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TELEGRAMMA DI CORDOGLIO PER LE VITTIME CRISTIANE IN IRAQ 

Radio Vaticana, 2 novembre 2010

Il Papa sull'eccidio di Baghdad: cristiani oggetto di efferati attacchi che minano fiducia e convivenza civile

In occasione delle odierne esequie di padre Tha’ir Saad e di padre Boutros Wasim, rimasti uccisi domenica scorsa in Iraq durante l’attacco costato la vita anche a decine di altre persone, tra cui donne e bambini, Benedetto XVI ha inviato il proprio telegramma di cordoglio all’arcivescovo siro-cattolico di Baghdad, mons. Athanase Matti Shaba Matoka. “Profondamente commosso per la violenta morte di tanti fedeli – scrive il Santo Padre – desidero farmi spiritualmente partecipe, mentre prego che questi fratelli e sorelle siano accolti dalla misericordia di Cristo nella Casa del Padre”. “Da anni questo amato Paese – aggiunge il Papa – soffre indicibili pene e anche i cristiani sono divenuti oggetto di efferati attacchi che, in totale disprezzo della vita, inviolabile dono di Dio, vogliono minare la fiducia e la civile convivenza”. Il Pontefice rinnova poi il proprio appello “affinché il sacrificio di questi nostri fratelli e sorelle possa essere seme di pace e di vera rinascita e perché quanti hanno a cuore la riconciliazione, la fraterna e solidale convivenza, trovino motivo e forza per operare il bene”. “A tutti voi, cari fratelli e figli - conclude Benedetto XVI nel messaggio – giunga la mia confortatrice benedizione apostolica, che volentieri estendo ai feriti e alle vostre famiglie così duramente provate”. Anche ieri il Papa, durante all’Angelus, aveva ricordato il “gravissimo attentato nella cattedrale siro-cattolica di Bagdad: “Prego per le vittime di questa assurda violenza, tanto più feroce in quanto ha colpito persone inermi, raccolte nella casa di Dio, che è casa di amore e di riconciliazione”. Il Papa aveva infine espresso la sua "affettuosa vicinanza alla comunità cristiana, nuovamente colpita", incoraggiando "pastori e fedeli tutti ad essere forti e saldi nella speranza”.
In Iraq sono giorni di dolore e sgomento dopo l’attentato compiuto domenica scorsa e costato la vita a 58 persone, tra cui otto bambini, dieci donne e due sacerdoti. A Baghdad oggi si sono tenute le esequie di padre Tha’ir Saad e di padre Wasim Boutros. Il servizio di Amedeo Lomonaco:

I funerali dei due sacerdoti si sono tenuti nella chiesa caldea di San Giuseppe, non lontano da quella siro cattolica di Nostra Signora della Salvezza, teatro del brutale attentato di domenica. Un attacco che poteva essere evitato. A renderlo noto sono oggi le autorità irachene. Nei giorni scorsi, infatti, fonti di intelligence avevano rivelato che Al Qaeda stava pianificando di attaccare delle chiese cristiane nel Paese arabo. Dall'Egitto arriva, poi, la smentita di quanto asserito dai terroristi nelle loro rivendicazioni. La Chiesa copta nega che donne convertite all'islam siano tenute prigioniere in monasteri egiziani. ‘El Watani’, storico settimanale dei copti d'Egitto, precisa che le donne menzionate nella rivendicazione “avevano lasciato le loro case per disaccordi familiari”. “Non vi è stata da parte loro alcuna conversione all’islam" - hanno sostenuto le massime autorità religiose musulmane. Le autorità irachene hanno inoltre chiuso gli uffici di Baghdad e di Bassora della tivù Al-Baghdadia, contattata telefonicamente dai terroristi durante il sequestro degli ostaggi. Il direttore e un altro dipendente sono stati accusati di complicità con i terroristi per aver trasmesso le loro richieste. La Chiesa irachena teme infine che l’attacco terroristico possa provocare un nuovo esodo di cristiani dall’Iraq. Secondo stime fornite da diversi vescovi del Paese arabo, la popolazione cristiana irachena oggi si attesta sulle 400 mila unità contro il milione e mezzo del 2003. Su 65 monasteri e chiese presenti a Baghdad si calcola che circa 40 abbiano subito attentati.

A presiedere la cerimonia funebre dei due sacerdoti assassinati domenica scorsa sono stati l’arcivescovo metropolita siro-cattolico di Baghdad, mons. Athanase Mati Shaba Matoka e l’arcivescovo siro-cattolico di Mosul, mons. Basile Georges Casmoussa, che ha più volte denunciato la mancanza di un’adeguata protezione da parte delle autorità irachene. Ascoltiamo proprio mons. Casmoussa, raggiunto telefonicamente in Iraq da Charles-François Brejon:

R. – Pour notre communauté chrétienne, c’est vraiment une catastrophe: humaine …
Per la nostra comunità cristiana è una vera catastrofe, umana e religiosa! Questo porterà il panico! Noi continuiamo a tendere la mano per il dialogo, per lavorare insieme, per dimenticare il passato, per superare tutti i nostri dolori… Ma poi quando vediamo che, soprattutto da parte delle autorità, non c’è un’adeguata risposta, ci sentiamo senza alcuna protezione. Allora è necessario che le Nazioni Unite entrino in gioco: oramai è indispensabile per salvaguardare questa piccola comunità!

D. – Secondo lei, le autorità stanno facendo quanto possibile per difendere i cristiani?

R. – Je crois qu’elles ne font pas tout ce qu’elle peuvent parce que si elles font …
Credo che non facciano tutto il possibile, perché se facessero il possibile dovrebbero innanzitutto instaurare una politica di pace; è necessario poi che cambino le regole affinché ai cristiani siano riconosciuti gli stessi diritti riconosciuti agli altri cittadini. E’ inoltre necessario anche creare un progetto nazionale per costruire il Paese in quanto Nazione e non per riconoscere un certo numero di seggi ad un’etnia, ad una religione, ad un partito politico. Si preoccupano soltanto delle loro questioni politiche e il popolo rimane abbandonato a se stesso!

D. – Di cosa hanno bisogno le autorità irachene per proteggere i cristiani?

R. – Ils ont besoin de s’unir pour former un gouvernement national, tout d’abord. …
Prima di tutto, devono unirsi per formare un governo di unità nazionale. Devono rendere sicure le chiese, le comunità cristiane con leggi e con la presenza della polizia affinché i cristiani possano ritrovare fiducia nel loro Paese e nel loro futuro. Le belle parole e i bei discorsi non sono sufficienti! Sono sicuro che nei prossimi giorni riceveremo una pioggia di dichiarazioni e di parole consolatrici … (g.f.)

L’attentato compiuto domenica scorsa nella cattedrale siro-cattolica di Baghdad è stato fermamente condannato dalla comunità internazionale. Il Consiglio mondiale delle Chiese parla di “atto criminale di terrorismo”. Parole a cui fanno eco anche quelle del procuratore caldeo a Roma, mons. Philip Najim, intervistato da Amedeo Lomonaco:

R. – Questo è un attentato barbaro, diverso dagli altri attentati. Questa volta gli estremisti sono entrati in una chiesa dove la gente stava pregando. Sono innocenti attaccati da persone che non conoscono il significato della preghiera, il significato di Dio Creatore. Perciò nessuno può dire che questo sia stato compiuto in nome di una religione, di una fede o di un Dio. Questo è un attentato contro l’umanità, contro la Chiesa, contro la religione, contro la fede, contro la dignità dell’essere umano.

D. – Un attentato feroce e duramente condannato da tutta la comunità irachena...

R. – Condannato da tutta la comunità irachena perché è un attentato veramente disumano! Non è una questione di fede! Certamente, l’intenzione è quella di creare il caos. Ci sono forze oscure che sono entrate nel Paese soltanto per creare questa divisione e per impedire il processo di pacificazione dell'Iraq. Io ho sentito ieri che c’erano tantissimi musulmani che erano andati a donare il sangue per le vittime che sono state ferite proprio nella chiesa. Gli estremisti sono stati condannati dagli islamici stessi: da quell’Islam che conosce Dio, che conosce la fede, che conosce l’amore, che conosce la carità!

D. – Come la comunità cristiana irachena potrà trovare la forza di continuare a professare la fede, di continuare a professare la verità?

R. – La comunità cristiana trova la forza soprattutto dopo che i nostri vescovi sono tornati dall’ultimo Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente, convocato da Benedetto XVI; hanno parlato tantissimo, in particolare, della sofferenza della Chiesa irachena in genere. Perciò continuano a dare la loro testimonianza, sicuramente con fatica, con grande sofferenza ma, nonostante tutto, i sacerdoti rimarranno vicini ai cristiani: la Chiesa sarà veramente presente nella loro vita! Ho sentito anche le testimonianze di tantissimi fedeli che si trovavano per strada, davanti alla chiesa, e hanno detto: “Non abbiamo altro che la nostra Chiesa, non abbiamo altro che i nostri sacerdoti!”. I due sacerdoti vittime di questo attentato, con il loro sangue, danno ancora forza a questa terra, che è la Terra di Abramo, la terra della pace, la terra dell’amore. Continuano a dare la loro testimonianza! (g.f.)

 

 

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