aggiunto –
“con quella forza mite che viene dall’unione con
Cristo”.
Ricordando
che la strada maestra per l’evangelizzazione è quella
che unisce verità e amore, per la trasmissione della fede
ha parlato dell’importanza dell’educazione:
“Un’educazione
vera ha bisogno di risvegliare il coraggio delle decisioni
definitive, che oggi vengono considerate un vincolo che
mortifica la nostra libertà, ma in realtà sono
indispensabili per crescere e raggiungere qualcosa di
grande nella vita, in particolare per far maturare
l’amore in tutta la sua bellezza: quindi per dare
consistenza e significato alla stessa libertà. Da questa
sollecitudine per la persona umana e la sua formazione
vengono i nostri ‘no’ a forme deboli e deviate di
amore e alle contraffazioni della libertà, come anche
alla riduzione della ragione soltanto a ciò che è
calcolabile e manipolabile. In verità, questi ‘no’
sono piuttosto dei ‘sì’ all’amore autentico, alla
realtà dell’uomo come è stato creato da Dio”.
Da
qui l’apprezzamento del Papa per il lavoro educativo e
formativo svolto dalle singole Chiese in Italia così come
nell’ambito della carità dando “prova di una
straordinaria solidarietà verso le sterminate moltitudini
dei poveri della terra”:
“È
quindi quanto mai importante che tutte queste
testimonianze di carità conservino sempre alto e luminoso
il loro profilo specifico, nutrendosi di umiltà e di
fiducia nel Signore, mantenendosi libere da suggestioni
ideologiche e da simpatie partitiche, e soprattutto
misurando il proprio sguardo sullo sguardo di Cristo: è
importante dunque l’azione pratica ma conta ancora di più
la nostra partecipazione personale ai bisogni e alle
sofferenze del prossimo. Così, cari fratelli e sorelle,
la carità della Chiesa rende visibile l’amore di Dio
nel mondo”.
Passando
al tema delle responsabilità civili e politiche dei
cattolici ha evidenziato che
la Chiesa
“non è e non intende essere un agente politico”. Il
compito di costruire un giusto ordine nella società –
ha detto - non è dunque della Chiesa come tale, ma dei
fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria
responsabilità “illuminati dalla fede e dal magistero
della Chiesa e animati dalla carità di Cristo.
Poi
le sfide nelle quali i cristiani sono chiamati a grandi
impegni: contro le guerre, il terrorismo, la fame e la
sete e alcune terribili epidemie, sfide che riguardano
anche l’arginare “scelte politiche e legislative che
contraddicano fondamentali valori radicati nella natura
dell’essere umano” come la tutela della vita fin dal
concepimento e la promozione della famiglia fondata sul
matrimonio. “evitando di introdurre nell’ordinamento
pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a
destabilizzarla, oscurando il suo carattere peculiare e il
suo insostituibile ruolo sociale”. Poi scroscianti gli
applausi dell’assemblea che ha dato appuntamento oggi
pomeriggio allo stadio Bentegodi.
**********
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Cari fratelli e sorelle!
Mi rallegro di essere con
voi oggi, in questa tanto bella e storica città di
Verona, per prendere parte attivamente al IV Convegno
nazionale della Chiesa in Italia. Porgo a tutti e a
ciascuno il più cordiale saluto nel Signore. Ringrazio il
Cardinale Camillo Ruini, Presidente della Conferenza
Episcopale, e la Dottoressa Giovanna Ghirlanda,
rappresentante della Diocesi di Verona, per le gentili
parole di accoglienza che mi hanno rivolto a nome di voi
tutti e per le notizie che mi hanno dato sullo svolgimento
del Convegno. Ringrazio il Cardinale Dionigi Tettamanzi,
Presidente del Comitato preparatorio, e quanti hanno
lavorato per la sua realizzazione. Ringrazio di cuore
ognuno di voi, che rappresentate qui, in felice armonia,
le varie componenti della Chiesa in Italia: il Vescovo di
Verona, Mons. Flavio Roberto Carraro, che ci ospita, i
Vescovi qui convenuti, i sacerdoti e i diaconi, i
religiosi e le religiose, e voi fedeli laici, uomini e
donne, che date voce alle molteplici realtà del laicato
cattolico in Italia.
Questo IV Convegno
nazionale è una nuova tappa del cammino di attuazione del
Vaticano II, che la Chiesa italiana ha intrapreso fin
dagli anni immediatamente successivi al grande Concilio:
un cammino di comunione anzitutto con Dio Padre e con il
suo Figlio Gesù Cristo nello Spirito Santo e quindi di
comunione tra noi, nell’unità dell’unico Corpo di
Cristo (cfr 1Gv 1,3; 1Cor 12,12-13); un
cammino proteso all’evangelizzazione, per mantenere viva
e salda la fede nel popolo italiano; una tenace
testimonianza, dunque, di amore per l’Italia e di
operosa sollecitudine per il bene dei suoi figli. Questo
cammino la Chiesa in Italia lo ha percorso in stretta e
costante unione con il Successore di Pietro: mi è grato
ricordare con voi i Servi di Dio Paolo VI, che volle il I
Convegno nell’ormai lontano 1976, e Giovanni Paolo II,
con i suoi fondamentali interventi – li ricordiamo tutti
– ai Convegni di Loreto e di Palermo, che hanno
rafforzato nella Chiesa italiana la fiducia di poter
operare affinché la fede in Gesù Cristo continui ad
offrire, anche agli uomini e alle donne del nostro tempo,
il senso e l’orientamento dell’esistenza ed abbia così
"un ruolo-guida e un’efficacia trainante" nel
cammino della Nazione verso il suo futuro (cfr Discorso al
Convegno di Loreto, 11 aprile 1985, n. 7).
Il Signore risorto e la
sua Chiesa
Nello stesso spirito sono
venuto oggi a Verona, per pregare il Signore con voi,
condividere – sia pure brevemente – il vostro lavoro
di queste giornate e proporvi una mia riflessione su quel
che appare davvero importante per la presenza cristiana in
Italia. Avete compiuto una scelta assai felice ponendo Gesù
Cristo risorto al centro dell’attenzione del Convegno e
di tutta la vita e la testimonianza della Chiesa in
Italia. La risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto
nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e
non certo creatori. Nello stesso tempo essa non è affatto
un semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la
più grande "mutazione" mai accaduta, il
"salto" decisivo verso una dimensione di vita
profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente
diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con
Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e
l’intero universo: per questo la risurrezione di Cristo
è il centro della predicazione e della testimonianza
cristiana, dall’inizio e fino alla fine dei tempi. Si
tratta di un grande mistero, certamente, il mistero della
nostra salvezza, che trova nella risurrezione del Verbo
incarnato il suo compimento e insieme l’anticipazione e
il pegno della nostra speranza. Ma la cifra di questo
mistero è l’amore e soltanto nella logica dell’amore
esso può essere accostato e in qualche modo compreso: Gesù
Cristo risorge dai morti perché tutto il suo essere è
perfetta e intima unione con Dio, che è l’amore davvero
più forte della morte. Egli era una cosa sola con la Vita
indistruttibile e pertanto poteva donare la propria vita
lasciandosi uccidere, ma non poteva soccombere
definitivamente alla morte: in concreto nell’Ultima Cena
egli ha anticipato e accettato per amore la propria morte
in croce, trasformandola così nel dono di sé, quel dono
che ci dà la vita, ci libera e ci salva. La sua
risurrezione è stata dunque come un’esplosione di luce,
un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del
peccato e della morte. Essa ha inaugurato una nuova
dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge
un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro
mondo, lo trasforma e lo attira a sé.
Tutto ciò avviene
concretamente attraverso la vita e la testimonianza della
Chiesa; anzi, la Chiesa stessa costituisce la primizia di
questa trasformazione, che è opera di Dio e non nostra.
Essa giunge a noi mediante la fede e il sacramento del
Battesimo, che è realmente morte e risurrezione,
rinascita, trasformazione in una vita nuova. E’ ciò che
rileva San Paolo nella Lettera ai Galati: "Non sono
più io che vivo, ma Cristo vive in me" (2,20). E’
stata cambiata così la mia identità essenziale, tramite
il Battesimo, e io continuo ad esistere soltanto in questo
cambiamento. Il mio proprio io mi viene tolto e viene
inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il
mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato,
"aperto" mediante l’inserimento nell’altro,
nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza.
Diventiamo così "uno in Cristo" (Gal
3,28), un unico soggetto nuovo, e il nostro io viene
liberato dal suo isolamento. "Io, ma non più
io": è questa la formula dell’esistenza cristiana
fondata nel Battesimo, la formula della risurrezione
dentro al tempo, la formula della "novità"
cristiana chiamata a trasformare il mondo. Qui sta la
nostra gioia pasquale. La nostra vocazione e il nostro
compito di cristiani consistono nel cooperare perché
giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana
della nostra vita, ciò che lo Spirito Santo ha intrapreso
in noi col Battesimo: siamo chiamati infatti a divenire
donne e uomini nuovi, per poter essere veri testimoni del
Risorto e in tal modo portatori della gioia e della
speranza cristiana nel mondo, in concreto, in quella
comunità di uomini e di donne entro la quale viviamo. E
così, da questo messaggio fondamentale della risurrezione
presente in noi e nel nostro operato quotidiano, vengo al
tema del servizio della Chiesa in Italia alla Nazione,
all’Europa e al mondo.
Il servizio della Chiesa
in Italia alla Nazione, all’Europa e al mondo
L’Italia di oggi si
presenta a noi come un terreno profondamente bisognoso e
al contempo molto favorevole per una tale testimonianza.
Profondamente bisognoso, perché partecipa di quella
cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi
come universale e autosufficiente, generando un nuovo
costume di vita. Ne deriva una nuova ondata di illuminismo
e di laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido
soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre
sul piano della prassi la libertà individuale viene
eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri
dovrebbero sottostare. Così Dio rimane escluso dalla
cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più
difficile, anche perché viviamo in un mondo che si
presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per
così dire, Dio non compare più direttamente, sembra
divenuto superfluo, anzi estraneo. In stretto rapporto con
tutto questo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo,
considerato un semplice prodotto della natura, come tale
non realmente libero e di per sé suscettibile di essere
trattato come ogni altro animale. Si ha così un autentico
capovolgimento del punto di partenza di questa cultura,
che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e
della sua libertà. Nella medesima linea, l’etica viene
ricondotta entro i confini del relativismo e
dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio
morale che sia valido e vincolante per se stesso. Non è
difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenti
un taglio radicale e profondo non solo con il
cristianesimo ma più in generale con le tradizioni
religiose e morali dell’umanità: non sia quindi in
grado di instaurare un vero dialogo con le altre culture,
nelle quali la dimensione religiosa è fortemente
presente, oltre a non poter rispondere alle domande
fondamentali sul senso e sulla direzione della nostra
vita. Perciò questa cultura è contrassegnata da una
profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente
nascosto bisogno di speranza.
L’Italia però, come
accennavo, costituisce al tempo stesso un terreno assai
favorevole per la testimonianza cristiana. La Chiesa,
infatti, qui è una realtà molto viva – e lo vediamo!
– che conserva una presenza capillare in mezzo alla
gente di ogni età e condizione. Le tradizioni cristiane
sono spesso ancora radicate e continuano a produrre
frutti, mentre è in atto un grande sforzo di
evangelizzazione e catechesi, rivolto in particolare alle
nuove generazioni, ma ormai sempre più anche alle
famiglie. È inoltre sentita con crescente chiarezza
l’insufficienza di una razionalità chiusa in se stessa
e di un’etica troppo individualista: in concreto, si
avverte la gravità del rischio di staccarsi dalle radici
cristiane della nostra civiltà. Questa sensazione, che è
diffusa nel popolo italiano, viene formulata espressamente
e con forza da parte di molti e importanti uomini di
cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non
praticano la nostra fede. La Chiesa e i cattolici italiani
sono dunque chiamati a cogliere questa grande opportunità,
e anzitutto ad esserne consapevoli. Il nostro
atteggiamento non dovrà mai essere, pertanto, quello di
un rinunciatario ripiegamento su noi stessi: occorre
invece mantenere vivo e se possibile incrementare il
nostro dinamismo, occorre aprirsi con fiducia a nuovi
rapporti, non trascurare alcuna delle energie che possono
contribuire alla crescita culturale e morale
dell’Italia. Tocca a noi infatti – non con le nostre
povere risorse, ma con la forza che viene dallo Spirito
Santo – dare risposte positive e convincenti alle attese
e agli interrogativi della nostra gente: se sapremo farlo,
la Chiesa in Italia renderà un grande servizio non solo a
questa Nazione, ma anche all’Europa e al mondo, perché
è presente ovunque l’insidia del secolarismo e
altrettanto universale è la necessità di una fede
vissuta in rapporto alle sfide del nostro tempo.
Rendere visibile il
grande "sì" della fede
Cari fratelli e sorelle,
dobbiamo ora domandarci come, e su quali basi, adempiere
un simile compito. In questo Convegno avete ritenuto,
giustamente, che sia indispensabile dare alla
testimonianza cristiana contenuti concreti e praticabili,
esaminando come essa possa attuarsi e svilupparsi in
ciascuno di quei grandi ambiti nei quali si articola
l’esperienza umana. Saremo aiutati, così, a non perdere
di vista nella nostra azione pastorale il collegamento tra
la fede e la vita quotidiana, tra la proposta del Vangelo
e quelle preoccupazioni e aspirazioni che stanno più a
cuore alla gente. In questi giorni avete riflettuto perciò
sulla vita affettiva e sulla famiglia, sul lavoro e sulla
festa, sull’educazione e la cultura, sulle condizioni di
povertà e di malattia, sui doveri e le responsabilità
della vita sociale e politica.
Per parte mia vorrei
sottolineare come, attraverso questa multiforme
testimonianza, debba emergere soprattutto quel grande
"sì" che in Gesù Cristo Dio ha detto
all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra
libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la
fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo. Il
cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di
giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà,
a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra
esistenza. San Paolo nella Lettera ai Filippesi ha
scritto: "Tutto quello che è vero, nobile, giusto,
puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita
lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri"
(4,8). I discepoli di Cristo riconoscono pertanto e
accolgono volentieri gli autentici valori della cultura
del nostro tempo, come la conoscenza scientifica e lo
sviluppo tecnologico, i diritti dell’uomo, la libertà
religiosa, la democrazia. Non ignorano e non sottovalutano
però quella pericolosa fragilità della natura umana che
è una minaccia per il cammino dell’uomo in ogni
contesto storico; in particolare, non trascurano le
tensioni interiori e le contraddizioni della nostra epoca.
Perciò l’opera di evangelizzazione non è mai un
semplice adattarsi alle culture, ma è sempre anche una
purificazione, un taglio coraggioso che diviene
maturazione e risanamento, un’apertura che consente di
nascere a quella "creatura nuova" (2Cor
5,17; Gal 6,15) che è il frutto dello Spirito
Santo.
Come ho scritto
nell’Enciclica Deus caritas est, all’inizio
dell’essere cristiano – e quindi all’origine della
nostra testimonianza di credenti – non c’è una
decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la
Persona di Gesù Cristo, "che dà alla vita un nuovo
orizzonte e con ciò la direzione decisiva" (n. 1).
La fecondità di questo incontro si manifesta, in maniera
peculiare e creativa, anche nell’attuale contesto umano
e culturale, anzitutto in rapporto alla ragione che ha
dato vita alle scienze moderne e alle relative tecnologie.
Una caratteristica fondamentale di queste ultime è
infatti l’impiego sistematico degli strumenti della
matematica per poter operare con la natura e mettere al
nostro servizio le sue immense energie. La matematica come
tale è una creazione della nostra intelligenza: la
corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali
dell’universo – che è il presupposto di tutti i
moderni sviluppi scientifici e tecnologici, già
espressamente formulato da Galileo Galilei con la celebre
affermazione che il libro della natura è scritto in
linguaggio matematico – suscita la nostra ammirazione e
pone una grande domanda. Implica infatti che l’universo
stesso sia strutturato in maniera intelligente, in modo
che esista una corrispondenza profonda tra la nostra
ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura.
Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi
un’unica intelligenza originaria, che sia la comune
fonte dell’una e dell’altra. Così proprio la
riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso
il Logos creatore. Viene capovolta la tendenza a
dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità,
a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e la
nostra libertà. Su queste basi diventa anche di nuovo
possibile allargare gli spazi della nostra razionalità,
riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene,
coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze,
nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro
reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza
dell’intrinseca unità che le tiene insieme. È questo
un compito che sta davanti a noi, un’avventura
affascinante nella quale merita spendersi, per dare nuovo
slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in
essa alla fede cristiana piena cittadinanza. Il
"progetto culturale" della Chiesa in Italia è
senza dubbio, a tal fine, un’intuizione felice e un
contributo assai importante.
La persona umana.
Ragione, intelligenza, amore
La persona umana non è,
d’altra parte, soltanto ragione e intelligenza, che pur
ne sono elementi costitutivi. Porta dentro di sé,
iscritto nel più profondo del suo essere, il bisogno di
amore, di essere amata e di amare a sua volta. Perciò si
interroga e spesso si smarrisce di fronte alle durezze
della vita, al male che esiste nel mondo e che appare
tanto forte e, al contempo, radicalmente privo di senso.
In particolare nella nostra epoca, nonostante tutti i
progressi compiuti, il male non è affatto vinto; anzi, il
suo potere sembra rafforzarsi e vengono presto smascherati
tutti i tentativi di nasconderlo, come dimostrano sia
l’esperienza quotidiana sia le grandi vicende storiche.
Ritorna dunque, insistente, la domanda se nella nostra
vita ci possa essere uno spazio sicuro per l’amore
autentico e, in ultima analisi, se il mondo sia davvero
l’opera della sapienza di Dio. Qui, molto più di ogni
ragionamento umano, ci soccorre la novità sconvolgente
della rivelazione biblica: il Creatore del cielo e della
terra, l’unico Dio che è la sorgente di ogni essere,
questo unico "Logos" creatore, questa ragione
creatrice, sa amare personalmente l’uomo, anzi lo ama
appassionatamente e vuole essere a sua volta amato. Questa
ragione creatrice, che è nello stesso tempo amore, dà
vita perciò a una storia d’amore con Israele, il suo
popolo, e in questa vicenda, di fronte ai tradimenti del
popolo, il suo amore si mostra ricco di inesauribile
fedeltà e misericordia, è l’amore che perdona al di là
di ogni limite. In Gesù Cristo un tale atteggiamento
raggiunge la sua forma estrema, inaudita e drammatica: in
Lui infatti Dio si fa uno di noi, nostro fratello in
umanità, e addirittura sacrifica la sua vita per noi.
Nella morte in croce – apparentemente il più grande
male della storia – si compie dunque "quel volgersi
di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per
rialzare l’uomo e salvarlo – amore, questo, nella sua
forma più radicale", nel quale si manifesta cosa
significhi che "Dio è amore" (1 Gv 4,8)
e si comprende anche come debba definirsi l’amore
autentico (cfr Enc. Deus caritas est, nn. 9-10 e
12).
Proprio perché ci ama
veramente, Dio rispetta e salva la nostra libertà. Al
potere del male e del peccato non oppone un potere più
grande, ma – come ci ha detto il nostro amato Papa
Giovanni Paolo II nell’Enciclica Dives in
misericordia e, da ultimo, nel libro Memoria e
identità, il suo vero testamento spirituale –
preferisce porre il limite della sua pazienza e della sua
misericordia, quel limite che è, in concreto, la
sofferenza del Figlio di Dio. Così anche la nostra
sofferenza è trasformata dal di dentro, è introdotta
nella dimensione dell’amore e racchiude una promessa di
salvezza. Cari fratelli e sorelle, tutto questo Giovanni
Paolo II non lo ha soltanto pensato, e nemmeno soltanto
creduto con una fede astratta: lo ha compreso e vissuto
con una fede maturata nella sofferenza. Su questa strada,
come Chiesa, siamo chiamati a seguirlo, nel modo e nella
misura che Dio dispone per ciascuno di noi. La croce ci fa
giustamente paura, come ha provocato paura e angoscia in
Gesù Cristo (cfr Mc 14,33-36): essa però non è
negazione della vita, da cui per essere felici occorra
sbarazzarsi. È invece il "sì" estremo di Dio
all’uomo, l’espressione suprema del suo amore e la
scaturigine della vita piena e perfetta: contiene dunque
l’invito più convincente a seguire Cristo sulla via del
dono di sé. Qui mi è caro rivolgere un pensiero di
speciale affetto alle membra sofferenti del corpo del
Signore: esse, in Italia come ovunque nel mondo,
completano quello che manca ai patimenti di Cristo nella
propria carne (cfr Col 1,24) e contribuiscono così
nella maniera più efficace alla comune salvezza. Esse
sono i testimoni più convincenti di quella gioia che
viene da Dio e che dona la forza di accettare la croce
nell’amore e nella perseveranza.
Sappiamo bene che questa
scelta della fede e della sequela di Cristo non è mai
facile: è sempre, invece, contrastata e controversa. La
Chiesa rimane quindi "segno di contraddizione",
sulle orme del suo Maestro (cfr Lc 2,34), anche nel
nostro tempo. Ma non per questo ci perdiamo d’animo. Al
contrario, dobbiamo essere sempre pronti a dare risposta (apo-logia)
a chiunque ci domandi ragione (logos) della nostra
speranza, come ci invita a fare la prima Lettera di San
Pietro (3,15), che avete scelto assai opportunamente quale
guida biblica per il cammino di questo Convegno. Dobbiamo
rispondere "con dolcezza e rispetto, con una retta
coscienza" (3,15-16), con quella forza mite che viene
dall’unione con Cristo. Dobbiamo farlo a tutto campo,
sul piano del pensiero e dell’azione, dei comportamenti
personali e della testimonianza pubblica. La forte unità
che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una
fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita
caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione
premurosa ai poveri e ai sofferenti ha reso possibile la
prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel
mondo ellenistico-romano. Così è avvenuto anche in
seguito, in diversi contesti culturali e situazioni
storiche. Questa rimane la strada maestra per
l’evangelizzazione: il Signore ci guidi a vivere questa
unità tra verità e amore nelle condizioni proprie del
nostro tempo, per l’evangelizzazione dell’Italia e del
mondo di oggi. Vengo così ad un punto importante e
fondamentale, cioè l’educazione.
L’educazione
In concreto, perché
l’esperienza della fede e dell’amore cristiano sia
accolta e vissuta e si trasmetta da una generazione
all’altra, una questione fondamentale e decisiva è
quella dell’educazione della persona. Occorre
preoccuparsi della formazione della sua intelligenza,
senza trascurare quelle della sua libertà e capacità di
amare. E per questo è necessario il ricorso anche
all’aiuto della Grazia. Solo in questo modo si potrà
contrastare efficacemente quel rischio per le sorti della
famiglia umana che è costituito dallo squilibrio tra la
crescita tanto rapida del nostro potere tecnico e la
crescita ben più faticosa delle nostre risorse morali.
Un’educazione vera ha bisogno di risvegliare il coraggio
delle decisioni definitive, che oggi vengono considerate
un vincolo che mortifica la nostra libertà, ma in realtà
sono indispensabili per crescere e raggiungere qualcosa di
grande nella vita, in particolare per far maturare
l’amore in tutta la sua bellezza: quindi per dare
consistenza e significato alla stessa libertà. Da questa
sollecitudine per la persona umana e la sua formazione
vengono i nostri "no" a forme deboli e deviate
di amore e alle contraffazioni della libertà, come anche
alla riduzione della ragione soltanto a ciò che è
calcolabile e manipolabile. In verità, questi
"no" sono piuttosto dei "sì"
all’amore autentico, alla realtà dell’uomo come è
stato creato da Dio. Voglio esprimere qui tutto il mio
apprezzamento per il grande lavoro formativo ed educativo
che le singole Chiese non si stancano di svolgere in
Italia, per la loro attenzione pastorale alle nuove
generazioni e alle famiglie: grazie per questa attenzione!
Tra le molteplici forme di questo impegno non posso non
ricordare, in particolare, la scuola cattolica, perché
nei suoi confronti sussistono ancora, in qualche misura,
antichi pregiudizi, che generano ritardi dannosi, e ormai
non più giustificabili, nel riconoscerne la funzione e
nel permetterne in concreto l’attività.
Testimonianze di carità
Gesù ci ha detto che
tutto ciò che avremo fatto ai suoi fratelli più piccoli
lo avremo fatto a Lui (cfr Mt 25,40).
L’autenticità della nostra adesione a Cristo si
verifica dunque specialmente nell’amore e nella
sollecitudine concreta per i più deboli e i più poveri,
per chi si trova in maggior pericolo e in più grave
difficoltà. La Chiesa in Italia ha una grande tradizione
di vicinanza, aiuto e solidarietà verso i bisognosi, gli
ammalati, gli emarginati, che trova la sua espressione più
alta in una serie meravigliosa di "Santi della carità".
Questa tradizione continua anche oggi e si fa carico delle
molte forme di nuove povertà, morali e materiali,
attraverso la Caritas, il volontariato sociale,
l’opera spesso nascosta di tante parrocchie, comunità
religiose, associazioni e gruppi, singole persone mosse
dall’amore di Cristo e dei fratelli. La Chiesa in
Italia, inoltre, dà prova di una straordinaria solidarietà
verso le sterminate moltitudini dei poveri della terra. È
quindi quanto mai importante che tutte queste
testimonianze di carità conservino sempre alto e luminoso
il loro profilo specifico, nutrendosi di umiltà e di
fiducia nel Signore, mantenendosi libere da suggestioni
ideologiche e da simpatie partitiche, e soprattutto
misurando il proprio sguardo sullo sguardo di Cristo: è
importante dunque l’azione pratica ma conta ancora di più
la nostra partecipazione personale ai bisogni e alle
sofferenze del prossimo. Così, cari fratelli e sorelle,
la carità della Chiesa rende visibile l’amore di Dio
nel mondo e rende così convincente la nostra fede nel Dio
incarnato, crocifisso e risorto.
Responsabilità civili e
politiche dei cattolici
Il vostro Convegno ha
giustamente affrontato anche il tema della cittadinanza,
cioè le questioni delle responsabilità civili e
politiche dei cattolici. Cristo infatti è venuto per
salvare l’uomo reale e concreto, che vive nella storia e
nella comunità, e pertanto il cristianesimo e la Chiesa,
fin dall’inizio, hanno avuto una dimensione e una
valenza anche pubblica. Come ho scritto nell’Enciclica Deus
caritas est (cfr nn. 28-29), sui rapporti tra
religione e politica Gesù Cristo ha portato una novità
sostanziale, che ha aperto il cammino verso un mondo più
umano e più libero, attraverso la distinzione e
l’autonomia reciproca tra lo Stato e la Chiesa, tra ciò
che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt
22,21). La stessa libertà religiosa, che avvertiamo come
un valore universale, particolarmente necessario nel mondo
di oggi, ha qui la sua radice storica. La Chiesa, dunque,
non è e non intende essere un agente politico. Nello
stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della
comunità politica, la cui anima è la giustizia, e le
offre a un duplice livello il suo contributo specifico. La
fede cristiana, infatti, purifica la ragione e l’aiuta
ad essere meglio se stessa: con la sua dottrina sociale
pertanto, argomentata a partire da ciò che è conforme
alla natura di ogni essere umano, la Chiesa contribuisce a
far sì che ciò che è giusto possa essere efficacemente
riconosciuto e poi anche realizzato. A tal fine sono
chiaramente indispensabili le energie morali e spirituali
che consentano di anteporre le esigenze della giustizia
agli interessi personali, o di una categoria sociale, o
anche di uno Stato: qui di nuovo c’è per la Chiesa uno
spazio assai ampio, per radicare queste energie nelle
coscienze, alimentarle e irrobustirle. Il compito
immediato di agire in ambito politico per costruire un
giusto ordine nella società non è dunque della Chiesa
come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini
sotto propria responsabilità: si tratta di un compito
della più grande importanza, al quale i cristiani laici
italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con
coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della
Chiesa e animati dalla carità di Cristo.
Una speciale attenzione e
uno straordinario impegno sono richiesti oggi da quelle
grandi sfide nelle quali vaste porzioni della famiglia
umana sono maggiormente in pericolo: le guerre e il
terrorismo, la fame e la sete, alcune terribili epidemie.
Ma occorre anche fronteggiare, con pari determinazione e
chiarezza di intenti, il rischio di scelte politiche e
legislative che contraddicano fondamentali valori e
principi antropologici ed etici radicati nella natura
dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela
della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento
alla morte naturale, e alla promozione della famiglia
fondata sul matrimonio, evitando di introdurre
nell’ordinamento pubblico altre forme di unione che
contribuirebbero a destabilizzarla, oscurando il suo
carattere peculiare e il suo insostituibile ruolo sociale.
La testimonianza aperta e coraggiosa che la Chiesa e i
cattolici italiani hanno dato e stanno dando a questo
riguardo sono un servizio prezioso all’Italia, utile e
stimolante anche per molte altre Nazioni. Questo impegno e
questa testimonianza fanno certamente parte di quel grande
"sì" che come credenti in Cristo diciamo
all’uomo amato da Dio.
Essere uniti a Cristo
Cari fratelli e sorelle,
i compiti e le responsabilità che questo Convegno
ecclesiale pone in evidenza sono certamente grandi e
molteplici. Siamo stimolati perciò a tenere sempre
presente che non siamo soli nel portarne il peso: ci
sosteniamo infatti gli uni gli altri e soprattutto il
Signore stesso guida e sostiene la fragile barca della
Chiesa. Ritorniamo così al punto da cui siamo partiti:
decisivo è il nostro essere uniti a Lui, e quindi tra
noi, lo stare con Lui per poter andare nel suo nome (cfr Mc
3,13-15). La nostra vera forza è dunque nutrirci della
sua parola e del suo corpo, unirci alla sua offerta per
noi, come faremo nella Celebrazione di questo pomeriggio,
adorarlo presente nell’Eucaristia: prima di ogni attività
e di ogni nostro programma, infatti, deve esserci
l’adorazione, che ci rende davvero liberi e ci dà i
criteri per il nostro agire. Nell’unione a Cristo ci
precede e ci guida la Vergine Maria, tanto amata e
venerata in ogni contrada d’Italia. In Lei incontriamo,
pura e non deformata, la vera essenza della Chiesa e così,
attraverso di Lei, impariamo a conoscere e ad amare il
mistero della Chiesa che vive nella storia, ci sentiamo
fino in fondo parte di essa, diventiamo a nostra volta
"anime ecclesiali", impariamo a resistere a
quella "secolarizzazione interna" che insidia la
Chiesa nel nostro tempo, in conseguenza dei processi di
secolarizzazione che hanno profondamente segnato la civiltà
europea.
Cari fratelli e sorelle,
eleviamo insieme al Signore la nostra preghiera, umile ma
piena di fiducia, affinché la comunità cattolica
italiana, inserita nella comunione vivente della Chiesa di
ogni luogo e di tutti i tempi, e strettamente unita
intorno ai propri Vescovi, porti con rinnovato slancio a
questa amata Nazione, e in ogni angolo della terra, la
gioiosa testimonianza di Gesù risorto, speranza
dell’Italia e del mondo.
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