VISITA AD LIMINA DEI VESCOVI DELLO ZIMBABWE (27 GIUGNO 2005) |
Radio Vaticana, 27.06.2005
INIZIATA LA VISITA AD LIMINA DEI VESCOVI DELLO ZIMBABWE, PAESE MINATO DA UNA GRAVE SITUAZIONE ISTITUZIONALE ED ECONOMICA
Sette anni dopo l’ultima visita ad Limina, i vescovi dello Zimbabwe sono da oggi di nuovo in Vaticano per il loro periodico incontro di aggiornamento e di preghiera con il Papa e la Curia romana. Benedetto XVI ha ricevuto oggi i primi sei presuli e tre amministratori diocesani di un Paese che sta vivendo una netta fase di recessione economica. Per un quadro dell’attuale situazione dello Zimbabwe, ecco la scheda curata da Alessandro
De Carolis:
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E’ un Paese in grave sofferenza, lo Zimbabwe. Due dati lo testimoniano: la disoccupazione è al 70% e l’inflazione raggiunge la cifra capogiro del 600%. Nel bene e nel male, la storia del Paese nell’ultimo quarto di secolo è legata a un solo nome: Robert Mugabe, 81 anni, presidente per la quinta volta consecutiva dal 2002 dopo una campagna elettorale costellata di intimidazioni, torture e brogli che hanno provocato la sospensione dello Stato africano dal Commonwealth e la presa di distanze della comunità internazionale. Eppure il Mugabe eroe dell’indipendenza nazionale raggiunta nel 1980 aveva
esordito con ben diverso stile quando in quello stesso anno venne proclamata la Repubblica. Premier all’indomani dell’indipendenza e poi presidente dall’87, Mugabe si era distinto per la moderazione del suo governo e i consensi lo avevano raggiunto anche dall’estero. Poi la svolta, in negativo. Nel 1998, la crisi economica esplode incontrollabile. Scioperi, manifestazioni e sangue per le strade fanno vacillare un presidente che non è più il padre della patria degli inizi. E in quel frangente, non giova all’immagine del capo dello Stato la scelta, che si rivelerà economicamente disastrosa e impopolare, di affiancare l’ascesa militare di Laurent Desiré Kabila al potere nel Congo ex Zaire
appoggiandolo con mezzi e truppe.
Nel 2000, persistendo la crisi economica, peggiorata da siccità e carestie, Mugabe tenta il tutto per tutto avviando la serie degli espropri a catena delle terre gestite dai coloni bianchi (il Paese fino al ’65 era un’ex proprietà britannica chiamata Rhodesia). Sulla base di quella che viene definita “riforma agraria”, i coloni vengono cacciati a forza e senza alcun risarcimento. Zimbabwe e Gran Bretagna arrivano rapidamente ai ferri corti, ma Mugabe prosegue imperterrito, dissipando definitivamente quel credito internazionale accumulato in passato. Anche questa scelta si rivela fallimentare: la
produttività del Paese crolla di un terzo proprio a partire dal 2000, con inflazione e disoccupazione galoppanti in quello che una volta era considerato il granaio dell’Africa. Dalla democrazia, il Paese scivola lungo la deriva di una dittatura oppressiva e repressiva verso ogni forma di opposizione politica, mediatica, civile o religiosa. Si arriva a quello che è unanimemente giudicato come un assoluto colpo di mano di Mugabe: la sua riconferma a capo della nazione, maturata tre anni fa. Con il Fondo monetario internazionale (FMI), lo Zimbabwe è esposto per 250 milioni di dollari: finora ne ha restituiti sei. Nonostante la riconosciuta spregiudicatezza nell’uso degli aiuti internazionali, appena due
settimane fa la Banca Mondiale ha dato il via libera ad un programma di sviluppo economico e di assistenza tecnica nel Paese per un ammontare di due milioni di dollari.
In questo difficile scenario, vivono 15 milioni e mezzo di persone, tra cui un milione e 100 mila cattolici, distribuiti in 204 parrocchie e assistiti circa 400 sacerdoti, tra diocesani e religiosi, e oltre 450 religiose. Per la metà, il Paese professa un credo di tipo sincretistico, tra cristianesimo e culti indigeni. La Chiesa, da tempo molto critica nei confronti di Robert Mugabe, in questi ultimi giorni è scesa in campo contro l’ultima delle iniziative del presidente, che ha ordinato la demolizione delle baraccopoli sorte alle porte della capitale Harare e di altre città dello Zimbabwe. Davanti
alle quasi ventimila persone lasciate senza un tetto – centinaia sono state le baracche abbattute – i vescovi hanno duramente condannato questa “rozza ingiustizia contro i poveri”, chiedendo invece l’applicazione del principio della sussidiarietà in un contesto di politiche improntate alla solidarietà.
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