|
VISITA
PASTORALE A VERONA (19 OTTOBRE 2006)
|

Fonte,
Radio Vaticana, 20 ottobre 2006
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
CONCLUSO
A VERONA IL CONVEGNO DECENNALE DELLA CHIESA ITALIANA. IL
CARDINALE CAMILLO RUINI: LA CHIESA SIA PIU’ NEL TESSUTO
SOCIALE DEL PAESE
|
|
Formazione
permanente, recupero della dottrina sociale della
Chiesa, una pastorale unitaria. Queste alcune delle
conclusioni nei cinque ambiti al IV Convegno
nazionale ecclesiale della Chiesa italiana, che si
è chiuso oggi dopo 5 giorni di lavori. I 2.700
delegati, che ieri hanno ricevuto
l’incoraggiamento e le linee guida del Papa, hanno
fatto il punto sul cammino della Chiesa in questi
dieci anni e tracciato le nuove sfide per il
prossimo decennio. |
Poi,
le conclusioni del presidente della Conferenza episcopale
italiana, il cardinale Camillo Ruini, quindi il messaggio
di gioia delle Chiese particolari in Italia. Dal nostro
inviato, Massimiliano Menichetti.
**********
Con
un momento di preghiera presieduto da mons. Luciano Monari,
vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, si è
aperta la sessione conclusiva del IV Convegno ecclesiale
nazionale. Nell’aula dell’assemblea, che ieri ha
ospitato Benedetto XVI, sono state presentate le sintesi
nei cinque ambiti individuati dal Convegno: vita
affettiva, lavoro e festa, fragilità, tradizione,
cittadinanza. Trenta gruppi che hanno chiesto a gran voce
una presenza attiva della Chiesa nelle diocesi, nelle
parrocchie e il coordinamento per affrontare e reimpostare
una società che vive la deriva individualista e
consumistica. Più strutture di accoglienza e di
formazione per i deboli, più catechesi, chiesta ai
vescovi una presenza ancora più attiva nel tessuto
cristiano. Poi il discorso del presidente della CEI, il
cardinale Camillo Ruini, che ha
subito evidenziato il rapido cambiamento della
società come anche il rinnovamento della realtà
ecclesiale. Quindi ha sottolineato la necessità della
pastorale quotidiana che aiuti a non subire passivamente i
cambiamenti ma che sappia interpretarli alla luce del
Vangelo.
Guardando
il decennio appena trascorso, ha tratteggiato le nuove
difficoltà come l’incrementarsi del terrorismo
internazionale di matrice islamica. “Lo stesso risveglio
dell’Islam ha detto - si accompagna ad altri importanti
sviluppi, che sono in corso e che vedono protagoniste
altre grandi nazioni e civiltà, come
la Cina
e l’India, configurando ormai uno scenario mondiale
assai diverso da quello che faceva perno unicamente
sull’Occidente”.
Poi
ha parlato delle drammatiche situazioni di povertà e
mancato sviluppo di numerosi Paesi tra i quali l’Africa.
Da qui il ruolo dei cristiani chiamati ad edificare una
società della pace della carità presenza di Dio,
partendo dalla consapevolezza della sequela di Cristo e
dalla realtà storica della sua Risurrezione. Quindi,
introducendo la questione “antropologica”, ha ribadito
ambiti nei quali i credenti sono chiamati ad affermare la
verità di Cristo risorto, come la difesa della vita fin
dal concepimento, la tutela della famiglia, contrastando
quindi le tendenze ad introdurre nell’ordinamento
pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a
destabilizzarla. Ha, dunque, ribadito la grande ricchezza
che viene dall’impegno dei laici nella Chiesa.
“Si
sono rafforzati cioè i sentimenti e gli atteggiamenti di
comunione tra le diverse componenti ecclesiali, e in
particolare tra le aggregazioni laicali, mentre si è
fatto nettamente sentire, anche nel corso del nostro
Convegno, il desiderio di una comunione ancora più
concreta e profonda”.
Il
presidente della CEI ha poi rimarcato l’importanza della
missionarietà “attiva e concreta” nella testimonianza
di Gesù risorto per costituire la speranza del mondo. Un
agire capace di coinvolgere i laici, le parrocchie in
quella che ha definito una “pastorale integrata”.
“Abbiamo
bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio,
imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di
uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio
e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto
possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore
possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso
uomini toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli
uomini”.
Quindi
il richiamo alla santità quale vocazione ordinaria per il
cristiano ed alle difficoltà poste dall’ambiente
sociale e culturale alla realizzazione di questa
dimensione alta della vita. Da qui, la necessità della
formazione permanente rivolta in particolar mondo ai
giovani. Ricordando poi il discorso del Papa
all’Università di Ratisbona, il porporato ha messo in
luce il legame costitutivo tra la fede cristiana e
ragione. Da qui il legame tra verità e libertà e come il
cristiano si pone nel confronto, cioè con cordiale
rispetto, al contempo però senza rinunciare ai contenuti
della propria fede.
Gesù
Cristo non soffoca l’amore umano, ma lo risana, lo
libera e lo fortifica, ha ribadito il cardinale Ruini,
parlando della tendenza in atto a valorizzare la mera
libertà individuale. Poi, guardando all’Italia, ha
schematizzato i cambiamenti politici intercorsi
nell’ultimo decennio come il bipolarismo, il passaggio
dalla lira all’euro, il grande incremento di immigrati,
la questione meridionale ancora irrisolta, il calo
demografico. Ha ribadito che il Paese “attraversa una
stagione non facile”. Guardando all’Unione Europea, ha
poi auspicato la riscoperta “delle sue più profonde
ragioni d’essere, per poter trovare più convinto
sostegno nei popoli che ne fanno parte”. Concludendo il
suo intervento, il cardinale ha riaffermato la centralità
di Cristo portatore di speranza e la rinnovata spinta
missionaria che muove dal IV Convegno ecclesiale della
Chiesa italiana.
**********
VISITA PASTORALE
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
A VERONA IN OCCASIONE DEL
IV CONVEGNO NAZIONALE DELLA CHIESA ITALIANA
OMELIA
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Stadio Comunale
"Bentegodi"
Giovedì, 19 ottobre 2006
Venerati
Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio!
Cari fratelli e sorelle!
In questa
Celebrazione eucaristica viviamo il momento centrale del
IV Convegno nazionale della Chiesa in Italia, che si
raccoglie quest’oggi attorno al Successore di Pietro. Il
cuore di ogni evento ecclesiale è l’Eucaristia, nella
quale Cristo Signore ci convoca, ci parla, ci nutre e ci
invia. E’ significativo che il luogo prescelto per
questa solenne liturgia sia lo stadio di Verona: uno
spazio dove abitualmente si celebrano non riti religiosi,
ma manifestazioni sportive, coinvolgendo migliaia di
appassionati. Oggi, questo spazio ospita Gesù risorto,
realmente presente nella sua Parola, nell’assemblea del
Popolo di Dio con i suoi Pastori e, in modo eminente, nel
Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Cristo viene
oggi, in questo moderno areopago, per effondere il suo
Spirito sulla Chiesa che è in Italia, perché, ravvivata
dal soffio di una nuova Pentecoste, sappia “comunicare
il Vangelo in un mondo che cambia”, come propongono gli
Orientamenti pastorali della Conferenza Episcopale
Italiana per il decennio 2000-2010.
A voi,
venerati Fratelli Vescovi, con i Presbiteri e i Diaconi, a
voi, cari delegati delle Diocesi e delle aggregazioni
laicali, a voi religiose, religiosi e laici impegnati
rivolgo il mio più cordiale saluto, che estendo a quanti
si uniscono a noi mediante la radio e la televisione.
Saluto e abbraccio spiritualmente l’intera Comunità
ecclesiale italiana, Corpo di Cristo vivente. Desidero
esprimere in modo speciale il mio apprezzamento a quanti
hanno a lungo faticato per la preparazione e
l’organizzazione di questo Convegno: il Presidente della
Conferenza Episcopale Cardinale Camillo Ruini, il
Segretario Generale Mons. Giuseppe Betori con i
collaboratori dei vari uffici; il Cardinale Dionigi
Tettamanzi e gli altri membri del Comitato preparatorio;
il Vescovo di Verona, Mons. Flavio Roberto Carraro, al
quale sono grato per le cortesi parole che mi ha rivolto
all’inizio della celebrazione a nome anche di questa
amata comunità veronese che ci accoglie. Un deferente
pensiero va anche al Signor Presidente del Consiglio dei
Ministri e alle altre distinte Autorità presenti; un
cordiale ringraziamento infine agli operatori della
comunicazione che seguono i lavori di quest’importante
assise della Chiesa in Italia.
Le
Letture bibliche, che poc’anzi sono state proclamate,
illuminano il tema del Convegno: “Testimoni di Gesù
risorto, speranza del mondo”. La Parola di Dio pone in
evidenza la risurrezione di Cristo, evento che ha
rigenerato i credenti a una speranza viva, come si esprime
l’apostolo Pietro all’inizio della sua Prima Lettera.
Questo testo ha costituito l’asse portante
dell’itinerario di preparazione a questo grande incontro
nazionale. Quale suo successore, anch’io esclamo con
gioia: “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro
Gesù Cristo” (1 Pt 1,3), perché mediante la
risurrezione del suo Figlio ci ha rigenerati e, nella
fede, ci ha donato una speranza invincibile nella vita
eterna, così che noi viviamo nel presente sempre protesi
verso la meta, che è l’incontro finale con il nostro
Signore e Salvatore. Forti di questa speranza non abbiamo
paura delle prove, le quali, per quanto dolorose e
pesanti, mai possono intaccare la gioia profonda che ci
deriva dall’essere amati da Dio. Egli, nella sua
provvidente misericordia, ha dato il suo Figlio per noi e
noi, pur senza vederlo, crediamo in Lui e Lo amiamo (cfr 1
Pt 1, 3–9). Il suo amore ci basta.
Dalla
forza di questo amore, dalla salda fede nella risurrezione
di Gesù che fonda la speranza, nasce e costantemente si
rinnova la nostra testimonianza cristiana. E’ lì che si
radica il nostro “Credo”, il simbolo di fede a cui ha
attinto la predicazione iniziale e che continua inalterato
ad alimentare il Popolo di Dio. Il contenuto del “kerygma”
dell'annuncio, che costituisce la sostanza dell’intero
messaggio evangelico, è Cristo, il Figlio di Dio fatto
Uomo, morto e risuscitato per noi. La sua risurrezione è
il mistero qualificante del Cristianesimo, il compimento
sovrabbondante di tutte le profezie di salvezza, anche di
quella che abbiamo ascoltato nella prima Lettura, tratta
dalla parte finale del Libro del profeta Isaia. Dal Cristo
Risorto, primizia dell’umanità nuova, rigenerata e
rigenerante, è nato in realtà, come predisse il profeta,
il popolo dei “poveri” che hanno aperto il cuore al
Vangelo e sono diventati e diventano sempre di nuovo
“querce di giustizia”, “piantagione del Signore per
manifestare la sua gloria”, ricostruttori di rovine,
restauratori di città desolate, stimati da tutti come
stirpe benedetta dal Signore (cfr Is 61,3-4.9). Il
mistero della risurrezione del Figlio di Dio, che, salito
al cielo accanto al Padre, ha effuso su di noi lo Spirito
Santo, ci fa abbracciare con un solo sguardo Cristo e la
Chiesa: il Risorto e i risorti, la Primizia e il campo di
Dio, la Pietra angolare e le pietre vive, per usare
un’altra immagine della Prima Lettera di Pietro (cfr
2,4-8). Così avvenne all’inizio, con la prima comunità
apostolica, e così deve avvenire anche ora.
Dal
giorno della Pentecoste, infatti, la luce del Signore
risorto ha trasfigurato la vita degli Apostoli. Essi
ormai avevano la chiara percezione di non essere
semplicemente discepoli di una dottrina nuova ed
interessante, ma testimoni prescelti e responsabili di una
rivelazione a cui era legata la salvezza dei loro
contemporanei e di tutte le future generazioni. La fede
pasquale riempiva il loro cuore di un ardore e di uno zelo
straordinario, che li rendeva pronti ad affrontare ogni
difficoltà e persino la morte, ed imprimeva alle loro
parole un’irresistibile energia di persuasione. E così,
un manipolo di persone, sprovviste di umane risorse e
forti soltanto della loro fede, affrontò senza paura dure
persecuzioni e il martirio. Scrive l’apostolo
Giovanni: “Questa è la vittoria che ha sconfitto il
mondo: la nostra fede” (1 Gv 5,4b). La verità di
quest’affermazione è documentata anche in Italia da
quasi due millenni di storia cristiana, con innumerevoli
testimonianze di martiri, di santi e beati, che hanno
lasciato tracce indelebili in ogni angolo della bella
Penisola nella quale viviamo. Alcuni di loro sono stati
evocati all’inizio del Convegno e i loro volti ne
accompagnano i lavori.
Noi oggi
siamo gli eredi di quei testimoni vittoriosi! Ma proprio
da questa costatazione nasce la domanda: che ne è della
nostra fede? In che misura sappiamo noi oggi comunicarla?
La certezza che Cristo è risorto ci assicura che nessuna
forza avversa potrà mai distruggere la Chiesa. Ci anima
anche la consapevolezza che soltanto Cristo può
pienamente soddisfare le attese del cuore umano e
rispondere agli interrogativi più inquietanti sul dolore,
l’ingiustizia e il male, sulla morte e l’aldilà.
Dunque, la nostra fede è fondata, ma occorre che questa
fede diventi vita in ciascuno di noi. C’è allora
un vasto e capillare sforzo da compiere perché ogni
cristiano si trasformi in “testimone” capace e pronto
ad assumere l’impegno di rendere conto a tutti e sempre
della speranza che lo anima ( cfr 1Pt 3, 15).
Per questo occorre tornare ad annunciare con vigore e
gioia l’evento della morte e risurrezione di Cristo,
cuore del Cristianesimo, fulcro portante della nostra
fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso
che spazza ogni paura e indecisione, ogni dubbio e calcolo
umano. Solo da Dio può venire il cambiamento decisivo del
mondo. Soltanto a partire dalla Risurrezione si comprende
la vera natura della Chiesa e della sua testimonianza, che
non è qualcosa di staccato dal mistero pasquale, bensì
ne è frutto, manifestazione e attuazione da parte di
quanti, ricevendo lo Spirito Santo, sono inviati da Cristo
a proseguire la sua stessa missione (cfr Gv
20,21-23).
“Testimoni
di Gesù risorto”: questa definizione dei cristiani
deriva direttamente dal brano del Vangelo di Luca oggi
proclamato, ma anche dagli Atti degli Apostoli (cfr At
1,8.22). Testimoni di Gesù risorto. Quel “di”
va capito bene! Vuol dire che il testimone è “di”
Gesù risorto, cioè appartiene a Lui, e proprio in quanto
tale può rendergli valida testimonianza, può parlare di
Lui, farLo conoscere, condurre a Lui, trasmettere la sua
presenza. E’ esattamente il contrario di quello che
avviene per l’altra espressione: “speranza del
mondo”. Qui la preposizione “del” non indica affatto
appartenenza, perché Cristo non è del mondo, come
pure i cristiani non devono essere del mondo. La speranza,
che è Cristo, è nel mondo, è per il
mondo, ma lo è proprio perché Cristo è Dio, è “il
Santo” (in ebraico Qadosh ). Cristo è speranza
per il mondo perché è risorto, ed è risorto perché è
Dio. Anche i cristiani possono portare al mondo la
speranza, perché sono di Cristo e di Dio nella misura in
cui muoiono con Lui al peccato e risorgono con Lui alla
vita nuova dell’amore, del perdono, del servizio, della
non-violenza. Come dice sant’Agostino: “Hai creduto,
sei stato battezzato: è morta la vita vecchia, è stata
uccisa sulla croce, sepolta nel battesimo. E’ stata
sepolta la vecchia, nella quale malamente sei vissuto:
risorga la nuova” (Sermone Guelf. IX, in M.
Pellegrino, Vox Patrum, 177). Solo se, come Cristo,
non sono del mondo, i cristiani possono essere
speranza nel mondo e per il mondo.
Cari
fratelli e sorelle, il mio augurio, che sicuramente voi
tutti condividete,è che la Chiesa in Italia possa
ripartire da questo Convegno come sospinta dalla parola
del Signore risorto che ripete a tutti e a ciascuno: siate
nel mondo di oggi testimoni della mia passione e della mia
risurrezione (cfr Lc 24,48). In un mondo che
cambia, il Vangelo non muta. La Buona Notizia resta sempre
la stessa: Cristo è morto ed è risorto per la nostra
salvezza! Nel suo nome recate a tutti l’annuncio della
conversione e del perdono dei peccati, ma date voi per
primi testimonianza di una vita convertita e perdonata.
Sappiamo bene che questo non è possibile senza essere
“rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49),
cioè senza la forza interiore dello Spirito del Risorto.
Per riceverla occorre, come disse Gesù ai discepoli, non
allontanarsi da Gerusalemme, rimanere nella “città”
dove si è consumato il mistero della salvezza, il supremo
Atto d’amore di Dio per l’umanità. Occorre rimanere
in preghiera con Maria, la Madre che Cristo ci ha donato
dalla Croce. Per i cristiani, cittadini del mondo, restare
in Gerusalemme non può che significare rimanere nella
Chiesa, la “città di Dio”, dove attingere dai
Sacramenti l’“unzione” dello Spirito Santo. In
questi giorni del Convegno ecclesiale nazionale, la Chiesa
che è in Italia, obbedendo al comando del Signore
risorto, si è radunata, ha rivissuto l’esperienza
originaria del Cenacolo, per ricevere nuovamente il dono
dall’Alto. Ora, consacrati dalla sua “unzione”,
andate! Portate il lieto annuncio ai poveri, fasciate le
piaghe dei cuori spezzati, proclamate la libertà degli
schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, promulgate
l’anno di misericordia del Signore (cfr Is
61,1-2). Ricostruite le antiche rovine, rialzate gli
antichi ruderi, restaurate le città desolate (cfr Is
61,4). Sono tante le situazioni difficili che attendono un
intervento risolutore! Portate nel mondo la speranza di
Dio, che è Cristo Signore, il quale è risorto dai morti,
e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.
©
Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana
|
|